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Storia del dottor Wu e dell’epidemia del 1911 in Manciuria

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Con quale animo il dottor Wu uscì dalla stazione ferroviaria e prese a respirare l’aria gelida di un fine dicembre 1910 ad Harbin, non lo sapremo mai. Possiamo supporre, però, che non avesse un’espressione serena in volto, come ormai accadeva da tempo, dal 1908 per essere precisi.
I fatti, anche a ripensarci anni dopo, erano talmente evidenti che continuare a ripeterseli e scorgere ogni volta la sua limpida innocenza era del tutto inutile, eppure doveva farlo.

Lo faceva da anni, del resto, da quando era arrivato in Cina, dopo un breve passato da stimato medico specializzato nelle malattie dei minatori in Malesia, dove era nato. In particolare aveva studiato a fondo il beriberi, una malattia «sconosciuta» a molti occidentali fino a poco tempo prima e considerata invece «malattia nazionale» in Giappone.

Il dottor Wu aveva finito per empatizzare a tal punto con le disgrazie di quei poveracci seppelliti nelle miniere da andare ben oltre il suo interesse scientifico. La scoperta dell’uso di oppio da parte dei lavoratori lo aveva incoraggiato a organizzare conferenze e a dare vita ad associazioni contro l’importazione della sostanza, vera e propria arma dei «conquistatori occidentali».

Infine, nel suo studio, era stata trovata un’oncia proprio di tintura di oppio. Un mondo che crolla addosso, sospetti indicibili e la vergogna. Aver procurato nervosismi alle triadi cinesi e a tutto l’indotto criminale di quel traffico non favoriva la sua permanenza in Malesia, oltre ad accrescere la sensazione di essere vittima di un caso creato ad hoc. E allora via, ad accettare un incarico in Cina.

Da quel momento i suoi spostamenti reggevano pensieri talmente pesanti da credere che neanche una nave o un treno li avrebbe potuti sopportare senza sprofondare al centro della terra. Cina, Shanghai, Tianjin. Per tutta una serie di relazioni che era stato capace di costruire nel tempo a Tianjin aveva incontrato e impressionato gli stralunati gerarchi Manciù. Poi, dicembre 1910, l’ordine: devi recarti ad Harbin.

La Cina allora era un paese dilaniato dal fetido respiro del morente impero Qing e dagli schiamazzi di giapponesi, russi, europei e americani, pronti a spartirsi il cadavere. Come se non bastasse si temeva l’inizio di una pericolosa epidemia scoppiata a Fujiandian, la parte «cinese» di Harbin.

Non proprio il luogo ideale per Wu: Harbin era la città al centro dei più clamorosi smistamenti di oppio di tutto il paese. La «Chicago dell’est», la San Pietroburgo cinese: malavita e russi, ferrovie e zone grigie, criminali. Tutto ruotava intorno alla ferrovia: geopolitica, immigrazione, malavita, destini del mondo. I russi l’avevano fondata nel 1898: a muovere le redini dell’espansione russa in Cina fu Sergei Vitte, di padre olandese, ministro delle finanze e poi primo premier «costituzionale» nel 1905.

Affamatore di popolo, Vitte mise il suo marchio sulla costruzione della Chinese Eastern Railway, collegata alla Transiberiana. Fino ad allora Harbin era un piccolo villaggio, ma la sua nuova posizione strategica ne fece un luogo di incroci di interessi, malaffare, stazionamento di tanti soldati russi e Storia. Harbin inoltre, e vedremo quanto sarà importante, era anche snodo commerciale del fiorente mercato delle pellicce.

Tornando al dottor Wu, il suo arrivo ad Harbin avvenne nel pieno dell’inizio dell’epidemia, che allora si credeva ancora fosse una forma di peste bubbonica. Wu iniziò fin da subito a collaborare con alcuni medici, occidentali, decisamente scettici sull’arrivo di questo piccolo sino-malese. Wu, poco impressionato dall’accoglienza decise di prendere ben presto in mano la situazione, studiando i primi morti e con la stramba idea per la Cina dell’epoca di eseguire autopsie per comprendere l’origine della pandemia.

