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Storia e Ucronia nei libri di Davide Orecchio

Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui l’autore recupera e approfondisce libri che abbiano almeno tre mesi di vita. Stavolta è il turno di Mio padre la rivoluzione (minimum fax) di Davide Orecchio.

 

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Quando racconterò Pietro Migliorisi? Me lo domando da molto mentre accumulo materiali, fonti edite e inedite, primarie, secondarie e annuso l’epoca come se un archivio ne custodisse gli aromi. Il passato è solo carta? Oggetti impolverati? Bombe inesplose? Camposanti? L’ho osato chiedere a Guillermo Viera durante un seminario tenuto a roma dall’insigne storico argentino la cui risposta avrei dovuto già conoscere e per questo segue nell’inciso – la tomba di un mondo che ospita uomini e donne, una comunità: cerca i loro risvegli, le domeniche al parco, i sapori -. Ma le questioni non sono finite e allora: è possibile che siano tutti spariti?

Con queste parole inizia il racconto Episodi della vita di Pietro Migliorisi (1915 – 2001) di Davide Orecchio, contenuto nella raccolta Città distrutte, recentemente ripubblicato per il Saggiatore. Ed è forse proprio dalla domanda relativa al passato che è necessario partire per comprendere la scrittura di Davide Orecchio e le scelte che portano alla forma racconto che utilizza. Prima però di arrivare a Mio Padre la rivoluzione e ai racconti pubblicati nei suoi libri, bisogna fare alcune premesse, alcuni riferimenti stilistici e strutturali che permettono di collocare e fornire un contesto utile al funzionamento di questo discorso.

Il passo in dietro porta necessariamente a uno dei padri della forma racconto del ‘900 letterario: J.L. Borges che in Altre Inquisizioni scrisse:

Chuang Tzu sognò che era una farfalla e durante quel sogno non era Chuang Tzu, era una farfalla. Come potremo, aboliti lo spazio e l’io, vincolare quegli istanti a quelli del risveglio e all’epoca feudale della storia cinese? Ciò non vuol dire che non sapremo mai, almeno in modo approssimativo, la data di quel sogno; vuol dire che la fissazione cronologica di un fatto, di qualunque fatto del mondo, è estranea ad esso, ed esteriore. In Cina, il sogno di Chuang Tzu è proverbiale; immaginiamo che dei suoi quasi infiniti lettori, uno sognò d’essere una farfalla e poi di essere Chuang Tzu. Immaginiamo che, per un caso non impossibile, questo sogno ripeta puntualmente quello che sognò il maestro. Postulata tale uguaglianza, si può chiedere: codesti istanti che coincidono, non sono lo stesso istante? Non basta un solo termine ripetuto per disordinare e confondere la storia del mondo, per affermare che questa storia non esiste?

Qui Borges si interroga sulla natura della storia e del tempo. Come si può lavorare sulla storia nel momento in cui la storia entra in relazione con il sogno e soprattutto: come si affronta il rapporto tra un fatto, ammesso che sia tale, e la fissazione cronologica del fatto stesso?
Come diventa, quindi, analizzabile la storia in maniera letteraria? O, in senso ancora più radicale, è possibile una storia che non sia letteratura?

In questo senso i racconti di Davide Orecchio affrontano il meccanismo storico con una forza e uno sguardo cruciale. Innanzitutto perché il meccanismo storico non si presenta come un meccanismo temporale, ma al contrario personale. In secondo luogo perché alla rappresentazione storica si lega la rappresentazione mitica nel senso più letterale del termine.

In Mio Padre la rivoluzione, infatti, questi due meccanismi di rappresentazione trovano il compimento nell’ucronia che si colloca in un certo senso prima della storia, perché ne anticipa le conseguenze e il ribaltamento, e dopo la storia stessa, perché può realizzarsi solo a fronte di una storia realizzata e riconosciuta con la quale rimane in costante dialogo. Ed è proprio su questo riconoscimento fondato sui documenti che gioca la scrittura di Davide Orecchio:

Prima del carattere, prima della storia, l’esistenza la muove la sorte, e sull’elenco si deve scrivere: questa è la più importante tra le forze per la vita di un uomo, ma l’elenco è un foglio probabilmente, il colore della carta è bianco probabilmente, il colore dell’elenco è un inchiostro nero probabilmente, quindi sull’elenco non si può dire la seconda forza più importante nella vita di un uomo, perché lei è trasparente, lei non va nell’inchiostro, è personale, è una moltitudine, la seconda forza più importante nella vita di un uomo varia da individuo a individuo, ce n’è una per ciascuno degli esseri, così si può dire la forza non nell’elenco ma solo col raccontare la vita particolare, che è mossa dalla sua forza particolare, che però resta invisibile senza il racconto di questa vita, di questo uomo, quindi occorre allontanarsi da discorsi generici, forse è meglio dimenticare l’elenco, del partigiano Kim si dica che la sua vita ebbe il motore nell’enorme interesse per il genere umano […].

