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Storia del mio giardino

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Photo by Orlova Maria on Unsplash

andate,
dove siete mandati, come ogni cosa,
dove il vento vi pianta.
Scilla – Luis Glück

Quando ci eravamo lasciati, mi ero dato nuove leggi. Non l’avrei vista. Non l’avrei chiamata. Non sarei passato davanti alla casa che ci aveva trattenuti insieme per anni, e nella quale, essendo di sua proprietà, lei abitava ancora. Per evitare ricadute, cancellai il suo numero dal cellulare e ripulii la memoria del computer.

La rigida osservanza delle leggi mi aveva permesso di sopravvivere – così, altre ancora ne fissai. Avrei cambiato amici. Avrei cambiato città. Avrei cambiato lavoro. Avrei disertato i social network e tagliato i capelli in altro modo.

Tutte queste cose insieme avevano fatto di me un’altra persona, e a volte, fissandomi allo specchio, notavo una crepa tra quel riflesso e l’immagine che credevo di possedere.

C’era la ricorrenza delle fitte intercostali, a lungo andare ne feci l’abitudine – mi preoccupai solo quando sparirono del tutto, come se di colpo mi mancasse qualcosa. Continuai comunque a portare la mano sul petto, il pollice premuto tra le costole mentre parlavo con gente appena conosciuta.

Incontrai un’altra donna. Lei fece di tutto per starmi accanto – io non feci grandi rimostranze, permisi che entrasse e decorasse a suo modo le pareti spoglie della mia solitudine. Del resto, lei mi piaceva e non mi piaceva, come se non riuscisse a conquistare del tutto la mia attenzione, ma questo non glielo dissi mai.

Prendemmo casa insieme. Comprammo il divano, le tende. Inaugurammo un materasso che occupava quasi tutta la camera da letto, lasciando lo spazio per un armadio, il comodino e il tappeto dalla parte sua – non c’era pericolo che io cadessi dal letto in una notte agitata, il mio lato sfiorava la carta da parati, un motivo di iris blu su fondo celestino che si replicava ovunque guardassi.

La carta da parati era stata una scelta sua, io avevo alzato le spalle davanti alle diverse opzioni, ma a dire il vero avevo tratto immediato vantaggio da quell’autonomia – certe notti, non riuscendo a prendere sonno, con la luce dei lampioni che filtrava dalle finestre, trovai un certo sollievo nel contare le iris da destra a sinistra, o a ricucire alcune nel disegno di una costellazione sotto cui inginocchiarmi e chiedere perdono.

Forse c’entrava il fatto che questa donna mi chiese di sposarla, o che mi trovassi nella mia vecchia città per irrimediabili motivi di lavoro – senza pensarci, disobbedì alle leggi che avevo osservato fino allora e che avevano continuato a proteggermi senza che me ne rendessi conto.

Strinsi le loro mani, firmai le loro carte, sorrisi alla fine di una storia spinta che un cliente si premurò di raccontarci, così da accentuare l’energia sessuale che si spandeva intorno alla chiusura di un contratto vantaggioso – poi finsi mal di testa, mantenni la mano sullo stomaco, senza scendere in particolari apparecchiai una scusa per disattendere l’invito a pranzo.

Presi una macchina a noleggio. Filai tra i viali alberati. Imboccai le strade senza sbagliare direzione. Come non mi fossi mai mosso da lì, arrivai in un baleno sotto casa sua. Parcheggiai davanti al portone di cui un tempo avevo la chiave.

Ricordai che una volta, rincasando dopo una festa di matrimonio, incisi con la chiave il suo lungo nome sul legno del portone, anche se lei mi sfilò le chiavi di mano, e cambiò il profilo di due vocali, così che nessuno potesse pensare a noi per quello sfregio. Ma il portone era stato scartavetrato, laccato e tirato a nuovo – un annuncio segnalava che il suo appartamento era stato messo in vendita.

Non l’avrei più vista, ora ne ero certo – non sapevo più dov’era, se la notte rideva ancora nel sonno, se giungeva ancora le mani come una bambina prima di pregare, se le era passata l’allergia che non le permetteva di indossare gli orecchini che le avevo regalato e altri metalli – e le fitte, come amici fidati, tornarono a serpeggiarmi tra le costole.

Poggiai la fronte sul volante, e presi a tremare, a tremare come quando ci lasciammo – e per salvarmi, ormai fuori dallo steccato delle leggi, e in balia degli eventi, girai le chiavi della macchina, e mi allontanai velocemente.

