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Storia agrodolce di un piccolo migrante nel nuovo romanzo di Daniel Di Schüler

Leggere 240 battiti al minuto (Albe Edizioni) è facile come bere un bicchiere d’acqua, ma sarebbe riduttivo relegarlo alla narrativa per ragazzi. Francamente è molto di più. Anche se ci troviamo immersi per buona parte del libro in una storia spassosa, divertente, a tratti commovente, sullo sfondo permane lo scenario drammatico degli sbarchi dei nordafricani sulle coste europee e le relative conseguenze. Un tema incandescente e quanto mai attuale. Persone che hanno perso tutto e sfidano la sorte pur di raggiungere il vecchio continente per avere una possibilità di vita.

Ma prima di raccontare nel dettaglio la vicenda del romanzo, è necessario spendere due parole sull’autore, Daniel Di Schüler. Innanzitutto non è tedesco, come invece potrebbe sembrare, ma italiano, nativo della provincia di Como e il suo nome vero è Daniele Pruneri. Da molti anni vive in Galizia, vicino a Finisterre, un piccolo villaggio di pescatori, dove trascorre le giornate a dipingere, scolpire e a scrivere romanzi. Nel 2015 è stato tra i finalisti del Premio Calvino e si è aggiudicato la menzione speciale della giuria. Il suo manoscritto, un corposo romanzo sperimentale intitolato Un’Odissea minuta, pubblicato successivamente da Baldini&Castoldi, è stato accostato per la meticolosità delle descrizioni niente meno che a Georges Perec.

Tornando al libro in questione appare subito evidente, fin dalla prima pagina, l’abilità dell’autore nel calarsi in una ragazzina di quindici anni, usando frasi brevi, chiare, concise, in uno stile rapido, asciutto, diretto, senza abbellimenti, e il tutto scandito da un ritmo preciso. Un po’ come quello di una batteria. Non a caso Ollie, la protagonista del romanzo, suona la batteria e ascolta Iron Maiden, Ramones, Black Flag, Dead Kennedys. Nella sua camera, appiccicato alla parete, spicca un poster gigante di Kurt Cobain e il suo più grande desiderio è mettere in piedi una punk band, anzi, hardcore punk.

Insomma, è una tipa dura, decisa, che ironizza e dissacra tutto quel che si trova davanti. Un po’ come il giovane Holden. Parla della sua famiglia senza peli sulla lingua e anche se i suoi genitori non sono “maledettamente suscettibili” come quelli di Holden, hanno però un caratterino mica da ridere.

Il padre, stando alla sua descrizione, è “un filo di fumo che sale dietro lo schermo di un computer”, insomma, fa lo scrittore e “con i capelli sempre ritti in testa e un gran barbone sembra uno yeti”. La madre, due lauree e un lavoro da informatica, è sempre persa nei suoi numeri. A detta del panettiere è “una bella donna”, ma ogni tanto ha lo sguardo sinistro e terrificante di Jack Nicholson, versione Shining. Per questo motivo i figli l’hanno ribattezzata Tempesta, “disturbatela mentre è persa dentro i suoi numeri e capirete perché”.

Poi c’è Leone, 18 anni, fratello maggiore di Ollie, campione di lancio del peso, disco e martello. “In camera sua ci sono medaglie dappertutto”. A scuola, per colpa della popolarità del fratello, la chiamano “la sorella di Leone”. A completare il quadretto di famiglia non poteva mancare il cane, un golden retriever di sette anni, serio e affidabile. “Lui sì che ti sta sempre ad ascoltare. Se solo non avesse quelle orecchie all’ingiù”.

L’intera famiglia vive in “un grosso cubo bianco con un tetto di tegole rosse”, in mezzo a un giardino pieno di alberi ed erbacce, ma con davanti “una spiaggia infinita e il più azzurro dei mari”. Non siamo nei Caraibi, in Sardegna o in Sicilia, ma sulla Costa della Morte, in Galizia. E il mare di cui parla Ollie è l’oceano Atlantico.

