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Storia di un esercente d’essai

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di Gianmarco Di Traglia (fonte immagine)

“Gestire un monosala oggi è entusiasmante”.

Il 31 Gennaio scorso il cinema Alcazar di Roma ha chiuso i battenti, lasciando al Nuovo Sacher di Moretti il posto di unico monosala attivo. La città che un tempo era considerata “madre dei cinema”, la quale ha ospitato la prima sala cinematografica d’Italia, sembra non esser più all’altezza (negli ultimi anni sono stati chiusi circa 42 sale cinematografiche tra centro e periferia), sembra non reggere più il confronto con il glorioso passato.

La situazione è assolutamente disastrosa anche per quanto riguarda il resto d’Italia. La vita di un esercente cinematografico di un monosala oscilla tra l’instabile e il precario praticamente.
Silvano Andreini è uno di quegli esercenti. Silvano gestisce Il Nuovo Cinema di La Spezia e l’Astoria di Lerici. Lui, però, è uno di quelli che se la cava bene e che non rischia nemmeno lontanamente di chiuder bottega. Grazie ad una programmazione intelligente, passionalmente delineata e ad un lavoro costante, riesce a far cassetta e riempire i monosala da lui gestiti.
Entusiasmo è la parola chiave a quanto pare.

“Con un mercato che va inesorabilmente contro al monosala, ti senti quasi un presidio culturale e riscopri quell’animo infantile che provavi quando un tempo entravi nelle sale piene, fumanti di fumo, con le file al botteghino. In questo momento la cosa straordinaria è una specie di ritorno al cinema tradizionale. Noi siamo una piccola realtà, ma in una città di novantamila persone, da undici che eravamo siamo rimasti in due a fronteggiare la classica struttura di esercizio cinematografico (multiplex). Parliamo sempre di Davide contro Golia ovviamente, però vedere la gente, che non è obbligata al posto numerato o all’odore del pop corn, che sceglie di venire da te e riempie la sala è sintomo di soddisfazione.”

Oltre ad offrire una programmazione accattivante e ponderata, cosa bisogna offrire agli spettatori per far si che vadano a costituire la platea?

Be’, oltre alla programmazione, di qualità, si deve offrire la possibilità di instaurare un rapporto. La gente viene da me perché si fida. Gli spettatori tornano perché la volta precedente hanno visto un bel film. Questo rapporto ovviamente si basa sulla scelta che l’esercente fa con passione e determinazione. Fare un giro al festival di Venezia, di Cannes, di Roma, non significa andare a vedere gli attori e le attrici, ma assistere a quattro o cinque proiezioni al giorno e selezionare poi i film da mettere in programmazione. Gestire un monosala significa sorridere ogni giorno a questo lavoro, con entusiasmo e lavoro creare sempre un piccolo/grande evento dietro ad ogni film. Ci sono molti registi disponibili, magari anche non conosciutissimi, che arricchiscono la proiezione e rendono l’evento interessante ed unico.

Da questa sala (Il Nuovo) sono passati anche registi del calibro di Moretti e Salvatores, che si sono presentati anche con diffidenza credendo di trovare una sala semideserta e che invece poi si sono dovuti ricredere. Stupiti da questo entusiasmo si sono fermati a parlare anche per un’ora e mezza.

Per quanto riguarda i sostegni da parte dello Stato? Il Nuovo è supportato?

Purtroppo i sostegni per questi “presidi culturali” non ci sono, e questo vale per tutta l’Italia, ma la pacca sulla spalla delle persone e degli addetti ai lavori è più importante di ogni sostegno. Siamo una riserva, diciamo, ma abbiamo ancora la forza di farci sentire.

Lei si sente ostacolato dalle distribuzioni? Il sistema che porta il film dalla sala di montaggio alla suo cinema funziona?

Si, i multisala sono ostacolati, si tende ad andare verso il multisala sicuramente. Il sistema è malato. Le majors, nella logica del mercato, danno poco supporto. Io partecipo a dei convegni dove sento dire che c’è ancora bisogno di questo tipo di sala, poi però quando vado a chiedere un film importante, che sia Rai o Medusa poco importa, è molto complesso ottenerlo. Il processo per ottenere i film è travagliato comunque, si passa attraverso mille filtri. La mia Regione contatta l’agenzia che in Liguria, ad esempio, funziona in modo diverso rispetto alla Toscana.