Guidai tutto il pomeriggio, e la notte, quando il traffico si diradò, scandagliai ancora più a fondo il ventre scuro della città. Notai i tossici dietro certi angoli grattarsi le mani fino a sanguinare, e gli spacciatori nascondere le dosi dentro grandi fioriere, e le squadre della polizia fumare davanti a un bar aperto ventiquattrore su ventiquattro, tutto un giro di gente che, in un vortice di malinconia e desiderio, si toccava, si prendeva, si lasciava, si prendeva, si lasciava ancora.

Poi vidi una donna sotto un semaforo. Aspettava il suo turno per passare sulle strisce. Aveva i capelli corti, la giacca di pelle, la gonna nera, le calze velate, un paio di stivaletti. Stringeva tra le mani un vaso da cui emergeva una coppia di iris blu il cui capo assopito oscillava nel barbaglio freddo delle luci al neon. Sembrava lei, anche se non era lei – non aveva mai avuto i capelli corti, non era stata né così bionda né così alta – proprio per questo, dato che non sapevo quali forme avesse accolto la sua nuova esistenza, la rese ancora più vicina a tutte le possibilità che aveva realizzato lontano dalla mia presenza.

Guidai ancora, e prima di sprofondare in un sonno nerissimo, parcheggiando sul lato di un distributore di benzina, ripetei come un mantra le nuove leggi che avrebbero dovuto proteggermi nelle prossime ore – avrei lasciato quella città, non ci sarei più tornato, non ci sarei tornato mai più – ma alle prime luci dell’alba, quando il benzinaio bussò sul vetro, e mi fece segno di sparire, le avevo già dimenticate, allungando la scia scura seguita alla prima disobbedienza.

Tornai sotto casa di lei, appuntai il numero dell’annuncio che segnalava la vendita del suo appartamento. Aspettai in un bar che si facesse un’ora decente, non riuscii a terminare neanche una misera colazione. Poi telefonai al numero dell’annuncio. Cercai di fissare prima possibile un appuntamento, mi diedero udienza appena dopo pranzo.

Quando l’agente immobiliare arrivò, ero fermo davanti a quel portone da ore. L’agente immobiliare era un uomo alto, pettinato, abbottonato nel completo elegante, splendeva la semiluna delle sue unghie curate, aveva un nodo della cravatta esagerato. Mi strinse la mano. Disse che quell’appartamento era una bomboniera.

Dal modo in cui mi guardò, dalla velocità con cui ritrasse la mano dopo avermela data, si capiva che gli facevo pena, pensando che in quanto ad affari, su di me, non c’era da contare – dovevo proprio avere un aspetto disastroso.

Tentai di recuperare, ma quanto farfugliai non fece altro che peggiorare la situazione, così mi toccò stargli dietro mentre ancora più rapidamente espletava le sue funzioni aprendo il portone, salendo le scale, sfregando le suole delle scarpe lucide su un tappetino consumato.

Infilando la chiave nella serratura, l’agente immobiliare disse che in quell’appartamento aveva abitato una coppia insolita – mai vista tanta complicità e aderenza sentimentale tra due persone, disse – ed io, mentre lui varcava la soglia, immaginando quella complicità, sentii un bruciore allargarsi sul petto, e provai la sensazione di andare giù, di cadere.

Ecco a cosa stavo andando incontro, pensai – e riprendendomi, entrando nell’appartamento con passo furtivo, come per evitare di svegliare qualcuno, fui tentato dal chiedere dove avesse preso casa la coppia, ma mi trattenni un attimo prima di precipitare in quell’abisso. Io, sotto casa di lei, all’infinito.

L’appartamento era completamente spoglio. Ma l’agente immobiliare con gesti affilati e ancora più affilate parole assegnò a ogni spazio vuoto una propria identità – qui la cucina, là il soggiorno, questo il bagno, in fondo la camera da letto.

Lo seguì tra le stanze. Sentii i suoi tacchi risuonare sul parquet. Vidi la luce montare dalle finestre e colare senza impedimenti fino all’angolo più nascosto. Ed io, nonostante conoscessi una a una le liste a spina di pesce del parquet, feci fronte alla schiera armata dei ricordi, e li respinsi con fermezza da dove erano venuti.

Impallidivo, questo sì. Mi tremavano le mani. L’agente immobiliare, fissandomi, chiese se avessi bisogno di un bicchiere d’acqua – rifiutai, tenni duro anche lì. Mentre completavamo la visita dell’appartamento, non mi feci condizionare dai rettangoli anneriti che a lungo andare avevano lasciato i quadri sulle pareti, o dalle fossette che i piedi del divano avevano procurato sul parquet, come se tutto fosse svanito, e di ogni cosa non rimanesse altro che il fantasma scuro o la forma cava.

Crollai solo quando in camera da letto trovai un vaso di terracotta da cui salivano il fusto e le foglie di un iris blu. Era a terra, in un sottovaso, sul parquet. L’agente immobiliare disse che quel vaso era l’unica cosa che la coppia aveva abbandonato lì dentro, lui stesso innaffiava la pianta ogni volta che veniva.

