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Storia di Matilde, la disperata felicità del linguaggio

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Si intitola Storia di Matilde, ma il titolo che scorre in filigrana è Storia di una frase, perché il romanzo di Giovanni Mariotti – apparso per la prima volta nel ’93 per Anabasi, nel 2003 per Adelphi che lo ripropone oggi, a venticinque anni dalla prima edizione – può venire considerato come un’esplorazione, lunga oltre duecento pagine, di che cosa può essere la lingua letteraria, un’indagine ludica e commovente della sua duttilità, della sua strategica imprevedibilità, della sua forza e del suo inesauribile desiderio d’avventura. Lo spettacolo magnifico della disperata felicità del linguaggio.

Muovendo da un soggetto che sembra scaturire all’intersezione, folle e perfetta, tra Storia di una capinera di Giovanni Verga e il Robert Walser di Jakob von Gunten, Mariotti – oggi ottantaduenne – racconta la storia della trovatella Matilde che sbucando dalla Ruota del convento fa mitemente irruzione nell’esistenza di Jacopo, il suo padre adottivo, percorrendo poi il romanzo sempre «quieta e silenziosa», delicata, ritrosa, semplicissima e struggente, in un mondo – siamo in Lucchesia in un arco di tempo compreso tra il 1850 e la fine degli anni ’80 del ’900 – dove l’aristocrazia dei marchesi si mescola alla gente del contado e gli illegittimi non sono un’eccezione ma una regola.

Ciò che però di Storia di Matilde abbaglia e commuove non è la scelta di procrastinare il punto fermo per oltre duecento pagine – potendo fare a meno con grande naturalezza di qualsiasi altro segno di punteggiatura – lavorando su un continuo gemmare delle immagini l’una dall’altra (così «dipanando il garbuglio del passato sino a farne una palla soffice e gonfia»), bensì il modo in cui il romanzo di Mariotti modifica la nostra esperienza della lettura:non un raccogliere una alla volta le frasi e metterle da parte illudendosi che la lingua sia una superficie piana e garantita, ma un ininterrotto generare visioni e un simultaneo inevitabile disperderle: una vera e propria scienza letteraria, fondata su invenzione e dissipazione,che se da un lato rende percepibile ciò che nella sua nota al volume Pietro Citati descrive come «la vita nervosa e umbratile del mondo», dall’altro ci invita a sentire il romanzo come un orologio geniale che invece di misurare il tempo, invece di tenerlo, non fa altro che perderlo, disorientarlo: sbriciolarlo in parole.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
2 Commenti a “Storia di Matilde, la disperata felicità del linguaggio”
  1. Ire scrive:

    Ma Mariotti è grandissimo sempre sempre. In ogni libro, in ogni riga, in ogni parola. Nessuno ha mai scritto di Sant’Anna (di Stazzema) come lui in Matilde.

  2. Elena Grammann scrive:

    Non conosco né questo romanzo né il suo autore, e confesso che duecento e passa pagine senza punto fermo non mi invitano alla lettura. Mi ha colpito però l’espressione di Citati: «la vita nervosa e umbratile del mondo». Mi fa pensare a qualcosa di esattamente compreso fra il 1850 e la fine degli anni ’50 del ‘900 – qualcosa che poi dal mondo è scomparso o forse esiste ancora, come residuo, in certe sue regioni meridionali.

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