Io posso trovare terreno fertile con delle distribuzioni, il mio collega in Toscana trova terra bruciata con le stesse. Non c’è una connessione, una linea. Non c’è, tantomeno sostegno. Lo dimostrano tutti questi premi d’essai, per la qualità. Prima si premiava la sala d’essai che si era brillantemente salvata dalla carneficina, ora un multisala con dieci schermi può scegliere di scegliere di far diventare d’essai una delle sue sale ed essere premiato, quindi io devo condividere la torta con un multisala.

Da lei c’è un riscontro di spettatori giovani?

Nel mio caso, fortunatamente, sì. Ecco, la questione per la quale ci si può anche arrabbiare con le distribuzione è proprio il fatto di non generare nuovo pubblico. Il monosala si regge sulla fascia che va dai trent’anni in su. Il problema arriverà in futuro se non si abituano i bambini e gli adolescenti ad una certa educazione cinematografica.

Portare le scuole ad esempio è un lavoro certosino, bisogna cercare l’insegnante di riferimento e presentare un progetto accattivante, ma per certi film dovrebbero essere gli insegnanti a contattare gli esercenti. Film di formazione come “I 400 Colpi”(Truffaut,1959) o “I Pugni In Tasca”(Bellocchio,1965) dovrebbero essere trasformati in delle lezioni. Io ho avuto difficolta a trovare una scuola disponibile per la visione di “Roma Città Aperta”(Rossellini,1945), nel periodo commemorativo oltretutto.

Ma l’Agiscuola non sostiene questi progetti?

L’Agiscuola non supporta. Dice semplicemente quali sono i film tra cui poter scegliere, poi io mi trovo davanti ad una distribuzione che mi chiede 300 euro di minimo garantito per proiettare il film per una scuola. È follia, un film per la scuola dovrebbe essere gratuito in un paese civile. Io poi posso farlo visionare ai ragazzi gratuitamente, ma devo essere supportato.

Come ha reagito all’obbligo di sostituire il proiettore analogico con quello digitale?

Qui si parla di investimenti che partono dai 50mila euro, molti hanno rinunciato e hanno chiuso. Alcuni se la sono cavata con le collette o con i bandi regionali. Io, fortunatamente, sono stato aiutato dalla Regione Liguria che è subito intervenuta, ma questo passaggio così repentino al digitale doveva incominciare anni fa, per essere diluito nel tempo e per permettere a tutti, con i propri tempi, di correre ai ripari. Questa è un’ennesima triste vicenda. Tutti sapevamo che questo passaggio sarebbe dovuto avvenire. Poi ora succede una cosa particolare. Una volta per ostacolare i monosala, le distribuzioni potevano dire di non avere copie disponibili, adesso che si ha un supporto digitale, che costa sicuramente meno della pellicola, le distribuzioni continuano ad usare la stessa scusa. Non è cambiato nulla. Allora io mi devo muovere per andare a prendere questi film per la Liguria. Mi sento un corriere a volte.”

Le distribuzioni adottano ancora la strategia del Block Booking? (il Block Booking è un sistema adottato dalle grandi majors hollywoodiane a partire dagli anni ’30. Gli esercenti che intendono noleggiare una o più pellicole di grande richiamo si trovano costretti a prenotare interi pacchetti, comprensivi di altri film minori, della stessa casa di distribuzione, ndr.)

Sì, purtroppo, e spesso e volentieri ci troviamo costretti a piegarci. E vale per tutta Italia, perché a volte sento dei colleghi che parlano di minimi garantiti spropositati per proiettare un film, magari in contemporanea. Queste cose emergono anche nei convegni, ma poi non essendoci leggi o regole a spalleggiarci, ci troviamo privi di sostegno.

Il fatto di rinunciare al, surclassato (a quanto pare), proiettore analogico, ma tenere in voga una pratica ricattatoria degli anni ’30, fa pensare. Da quello che ho capito esiste ancora una “Mano Nera” che cerca di affossare i monosala. Una mano che, abile nel gestire il denaro, cerca il profitto ed esso soltanto. È snervante ed avvilente tutto questo. Davanti a me ho un esercente, uno spettatore prima di tutto, arrabbiato poiché memore di una concezione di sala cinematografica e di visione del film oggi vede tutto appassire.

La forza la trova nella passione e nel ricordo ed il sostegno in se stesso e nel suo pubblico, che come lui, evidentemente, non vuole smettere di pensare al Cinema come un momento di incontro, di condivisione e di fascinazione.

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