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Storia collettiva e storia individuale. “Gli anni” di Annie Ernaux

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(fonte immagine)

di Matteo Moca

Eric Hobsbawm, nel suo fondamentale saggio Il secolo breve, scriveva di come il ‘900 potesse essere ridotto, in una sua schematizzazione, in tre fasi: quella della violenza delle due guerre, l’età dell’oro fino alla metà degli anni ’70 e quella che lui stesso definisce la “frana”, che arriva circa fino al dissolvimento dell’Unione Sovietica. Nella sua particolarità questo secolo oltre che breve può essere definito, con un’inerzia che giunge fino ai nostri anni, anche veloce, il secolo in cui si è iniziato a sperimentare la velocità: basti pensare alla durata che gli oggetti hanno oramai assunto, ai tempi di percorrenza di grandi distanze e al continuo sviluppo tecnologico che rischia continuamente di gettare nell’obsolescenza. Quello che Annie Ernaux tenta in Gli anni (romanzo uscito in Francia nel 2008 e tradotto, dopo il meraviglioso Il posto dello scorso anno, sempre da L’Orma Editore e sempre in maniera molto accurata e precisa da Lorenzo Flabbi) è di indagare come il tempo vissuto si trasformi nel tempo della nostra vita e lo fa scrivendo un romanzo autobiografico che intreccia la sua storia personale con quella collettiva, disegnando un affresco che si impone come cronaca del nostro mondo. Il viaggio personale di Annie Ernaux comincia con il secondo dopoguerra, gli anni subito successivi alla Liberazione, con i momenti conviviali vissuti da bambini e di cui si capisce ben poco se non che i tedeschi erano stati rimandati a casa e che adesso c’è abbastanza cibo per alzarsi da tavola sazi e non conoscere più la fame, e si conclude nei nostri giorni, nel mondo della “società dei consumi” in cui viviamo oggi.

Il tentativo di Annie Ernaux è però un tentativo ontologicamente più complesso e difficile, cioè quello di catturare le immagini di quel “tempo in cui non saremo mai più” (p. 266). “Abbiamo solo la nostra storia ed essa non ci appartiene” recita la citazione posta in esergo e tratta dall’opera di Ortega y Gasset, una definizione della storia che fa emergere la complessità di tale sfida, che rischia in ogni momento di scontrarsi contro l’oblio, contro quelle immagini che, prima o dopo, scompariranno tutte, ma a cui è necessario attaccarsi nel tentativo quantomeno di accarezzarle e avvicinarle, di ritardare il più possibile la caduta nel buco nero della memoria e l’inanità di una domanda che non avrà “un senso applicabile alle cose del passato” (p. 194), perché non saranno più tangibili ed esistenti.

Lo statuto estetico di questo libro porta il pensiero ad un altro tentativo di racconto della storia personale e quella collettiva; sto parlando, evidentemente tralasciando tutte le differenze tra i due casi, di quello che forse rappresenta uno degli apici della produzione di Elsa Morante (sicuramente con Il mondo salvato dai ragazzini), il romanzo La storia. Lì lo scorrere degli eventi della storia mondiale tra gli anni 1941 e 1947, era condensato in quelle poche righe di cronaca che per ogni anno raccontavano gli eventi salienti e che anticipavano il ben più lungo racconto di quello che Ida Ramundo era costretta a vivere per poter arrivare all’anno successivo. Mentre però nel romanzo della Morante la sua protagonista viveva sballottata e spesso inerme davanti a cambiamenti e accadimenti molto più grossi di lei ed ai quali reagiva con la forza che poteva trovare solo in se stessa, lei di origine ebraica, madre del “bastardo” Useppe, Annie Ernaux, scrittrice e protagonista de Gli anni, vive coalizzandosi con il tempo che scorre, sfruttandone i pregi e i difetti nella crescita personale e professionale. Si tratta di un cambiamento che riflette anche una mutazione storica, quella che si respira appunto nel secondo dopoguerra e che rende il libro di Ernaux, seguendo una suggestione forse eccessiva ma comunque molto evocativa, un possibile seguito di quello della Morante, spostandosi di paese e di personaggi, indagando quei luoghi e quelle persone che la guerra ha salvato e a cui ha permesso di continuare a vivere, mostrando una possibile alternativa a quella “oscenità” di cui parlava la scrittrice italiana.

