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Dal Congresso alle primarie democratiche. Storia di Shirley Chisholm, seconda parte

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Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l’ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L’esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Nell’inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell’ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l’educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l’equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l’elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

Chisholm era convinta che negli anni Sessanta le sfide poste nel decennio precedente al segregazionismo avrebbero proseguito a scuotere il paese. Aderì all’atto fondativo del movimento femminista National Organization for Women. Nel 1954 la sentenza della Corte Suprema sul caso Brown versus Board of Education of Topeka, che dichiarava incostituzionale la segregazione scolastica, aveva riacceso la lotta. Il primo febbraio del ’60 quattro giovani afroamericani, violando le leggi del Sud razzista, si sedettero per consumare il pranzo al Woolworth’s Store a Greensboro e rifiutarono di andarsene, prima di essere serviti come il cliente bianco. L’esempio che diede coraggio alla moltitudine degli oppressi nel nome di Emmett Till. Rosa Parks aveva già detto di essere stanca di cedere il posto e guardava lontano fuori dal finestrino.

La nonna di Ella Baker da schiava non aveva accettato di sposare l’uomo scelto dal padrone. La nipote è stata una delle principali protagoniste della battaglia contro la legislazione Jim Crow nel profondo Sud: «Occorreva far comprendere alle persone che avevano un potere da utilizzare nel solo caso in cui avrebbero preso coscienza di quel che stava avvenendo e che i gruppi di azione, la collettività era in grado di controbattere alla violenza», diceva Ella. Milioni di americani ispirati dalla militanza politica degli attivisti per i diritti civili credettero che le iniziative collettive potessero aprire le porte esclusive dei club politici e influenzarne l’agenda. La mobilitazione di massa, combinata alla disobbedienza civile, assumeva un’importanza indissociabile dalla presenza al voto e dalla candidatura dei neri. La lotta per i diritti civili al Nord, specialmente a Brooklyn, era abbastanza diversa dal Sud. La popolazione nera di Brooklyn pativa la segregazione de facto, che incideva dal lavoro al diritto all’abitare, con l’esclusione dalla rappresentanza politica, ma non sperimentava la brutalità dello stato di apartheid, violenza e morte del Sud.

Nel 1964 la disponibilità di un posto presso la Corte Civile di Brooklyn spinse Shirley al grande balzo. L’avvocato Tom Jones, dopo un mandato nell’Assemblea dello Stato di Nyc ad Albany, decise di correre come giudice. Dopo una lunga e fruttuosa gavetta decennale Shirley non diede attenzione a voci ostili o contrarie e si candidò senza riserve per quel seggio lasciato vacante. Shirley autofinanziò, 4mila dollari in totale, una durissima campagna elettorale estiva strada per strada con un messaggio chiave: voglio servire la mia comunità da dove si giostra il comando. Shirley vinse, raccogliendo 18151 voti, con un margine ampio nella corsa a tre contro il candidato liberale e quello repubblicano. Il 1964 fu uno spartiacque per lo Stato di New York e non solo: eletta Chisholm, il reverendo Martin Luther King Jr vinceva il Nobel.

In realtà dietro alla vittoria ad Albany c’è anche un uomo. Andrew Cooper lasciò un segno permanente nel panorama politico locale e nazionale, intentando una causa per la ridefinizione dei confini dei distretti elettorali di Brooklyn. La sua causa come altre (Baker v. Can; Reynolds v. Sims) tra il 1962 e il 1964 affrontarono il nodo della natura geopolitica della rappresentanza congressuale. L’impatto di queste sentenze e la conseguente redistribuzione incrementarono la rilevanza e il potere politico delle aree urbane. A Brooklyn la causa Cooper v. Power produsse la creazione del New York Twelfth Congressional District che nel 1968 elesse Chisholm al Congresso.

Fu stretto il rapporto di Chisholm con il senatore dello Stato di New York, Robert Francis Kennedy. Un prodotto di quella politica è stato ed è la Bedford-Stuyvesant Restoration Corporation, il primo modello di associazione no profit negli Stati Uniti, che a dicembre compirà quarant’anni di attività, per lo sviluppo di una comunità, per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di occupazione in quell’area depressa di Brooklyn.

