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Storia di una strage inverosimile: “XY” di Sandro Veronesi

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Si parla un sacco di corpi, ultimamente. Anche in Italia. Ed è un bene, visto com’è andata la faccenda dopo gli anni Ottanta, quando pur di non pensare all’Aids (su un primo fronte), alle guerre altrui (su un secondo) e a Foucault (su un terzo, che si è incontrato col primo) sognavamo di essere solo anima, individualisti tutto spirito, pastori santiaghi. Che tempi. Chi osava dire che il mondo fosse, in effetti, altro, una roba piena zeppa di carne, desiderio, droga, piacere, malattia e violenza, campa tuttora di rendita per il fatto di essersi, all’epoca, distinto. (Poi dice che uno, da incendiario, muore pompiere: è che il fuoco non brucia più allo stesso modo.)

Oggi – non un “oggi” generico, inteso come Presente: proprio adesso, novembre duemilaventi – da Foucault (e da Hobbes), quindi dai corpi, siamo inconsapevolmente ossessionati. Da un lato dichiariamo di avere voglia di ballare un reggae in spiaggia o di sintonizzarci su una puntata di Techetechetè lunga otto mesi, dall’altro non facciamo che discettare di biopolitica. Il corpo individuale qua, il corpo collettivo là, la gestione politica di vita e morte, l’immunità di gregge; e infine l’apparente irrazionalità della catastrofe, e il peccato che si rigenera e si riassegna di fase in fase, perché quello originale è cosa vecchia, non ha più importanza: il vero dramma sono le reazioni umane, le conseguenze fisiche e mentali.

È così, no? Vi ci trovate? E non avreste voglia, se siete lettori, di leggere qualcosa che parli di una confusione simile, di uno stesso senso d’angoscia, ma che per ritmo sia capace di distrarvi e avvincervi? Se sì, è tempo per voi di leggere XY, di Sandro Veronesi, tornato in libreria per La Nave di Teseo dopo dieci, dignitosi anni con Fandango. Quando uscì la prima volta era aggiogato dalla speranza che ricordasse, almeno lui, Caos calmo (2005), dopo che Veronesi aveva disorientato con Brucia Troia (2007). Invece niente: fu un alieno venuto dopo un altro alieno, e accolto come tale. Oggi, con la riedizione a un anno di distanza dal Colibrì (altro successo, altro Premio Strega: povero XY, fratellino senza pace), corre un rischio simile, ma dalla sua ha la contingenza storica: se si è disposti, leggendolo, a inghiottire carbone attivo, fra tutti i libri di Veronesi, XYsi dimostrerà quello più prodigo di strumenti per neutralizzare il veleno, e che meglio si addice all’attuale sbigottimento, alla sensazione di non venirne a capo, nonché al timore che tutto possa risolversi in un incubo cronico che si fa beffe pure del risveglio.

Tanto per essere chiari, è la storia di una strage. Ma forse la più atroce e insensata di tutti i tempi, il che risolve un po’ il timore di schivare la catarsi. A San Giuda, borgo del Trentino abitato da quarantatré persone – anzi, «quarantadue, da quando era morto il vecchio Reze’» –, un villaggio tipicamente italiano in cui, italianissimamente, non succede niente, si registra in un colpo solo la morte di undici persone. I corpi vengono rinvenuti sotto un albero ghiacciato e intriso di sangue («sangue che […] sembrerebbe contenere il dna di tutti, tra presenti e assenti sulla scena della strage»), e le cause dei decessi sono efferatissime, inspiegabili e, come lascia intendere il plurale, tutte diverse.

Immaginate di ricevere la notizia che undici dei vostri vicini di casa sono morti nello stesso momento, nello stesso posto, ma: una di loro per overdose di eroina, un altro decapitato da una sciabola, un altro ancora asfissiato da esalazioni tossiche di ossido di carbonio…Pensereste, sgomenti: Ok, è un eclatante, intricatissimo caso di suicidio collettivo, chi se lo aspettava. E per carità, potrebbe anche sembrare, se solo l’ultimo decesso (il preferito, nel caso di XY, da uffici stampa e giornalisti) non frantumasse ogni possibilità: «Per una ragazza la morte risulta procurata da un attacco animale, segnatamente – ancorché del tutto inverosimilmente – da uno squalo. La perizia tecnica del consulente richiesto dal medico legale, prof. Neviani, non lascia spazio al minimo dubbio: non un lupo né un orso, né una lince né un leone o un leopardo o una tigre. Uno squalo».

