1julio

Storia di un’illuminazione

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Non ricordo quando fu ma certo a Roma, alla galleria Barberini, stavo analizzando un Andrea del Sarto, quello che si dice analizzare, ed ecco che mi sono accorto. Non chiedermi che te lo spieghi. Me ne sono accorto, ho visto chiaramente (e non tutto il quadro, solo un piccolo particolare, una figurina lungo un sentiero). Mi sono venute le lacrime agli occhi, ecco tutto”.

A pag. 499 dell’edizione tascabile di Rayuela (Einaudi) c’è questo passo di Julio Cortázar che parla dell’illuminazione. L’argentino racconta, per bocca del personaggio Etienne, uno degli amici del Club del Serpente, un episodio della sua vita che culminò con una folgorazione istantanea, qualcosa che non è spiegabile né trasmissibile a parole, ma che all’improvviso ti fa vedere le cose chiaramente, arrivando addirittura a commuoverti, perché una vera illuminazione può sfociare solo nel silenzio o nel pianto.

Julio narra questa storia in modo un po’ criptico e laconico ma con riferimenti precisi: è sicuro che si trovasse a Roma, alla Galleria Barberini, e che il quadro a cui apparteneva quel dettaglio che lo colpì tanto, la figurina lungo il sentiero, fosse opera di Andrea del Sarto. Ora io ho controllato, prima in rete poi di persona, e i due dipinti di Andrea del Sarto della Barberini non presentano figurine sullo sfondo. Sono due soggetti religiosi (una Sacra Conversazione e una Madonna) privi di comparse.

Allora ho pensato che l’argentino si fosse sbagliato, in fondo l’ultima volta che era stato a Roma risaliva al ’52, con la fidanzata Aurora Bernardez, quando viveva in una stanza in affitto in via di Propaganda Fide 22, mentre Rayuela è del ’63, e anche considerando che quel brano Cortázar l’abbia scritto poco prima del suo capolavoro, dato che la stesura di quel romanzo durò parecchio, io quasi due lustri in mezzo ce li vedo lo stesso. Si sarà confuso, avrà fatto un errore sul “pittore senza errori”, come Giorgio Vasari chiamava Andrea del Sarto, con ammirazione per le sue abilità tecniche ma anche con un pizzico di ironia per la freddezza dei risultati, per quelle composizioni così algide e poco transitive, che spesso restano sulla tela e non riescono a toccare emotivamente lo spettatore (ma questa è una mia interpretazione maliziosa).

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Se così fosse, si potrebbe ipotizzare uno scambio con un’altro dipinto di Andrea, la Carità al Louvre , che lui doveva per forza aver visto, abitando a Parigi ed essendo un amante del Rinascimento italiano, quadro che un paio di figurine lungo un sentiero di campagna le ha, in alto a sinistra alle spalle della Madonna. O pensare invece che si riferisse a una mostra su Andrea del Sarto ospitata nelle sale della Barberini, con opere prestate da altri musei e collezioni (soprattutto fiorentini, perché alcuni dipinti conservati agli Uffizi e a Pitti hanno delle figurine sullo sfondo). Oppure no, magari non c’entra niente Andrea del Sarto ma un altro pittore, il cui quadro effettivamente si trova (o trovava) alla Barberini. In questo caso la risposta sarebbe un po’ più elaborata, ma forse non implausibile e assumerebbe, perlomeno, che la memoria di Cortázar non fosse del tutto falsata.

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Infatti, all’inizio degli anni ’50 nelle sale di Palazzo Barberini – più precisamente nella Sala di Sacchi – era esposta la tavola di Fra Bartolomeo con la Sacra Famiglia (che oggi è a Palazzo Corsini) , come si evince dal vecchio catalogo di Nolfo di Carpegna (1953) e come testimonia più direttamente questa foto che ritrae il presidente Einaudi in visita alla Galleria nel 1952 (o nel 1955, non sono sicuro).

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Non so dire in quale sala fosse invece esposta la Sacra Famiglia di Andrea del Sarto – il suo numero progressivo di cartellino era il 5, mentre quello di Fra’ Bartolomeo era il 15, comunque non  lontano. Potrebbe quindi darsi che Cortázar abbia effettivamente visto entrambe le opere e abbia poi confuso, per via dello stesso soggetto e perché in fondo il Sarto e Fra’ Bartolomeo sono accomunati da vari aspetti. Se così fosse, il suo vivido ricordo – tanto più perché così focalizzato e, diciamo, “insulare” – potrebbe riguardare piuttosto le piccole figure che in realtà si vedono ancora bene sullo sfondo, a destra, nel dipinto di Fra’ Bartolomeo, e che rappresentano, per la precisione, l’angelo che guida il giovane Battista nel deserto.

In ogni caso è impossibile decifrare con certezza di chi parli Julio, e quell’illuminazione resterà solo sua, un aleph contenente non il tutto ma il senso del tutto, la folgorazione di un istante a noi precluso, come forse è giusto che sia, o come non poteva non essere.

Commenti
Un commento a “Storia di un’illuminazione”
  1. gino rago scrive:

    Se mi riferisco alla chiusa dell’ottimo scritto di Garufi

    “In ogni caso è impossibile decifrare con certezza di chi parli Julio, e quell’illuminazione resterà solo sua, un aleph contenente non il tutto ma il senso del tutto, la folgorazione di un istante a noi precluso, come forse è giusto che sia, o come non poteva non essere.”

    inevitabilmente mi tornano alla mente le differenze fra “studium” e “punctum” stabilite da Roland Barthes messo di fronte a una fotografia nella interazione fra operatore, fruitore e spectrum.

    gino rago

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