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Storia di Nino e Ida, vittime della mafia

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Lunedi è morto Giovanni Aiello, anche noto come «Faccia da mostro», indagato e prosciolto dalle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta, per il reato di strage. Il nome di Aiello è stato più volte associato dai pentiti alle stragi di via D’Amelio e di Capaci, ma anche agli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e del poliziotto Nino Agostino. A questo proposito, riproponiamo un pezzo scritto da Gabriele Santoro.

La storia di Augusta Schiera e Vincenzo Agostino è iniziata a bordo di un autobus, il numero tre. Palermo stava affacciata alla finestra del boom economico italiano. Lei giovane sarta, lui muratore, è stata una questione di sguardi lungo il comune tragitto quotidiano. Correva l’anno 1956, entrambi orfani di padre, un giorno hanno fatto finta di perdere quell’autobus, il tempo piccolo di una passeggiata e quello lungo di un amore che continua a sfidare uno degli inestricabili misteri italiani.

Vincenzo racconta come i suoi occhi azzurri lucidi, mentre nella stanza attigua della casa palermitana il quindicenne Nino gioca. Augusta sostiene che le coincidenze abbiano un’anima. Il nipote sarebbe dovuto nascere nel settembre del 2001. È venuto al mondo il 5 agosto, a dodici anni esatti dall’assassinio del figlio, il poliziotto Antonino Agostino, assegnato al Commissariato San Lorenzo, e della nuora Giovanna Ida Castelluccio. Nino, nato prematuro di un mese e mezzo, è un ragazzino vivace, che vive nel nome dello zio ucciso. Ida, un’altra nipote, ai nonni dice: «Non siate tristi perché sarò, saremo i vostri testimoni».

A ventisette anni di distanza dal duplice delitto, per Antonino e Ida non c’è ancora una verità processuale, che ricostruisca gli eventi. Non c’è pace per una famiglia, che attende di sapere quale intreccio di interessi abbia prodotto un crimine così efferato. Per riannodare i fili contorti di questa vicenda si può cominciare da una dichiarazione rilasciata da Mimmo La Monica, collega di Agostino fino all’ultimo turno di pattuglia svolto insieme, dopo poche ore dalle esecuzioni attentamente pianificate: «Non si capisce più che sta succedendo in città. Siamo bersagli mobili e non sappiamo chi ci ammazza». Sullo stesso tono il magistrato Giusto Sciacchitano, che da subito coordinò l’inchiesta, in un virgolettato riportato da La Stampa: «A Palermo viviamo male come giudici e come cittadini, mi auguro che questo delitto così grave raffreddi l’atmosfera e ci faccia ritrovare serenità per ottenere di nuovo buoni risultati».

Al Palazzo di giustizia era la stagione del discredito delle istituzioni, dell’indebolimento del pool antimafia, delle guerre intestine fra magistrati. Era l’estate del fallito attentato all’Addaura, che avrebbe dovuto anticipare la strage di Capaci, e quella caldissima della delegittimazione delle lettere del Corvo che allarmò anche gli americani, così attenti e interessati al lavoro di Giovanni Falcone. È significativo che tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato statunitense non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. Quei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa presa in affitto da Falcone e il mare. Quel giorno all’Addaura c’era anche il magistrato svizzero Carla Del Ponte, che stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco.

I diplomatici statunitensi non si capacitavano di come il sistema Italia ostacolasse, denigrasse all’apice della lotta la sua migliore risorsa contro la piaga del crimine organizzato. «I giudici antimafia hanno speso più tempo attardandosi nel combattere fra loro che nel contrastare la mafia. Accuse senza fine e controaccuse hanno così intorbidito le acque che ogni significativa misura contro sospettati di mafia ha dovuto essere pretermessa», recita il cablo E65 – Confidential del 13 ottobre 1989. Il cablogramma E54 – Confidential, intercorso tra l’Ambasciata statunitense e il Dipartimento di Stato, cita anche l’oscuro duplice omicidio commesso a Villagrazia di Carini.