Tutto andrebbe per il meglio se un giorno non fosse arrivato Amir a sconvolgere la tranquilla esistenza familiare e in particolare quella di Ollie, che nonostante si atteggi a fare la dura, in realtà è tenera come la maionese, molto sensibile, e non potrà evitare di affezionarsi al piccolo ospite.

Amir nella sua breve esistenza ha già vissuto momenti terribili, subito gravi traumi. Infatti, dopo aver raggiunto la Spagna insieme alla madre, viene trovato abbandonato nel piccolo parco giochi, accanto alla spiaggia, di un paesino della Galizia. Con un biglietto in tasca, in lingua spagnola, dove c’è scritto soltanto che il bambino si chiama Amir e ha quattro anni. Non sappiamo altro, nemmeno da quale parte del mondo provenga.

Al primo impatto con il bambino, “piccolissimo e magrissimo. Un mucchietto d’ossa, con un faccino dalla pelle scura. Non nera, ma scura abbastanza da far risaltare il bianco di due occhioni enormi”, Ollie si trova un po’ a disagio.

Amir appare fin da subito un bambino difficile, irrequieto, che non parla e l’unica parola che riesce a dire è un “no” secco e vibrante. Scaraventa tutto a terra e così vanno in frantumi le tazzine decorate della mamma, quelle da caffè, prodotte in Germania, a Meissen, di fine Ottocento. E volano in aria statuine, la sveglia e tutto quello che finisce tra quelle “fottute manine sempre in movimento. Sempre impegnate a toccare, spostare e far cadere cose”.

Amir, dunque, è un piccolo e instancabile “devastatore”. Ollie non lo sopporta, e non capisce per quale motivo i suoi genitori abbiano deciso di prenderlo in affidamento. In pochi giorni vede i suoi genitori cadere nella disperazione, perché non sanno come fare con quel bambino.

Leone ogni tanto riesce a farlo giocare e perfino sorridere, ma si tratta di momenti brevi, fugaci. Poi un pomeriggio, sul far della sera, quando nulla sembra fermare il piccolo Amir, lo ritroviamo seduto immobile, incantato, a bocca aperta, di fronte a un tramonto mozzafiato sul mare. Forse quel panorama gli ricorda qualcosa. Il suo passato? La sua mamma?

Sulla madre di Amir la polizia indaga da tempo, ma non riesce a scoprire molto e c’è incertezza perfino sul nome: Amina, Amal, Fatima? Di sicuro sappiamo che è morta. Ma non si capisce se è stata uccisa o si è trattato di un suicidio. Dalla ricostruzione fatta dalla polizia apprendiamo che la donna ha girovagato per la Spagna, guadagnandosi da vivere facendo le pulizie. In precedenza madre e bambino erano stati salvati in mare, mentre tentavano di passare per lo stretto di Gibilterra su un barcone carico di disperati.

Lascio al lettore il gusto di scoprire il resto della vicenda. Se il bambino rimarrà a vivere nella nuova famiglia, se comincerà a parlare e a fare “tutto e solo quel che dovrebbero fare i bambini”. Inoltre, ci sarà da scoprire cosa farà Ollie, se la sua band avrà successo e se riuscirà a suonare la batteria a una velocità supersonica, al pari del suo idolo Alex Van Halen, 240 battiti al minuto. Ma non lasciatevi ingannare dalla copertina, questo non è solo un libro per ragazzi. E poi come diceva il buon Antoine de Saint-Exupéry: “Tutti i grandi sono stati bambini una volta”.

(Fonte foto)

Pierluigi Lupo (Napoli 1971), vive a Roma dall’età di sei anni. Appassionato di scrittura e letteratura, negli ultimi anni ha pubblicato storie d’amore su “Confidenze” e “Confessioni Donna”. Attualmente collabora con “Donna Moderna” occupandosi di cultura e spettacolo, recensisce libri per “L’Indice dei Libri del Mese”, “Minima&Moralia” e sogna di pubblicare un romanzo.
Commenti
2 Commenti a “Storia agrodolce di un piccolo migrante nel nuovo romanzo di Daniel Di Schüler”
  1. Giuly scrive:

    Un libro bellissimo, per la capacità dello scrittore a tramutare i sentimenti nel parola.
    Un narratore che fa volare alto ciò che descrive.

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