Sarà chiaro, a questo punto, che XY è un romanzo sull’impossibilità. Sull’assenza di risposte e di soluzioni, perché uno squalo che azzanna una donna in un bosco del Trentino, nella neve alta, insomma, si fa fatica anche solo a immaginarlo (e so cosa state pensando: no, Sharknado non vale). Tutte le morti di San Giuda sono un mix dei mali del mondo, un’antologia di paure individuali che, avvenute insieme, perdono la loro specificità e, in un certo senso, la loro gravità – mal comune… – affinché ciascuno possa sentirle sue, e non spacchi il capello con i limiti della propria empatia. Morendo di qualsiasi cosa, a ben vedere, quelle undici persone sono morte di niente in particolare: solo, orribilmente. È un miracolo al contrario, concetto sul quale torneremo tra poco.

Veronesi, quindi, ha edificato questa storia su elementi irrealistici. Partendo da tale materiale, le scelte più facili erano due – a) fermarsi all’intuizione, all’episodio splatter dei tanti morti sotto l’albero di sangue ghiacciato, magari inserirlo come suggestione dentro un altro libro; b) continuare all’infinito, per tutta la vita, un eterno romanzo d’appendice, senza calare mai l’ultima mano –, ma visto che l’aggettivo “facile” non si addiceva all’universo di San Giuda, l’autore ha cercato di disturbare l’elemento visionario con quanta più vividezza materica possibile. Ed è qui che entrano in scena i corpi, il problema fisico che mette i bastoni fra le ruote al simbolismo (facendolo, infine, risaltare, come la tesi che resiste a ogni contraddittorio). «La parola corpi, poi, non rende l’idea», scrive Veronesi. «Innanzitutto perché si trattava di resti, perlopiù, povere parti sparse di povere perdute integrità; e poi perché la neve aveva già coperto tutto, e quindi al nostro sguardo apparivano più che altro come rigonfiamenti, rughe informi del tappeto bianco che era calato dal cielo. E viene da pensare che quella nevicata prodigiosa sia stata davvero un dono della Madonna delle Selve che tanto pregavamo, […] perché credo che la vista di quel che c’era sotto – di quel che in seguito si è saputo esserci sotto – ci avrebbe fatto impazzire».

L’assurdo e la scienza, la ragione e la follia, l’impossibile e l’evidente, il mistero e lo sputtanamento: elementi che litigano, senza mai annoiare, per quattrocento pagine, in una vetta (ingiustamente trascurata) della nostra narrativa.

Nel 2010, XY era un thriller metafisico sul male e, viste le emergenze dell’epoca, sulla morbosità della stampa. Sull’essere scoperti e invasi, e poi sulla voglia di dimenticare. Oggi, nel suo tempo giusto, si può serenamente dire che sia un romanzo con due piani lettura, entrambi carissimi al suo autore: quello allegorico, presente in ogni sua opera e su cui, forse per cinismo, o forse per una controindicazione della secolarizzazione, si finisce sempre per soprassedere (Caos calmo e Il colibrì sono campi minati di simbolismi sotterranei), e quello dell’elaborazione e della reazione: a un lutto, in genere, o alla scoperta di un segreto sorprendente.

Questa doppiezza dipende dal fatto che ci sono, in effetti, due Sandro Veronesi. Il primo, quello che ultimamente in molti chiamano “autore borghese” (boh), ha preso il figlio di Per dove parte questo treno allegro (1988) e ne ha seguito l’evoluzione in Pietro Paladini e in Marco Carrera, educandolo a digerire Gogol’ e a resistere alle sirene di Le memorie di un pazzo: il risultato finale, perfezionato dall’autore nel Colibrì, è un esemplare multitasking di uomo razionale che, facendo il finto tonto, si incontra con l’assurdo e grazie anche a quell’assurdo – a cui, beninteso, non c(r)ede – riesce a farla franca, a orientarsi per il mondo, a crescere ancora, a salvare se stesso e gli altri.

L’altro Veronesi, nel frattempo, ha allevato una creatura differente: non l’archetipo di un personaggio, ma di un’atmosfera. Si è abbandonato alla “schiumevolezza” degli Sfiorati (una specie di Sublime per indolenti, ineffabile concetto-chiave della sua opera seconda, del 1990), pervertendola ulteriormente, buttandoci dentro tutti i rami che il “Veronesi1” potava dalle tentazioni del suo pupillo, fino a farne la cifra di una carriera parallela. Poi ha permesso che i personaggi che abitavano questa seconda carriera, a differenza dei primi, credessero, ci cascassero, fossero deboli e un po’ reietti e indifferenti al sistema, quindi costretti a sperimentare quello che i fratelli maggiori avevano stoicamente rifiutato. Brucia Troia e XY costituiscono la summa di questo secondo filone: il dittico liberatorio di un autore che trattiene, da sempre, la quota magica, onirica e allegorica a fatica e a malincuore.