In quelle settimane il ministro dell’Interno Gava ammette che la mafia finanzia il debito pubblico italiano, che aveva già esondato gli argini in una crescita incontrollata, mentre il ministro del Lavoro Donat Cattin esterna che il problema del contrasto alla mafia dipende dall’anagrafe: servono magistrati non siciliani. Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, nel ruolo ricoperto da Antonino Caponnetto al vertice del pool, Paolo Borsellino tuonò con due interviste: in buona sostanza «dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esisteva una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome».

Nel cuore dell’agosto 1989 i principali quotidiani nazionali associarono per giorni i veleni a quelle due morti apparentemente prive di movente. Il clima è riassumibile nel titolo: «Palermo litiga, la mafia uccide». Ma che cos’è la mafia? Dopo il funerale, celebrato nella Chiesa di Sant’Eugenio, Vincenzo Agostino affidò le proprie sensazioni lucide al Corriere della sera. Parole che oggi leggiamo nell’analisi (Storia dell’Italia mafiosa/2015) di Isaia Sales: «Una criminalità di tipo mafioso è tale se coloro che sono preposti alla repressione e al governo della cosa pubblica sono con essa in rapporti. Un mafioso è, dunque, tale se intreccia relazioni di ogni tipo con parte di coloro che dovrebbero reprimerlo, allontanarlo, giudicarlo».

Vincenzo ripete l’espressione “mele marce”, che avrebbero ostacolato la ricerca della verità fin dalla  notte fra il 5 e il 6 agosto 1989. La definisce una storia di depistaggi, di documenti mancanti, sottratti come in molti misteri collegati alla mafia. «Ho paura che la cronaca, la gente, lo Stato inghiotta anche questi due cadaveri innocenti senza che cambi nulla», disse al Corriere della sera.

Attualmente a Palermo, dopo il respingimento della precedente richiesta di archiviazione da parte dei pm, il Gip Maria Pino ha accolto la richiesta della Procura di Palermo di prorogare le indagini sul caso per sei mesi. Si sono tenuti importanti incidenti probatori come l’esame dei pentiti Vito Lo Forte e Vito Galatolo, e il confronto all’americana tra Agostino e l’ex poliziotto Giovanni Aiello riconosciuto, che nella ricostruzione qualche giorno prima dell’omicidio sarebbe andato a cercare Nino a casa, trovando Vincenzo. Quest’ultimo colloca l’incontro nel luglio 1989, circa venti giorni dopo i fatti dell’Addaura e ricorda:

«Stavo facendo qualche riparazione nella casetta al mare, vicino a Punta Raisi, quando si introdusse senza bussare un maleducato. Mi guardò e domandò: “C’è suo figlio, il poliziotto?”. Risposi di no e se ne andò senza salutare. Era Nino Madonia. Lo rincorsi chiedendo chi fosse: “Digli che siamo colleghi”. C’era un altro personaggio biondastro, bassino, con il volto deformato come se avesse il vaiolo, ad aspettarlo sulla moto. Questa scena e le parole mi restarono impresse. Mi preoccupai molto, ma a Nino non raccontai l’episodio. Successivamente l’ho fatto con i magistrati».

Aiello è fra gli indagati con i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto. Secondo la versione di Lo Forte i tre avrebbero preso parte all’omicidio e le ragioni andrebbero cercate fuori da Cosa nostra e dentro alle forze di polizia.

La voce di Vincenzo si incrina ancora, quando sussurra con rabbia e dolore di essere l’unico padre vivente ad avere visto cadere il figlio sotto i colpi dei killer. Antonino amava il mare. Augusta lo ripete, come se fosse un’emozione particolare: «Lui trascorreva al mare tutti i suoi momenti liberi. Rappresentava un elemento indispensabile alla sua vita. Era la sua passione. Pescava ed era un sub esperto».

La sera del 4 agosto 1989 Agostino, già sposato con Ida, prese la barca e la rete con un altro giovane amico e il padre, con i quali era solito andare a pescare in mare aperto. Alle due di notte, rientrato nella casa in affitto sul litorale a Villagrazia di Carini, comunicò a Vincenzo il cambio di turno al commissariato. Flora, la sorella minore, la sera del 5 avrebbe voluto iniziare a festeggiare in discoteca il proprio diciottesimo compleanno, che ricorre il 6. «Lo svegliai la mattina presto. Facemmo colazione guardando il mare. Poi Antonino mi mise una mano sulla spalla, aggiungendo: “Si chiamerà come te, Vicè”. E se ne andò a lavoro con un sorriso». Ida aveva appena saputo di essere all’inizio della gravidanza. Augusta lo chiama un semino piantato, al quale non è stato concesso di crescere.