Shirley continuerà sempre a danzare dentro e fuori dal sistema. L’ampia base elettorale e il consenso costruito nel tempo le consentivano di non subire le ritorsioni, l’esclusione riservata a chi non si allineava al partito. Essere dissidente non comportava alcuna deroga al ruolo legislativo. All’assemblea di Albany presentò cinquanta progetti di legge, otto quelli approvati: un numero sopra la media.

A quarantacinque anni dal primo progetto di legge sul tema, firmato Chisholm, la categoria professionale dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche nello Stato di New York ha conquistato il Domestic Workers Bill of Rights, che nel contesto giuridico del New York State Human Rights Law mette nero su bianco le tutele invocate da Chisholm. I programmi del suo Seek (Search for Education, Elevation, Knowledge) sono componenti integranti della vita accademica della City University of New York e della State University of Nyc. Sempre vigile sulle materie di propria competenza, la scuola su tutte, si segnalò per un’accesa battaglia contraria al finanziamento statale delle scuole private. Shirley si spese invano per un progetto di legge, che mantiene la propria attualità. Voleva rendere obbligatorio per diventare poliziotti la frequenza accademica di corsi sui diritti e sulle libertà civili per una cultura del rispetto delle minoranze e dei rapporti interrazziali.

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Fino alla metà degli anni Sessanta a New York la mappa elettorale per il Congresso privava dell’efficacia il diritto di voto delle minoranze. La sentenza della Corte Suprema, che decretò che i distretti fossero di eguale misura, compatti e contigui senza dividere e disperdere il voto nero, consentì a Chisholm di immaginare la strada verso Washington.

Superate le ruggini, ottenne il sostegno indispensabile del mentore Holder, mancò invece quello di Kennedy, propenso al contendente Thompson. Nel 1968 vedevano a portata di mano un traguardo storico. Furono dieci mesi di campagna elettorale durissima trascorsa a raccontare la storia di una giovane donna figlia di immigrati, emigrata a propria volta, che aveva deciso di sfidare e battere intanto il proprio grande partito. Shirley coniò lo slogan: «Fighting Shirley Chisholm – Unbought and Unbossed». Un manifesto vincente per dire due cose essenziali: il mio voto non è in vendita e più in profondità sono emancipata dalla schiavitù e dal colonialismo; sono una donna forte che non si fa comandare tanto a casa quanto nell’organizzazione politica.

Dopo la vittoria alle primarie Shirley si sentì male. O è incinta o è un cancro, sentenziò il medico alla prima visita. La biopsia scongiurò la malignità del fibroma. Dopo l’intervento riuscito e il decorso post operatorio tornò a casa emaciata, ma decisa a riprendere la strada: «Questa è la combattente Shirley Chisholm. Sono in piedi, in giro, a dispetto dei mormorii della gente».

La questione di genere fu utilizzata dagli avversari, mentre lei non caratterizzò la propria campagna congressuale in chiave femminista. Holder studiò a fondo l’elettorato e un dato deponeva a loro netto favore: per ogni uomo registrato nelle liste del distretto c’erano 2.5 donne, era il tallone d’Achille dei repubblicani. Nel quartiere le famiglie, le case erano guidate soprattutto dalle donne che si registrarono in massa per votare. Erano attive nei club politici, dunque occorreva coinvolgerle, fare rete. Un fattore determinante ignorato dagli avversari. «Le donne sono considerate cittadine di seconda classe come i neri. Una quantità immensa di talenti è sprecata dalla nostra società solo perché quel talento indossa una gonna. Voglio che giunga il tempo nel quale non vedremo più le differenze in base al sesso e al colore della pelle. La discriminazione contro le donne in politica è particolarmente ingiusta, perché non ho visto nessuna organizzazione funzionare senza di loro. Per anni sono rimasta dietro le quinte e ho lavorato per piazzare gli uomini negli uffici politici, scrivendo i loro discorsi e suggerendo come rispondere alle domande».