«Primo fascicolo: Smet Dario, 47 anni, cittadino sloveno, morto suicida con un colpo di pistola calibro 7,65 esploso a bruciapelo alla tempia destra. Secondo fascicolo: sua moglie Albach-Retty Maria, 39 anni, di nazionalità austriaca, incinta di 6 mesi, morta per sventramento dopo avere subito numerose mutilazioni, e violenza sessuale da almeno quattro uomini diversi. Terzo fascicolo: il feto, strappato dal ventre materno e rinvenuto a una certa distanza, straziato con arma da taglio e bruciato. Quarto e ultimo fascicolo: Kotkin Olga, 31 anni, di nazionalità ucraina: uccisa dall’attacco di uno squalo».

Tralasciando la storia dei cognomi, che meriterebbe un discorso a sé (in questo brano si ripescano, per esempio, i quelli originali e “abbandonati” di Johnny Hallyday, Romy Schneider e David Copperfield, se non sbaglio, ma il libro è tutto così, come anche Terre rare, del 2015), possiamo concentrarci su chi, in XY, è chiamato a confrontarsi con tutto questo orrore: non un investigatore, visto che non c’è niente da risolvere, ma una psichiatra, Giovanna Gassion, (che vive un cold case personale: le si è riaperta una ferita vecchia di quindici anni) e un prete, don Ermete, che con la schiumevolezza e l’indicibile ha una certa familiarità (è il più estremo della scuderia di Veronesi: ripassare Gli sfiorati).

Insomma: XY è bello, avvincente, sottovalutato, coltissimo ma anche pop, coraggioso e con un finale scellerato – e un ammazza-finale: L’alfier nero, racconto pazzesco di Arrigo Boito – che a chi lo scrive può costare una carriera. Trama o non trama, genere o non genere, certe cose successe a San Giuda non te le togli mai più dalla testa.

Qualche anno fa, dopo aver visto The leftovers e intercettato The OA, pensai che XY avesse buone chance di essere riscoperto. Così, provai a lanciare una campagna su Twitter perché Netflix ne traesse una serie. Raccolsi sei “mi piace” e un solo retweet, credo, vabbè, ovvio, partiva da me, eppure ero certo che fosse solo questione di tempo. Non tanto per la serie, che pure sarei entusiasta di vedere, quanto per il fatto che in futuro se ne sarebbe riparlato, evidenziando la crescente pertinenza dell’atmosfera di San Giuda con la cupola dei nostri tempi. Certo, come per The leftovers, è necessario scendere a qualche compromesso.

Si può perdonare, al romanziere, l’assenza di risposte? Si può perdonare, all’editore (che ci vende, apparentemente, un noir), la richiesta di un tale sforzo di sospensione di incredulità? Si può perdonare a se stessi di aver divorato così rapidamente un libro che, dai, era chiaro, non stava portando ad alcuna soluzione, ma semmai a un irrobustimento, a una valorizzazione teoretica del dubbio, della capacità di dirsi «Stacce»?

Dipende da chi siamo. Se apparteniamo alla folta schiera di quelli che, in caso di miracolo, baciati dalla fortuna di un bell’amore o di un sogno realizzato, renderebbero grazie indipendentemente da come la pensavano prima, be’, allora dovremmo trovarla accettabile, questa cosa che le risposte, a volte, stanno nelle domande. Che esistono dei miracoli al contrario. Chi l’ha detto che il prodigio non possa consistere in una privazione? Che lo stupefacente non possa essere orrendo?

A un certo punto del libro si parla della “capacità negativa”. Lo psicanalista inglese Wilfred Bion, spiega Giovanna a don Ermete, ha teorizzato «questa attitudine a tollerare l’insaturo, lui dice, cioè il vuoto, l’assenza di senso – senza preoccuparsi di pervenire alla comprensione. In questo modo, dice, si può prestare attenzione a cose che altrimenti verrebbero trascurate, e sviluppare le associazioni intuitive. Se si osserva solo ciò che si comprende finisce che si esiste solo in ciò che si comprende».

XY ci ricorda che lo scopo dell’inspiegabile è spingere chi ne è sfiorato a perseverare, ad avanzare, a dare e volere ancora. A esistere di più, altrove. Non è per lo stesso motivo, se si leggono i romanzi?

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
Commenti
2 Commenti a “Storia di una strage inverosimile: “XY” di Sandro Veronesi”
  1. Paola Salute scrive:

    Complimenti per l’articolo. Ma anche per il blog in generale. Alla prossima

  2. Anni 80 scrive:

    “Ed è un bene, visto com’è andata la faccenda dopo gli anni Ottanta, quando pur di non pensare all’Aids (su un primo fronte), alle guerre altrui (su un secondo) e a Foucault (su un terzo, che si è incontrato col primo) sognavamo di essere solo anima, individualisti tutto spirito, pastori santiaghi.”
    Scusami ma tu non eri neanche nato, che ne sai cosa sognavamo?

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