Alle 14 del 5 agosto Nino concluse il turno di servizio con una gioia. Con Ida dovevano recarsi dal fotografo a ritirare l’album del matrimonio e avrebbero dato la buona notizia della dolce attesa a tutti i familiari. Da Altofonte, dove gli sposi vivevano in affitto, raggiunsero la casa al mare degli Agostino a Villagrazia di Carini. Vincenzo ha nel cuore il silenzio assordante, la calma relativa prima della guerra: «Nino era uscito per mostrare alla vicina di casa le fotografie. Ero davanti al televisore e ricordo il silenzio assoluto della strada. Quella sera non c’era traffico. All’improvviso sento un botto, pensavo si trattasse di un petardo, poi un altro e un altro ancora». Una voce non smette di rimbombargli nella testa. È quella di Ida che emise un urlo buio, straziante: «Stanno ammazzando mio marito».

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Vincenzo scattò dalla poltrona per raggiungere l’uscio di casa. Nino cercava di schivare i colpi, entrando nel cancello: «Riuscì a spalancarlo. Veniva verso di me. Ho visto come lo penetravano quei proiettili, che mi fischiavano nelle orecchie». Nino buttò a terra Ida nel tentativo estremo di salvarla. Nella dinamica impressa nella memoria di Vincenzo, lei si rialzò gridando: «Io so chi siete». Poi le hanno sparato un colpo al cuore: «Avevo adagiato Nino, mentre lei cercava di raggiungerlo a carponi».

Ida, appena ventenne, occhi azzurri e capelli neri, aveva da poco ottenuto la maturità classica. Si sarebbe voluta iscrivere all’università e diventare un’insegnante. Era un’amica di Flora. Aveva conosciuto Nino nel 1986 in occasione del quindicesimo compleanno di Flora. Il loro matrimonio è durato un mese e quattro giorni. Al civico 699 di via Cristoforo Colombo è finito tutto.

Per Ida ci fu una corsa disperata in ospedale. Augusta e un vicino la caricarono in macchina, illudendosi che ci fosse una qualche speranza di sopravvivenza. Le immagini televisive di archivio dell’epoca mostrano il cancello azzurro con tre segni di gessetto a rilevare i fori dei proiettili e si scorge una coperta appena varcato l’ingresso. Augusta di ritorno dall’ospedale, calatasi fra le gambe di poliziotti e carabinieri, alla vista del corpo inanimato senza uno straccio addosso, entrò in casa a prendere quella coperta. Sul posto giunse anche Paolo Borsellino, che era in villeggiatura a poca distanza.

A caldo il fratello maggiore di Nino lo girò sottosopra per cercare la pistola di ordinanza. Era disarmato. I due killer scapparono a bordo di una motocicletta, una Honda di grossa cilindrata, poi ritrovata bruciata, che risultò essere stata rubata due mesi prima a un pregiudicato. «In quegli anni, in quel punto non era mai, mai, passata una macchina della polizia. Pochi istanti dopo l’esecuzione vidi arrivare in senso di marcia inverso una volante. Stranamente c’era un solo uomo. Voleva sapere che cosa fosse successo. Mi pose domande strane, stupide. Mi arrabbiai e presi il baracchino per le comunicazioni all’interno dell’auto. Quest’ultima si allontanò e in breve tempo dalla centrale molte volanti raggiunsero via Cristoforo Colombo 699». Il primo lancio dell’Ansa, che diede la notizia, è delle 20.26.