In questo incipit del racconto Partigiano Kim, all’interno di Mio Padre la rivoluzione, Davide Orecchio lavora ancora una volta sul rapporto tra singolo avvenimento e la storia. Il Partigiano Kim ovviamente lega il lettore alle pagine di Italo Calvino, tuttavia è necessario rimanere ancora un po’ sul testo, perché la scrittura di Orecchio non esplicita mai il distaccamento dalla storia, anzi ricerca, anche lì dove l’ucronia si mostra con maggior forza, un attaccamento agli eventi o a personaggi realmente esistiti o dei quali si posseggono documenti.

Esempio ne è il testo meno narrativo della raccolta intitolato Cast, nel quale Orecchio propone citazioni che vanno da Marx a Trockij, da Lenin a Hanna Arendt e molti altri, per intessere una storia fatta di documenti, lì dove il documento è inteso come testimonianza di coloro che sono stati presenti. Ma Dislocando le citazioni dai loro contesti, è il documento stesso a diventare altro. In questo senso torna utile, ancora una volta, il riferimento a Calvino, perché nelle Lezioni Americane, nel capitolo dedicato alla Rapidità, scrisse sul rapporto tra gli oggetti e la narrazione:

Nella narrativa realistica l’elmo di Mambrino diventa la bacinella d’un barbiere, ma non perde importanza né significato; così come importantissimi sono tutti gli oggetti che Robinson Crusoe salva dal naufragio e quelli che egli fabbrica con le sue mani. Diremmo che dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale, diventa come il polo d’un campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti visibili. Il simbolismo d’un oggetto può essere più o meno esplicito, ma esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico.

Si può considerare, allora, all’interno dei racconti di Davide Orecchio, il documento come un oggetto magico in grado di creare un campo magnetico attorno al quale vortica tutto il racconto generando uno spazio tempo nuovo e non conforme.

In questo rapporto il mito gioca un altro ruolo fondamentale, perché diventa il dispositivo attraverso il quale scardinare il meccanismo storico e portarlo altrove, rendere possibile ciò che non è accaduto e generare il meccanismo ucronico.

Il documento e il mito consentono a Mio Padre la rivoluzione di sviluppare e affinare ciò che in realtà è presente anche in Città distrutte, perché in entrambi i testi è dalla storia che nasce il testo. Come scrive Goffredo Fofi nella postfazione di Città distrutte:

Davide Orecchio si è affermato tra i nostri scrittori come uno dei pochi e più coraggiosi nella volontà di raccontare storie dentro la storia, tenendo bensì conto di un tempo mutato. Fa letteratura non rinunciando a farlo. Si interroga sulle bizzarrie della storia e ne fa oggetto della sua letteratura.

Così prendono vita le storie di Rodari in viaggio nell’unione sovietica; di Trockij non più assassinato, ma sopravvissuto sino alla caduta dell’unione sovietica; ci sono le storie di Bob Dylan e del partigiano Kim, ci sono Lenin, Hitler e molte altre figure che si mischiano e si relazionano. La scrittura di Orecchio mostra una voce decisamente unica nel panorama italiano, innanzitutto per la scelta della forma breve, che conferisce alle storie un ritmo necessario allo svolgimento degli eventi e in secondo luogo per lo stile e la capacità di composizione narrativa. Come sempre tutto orientato verso una comprensione storica che gioca su ciò di cui la letteratura da sempre si è cibata: i fantasmi del passato.

Luca Romano è nato nel 1985 a Bari dove insegna filosofia ai bambini. Scrive di letteratura e filosofia per Huffington Post Italia, Finzioni Magazine e Logoi.ph.
Commenti
Un commento a “Storia e Ucronia nei libri di Davide Orecchio”
  1. Pinin scrive:

    a due a due fino a che non diventano dispari

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