In questa “autobiografia impersonale”, come la definisce la stessa Ernaux, la narrazione non è affidato all’Io, ma rispondendo proprio alla molteplicità da cui parte il suo progetto di storia collettiva, è affidata alla prima persona plurale, al “noi”. È attraverso allora un sentire comune in cui si può rispecchiare un’intera generazione (anche se non bisogna dimenticare che ci si trova in Francia, tra Yvetot, Rouen e Parigi e che quindi molti dei riferimenti saranno più direttamente francesi anche se non sconosciuti al lettore italiano: Georges Brassens, Jacques Brel, pubblicità della televisione francese e altri protagonisti della storia culturale e dello spettacolo) che Annie Ernaux, in questa fusione tra voce individuale e collettiva, rievoca le tappe che hanno scandito la storia del Novecento, affidando alle fotografie di pranzi di festa e momenti famigliari, ai video con il progredire degli anni, la descrizione di questi eventi: la Liberazione come già detto, la guerra in Algeria, il maggio francese, l’emancipazione femminile, la storia politica di Mitterrand e la caduta del muro di Berlino. Il nuovo punto di non ritorno, quello dopo il quale nulla sarà più lo stesso, è chiaramente l’attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, quel momento “che non poteva essere creduto, né pensato, né sentito, soltanto visto e rivisto sullo schermo di un televisore” (p. 229). Prosegue Ernaux narrando l’accaduto e mettendo per scritto, in maniera struggente, quello che davvero è il pensiero collettivo: “tutti cercavano di ricordare in che attività fossero impegnati nel momento esatto in cui il primo aereo aveva colpito la torre del World Trade Center, mentre coppie che si tenevano per mano si gettavano nel vuoto” (p. 230).

La narrazione si sofferma sui cambiamenti epocali, sulle transazioni da un periodo all’altro rintracciabili per esempio nel rapporto con le cose, nel tempo per desiderarle che faceva in modo che possederle non deludeva mai, in antitesi con la velocità e l’utilizzo delle cose di oggi, continuamente in cambiamento e stabili per pochissimo tempo, ricordando come “le si offrivano agli sguardi e alle ammirazione altrui”, come esse custodissero “un mistero e una magia che non si esauriva né nella contemplazione né nell’uso” (p. 44) a differenza di oggi quando si è passati, senza neanche accorgersene, dal lettore DVD alla macchina fotografica digitale, all’MP3, all’ADSL, allo schermo piatto, in una rincorsa continua e vana contro l’invecchiamento. La differenza con il mondo attuale si fa altresì eclatante quando si parla della musica e della sua fruizione, nell’avidità di jazz, spiritual e rock and roll, quando nel segreto della camera si ascoltava e riascoltava lo stesso disco senza mai stancarsene, convinti di condividere qualcosa di segreto sognando Elvis Presley, Bill Haley, Armstrong e i Platters. Ma anche in questo campo irromperà il progresso con l’avvento del walkman che negava la condivisione dei vecchi impianti e offriva all’ascoltatore l’esperienza di far penetrare la musica dentro il corpo, “ci si poteva vivere dentro, murati dal mondo”.

Non manca neanche il racconto della situazione che sarà poi protagonista de Il posto, con il sentimento, una volta all’università, persi tra le letture di Virginia Woolf o di Stoetzel, di una sorta di estraneità verso la propria famiglia, completamente assente da quel mondo, con la conseguenza di essere in loro compagnia compiendo un sacrificio, occultando se stessi, la frequenza ai corsi universitari e la vita in città, non pensando mai di poter dire di non cercare un’occupazione e una sistemazione, entrare nel mondo dell’insegnamento e costruirsi una famiglia, ciò su cui tutti avevano riposto le loro speranze e i loro investimenti. E allora, catturati in questo vortice di aspettative e speranze, la scelta ricadeva su ciò che ci si attendeva dagli altri: il concorso per l’insegnamento e un marito con cui mettere su famiglia, in un viaggio di cui già si conosceva la destinazione, quella rappresentata dal posto fisso con il quale “le famiglie aprivano il conto in banca, chiedevano un prestito al gruppo Cofremca per comprare un frigorifero, un freezer, una cucina combinata” (p. 100),  oppure trascorrere le domeniche attendendo il pranzo mentre i bambini giocano alle Lego e Bach fa da sottofondo, fino ad arrivare all’inevitabile constatazione di essere diventata “una piccola borghese fatta e finita”, e iniziando a rimpiangere ciò che non si è potuto fare prima e che adesso è troppo tardi per provare a fare, in un pensiero che si fissa su quest’immobilità e che pretende un cambiamento, una maggiore libertà.