In quella notte di tempesta Vincenzo fissa un punto che ritiene decisivo. Dalla scena del delitto, dal portafogli di Nino caddero vari biglietti. In uno dei quali ci sarebbe stato scritto: «Qualora mi succedesse qualcosa andate a guardare nel mio armadio». La stessa notte Flora venne portata a casa del fratello, che fu perquisita. «Le mele marce non hanno avuto nessun rispetto, neanche per mia figlia», dice Vincenzo. Anche Flora sognava di entrare in Polizia. A settembre sarebbe partita per il concorso. Era spesso al Commissariato San Lorenzo, era curiosa, incalzava il fratello: «Lui però non raccontava nulla. Quella sera i colleghi mi hanno portata a casa sua. Essendo molto legata a Nino avrei dovuto sapere qualcosa. Mi interrogarono per molte ore. Mio padre venne a riprendermi tra le tre e le quattro. Completarono la perquisizione dicendo: “Abbiamo trovato, possiamo andarcene”».

Gli appunti di Nino sono spariti. Del suo memoriale sono rimaste poche tracce scritte, ora di pubblico dominio, in una delle quali leggiamo:

«La mafia è un fenomeno in evoluzione. Da rozzo venditore il mafioso manda adesso i figli a scuola. Si istruiscono a spese di questo Stato in cui loro stessi sono parassiti. La mafia è come un cancro inestricabile che sta lentamente infettando la società. Adesso capisco il disprezzo dei settentrionali verso i meridionali. Provo disprezzo contro quella parte di siciliani, di cui purtroppo ero parte anch’io, che si estranea da questa realtà come se a loro non interessasse niente. Un giorno la mafia arriverà ad avere un peso maggiore nella politica».

La famiglia Agostino ha sempre creduto e ripete che in quelle pagine sottratte potrebbero esserci le risposte, gli atti mancanti.

Anche Vincenzo fu interrogato dall’allora Capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Uno scambio acceso: «Voleva sapere quello che sapevo. Ripeto, siccome mio figlio a proposito del lavoro era riservatissimo, non avevamo alcuna informazione. La Barbera ha insistito con arroganza, minacciando l’arresto. A questa parola me ne sono andato via. Dovevo vegliare la salma di mio figlio. Sono corso al cimitero di Carini, dove avevano portato i due cadaveri. Quella notte ci siamo sentiti soli, abbandonati dallo Stato». Alle prime luci dell’alba la famiglia Agostino venne raggiunta dal Capo della Polizia di Stato Vincenzo Parisi e dal ministro dell’Interno Gava. Vincenzo accenna alle pacche sulle spalle, ma ha sempre la stessa domanda: «Che cosa c’era scritto dentro agli appunti, ritrovati a casa, che lasciò mio figlio?»

Parisi, visibilmente scosso, si concesse ai microfoni Rai: «La mafia vuole fermare lo Stato. Colpisce con la sua mano vile affinché lo Stato si fermi». Il primo elemento dirimente della vicenda è che nessuno dentro alla Polizia fa luce su quale fosse il ruolo dell’agente Antonino Agostino. Sulla stampa filtrano ipotesi del tutto discordanti. Nei primi due giorni successivi al delitto il cognome diventa Agostini ed è rappresentato come un agente senza alcun incarico di rilievo, mai occupatosi di indagini di mafia. Nelle parole dell’allora questore Fernando Masone: «Non è possibile dare un giudizio, perché non mi risulta che la vittima avesse partecipato a indagini su attività mafiose».

Per il vice questore Saverio Montalbano, dirigente del Commissariato San Lorenzo, Agostino «era un ragazzo serio che svolgeva il suo lavoro con molta professionalità. Non aveva mai dato alcun problema ed era impegnato in servizi di pattugliamento nella zona di mia competenza». Montalbano è il funzionario che per anni aveva diretto la sezione investigativa della Squadra Mobile. Aveva seguito le più importanti e delicate inchieste sui misteri di Palermo, sui delitti La Torre e Mattarella, e dunque sul terrorismo politico mafioso. Da pochi mesi era alla guida del Commissariato San Lorenzo, dopo la bufera che aveva decapitato i vertici della Squadra Mobile palermitana.

Montavano le accuse di depistaggi a Bruno Contrada. La stampa qualificò come mesta la cerimonia nell’anniversario della morte di Ninni Cassarà e Antiochia: «La Palermo che ricorda i suoi morti non riesce neanche più a stupirsi». Il bunker del Palazzo di giustizia è “il paradiso delle spie”, mentre il sindaco Leoluca Orlando chiede la verità sui grandi delitti politici. Il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, annuncia: «Batteremo la mafia con gli 007».