Il contendente, un afroamericano da Harlem, Farmer, era un leader del movimento per i diritti civili dalla comprovata qualità oratoria, che non tentennò nello scaricare Nixon inviso ai neri di Brooklyn, annunciando il voto per Hubert Humphrey. Farmer ricevette l’endorsement da celebrità quali Nina Simone. Le due candidature erano il segno dei tempi, travolti però in quel cruciale 1968 dalla violenza assassina che fece ripiegare il Paese. La campagna di Farmer, sposato con una donna bianca, si distinse per il maschilismo, ma non era una novità. Le donne erano marginalizzate anche dentro al movimento per i diritti civili. Nella grande marcia dell’agosto 1963 a Washington, Dorothy Height, al vertice del National Council of Negro Women, fu l’unica fra i leader delle maggiori organizzazioni a non parlare dal palco.

Nei dibattiti e confronti diretti Chisholm sbaragliò Farmer tanto quanto nelle urne: 34.885 voti a 13.777. Un trionfo che le diede la ribalta nazionale e le prime pagine dei giornali, ormai era bombardata dalle richieste di interviste. È interessantissimo in questo senso il lavoro di analisi sui media di Erika Falk: Women fot President, Media Bias in Eight Campaigns. Chisholm era spesso etichettata dalla stampa con lo stereotipo della femminista arrabbiata.

Shirley si è sempre presentata in anticipo sulla Storia. All’apertura della novantunesima sessione del Congresso degli Stati Uniti arrivò invece con un po’ di ritardo e infranse una delle tradizioni venerate della casa, prima di procedere al giuramento, entrando con il cappotto e il cappello ancora indosso. I deputati le chiedevano: «Che cosa ne pensa tuo marito dell’elezione?».

Non allestì uno staff personale all black, misurando invece la scelta sulla competenza, l’esperienza e la lealtà. Si distinse subito in una battaglia feroce riguardante l’assegnazione nelle commissioni. La destinarono alla Commissione agricoltura e alla subcommissione Forestale, mentre lei chiedeva quella dedicata a Educazione e lavoro. Affrontò, cosa inedita per un debuttante al Congresso, lo speaker McCormack riuscendo a variare l’indicazione iniziale. Vinse anche questa battaglia con l’insolita approvazione della stampa newyorchese. La spostarono alla Commissione per i Veterani di guerra. «Nel mio quartiere ci sono molti più reduci che alberi», commentò soddisfatta.

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Lei si sentiva innanzitutto rappresentante di un collegio elettorale urbano afflitto da problemi abitativi, di occupazione ed educazione. E coinvolta dentro a una generale lotta epocale che dava ancora maggiore responsabilità a un membro nero del Congresso. Shirley ad Albany come a Washington è sempre rimasta distante dai salotti della politica, dalle feste. Chisholm toccò il nodo degli interessi lobbistici, che pregiudicavano l’attività legislativa, e dunque la democrazia rappresentativa, deviata dagli affari personali in un’assemblea dominata dalla gerontocrazia: «La maggioranza dei membri della Camera soccombono, cedono il loro potere a una minoranza che comanda lontano da qui e non risponde all’interesse generale».

All’apertura del novantunesimo Congresso la curiosità degli analisti e politici bianchi verteva soprattutto sul comportamento parlamentare degli eletti neri: avrebbero fatto blocco comune e chi avrebbe assunto la leadership? Tutti si attendevano che agissero come una forza unificata. Chisholm sgombrò subito il campo, ricordando la singolarità delle storie, dei background e delle comunità di provenienza, nonché le forti pressioni esercitate su ognuno di loro. Una volta tramontata la stella di Adam Clayton Powell, the boss black congressman, la questione della leadership si apriva e i riflettori puntarono Shirley, che aveva un riconoscimento nazionale per l’eco dell’elezione di una donna nera. Le telecamere cercavano solo lei, alimentando invidie e dissidi. Conscia della difficoltà di cambiare il sistema politico, costruì un ponte con tutto quello che si muoveva fuori da lì.

