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Come una storia d’amore, i racconti romani di Nadia Terranova

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Ho letto per la prima volta il racconto Via della Devozione di Nadia Terranova qualche anno fa. Mi colpì moltissimo per la capacità dell’autrice di mettere dentro poche pagine tutto quello che deve stare tra le impalcature di un racconto. Ritrovo, rileggendolo oggi, in questa raccolta uscita per Giulio Perrone, Come una storia d’amore, tutti i fili, il tessuto narrativo compatto e ricco di sfumature, la bellezza dei personaggi, il modo in cui incrociano, si sfiorano e poi finalmente si toccano le due storie principali. L’evocazione che arriva dai brevi dialoghi, il suono che fanno le parole per strada e al silenzio che fanno dentro casa. Il silenzio che viene prima e dopo una tragedia. Il silenzio che viene da frasi come “se l’è cercata, del resto con quel mestiere”.

Andrea, così si chiama, non il protagonista, ma il personaggio cardine intorno al quale girano le vite degli altri. Non diremo qui cosa accade dentro questa storia per non togliere il privilegio a chi leggerà di scoprirlo, diremo che si sente anche un altro suono, è quello che fa Roma che accompagna e abbandona, che fa rumore, che sa invadere e di colpo sparire quando più si avrebbe bisogno di lei.

Diremo che la narratrice a volte entra nel racconto per precisare, per puntualizzare, per dire (e per dirsi) cosa avrebbe dovuto fare. È un racconto sulle vite che si incrociano in un quartiere, in farmacia o dal fruttivendolo, magari si dicono buongiorno, ma non vanno oltre, i problemi, i disastri vengono taciuti, però, forse per antica devozione (appunto), per empatia, qualcosa tocca le persone e le avvicina.

Teresa guarda la ragazza nera ferma sugli scalini che muove la bocca come se stesse cantando. Poi alza lo sguardo e vede l’insegna cancellata con il pennarello. Il cervello l’ha salutata, ma gli occhi ci vedono benissimo: Via della Devozione.

Via della Devozione è il racconto d’apertura di questo nuovo libro di Nadia Terranova, si tratta di dieci racconti, anzi nove e una lettera. Apre il libro non a caso e non a caso ne parlo in apertura di questo pezzo. Reca in sé tutti gli elementi che reggono l’intera raccolta e che la rendono così ricca, varia, dolente, curiosa, vagamente romantica.

Nadia Terranova ci parla di assenze, di mancanze, di legami di pochi minuti che si realizzano in un bar per poi svanire l’attimo dopo, lasciando comunque qualcosa. I personaggi di questi racconti hanno un nucleo incrinato (come scriveva David Foster Wallace), sono in mutazione, alla soglia di un cambiamento, vengono da fratture, da tempeste, coltivano profonde solitudini, desideri di fuga e, allo stesso tempo, voglia di comunità. Sono donne, soprattutto, che saltano davanti agli occhi col clamore della risata, con il rumore che fa una lacrima quando scivola dalla faccia. Persone accompagnate dall’angoscia ma anche dalla speranza. Che si muovono in quel meraviglioso e incomprensibile tessuto urbano che è Roma. Fa luce Roma, quella luce che inganna e che colpisce a tradimento. Fa buio, quando ti ignora e ti dice di arrangiarti. Roma ti accompagna e ti lascia andare. Così bella e tragica, come spesso siamo noi.

A Roma può succederti di tutto ma pure niente, è una città che ti consuma e ti cambia. Una città che la si ama o la si detesta, non è un luogo per le vie di mezzo. Roma bellissima e tormentata come le storie di Terranova che l’attraversano.

Oppure non farò niente fino a sera, quando passerò davanti alle due lavanderie chiuse, camminerò senza i pugni nelle tasche e guarderò il mio quartiere che non ho mai visto.