A distanza di un paio di giorni, il 9 agosto, lo stesso Masone dichiarò: «Un delitto preventivo deciso quando ai boss è apparso chiaro che Agostino poteva costituire un pericolo. Privilegiamo la tesi del delitto di grossa mafia. Si indaga su qualcosa che esula dal Commissariato San Lorenzo». I giornali di conseguenza titolarono: «Ucciso perché sapeva troppo». Quell’agente normale sarebbe stato sulle tracce dei mafiosi latitanti, niente meno che Riina e Provenzano. E avrebbe confidato a un collega, il ventiseienne Mimmo La Monica, di essere su qualcosa di importante. Una confidenza che non appare in nessuna relazione di servizio. Si ipotizzò “una piccola indagine personale”; “entrato in contatto con una realtà mafiosa di grosso spessore indipendente da ragioni di servizio”; “forse aveva visto qualcosa che non doveva vedere”. Alcuni media riportarono anche la sensazione degli inquirenti di essere vicini a una svolta per la soluzione del giallo: «Tre giorni dopo il massacro gli investigatori sembrano aver trovato un filo che può condurli al killer e forse ai mandanti».

Arnaldo La Barbera dopo i funerali delle due vittime, celebrati il 10 agosto, affermò: «Non c’è dubbio che si tratti di un agguato di stampo mafioso. Agostino deve aver toccato qualcosa che non doveva. In ogni caso l’agente non aveva avuto incarichi delicati». Dal giorno di Ferragosto calò il velo sulla vicenda. Il Corriere della sera dedicò un box con foto. Il titolo non è un virgolettato: «Lo hanno ucciso solo perché portava una divisa». Nel primo rapporto consegnato al magistrato dal Capo della Mobile La Barbera non c’era una pista precisa. Nell’articolo si legge: «Agostino non era sulle tracce di un pericoloso boss, non aveva scoperto nulla di clamoroso, o di importante. È morto perché indossava una divisa, perché la mafia avrebbe deciso così».

Castelli di ipotesi via, via smontate. Il fatto sarebbe stato legato all’attività di Agostino nei quartieri ad alta densità mafiosa San Lorenzo e lo Zen. Poi, fuori dal servizio, avrebbe commesso un passo falso pedinando su incarico di Montalbano la moglie del boss latitante dell’Arenella Gaetano Fidanzati, per risalire a quest’ultimo. Il 9 agosto i giornali diedero la notizia di una presunta rivendicazione all’Ansa con ulteriori minacce: «Dopo Mondo e Agostino tocca a Montalbano». Poi ne arrivò un’altra altrettanto poco credibile ai Carabinieri.

Masone smentì che il poliziotto, essendo un esperto subacqueo, abbia lavorato davanti alla Villa dell’Addaura per proteggere Falcone. I telegiornali e la stampa avevano menzionato un collegamento tra i due eventi: «Agostino, sportivo e ottimo subacqueo, ma pure perito elettrotecnico può aver saputo qualcosa e sospettato di qualcuno per il fallito attentato, il 20 giugno, a Giovanni Falcone?», scrisse La Stampa.

Appena dopo i funerali Vincenzo Agostino, preoccupato dall’impossibilità di leggere le carte lasciate dal figlio, apparve già sfiduciato pubblicamente: «È meglio che lavorino per trovare gli assassini anche se ho poca fiducia, anzi quasi niente. Temo che con la mafia non succeda quella che è stata la reazione contro il terrorismo. Se i mafiosi non fossero appoggiati dai politici la mafia non esisterebbe», disse al Corriere della sera. A dieci giorni dal delitto si parlò di pallottola nel mucchio senza movente. Una morte decisa per innalzare la tensione e il disorientamento nelle forze, che lottano contro la mafia nel pieno delle polemiche sul Corvo al Palazzo di giustizia.

La pista inconsistente, che sopravvisse, fu un presunto delitto d’onore, un movente passionale. A Vincenzo e Flora, appena consumato il delitto, chiesero notizie su una precedente relazione sentimentale di Nino con una ragazza, la cui famiglia sarebbe stata in odore di mafia.

