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Stoner e il romanzo americano

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Questa recensione è apparsa sul blog Via dei Serpenti.

Quando oggi in Italia si dibatte sul romanzo il più delle volte si coglie un tono febbrile, spasmodico nella discussione generale, quasi che con la propria opinione in merito ci si giochi più di quanto è ufficialmente in palio.

Se da una parte nuovi Nietzsche annunciano la morte del romanzo a un secolo e mezzo dalla morte dell’ultimo dio, sempre di più sono quelli che ne proclamano la resurrezione e vita sulla scorta delle lettere di Jonathan Franzen apostolo al Venerdì di Repubblica, che, nel dettarci la nuova kasherut letteraria, ci proibiscono ogni contatto impuro tra il kindle e Balzac.

In effetti la novità (pubblicitaria?) dell’ultima versione del romanzo americano ha avuto un impatto talmente straordinario con il nostro paese da modificarne il gusto, l’agenda e gli strumenti critici con la stessa inevitabilità con cui negli anni 60 il rock di Elvis fissò il canone per i nostri Bobby Solo e Little Tony.

Per parlare di Stoner di John Williams (che sulla copertina della traduzione italiana pubblicata da Fazi viene definito romanzo) proviamo invece a dimenticare il romanzo americano per come lo abbiamo interiorizzato, con le sue pretese al limite infantili di conquistare tutti i territori del risiko umano e la sue ossessioni freudiane per i traumi dei personaggi, e iniziamo col concentrarci sul titolo.

L’inglese, a differenza dell’italiano, conosce l’opportunità di stratificare il significato di una sola parola aprendola a un ventaglio di sfumature virtualmente infinito: Stoner è ovviamente il cognome del protagonista ma può voler dire scalpellino, tagliapietre, pietrista o addirittura lapidatore. Che gusto hanno questi nomi? Non vi sembrano riaffiorare dal fondo dei ricordi, da una di quelle favole dei fratelli Grimm piene di mestieri scomparsi? O da una favola di Perrault? Stoner: Pietrino, Sassolino

William Stoner è un personaggio delle favole e come ogni personaggio delle favole che si rispetti conosce un solo luogo, subisce un unico incantesimo. A prima vista potrebbe passare per un eroe esistenzialista alla Mersault, ma la sua coerenza è archetipica, non reattiva, e allo stesso modo la sua impossibilità di muoversi oltre il raggio di azione di minime ed essenziali prerogative presuppone il rispetto di un codice di causa-effetto di natura magica: qualunque cosa succeda, Stoner si stende dove può a fissare il buio a occhi aperti (come del resto qualunque cosa accada, una principessa sarà destinata a dormire o un pesce condannato a esaudire desideri).

Nel reame di Columbia convivono quindi tre categorie di umani che non corrono il rischio di essere confuse.

Da una parte abbiamo Stoner e i personaggi che nel corso del racconto egli attira a sé con una volontà che coincide con la sua stessa sospensione – alla maniera delle favole che non indagano le intenzioni e in cui è tutto fatale, teleguidato. Questi personaggi sono la moglie Edith, la figlia Grace, l’amante Katherine e con Stoner condividono la medesima fisionomia (sono alti, magri ed esangui) e la medesima psicologia (sono disciplinati, autosufficienti e trattenuti).

Trasfigurati dallo loro deformità fisica, Lomax e Walker sono invece i cattivi della favola, la cui vendetta implacabile e parossistica smonta qualsiasi impalcatura di realtà del racconto.

Infine a sciogliere lo stallo tra Stoner e la sua nemesi – che di per sé è troppo bloccato per produrre narrazione – c’è il fortunato personaggio di Finch (il cui aspetto salubre è la concretizzazione della sua consustanziale non belligeranza e ne rafforza l’aura da Ponzio Pilato imprigionato tra cinismo e pietà) che snoda i punti salienti del racconto, custodendone l’unico prezioso scarto di imprevedibilità.

Non è possibile sbagliare; come in un cartone animato di Walt Disney che pedissequamente assegna a ogni tipo psicologico una diversa specie animale, ci basta la prima sommaria descrizione del personaggio per assegnargli senza errore la giusta dimensione.

Se la definizione di romanzo può essere racchiusa nel famoso postulato “le cose non sono quelle che sembrano”, è necessario allora leggere Stoner rimuovendo la lente che il romanzo americano ci ha incastrato dietro gli occhi. In Stoner non c’è gioco per immedesimazioni più o meno facili che magari ci consolino delle nostre nevrosi come in un libro di Richard Yates o facciano tirare un sospiro di sollievo alla nostra coscienza sporca; al contrario, tutto ci è dato con una bellezza e una misura antiche che parlano piano di un mondo anteriore e superiore a quello della Storia e ci dicono, con una voce che viene dal nostro primissimo passato, che il vero nucleo delle cose sta nel loro svelarsi per quello che sembrano.

Così, con la stessa eccitazione e lo stesso sollievo che proviamo nel trovare il lupo appena dopo che Cappuccetto Rosso devia dalla solita strada, sappiamo che se la piccola Grace sta prendendo peso è perché a breve lascerà il mondo di Stoner e che, se si sentono i passi di Lomax lungo il corridoio della facoltà, dobbiamo aspettarci il peggio; tutto ciò mentre monta l’attesa che il finale sveli una morale.

La morale di Stoner è “Perdonatevi!”: perdonatevi il matrimonio promesso, perdonatevi quegli sconosciuti dei figli, perdonatevi il lavoro che avrebbe dovuto risolvere tutto, perdonatevi le passioni che vostro malgrado vi hanno recluso, perdonatevi dal senso di colpa, perdonatevi l’essere stati al mondo.