L’ingresso di Chisholm al Congresso coincise con l’insediamento dell’amministrazione Nixon, che in campagna elettorale aveva acceso la speranza di farla finita con la guerra in Vietnam. Il pacifismo non era in cima alla lista delle istanze della campagna elettorale di Chisholm. Lo divenne dopo l’annuncio presidenziale dell’elaborazione dell’AN ABM System: missili, miliardi di dollari per un complesso e inutile programma di difesa preventiva che comportava la chiusura di programmi scolastici come l’Head Start nel distretto di Columbia. Chisholm votò con nettezza contro ogni singolo provvedimento di finanziamento o rifinanziamento delle spese e missioni militari:

«Il nostro paese ha bisogno di proteggersi quando necessario e il conflitto è inevitabile. Non possiamo dare assegni in bianco alla Difesa, privando settori vitali della società come scuola e sanità. Noi americani crediamo di essere sempre in missione per un mondo più libero, ovunque anche in Vietnam e in America Latina, non è così. Copriamo gli errori, orrori della guerra con la bugia sulla natura della stessa. Fino a quando non sconfiggeremo i nemici nel nostro paese, quali la povertà e il razzismo, qualunque discorso sull’eguaglianza delle opportunità e sulla libertà apparirà ipocrita agli occhi del mondo», disse nel discorso d’insediamento al Congresso.

Il coraggio di Chisholm conquistò la fiducia del movimento studentesco. Fioccarono gli inviti per intervenire ai campus e lei chiese allo staff di fissarne in agenda il maggior numero possibile. Il linguaggio acuto e limpido dei suoi discorsi contro la guerra colpivano corde e sentimenti reattivi. Shirley è stata un punto di riferimento per tutti i movimenti che cercavano una sponda istituzionale.

Nell’agosto del 1969 la National Association For The Repeal of Abortion Laws, organizzazione con base a New York, propose a Chisholm la presidenza. Lei si intestò quella battaglia soprattutto per la tutela della salute delle donne. L’imperativo era sottrarre le donne, spesso giovanissime, alle stanze dove si praticavano e consumavano in totale insicurezza sanitaria gli aborti clandestini. Soprattutto la povertà spingeva nel buio della notte dell’aborto clandestino. Chisholm accettò la presidenza onoraria della Naral e dall’annuncio in televisione, nel settembre del 1969, il suo ufficio a Capitol Hill fu invaso dalle lettere di donne in cerca di aiuto. Provò a tessere sponde e alleanze anche fuori dal partito, scrisse ai membri più influenti della Camera per cambiare la legislazione in materia.

In quell’anno, il 1969, Chisholm trasportò la sua lotta locale per cambiare le dinamiche interne al Partito Democratico su scala nazionale. All’interno del partito fu rilevante il suo endorsement per la rielezione nel 1969 a sindaco di New York di John Lindsay, scaricato dai repubblicani. Dalle primarie democratiche era uscito il candidato più conservatore, Mario Procaccino, inviso a Chisholm. Lindsay, candidato dal New York Liberal Party, dato in netto svantaggio, rialzò così la testa con la possibilità concreta di farcela. Chisholm fece una campagna elettorale nel suo stile con il proprio volto e la voce a fianco di quella di Lindsay che fu eletto.

Chisholm, la novità più interessante del panorama newyorchese, ormai si muoveva fra le linee dei partiti: «Questa esperienza apre una stagione di coalizioni sociali, specie nelle grandi città, che accoglie la richiesta dei cittadini di contare nel processo politico dalla base e non lo delega a cinque o sei boss di partito chiusi dentro a stanze riservate». Lei non aveva alle spalle un’organizzazione partitica e non godeva di finanziamenti cospicui, ma aveva una base elettorale solidissima e pronta ad attivarsi per le sue iniziative.