Così, caddi giù, in ginocchio. Con voce rotta, confidai tutto all’agente immobiliare, e riepilogai la separazione, le leggi, la disobbedienza, il fatto che avevo già abitato quell’appartamento.

Stringendo forte le mani, aggiunsi che l’iris era il suo fiore preferito. Quella pianta era un mio regalo, non riuscivo a spiegarmi come avesse potuto sopravvivere tutto quel tempo.

L’agente immobiliare, dall’alto dei suoi tacchi, mi guardò. Doveva essere ben predisposto dal fatto che era riuscito subito a inquadrarmi, consentendogli di provare il suo intuito professionale, oppure, semplicemente, gli fece impressione lo schianto dei miei ginocchi sul parquet – quando gli chiesi se potessi restare solo, qualche minuto, nell’appartamento, ebbe un moto di carità. Disse soltanto di uscire e chiudere il portone appena avessi finito. Poi si allontanò, non sentii il rintocco dei suoi tacchi, svanì tra le stanze con una delicatezza che poco prima non ero riuscito ad associare alla sua figura.

E aspettai, respirando forte, guardando fuori dalla finestra, la stoffa del cielo tesa senza la più piccola increspatura. Poi la luce saettò tra le finestre, e scintillò sulle foglie appuntite, e l’iris mi richiamò a sé.

A dire il vero, dal momento in cui ero entrato nell’appartamento, non sapevo cosa avrei dovuto fare, se non torturarmi ancora le mani, respingendo per quanto possibile l’assalto dei ricordi, ma quando mi ritrovai solo, in ginocchio, davanti a quella pianta muta e implacabile nella sua compostezza, avvertii – acuto, vivissimo, dentro di me – un desiderio. Mangiare l’iris. E non riuscii a trattenermi. E così feci.

Iniziai dalla corolla, le foglie, il fusto, già che c’ero le radici, e poi il terriccio che conteneva il vaso. Portai tutto alla bocca, in piccole parti. Levai qualche sassolino dal terriccio. Mi premurai di masticare lentamente, in modo che ogni cosa si sminuzzasse e si sciogliesse.

Era tutto finito, pensai. Guardai il vaso vuoto e rovesciato sul parquet. Strofinai le mani nere di terriccio sui pantaloni. Con un sapore acido e amarissimo in bocca, mi alzai.

Non feci neanche in tempo a mettermi in piedi. Mi girò la testa, una fitta straziante mi tagliò lo stomaco in due. Tenendomi con una mano alla parete, presi a vomitare. Vomitai senza freno, mi colava quella poltiglia scura tra i denti, uno sgocciolio nero mi scese dal naso.

Più vomitavo, più quella pozza nera, blu e verdastra si allargava sul parquet, e quando finii l’intera estensione della camera da letto ne era ricoperta. Credevo di morire per gli spasmi dello stomaco, tutto intorno la pozza si solidificò in una crosta, e poi si ruppe, si crepò, si sbriciolò, come fosse terriccio.

Chiusi gli occhi, sperando che quel dolore fuggisse da me, lontano. Non avevo fatto nulla per meritare questo – lì riaprì. Asciugando le labbra sul polso, vidi piccoli germogli sbucare dal terriccio. Gli steli e le foglioline drizzarsi senza sosta. Le infiorescenze blu spiccare sul bianco delle pareti.

Le iris avevano conquistato la camera da letto. Io pensai solo agli occhi grandi dell’agente immobiliare quando, durante la prossima visita, avrebbe trovato quel giardino.

Poi mi sentii vagamente meglio, strisciai qualche passo tra le iris. Cercando di non schiacciarne nessuna, arrivai in corridoio. Mi battevano forte le tempie. Non potevo restare ancora lì dentro, avevo bisogno d’aria – non sapevo cosa ne sarebbe stato di me da allora in poi.

Però, prima di uscire da lì, mi voltai. La luce benediva le iris una a una, un vento impercettibile piegava loro il capo. Sembravano guardarmi, e allo stesso tempo sembravano non avere alcuna cura di me. E allora dissi grazie, a chiunque fosse, per tutto questo. Chiusi con delicatezza la porta della camera da letto e lasciai l’appartamento.

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
Commenti
3 Commenti a “Storia del mio giardino”
  1. Vito scrive:

    Louise Gluck

  2. E. scrive:

    Davvero bello. Grazie.

  3. ezz scrive:

    Bello, lo rileggerò ancora, bella idea, bel ritmo.
    Però: “lì riaprì”.

    “”Chiusi gli occhi, sperando che quel dolore fuggisse da me, lontano. Non avevo fatto nulla per meritare questo – lì riaprì. “”

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