netsuke

Storia di una collezione

Pubblichiamo una recensione uscita per il Riformista di Francesco Longo al singolare Un’eredità di avorio e ambra (Bollata Boringhieri) di Edmund de Waal.

È l’uomo col cilindro e la barba rossiccia sullo sfondo del quadro Le déjeuner des canotiers di Renoir. È una delle due persone a cui è ispirato il personaggio di Swann della Recherche di Proust. Come Swann, infatti, è ebreo, frequenta salotti esclusivi, è un collezionista d’arte, un appassionato di pittura italiana e un mecenate. Si chiama Charles Ephrussi. La storia della sua collezione di 264 netsuke (vertiginosi ninnoli giapponesi) è ora raccontata da Edmund de Waal, che ricevette in eredità quella collezione a Tokyo, nel 1994. Il libro, che racconta questa vorticosa vicenda di arte, storia, ebraismo e identità, è pubblicato da Bollati Boringhieri e si intitola Un’eredità di avorio e ambra (pp. 397, 18 euro).
Quando Edmund de Waal recita il Kiddush, nel tempio buddista dove si dà l’addio allo zio Iggie, riceve i netsuke ed è consapevole di avere tra le mani non solo «una collezione enorme di oggetti minuscoli», ma la matassa di una vicenda affascinante, tortuosa e scintillante  che riguarda la sua famiglia.

«Il modo in cui gli oggetti vengono tramandati – scrive de Waal – è pura narrazione. Ti lascio questo perché ti voglio bene. Oppure perché qualcun altro lo ha lasciato a me. Perché l’ho comprato in un luogo speciale. Perché te ne prenderai cura. Perché ti complicherà la vita. Perché farà schiattare d’invidia il tale o il tal altro. Le eredità non sono mai banali».

Mettersi sulle tracce della collezione dei netsuke, oggetti in legno, in avorio, con intarsi di ambra o di corno, lo porta a ricostruire epoche storiche che hanno fatto da scrigno a quei minuti punti interrogativi proveniente dal Giappone. La famiglia Ephrussi nasce a Odessa, città di sinagoghe e scuole rabbiniche, di spie e intrighi, dove il commercio di cereali rende facoltosa la famiglia. La ricchezza degli Ephrussi spinge i genitori del giovane Charles a trasferirsi a Parigi, nel 1871, a rue de Monceau (Monceau diventa presto sinonimo di nouveau riche). Dall’Hôtel Ephrussi, tutto cariatidi e cartigli, Charles partirà per il Grand Tour e tornerà collezionista d’arte. Acquista disegni, medaglioni, smalti rinascimentali, arazzi cinquecenteschi, statuette, maioliche e tessuti preziosi. Al ritorno frequenta salotti, scrive su riviste d’arte, scrive un libro su Dürer. Proust lo nota. Tra ricevimenti, soirée musicali e prime all’Opéra, si inserisce nella società parigina e inizia a collezionare arte giapponese. È allora che acquista la collezione di netsuke. Oggetti levigati, da accarezzare, oggetti «arguti e licenziosi», fatti per essere toccati, «avvolti in un inebriante alone di erotismo». Il tatto è l’unica erudizione che serve per amarli.

Edmund de Waal non ama la nostalgia, riannoda questa vicenda cercando di aderire e addirittura di imparare lo stile direttamente dall’oggetto che insegue: «La malinconia è una sorta di vaghezza automatica, una clausola liberatoria, una soffocante mancanza di lucidità, mentre questo netsuke è una piccola, spietata esplosione di esattezza e merita di essere raccontato con il medesimo rigore».

Si immerge in archivi, biblioteche, foto d’epoca, lettere, quadri, musica. De Waal, ceramista, storico dell’arte, scopre che Charles era un dandy erudito, un amateur de l’art, e arriva a rispecchiarsi nell’enigmatica figura dell’antenato: «Sono io, adesso, a vagabondare per le biblioteche, inseguendo il dove e il perché dei suoi spostamenti (…) scopro anche di essermi innamorato di Charles». L’identità di Charles e quella di Edmund si scambiano elementi. Ed ecco che presto il libro diventa un viaggio nella remota identità ebraica: in Francia sopraggiunge l’antisemitismo, gli ebrei sono detestati, accusati di speculazioni. Nel 1894 scoppia il caso Dreyfus e Parigi si spacca in due. Degas, Cézanne voltano le spalle a Charles, Renoir arriva alla rottura con lui e la sua «arte ebraica».

Quando il cugino di Charles, Viktor von Ephrussi, si sposa a Vienna, riceve in regalo la collezione di netsuke. Nella Vienna fin de siècle, al Palais Ephrussi – paraste corinzie e colonne doriche – approdano i piccolissimi oggetti: un guerriero in piedi, decine di topi in avorio, un servitore addormentato, bambini che giocano con un elmo di samurai, un polipo, un nudo di donna con polipo, un nudo di donna.

Anche il padre di Viktor entra nella storia dell’arte. Ispira il personaggio del ricco gioielliere nella Tela di ragno di Joseph Roth. È la Vienna delle carrozze, del passeggio coi cani, della cavalcate al Prater, dei cappelli e degli stivaletti. È la Vienna delle cene di gala, dei tavolini da tè coi bricchi per la panna e delle porcellane francesi. Ma è soprattutto la Vienna di un antisemitismo feroce. E Edmund de Waal continua la sua indagine involontaria su se stesso: «Ora che sono giunto alla parte viennese della storia, ascolto Mahler, leggo Schnitzler e Loos, e mi sento molto ebreo anch’io».

Un’eredità di avorio e ambra è stato il libro di non-fiction più venduto in Gran Bretagna nel 2011. Le atmosfere à la Musil sono rievocate senza abbandonarsi a pure suggestioni. De Waal mette in guardia se stesso: «non ho voglia di lasciarmi invischiare dalle dinamiche della saga d’altri tempi e scrivere un’elegia della perdita in salsa mitteleuropea»; oppure «sono assalito dai cliché».

In realtà il libro è perfettamente riuscito. Da bravo professore di ceramica all’Università di Westminster, ha intuito che sono gli oggetti a raccontarci la storia, a ridonarci epoche, mentalità, sentimenti. Per questo, il libro è fatto di descrizioni di cose. Quadri, arredi, libri. Tessuti, morbidezze, stili. Lampadari, mappamondi e soffitti dipinti.

Walter Benjamin avrebbe amato questo libro, perché sapeva che le collezioni, i materiali e i prodotti incarnano gli ideali, i valori, i sogni dell’umanità. Don DeLillo ha raccontato il secondo Novecento americano meglio di chiunque altro, seguendo una pallina da baseball.

Dopo Parigi e Vienna i netsuke, sfuggiti ai nazisti, tornano a casa: «Dopo aver vissuto in Europa l’arco di tre generazioni, la buona sorte li aveva riportati in Giappone».

Gli oggetti rievocano i fantasmi di chi li ha amati, sono l’inventario di sentimenti persi. Edmund de Waal ha reso omaggio ad una oscura verità: le cianfrusaglie sono il cuore pulsante della memoria.

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
2 Commenti a “Storia di una collezione”
  1. lupo scrive:

    Uno scrittore che non sarebbe tale, professionista d’altro, eppure: che lezione!

  2. julia stacey scrive:

    This book (called The hare With Amber Eyes in English) was so fascinating that I read 250 pages in one day! Just couldn’t put it down. In a way, it is a lesson in contemporary history but so, so much more. I became fascinated with netsuke through reading this.

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