Cominciò un lavoro di ricerca, i sintomi intanto: chi veniva colpito dalla malattia moriva dopo attacchi spasmodici di tosse e febbre alta mentre la pelle del corpo assumeva un colore violaceo. Poi cominciò a fare ricerche sulle vittime e la loro rete relazionale: constatò dunque che i primi a morire erano stati i cacciatori di marmotte e i commercianti di pellicce a Manzhouli, lungo il confine siberiano.

Wu, inoltre, aveva un problema di tempo: da lì a poco si sarebbe festeggiato il capodanno lunare cinese e gli spostamenti in massa di persone avrebbero rischiato di spargere il contagio per il resto del paese, già in condizioni terribili dal punto di vista della sopravvivenza e dell’igiene a causa di un Impero Manchu sempre più in decadenza e ormai prossimo a essere spazzato via dalla nascita della Repubblica e dall’occupazione straniera. E più in generale, essendo Harbin uno snodo ferroviario, l’epidemia rischiava di procedere alla velocità dei treni e raggiungere le loro destinazioni.

Inoltre, i medici cominciavano a morire come mosche: la vicinanza con i malati finì per uccidere tanti tra quei dottori che dubitavano delle capacità di Wu. Quest’ultimo, imperterrito, proseguì con la sue ricerche, finché non arrivò una svolta, per quanto macabra: la moglie giapponese di un uomo cinese cadde vittima dell’epidemia e Wu colse la palla al balzo per effettuare un’autopsia, la prima mai realizzata nella storia del territorio cinese.

Da quello e successivi esami autoptici emerse che si trattava di peste polmonare e non bubbonica. A quel punto Wu passò all’azione: intanto obbligò tutti all’uso della mascherina poi, come ricorda lo scrittore Paul French in un articolo recente sulla Cnn, «la risposta fu a volte dura: ogni casa in cui era comparsa l’infezione fu rasa al suolo, ma nel complesso le misure funzionarono. Le zone sanitarie, le quarantene, le serrate, l’isolamento, le restrizioni di viaggio e le mascherine riuscirono a far scendere il tasso di infezione ad Harbin entro la fine di gennaio».

Terminata l’emergenza venne anche organizzata una conferenza internazionale cui parteciparono scienziati da tutto il mondo: riportando tutto al nostro tempo, secondo French la conferenza è l’esempio che dovremmo cogliere: «la grande peste manciuriana non si diffuse in modo grave nel resto della Cina, in Mongolia e in Russia: la chiusura del porto di Dalian fermò la diffusione in Giappone, Corea, Hong Kong nel resto dell’Asia. Da lì avrebbe potuto spostarsi verso l’Europa, l’America e il mondo intero. Ma non è successo. Oggi, rispetto al 1911, il mondo è diviso.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità è messa in dubbio, i Paesi sono inferociti tra loro e si contendono le risorse, mentre le zone più povere del mondo sono lasciate a cavarsela in gran parte da sole».

Quanto al dottor Wu, divenuto poi il padre della medicina cinese moderna, per lui non mancarono successi: fu il primo cinese a scrivere su Lancet e nel 1935 – come scrivono Zhongliang Ma e Yanli Li in Dr. Wu Lien Teh, plague fighter and father of the Chinese public health system – «fu candidato al premio Nobel per la sua lotta contro la peste manciuriana e per l’identificazione del ruolo delle marmotte tarbagan nella trasmissione della malattia».

Commenti
Un commento a “Storia del dottor Wu e dell’epidemia del 1911 in Manciuria”
  1. Massimo Gozzi scrive:

    questo ricordo di un fatto del passato dimostra ulteriormente che ogni situazione, attinente all’uomo, alla
    natura, al mondo animale e vegetale, che si verichi nel tempo di ciascuno, non è altro che una forma
    diversa di fatti avvenuti in un tempo precedente

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