Nessuno ha risposto alla domanda originale e fondamentale: quale ruolo ricopriva, di che cosa si occupava l’agente Agostino? «Vorrei che la sua chiave entrasse nella mia serratura. Nino, quando rientrava, mi cercava in tutta la casa: “Mamma dove sei e mi abbracciava”. Questo mi manca da ventisette anni», dice Augusta.

I genitori di Nino non hanno avuto l’opportunità di una formazione scolastica. Questa è stata la loro priorità, quando hanno scelto di costruire una famiglia: tutti i figli avrebbero dovuto frequentare la scuola. Antonino, classe 1961, si diplomò e poi partì per il servizio militare. Le rispettive famiglie dei genitori non avevano alcun precedente penale e dunque poté accedere nel 1983 in Polizia. Una scelta, che mise in apprensione i familiari, inizialmente dettata dalla necessità economica di un’entrata fissa. L’impegno di Nino si fece sempre più maturo e responsabile. Il lavoro non cambiò il suo carattere cordiale, lo descrivono come una persona sorridente.

«Mio figlio era generoso nel suo lavoro – spiega Augusta –. Dopo la morte sapemmo quanto si sia dedicato ai poveri, ai tossici che delinquevano allo Zen. In particolare ci commosse la morte per overdose di un giovane, che Nino aveva cercato e in qualche modo era riuscito a salvare in precedenza. Non si comportava da sbirro con i più deboli. Molti ragazzi dello Zen, dopo l’omicidio sono venuti a incontrarci: “Suo figlio ha lasciato un segno in questa zona. Non è mai stato altezzoso”. Utilizzava spesso il suo straordinario, 150mila lire al mese, per sostenere gli orfani di Villa Nave. Questo impegno lo univa alla fidanzata Ida. Mio figlio era un uomo onesto, che amava la vita. E purtroppo è diventato eroe suo malgrado. Voleva essere semplicemente un padre e un marito felice, ma non gliel’hanno permesso».

Il sopracitato agente La Monica partecipò al matrimonio del collega Agostino. Lo stesso è fra i primi intervistati dalla televisione pubblica, alla quale confidò solamente la serenità di Nino. Si erano salutati dopo la fine del turno di giornata, il 5 agosto: «Sorrideva, era contento. Si era sposato da pochissimo ed era andato in Grecia». Addirittura dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio La Monica, secondo quanto testimoniato da Saverio Montalbano, rivelò al dirigente una confidenza: Agostino gli avrebbe detto che in qualche modo intratteneva rapporti con i servizi segreti.

Ipotesi che Vincenzo smentisce con energia: «So benissimo che mio figlio prendeva soltanto uno stipendio. Sfido chiunque, in qualunque struttura, a dimostrare che Nino era pagato da altre strutture. Conosco tutti i suoi conti. Per sposarsi aveva contratto un prestito di dieci milioni di lire, che trattenevano tanto al mese sulla busta paga ed è stato estinto con la liquidazione. Non so da dove La Monica abbia tratto questo».

Lo Stato deve accettare di guardare dentro sé stesso innanzitutto per assicurarsi di voler voltare la pagina di quei veleni, di quegli scenari da guerra civile nella quale, si sa, talvolta le parti in causa sono  oblique. Questa è la certezza che ha maturato Vincenzo Agostino, un padre senza giustizia e verità. Una tesi che deriva dalle troppe incertezze, dai silenzi e depistaggi che hanno avvolto in una coltre di nebbia un’efferata sentenza di morte. Per dirla con le parole del magistrato Nino Di Matteo: «Particolarità è l’assoluta carenza di circolazione di notizie all’interno di Cosa nostra. La frammentarietà delle notizie tipica dei delitti che l’organizzazione commette su richiesta altrui».

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C’è una bella fotografia che ritrae Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, seduti vicini nella chiesa di Sant’Eugenio per le esequie di Nino e Ida. Vincenzo rievoca la presenza di Falcone alla camera ardente e brevi parole, tutte da interpretare e vagliare: «Devo la vita a loro due». Parole in qualche modo ribadite da Saverio Montalbano al processo Capaci bis, dove ha menzionato un colloquio con il magistrato: «Questo è un omicidio contro me e te».