L’unico fattore davanti al quale non ci si può che arrendere è l’avvento della società dei consumi, “un fatto assodato una certezza sulla quale, che si fosse contro o a favore, non c’era bisogno di tornare a discutere” con “la tendenza generale di spendere, di appropriarsi in maniera risoluta delle cose e dei beni non necessari”, tenendo ben presente che “gli ideali del Maggio si convertivano in oggetti e in intrattenimento” (p. 127-128). E ci si inizia ad accorgere del peso che comincia ad avere la televisione come mezzo di comunicazione di massa, con le sue radici che fanno fiorire i suoi rami ancora al giorno d’oggi: solo i fatti mostrati alla televisione davano accesso alla realtà, lo Stato si allontanava dai cittadini e si avvicinava sempre di più ai media, mostrando “i politici […] in solenni messe in scena enfatizzate da una musica retorica e [fingendo] di sottoporsi a interviste incrociate e dire la verità. A sentirli snocciolare tutte quelle cifre senza un attimo di esitazione, nel non vederli mai messi in difficoltà, veniva il dubbio che conoscessero in anticipo le domande” (p. 160). Inizia l’epoca delle cifre e delle percentuali, dell’ambiguità e della impossibile chiarezza, in delle cifre che, come oggi, esprimono soltanto fatalità e determinismo.

Annie Ernaux, con tutta l’onestà che è giusto riconoscerle (e con un po’ di romanzesco benissimo confezionato), ci porta anche all’interno del laboratorio di scrittura che ha dato vita al romanzo che stiamo leggendo, partendo dalle prime idee di scrivere una sorta di “destino di donna”, qualcosa che assomigli a Una vita di Maupassant, un romanzo in cui poter percepire “il passaggio del tempo in lei e fuori di lei, nella Storia, un romanzo totale che si sarebbe concluso con la spossessione di esseri e cose, genitori, marito, figli che se ne vanno di casa, mobili venduti” (p. 173), fino ad arrivare all’ispirazione più diretta, quella di Stendhal e del suo magnifico Vita di Henry Brulard. E sembra che l’autrice abbia già chiaro il suo progetto e la sua ricerca di natura contemporaneamente individuale e storica divenendo ancora più esplicita quando parla di “unificare la molteplicità di quelle immagini di sé, separate, non accordate tra loro, tramite il filo di un racconto, quello della sua esistenza, dalla nascita durante la Seconda guerra mondiale fino a oggi” (p. 196). Si tratta quindi dell’esistenza di un singolo individuo che si intreccia e in conclusione si fonde con il movimento di una generazione intera.

Il nome di Marcel Proust e del suo “tempo ritrovato”, viene spesso citato da Annie Ernaux, ed è forse quello il modello, inavvicinabile, ma comunque utile per poter descrivere, come lui fece, un’esistenza che si intreccia con il volgere del mondo di una generazione e di una società intera. “La ricerca del tempo perduto passa dal web” (p. 245), scrive Ernaux parlando di come, con l’avvento di Internet si possa trovare sul web vecchi compagni, date di nascita e articoli altrimenti perduti; la ricerca del tempo perduto e della rivelazione di come siamo arrivati ad oggi passa da Gli anni di Annie Ernaux aggiungiamo noi.

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  1. […] minima&moralia, “Storia collettiva e storia individuale. “Gli anni” di Annie Ernaux&#8…: Quello che Annie Ernaux tenta in Gli anni (romanzo uscito in Francia nel 2008 e tradotto, dopo il meraviglioso Il posto dello scorso anno, sempre da L’Orma Editore e sempre in maniera molto accurata e precisa da Lorenzo Flabbi) è di indagare come il tempo vissuto si trasformi nel tempo della nostra vita e lo fa scrivendo un romanzo autobiografico che intreccia la sua storia personale con quella collettiva, disegnando un affresco che si impone come cronaca del nostro mondo. […]

  2. […] questo libro, ad esempio Andrea Bajani su Le Parole e le Cose,  oppure Matteo Moca su Minima & Moralia, oppure Claudia Zunino su L’Indice On Line, Loredana Lipperini nel suo blog Lipperatura, […]



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