Chisholm raccontò spesso l’episodio del mancato acquisto di un appartamento a Washington appena eletta. Lei e il marito avevano scelto un’abitazione, ma inspiegabilmente l’agente immobiliare non era disponibile alla trattativa, malgrado in tutta evidenza fosse in vendita. Una settimana dopo la mancata finalizzazione dell’operazione, lo stesso richiamò al telefono Chisholm: «Perché non mi ha detto chi era?» Lei lo liquidò con un linguaggio colorito. Ha sempre rifuggito l’ipocrisia e quel che definiva il “civil rights show”: «Il razzismo è così universale in questo paese, così esteso e radicato che risulta invisibile, normalizzato».

A Shirley chiedevano di ribaltare il senso della sconfitta che aveva affossato la generazione dei suoi genitori, che avvertivano di aver perso la propria opportunità a causa del razzismo. Si trovò a gestire il reflusso, parte della disillusione per le conquiste che con il Movimento per i diritti civili non avevano tuttavia cambiato il cuore bianco dell’America, un miracolo impossibile nelle sue parole. La domanda successiva, alla quale Chisholm non si è sottratta, riguardava gli esiti della frustrazione e della frattura interna allo stesso movimento. Nei quartieri periferici delle grandi città, brulicavano migliaia di giovani pronti a lasciarsi andare, trascinati dai gruppi militanti (The Panthers, The Moslems, The Republic of New Africa su tutti) sempre più forti. Chisholm poteva parlare con loro. Non la consideravano una venduta, a differenza di molti politici neri:

«Qual è il senso di sparare e bruciare i negozi? Sono pragmatica. A loro basta premere un bottone a Washington per spazzarci via e militarizzare ogni angolo del quartiere. Che cosa farete contro la forza repressiva del governo? Siete pronti a offrire un’alternativa a chi soffre, donne e bambini che trascinerete in una battaglia non vincibile? Questa lotta armata non è una rivoluzione. Rideranno di noi fino a quando non saremo in grado di permeare e sferragliare le loro istituzioni». Chisholm vedeva il proprio ruolo istituzionale come catalizzatrice del cambiamento nello spirito di una generazione, che non doveva essere ucciso dalla violenza che aveva colpito la famiglia Kennedy, Martin Luther King Jr. e Malcom X.

Shirley, che aveva patito la povertà, non era stata contagiata dall’entusiasmo per la “guerra” firmata da Lyndon B. Johnson nell’agosto 1964 con il Poverty Bill, noto come The Economic Opportunity Act. All’alba del proprio impegno congressuale ne constatava, come per il movimento per i diritti civili, l’esito modesto aggravato dai passi indietro dell’amministrazione Nixon. Senza lo sradicamento del razzismo nessun contrasto alla povertà può essere credibile, ribatteva Chisholm. Nessuno fra i legislatori voleva che i programmi di aiuto diventassero modi di acquisire coscienza e potere politico da parte degli ultimi. L’Economic Opportunity Act schivava  il tema dell’organizzazione tesa a emanciparsi dalla cultura dell’aiuto.

Preoccupata dalla deriva Nixon, dalla segregazione de facto che rinfocolava il razzismo sudista, Chisholm cominciò a pensare alle elezioni del 1972. Sentiva di rappresentare la domanda crescente di giustizia sociale delle realtà urbane con alle spalle il movimento contro la guerra in Vietnam. Dentro al palazzo era l’interlocutrice principale dei numerosi movimenti giovanili, che intendevano mutare l’agenda setting americana. Le Pantere Nere parlavano solo con Chisholm, che si espose in prima persona per la liberazione di militanti come Joan Bird o nel supporto ad Angela Davis.

Lei teneva insieme la lotta femminista con quella di classe. Portava la sua prospettiva di donna nera, figlia di immigrati della classe operaia. Rosa Parks l’ammirava per la determinazione e la lealtà agli elettori. Parks la chiamava Pepper Pot, e l’esuberante Chisholm nel 1970 aveva ottenuto l’82% dei voti per la riconferma del seggio. Numerose fotografie le ritraggono insieme sorridenti.