C’è un’altra cosa molto importante da dire su questi racconti, ed è quella che riferisce al linguaggio, all’uso che la scrittrice fa della lingua. Già a una prima lettura si colgono alcune scelte lessicali, parole e suoni, che si legano da un racconto all’altro. Connessioni precise che mettono la linguistica al centro del discorso, forse sbaglierò, ma mi pare che certe parole valgano qui come i personaggi stessi, sono forti come certe immagini, come vecchie fotografie e come tali vengono trasportate. Come se una frase fosse stata pensata in dialetto messinese (Terranova è di Messina) e tradotta in italiano in modo da portare con sé per le strade di Roma cose e fantasmi che stavano al di là dello stretto.

La felicità esiste, e mi ha schivato di proposito.

Il lavoro sul linguaggio a volte è molto evidente come nel racconto Il primo giorno di scuola (uno dei più riusciti del libro). Racconto che vanta questo efficacissimo incipit: “In un settembre esageratamente triste mi ero messa in testa di studiare due cose: l’ebraico e le persone felici”. La protagonista si dice certa di non essere mai stata felice o di non essersene mai accorta, che poi è la stessa cosa. La vicenda si dipana nel ghetto ebraico di Roma, tra le lezioni di ebraico e i ricordi di altre lezioni lontane, di altri primi e ultimi giorni di scuola. Nell’esattezza e nella complessità dell’ebraico, nella sua distanza da noi, la donna cerca e trova qualcosa tra i ricordi e qualche vaga idea di futuro. La meccanica del suono della lingua ebraica scandisce le giornate e la ricerca interiore, compensa una mancanza, un senso di perdita, di qualcosa che non si è mai afferrato. Poi il ghetto, con i suoi bar, che diventa casa, che diventa riparo. Attraverso lo studio si viaggia nel lutto e nel rimpianto.

Un altro linguaggio è quello del Natale, si badi bene, il Natale che porta alle riunioni familiari al calore, eppure in quadro sulla festa dicembrina non dovrebbero mai mancare la voglia di fuga, la solitudine inevitabile di chi la cerca almeno per qualche istante, o di chi ci si trova dentro mentre tutti gli altri stanno dentro al calore, seppur a volte finto della festa. Il linguaggio del Natale compare tre volte in questi racconti. Nel disagio che prova la protagonista quando perfino il corso di ebraico si interrompe per il Natale. In Due sorelle in una fuga in tram la mattina di Natale, la Prenestina, Porta Maggiore, il desiderio di non tornare a casa dove ci sono i litigi, il disagio, invece fuori la festa può passare, scendendo da un mezzo pubblico, togliendosi un giubbotto, ché a Roma fa caldo. Ne L’ora di libertà una donna con i pacchetti dei regali siede da sola in un bar, a poca distanza da casa, un bicchiere, il bar sta per chiudere, entra un nonno con una ragazzina, poi i genitori a recuperarli, via verso le case, verso il rosso, le luci, l’albero. La donna si stringe in quel momento, prima di cedere al Natale, alla famiglia, alla serranda che si abbasserà.

Sono alla finestra e guardo per strada, penso a quando sono arrivata a Roma e un nome di città era sinonimo di un nome proprio. Roma, per me, è Carlo. Sono passati ventidue anni e Carlo è sempre Carlo, anche se non stiamo più insieme, e Roma non è più Roma, anche se stiamo ancora insieme.

Roma comunque e l’amore. Una parrucchiera che vive sola baratta l’estate con il desiderio di superare un trauma, piange su un’orata appena sfornata. Due lavanderie, una gestita da un’immigrata e una da una donna giovanile, a poca distanza l’una dall’altra, una donna che si muove tra i due negozi, le due gestrici, la lentezza, gli imbarazzi, le vite che stanno dietro le insegne, la sua. La piccola perla che è Corvi al Pigneto. In quattro pagine ci sono l’identità, la coppia, l’immigrazione, tutto nel tempo di ordinare, intanto i corvi.

Come una storia d’amore si chiude con una lettera a Roma, non abbiamo dubbi sul fatto che Roma ogni giorno risponda.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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