 

Si ripiomba dunque nell’altro mistero, l’Addaura: «Si scontrava chi voleva tirare fuori la verità sul fallito attentato all’Addaura e chi no. Dagli anni Settanta in poi a Palermo c’era chi aveva giurato fedeltà allo Stato e non si è voluto fare corrompere da nessuno, trattare con nessuno. Questi hanno pagato tutti con la vita. Ho sempre detto che il primo magistrato coraggioso senza scorta, senza auto blindata, si chiamava Pietro Scaglione. Gli uomini che in quegli anni, dopo il boom edilizio di Palermo, volevano pulire la città sono caduti sotto i colpi dei sicari, anche perché dentro al Palazzo di Giustizia c’erano tanti veleni». Agostino formula questa ipotesi: «Mio figlio è stato ucciso, perché si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato con molta probabilità all’Addaura come sommozzatore per evitare che i candelotti di dinamite esplodessero. Ha visto chi c’era lì in quel luogo, chi erano le mele marce e chi non lo erano. Ecco perché Falcone è venuto a casa».

Dai funerali Agostino non ha più incontrato Falcone, a differenza di Borsellino che vide a più riprese nei quaranta giorni successivi al delitto: «Quando mi vedeva mi salutava affettuosamente. C’è stato un rapporto diverso. Durante l’ultimo discorso di Paolo alla biblioteca comunale di Palermo ero in piedi per il nervosismo, dietro di lui».

Agostino resta prudente sulle versioni dei fatti proposte dai pentiti. Non sta a lui accertarne la veridicità, ma ha qualche domanda sul loro utilizzo e non utilizzo. Cita il pentito Oreste Pagano, secondo il quale poliziotti della Questura di Palermo avrebbero avuto rapporti con il mafioso Gaetano Scotto per uccidere Agostino, il quale avrebbe potuto rivelare i legami della mafia con alcuni componenti della questura. Pagano, camorrista di rango, era in rapporti per il traffico di droga con Vito Rizzuto, il capo della mafia canadese legato a quella siciliana, presentatogli nel 1993 a Montreal da Alfonso Caruana. Entrambi presenti al matrimonio del figlio di Rizzuto, Nicolò Junior, Pagano notò un uomo che gli sembrava di conoscere. Era Scotto, che rappresentava la mafia siciliana per rendere omaggio all’evento. «Caruana mi riferì, altresì, che lo stesso Scotto era latitante in quanto ricercato per l’omicidio di un poliziotto e della moglie in stato di gravidanza», si legge in un verbale con le dichiarazioni di Pagano.

Agostino accenna anche alla morte di Luigi Ilardo, un informatore dei carabinieri che parlò della presenza a Villagrazia di Carini di “Faccia da mostro”, Giovanni Aiello, presunto agente di collegamento tra famiglie mafiose e servizi segreti. Ilardo, cugino del boss Giuseppe Madonia, fece anch’egli riferimento al coinvolgimento di Scotto. È stato assassinato la sera del 10 maggio 1996 a Catania, qualche giorno prima di mettere a verbale le sue confessioni.

Giovanni Aiello, ormai settantenne, rinominato con l’appellativo Faccia da mostro a causa del volto sfregiato da una fucilata, è considerato figura chiave in questa vicenda. Il pentito Lo Forte lo coinvolge con un ruolo di assistenza a Scotto e Madonia nel duplice omicidio. Il 26 febbraio nell’aula bunker dell’Ucciardone per l’incidente probatorio Vincenzo Agostino ha riconosciuto in Aiello l’uomo che cercò il figlio a casa fra l’8 e il 10 luglio 1989. Prima d’imbarcarsi destinazione Grecia per il viaggio di nozze, nei ricordi dei familiari, Nino aveva la percezione di essere seguito. La vigilia della partenza dall’aeroporto di Catania fu tesa.

«Da 27 anni attendevo, pregavo di confrontarmi con quella faccia – dice Agostino –. L’hanno truccato, trasformato, ma non è valso a nulla: il suo volto non se n’è mai andato dalla mia mente, dai miei occhi. Già nel 2011 mi avevano chiamato a Roma, a spese mie, alla Dia per un riconoscimento fotografico, mentre chiedevo di incontrarlo personalmente. Non è stata soltanto la mafia. Questa convinzione angosciosa è nata nei cinque giorni durante i quali abbiamo vegliato mio figlio e mia nuora. In tutta quella confusione c’era qualcosa che non andava. Chi doveva spiegarci, mostrava di avere il carbone bagnato, come si dice a Palermo».