Nel luglio del 1971 l’ipotesi della candidatura prese corpo in lunghe discussioni con il marito e il mentore Holder. Lei era consapevole della carenza di fondi, della necessità di uno staff ampio e degli ostacoli posti dal genere e dai pregiudizi razziali. Le donne e i giovani però non avrebbero dovuto disertare le urne. Nel 1971 era fra i legislatori che misero fine alla leva obbligatoria e la promotrice del XXVI emendamento che anticipava a 18 anni l’età minima per il voto.

Nel 1964 ci aveva provato la repubblicana Margaret Chase Smith ad abbattere la barriera che separava le donne dalla Casa Bianca. L’annuncio ufficiale arrivò il 25 gennaio 1972. Dal pulpito della gremita Concord Baptist Church a Bedford-Stuyvesant, Chisholm scandì con la consueta energia parole destinate a entrare nella storia degli Stati Uniti.

Chisholm interpretava una cultura politica scomoda che, senza rinnegare gli elementi della propria identità, invocava il superamento di qualsivoglia barriera sociale, di genere o razza. La sua coalizione era multirazziale, intergenerazionale: non parlava alla Black Nation ma al popolo americano. La sua identità molteplice, translocale, le consentiva di muoversi con disinvoltura sul fronte di sfide sociopolitiche eterogenee. Uscendo dagli schemi del bipartitismo l’effetto era potenzialmente dirompente.

Chisholm, all’apice della propria carriera politica, non coltivava illusioni di vittoria, ma qualcuno avrebbe dovuto smuovere le acque per la prima volta. E lei aveva le carte in regola per portare alla Convention Democratica una voce nuova. Occorreva uscire dal confine della sua Brooklyn per orientarsi nella vastità americana. Chisholm si imponeva anche per l’eleganza e lo stile accurato dell’abbigliamento in linea con la moda del proprio tempo, soddisfacendo l’attenzione mediatica all’estetica. La montatura degli occhiali era un richiamo evidente a Malcom X. Subì una forma unica di sessismo dagli stessi esponenti politici afroamericani infastiditi pure dalla sua discrezione fashion, ereditata dalla madre Ruby, sempre attenta nel vestirsi.

Chisholm non perse mai il proprio stile, anche in un momento particolarmente delicato, dopo l’attentato che paralizzò il candidato Wallace, governatore democratico segregazionista dell’Alabama. Malgrado la profondissima distanza tra i due, lui ha sempre ricordato le visite in ospedale di Chisholm, costretta alla scorta e a subire la macchina del fango nixoniana.

In mezzo a molti volta faccia, le Pantere Nere non la tradirono, compiendo un passo storico verso le istituzioni. D’altra parte lei nel cruciale 1969 si era espressa senza titubanze contro la repressione poliziesca. Le Pantere nere la sostennero soprattutto in California grazie al supporto logistico che avevano a disposizione. Percy Sutton, già avvocato di Malcolm X e presidente del distretto di Manhattan dal 1966 al 1977, il compagno di tante lotte, le fu vicino fino alla conclusione, mentre altri salivano sul carro del vincitore McGovern. Il discorso di Sutton rivolto alla Convention democratica, tenutasi al Miami Beach Center, commosse Chisholm e la platea:

«(…) Tutti gli americani sono indebitati con questa signora esile, che senza risparmiare sforzi ha iniettato nuova linfa a un sistema politico decadente e inerte. La sua candidatura ha assemblato i non rappresentati che in lei hanno visto una speranza per e dalla politica.

(…) Questa signora coraggio nel corso della sua campagna ha sferrato un attacco contro tutte le forme apparentemente irremovibili di pregiudizio che causano sofferenza umana. Questa signora determinazione davanti agli sberleffi e agli insulti ha proseguito con risolutezza a domandare  libertà e dignità per tutti gli americani.

(…) Questa signora del candore Stato per Stato, campus per campus, ghetto per ghetto ha aperto una fase nuova. Facendosi carico e condividendo le passioni più profonde degli americani dimenticati dagli altri candidati, ha conquistato l’amore e l’ammirazione di milioni di persone in tutto il mondo».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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