“Cosa ti aspettavi?” mentre muore Stoner se lo ripete a mente, così in buona fede che la domanda prende a perdere senso e giunge in tempo la redenzione del perdono. Stoner trova il modo di vivere per un ultimo istante già a mollo in quella morte colma di gioia e significato, che prima sperimentò un altro personaggio delle favole, l’Ivan Il’ić di Tolstoj, con cui le analogie sono tali e tante da non lasciare dubbi su una diretta parentela.

Rocco Fischetti è nato a Roma nel 1984. È laureato in letterature straniere.
Commenti
5 Commenti a “Stoner e il romanzo americano”
  1. sergio garufi scrive:

    molto bello, complimenti.

  2. Boh scrive:

    Grazie per lo spoiler eh

    Me lo so meritato, comunque, dovevo cannà dopo una riga.

    Ma ho capito male io o davvero l’autore sostiene che Stoner “ha avuto un impatto talmente straordinario con il nostro paese da modificarne il gusto, l’agenda e gli strumenti critici con la stessa inevitabilità con cui negli anni 60 il rock di Elvis fissò il canone per i nostri Bobby Solo e Little Tony”?

    No, sono certo di aver capito male, perché se avessi capito bene saremmo di fronte al nuovo detentore dell’Oscar per le Menti Disturbate 2000-2020

  3. cacioman scrive:

    E della copertina bella ma paracula dell’edizione italiana (quella con la foto qui sopra) non ne vogliamo parlare? Ammicca ad un personaggio che nel libro non esiste, nel libro c’è solo il cupo e sfigatissimo Stoner (ben ritratto invece nella copertina dell’edizione americana).

  4. Donatella Gortanutti scrive:

    Premetto che in genere evito di commentare ma in questo caso faccio un’eccezione perché questo libro è davvero un capolavoro (almeno lo è nella versione originale che ho letto) e trovo questa recensione alquanto riduttiva.
    Che il nome ‘Stoner’ sia ‘significativo’ lo penso anch’io, però credo lo sia più nella sua ‘radice’ i.e. ‘stone’), come del resto penso siano ‘significativi’ i nomi di tutti gli altri personaggi (ma non è forse così per la maggior parte dei ‘testi letterari’?); il che forse è sfuggito all’autore della recensione – per quanto fosse palese – oppure ha solo scelto di non parlarne per motivi di ‘economia’ nel suo pezzo.
    Che alcuni personaggi siano stati ‘schematizzati’ buono/bello, brutto/cattivo è in parte vero; solo in parte, perché, leggendo bene il testo, si scoprono molte più sfaccettature.
    ‘Stoner’ è ricco di clues e di rimandi (anche storici) oltre che di epifanie personali e anche per questo affascina il lettore. Anche l’autore della recensione alla fine riconosce che ‘le cose non sono quelle che sembrano’ in ‘Stoner’, ma resta comunque un po’ troppo innamorato della propria analisi ‘disneyana’ da Cappuccetto Rosso (una breve nota al riguardo: attenzione a non confondere le ‘fiabe’ con le ‘favole’).
    Dissento però vivamente sulla ‘morale’ estrapolata dall’autore della recensione – morale che trovo alquanto riduttiva – del ‘perdonatevi’ e della ‘redenzione del perdono’; se davvero si vuole trovare un ‘messaggio’, quello che appare evidente è: non siate superficiali, dall’esterno credete che la vita di Stoner sia stata infelice, limitata e monca, ma in realtà è stata più intensa e soddisfacente di quanto non sembri (come lui stesso si è reso conto, v. vari momenti epifanici).
    La maggiore bellezza di ‘Stoner’ comunque (per me) non è data dalla trama o (eventuale) ‘morale’, ma nella ‘scrittura’ estremamente limpida e musicale (per la costruzione del testo oltre che per la sonorità della lingua), nella capacità di esprimere quella meraviglia che a parole non può essere espressa.
    Se Vi interessano le impressioni di un lettore, qui trovate le mie:
    http://dagmycreativeside.blogspot.it/2014/07/kind-of-conversion-epiphany-of-knowing.html?m=1

  5. Paolo Toniolo scrive:

    William Stoner era alto e ossuto. Per quarant’anni insegnó letteratura inglese alla Columbia University. Senza lode né infamia. Se ne andò per un cancro allo stomaco, causato dalle troppe situazioni che non poteva digerire eppure sopportava, stoicamente, in silenzio come prima di lui sopportarono la vita i suoi genitori e i suoi avi. Condusse una vita così piatta e grigia che a nessuno verrebbe in mente di scriverci un romanzo. Eppure, gentile lettore, questo è un romanzo che leggerai tutto d’un fiato. E la ragione sta nell’infinito amore che per lui nutre l’autore. Ogni pagina trasuda amore. E lo stesso Stoner attraversa la fredda vita con amore. Per la figlia, per la letteratura, per l’amante Katherine. E in nome di quegli amori conoscerà i dolori più profondi, fino alla morte. Per quegli amori sopporterà vendette e angherie, ma resisterà. La sua é stata una vita di resistenza. Stoner resiste all’inautentico. Inautentica e mistificatrice è la moglie, così come lo studente Walker, ignorante e beffardo impostore, protetto dal Preside di Facoltà, Lomax.Vuota perché inautentica é pure l’esistenza della amata figlia. Stonerà subisce le angherie della vita e degli uomini , ma non si piega. Stoner resiste in nome della verità. Di quella di cui parla Keats e nelle pagine si rivela : “Beauty is truth and truth is beauty”.

    Stoner è un eroe contemporaneo perché combatte la mistificazione che riempie il vuoto esistenziale.

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