Chi è Aiello, poliziotto fino al 1971, che a Palermo nessuno diceva di conoscere? È lui il killer di Stato, l’agente di collegamento fra mafiosi e servizi segreti?

Manfredi Borsellino ha chiesto a Vincenzo di tagliare la barba, che dal 4 agosto 1989 adorna il suo viso come una promessa mancata di giustizia: «È una protesta, un giuramento che ho fatto principalmente a mio figlio, a mia nuora e all’essere che portava in grembo. Pensavano la smettessi dopo qualche tempo. Non l’ho fatto». Da febbraio il comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza gli ha assegnato una scorta composta da due agenti di polizia con auto blindata. La barba bianca di Vincenzo raffigura l’esigenza di risposte, che attendono centinaia di familiari di vittime innocenti delle mafie. E più in generale la necessità del Paese di fare i conti con una storia criminale plurisecolare, che ha un punto di svolta, affonda le radici anche nell’Unità d’Italia.

Augusta e Vincenzo individuano un momento chiave, che ha indicato loro la strada d’impegno da percorrere. I giornali sottolinearono le parole incisive dell’omelia del gesuita Pintacuda, che celebrò i funerali: «Qui siamo in guerra ma Palermo non è più Sagunto. C’erano segnali in questa città di una nuova estate di massacri. Questo è uno scontro. Palermo è un caso nazionale per la democrazia di tutto il Paese». Flora stringeva forte un pelouche regalatole dal fratello, ripetendo ossessivamente: «E così è finita la nostra festa». Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga mandò una corona di fiori e i Corazzieri. C’erano i vertici della Polizia di Stato, ministri della Repubblica. I familiari ricordano le lacrime e la vicinanza della fotografa Letizia Battaglia; il sostegno del sindaco Leoluca Orlando e quello dell’attuale Presidente Sergio Mattarella.

«Durante il funerale, un piccolo prete dall’altare si mise a gridare giustizia e verità per Nino e Ida. Lo guardai e ascoltai con attenzione. In quel minuto, spinta dalla voce di Pintacuda, ho avvertito come una scossa. Ho pensato che non avrei dovuto vegetare, bensì vivere, chiedere e domandare a Dio e a tutto il mondo. Non ci ha fatto sentire di essere rimasti soli», dice Augusta.

Se le porte della Questura e del Palazzo di giustizia erano spesso girevoli, in Chiesa raccontano di aver sempre trovato l’ingresso spalancato. C’è una lettera che li lega a Don Pino Puglisi. Lo conobbero due mesi prima della sua morte violenta: «Ci invitò in chiesa. Il suo sorriso in mezzo ai bambini di strada è indimenticabile. Ripose la lettera nel suo breviario di preghiera. L’abbiamo ritrovata pubblicata nel libro Il miracolo di Don Pino Puglisi». Negli anni più recenti è forte il legame con Luigi Ciotti e Libera. I coniugi Agostino girano l’Italia, soprattutto le scuole, per rafforzare la memoria, di giorno in giorno più viva. E la testimonianza è diventata conforto.

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«Voi perdonate?». I coniugi Agostino si sentono rivolgere spesso questa domanda: «Non possiamo permetterci neanche questo. Ancora non sappiamo chi dover perdonare. Qualora morissi senza una verità, ho chiesto ai miei figli di scrivere sulla lapide: “Qui giace Schiera Augusta, madre dell’agente Antonino Agostino, una mamma in attesa di giustizia anche oltre la morte”».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
Commenti
2 Commenti a “Storia di Nino e Ida, vittime della mafia”
  1. Edoardo scrive:

    Continuate così ragazzi!

  2. Silvia scrive:

    Non oso immaginare quanto possa essere devastante un dolore di questo genere. Prego per voi affinché possiate almeno ottenere la verità. Con immensa stima e ammirazione per quanto fate e per la vostra forza, vi abbraccio.
    Silvia

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