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Storie dal 1929: “La versione della cameriera” di Daniel Woodrell

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Siamo nel Missouri a West Table, un ragazzino va a passare l’estate con sua nonna. La nonna è Alma DeGeer Dunahew. L’estate che passano insieme è un periodo che concorre alla ricostruzione del rapporto tra Alma e uno dei suoi tre figli. Ti mando Alek, ti tengo io Alek, mettiamo a posto le cose.

Nel 1929 a West Table ci fu un’esplosione nella sala da ballo, molti morti, feriti, mutilati. Tra i morti Ruby, la bellissima sorella di Alma.

Le mani le fecero sempre male fin dai vent’anni, le articolazioni sporgenti, le nocche gonfie, e furono quelle mani dolenti e distorte che appoggiò, calde e distese, su ciascuna delle ventotto bare radunate nella palestra della scuola.

Alma racconta ad Alek questa storia, la sua versione della storia. Alma racconta di vita e di morte, di miseria, di cibo nascosto in un secchio, di avanzi portati ai tre figli. Alma dice di un marito debole e sempre ubriaco. Alma parla di Ruby, della sua bellezza, della sua maniera infallibile di far cadere gli uomini e i loro cuori. Alma mostra i ricchi da cui andava a servizio, il suo essere degna di fiducia. Il suo essere confidente, il suo successivo passare per pazza. Alma e i suoi capelli non tagliati più. Alma e la sua memoria profonda, il cuore da vecchia, l’occhio profondo di chi ha visto tutto. Alma che ha sempre parlato poco. Alma la dura, Alma che sa.

Alma e la storia della sala da ballo, del colpevole mai trovato, delle tante versioni. A ciascuno la sua. In mezzo il dolore della perdita, la voglia di dimenticare, le ferite che non si rimarginano. L’America terribile e stupenda, ancora una volta, al di fuori delle grandi metropoli. I signori e i poveri, gli avidi e i benefattori. I morti minori, la storia di sempre. Ciò che è bene dire, ciò che è meglio celare. Alma e il suo ritmo, Alma e tutta una vita che viene fuori un’estate. Alma la sera si siede sul letto e racconta. Nipote mio ecco la mia versione dei fatti.

La versione della cameriera (NN editore, traduzione di Guido Calza) è bello e straordinariamente efficace perché Daniel Woodrell l’ha costruito come se fosse un coro; Alma racconta una storia ma non lo fa direttamente, lo scrittore sceglie il nipote come narratore, voce narrante, che a sua volta si sottrae lasciando salire dal passato i personaggi, che entrano ed escono dai capitoli, che si parlano a decenni di distanza. Ognuno entra e mostra un pezzo della propria esistenza, un frammento di ciò che dice si interseca a quella sera del 1929. Molte di quelle persone non sono mai morte, molte altre continuano a ballare.

Si badi, questo è un libro di spettri senza essere un horror; è invece una grandissima commedia umana. La tragedia è l’avvenimento ma il suo restare senza colpevole è il finale di tutte le storie dell’uomo. Woodrell ci ricorda che il povero muore e che il ricco la fa franca, tutto qui, la sua bravura sta nel trovare un modo nuovo.

La cittadinanza era rappresentata da cima a fondo, poiché il disastro non aveva risparmiato nessun ceto e nessun credo, ma intaccato ogni quartiere e comunità, e disseminato tristezza senza un obiettivo preciso.

Su West Table, Daniel Woodrell ha scritto altri romanzi, li leggeremo fra un po’ sempre nel catalogo di NN editore. Capita sempre più spesso di incontrare romanzi che non esauriscano la loro storia con la parola fine, ma che invece abbiano un seguito, più che della storia del luogo. Abbiamo letto della Grouse County di Tom Drury, della ormai celeberrima Holt di Kent Haruf, della Bull Mountain di Brian Panowich. Personaggi che ritornano, territori selvaggi, poco abitati, la comunità chiamata a parlare, che sa uccidere e perdonare.

Nessuno è mai solo, nessuno è mai salvo. Il lettore finisce per affezionarsi ai luoghi, al suono che fanno le frasi, ai movimenti di una ragazza, alla durezza di un uomo. Lo scrittore ci incatena al luogo e fa sì che diventi un po’ nostro, non importa che il luogo esista o meno, noi dobbiamo solo portarci una sedia da casa e metterci ad ascoltare.

«Io penso che tutto quel dolore l’abbia mandata in crisi; detto questo, senza dubbio capirà che lui con la disgrazia non ha avuto niente a che fare. Niente a che fare».
«Io so quel che so, signora, e non posso più fingere di non saperlo».

Nei fatti di questo romanzo i colpevoli forse sono un po’ innocenti, gli innocenti non possono dichiararsi esenti da colpe. Il vigliacco tiene per mano il coraggioso, così come la bella e sfortunata Ruby tiene per mano Alma, anche dopo la morte. Arthur e Corinne Glennclose, per i quali proveremo pena, un po’ di disprezzo, ne capiremo qualche ragione, li ammireremo perché lo scrittore, come tutti gli altri, li ha perfettamente disegnati.

Poche mirabili descrizioni, pagine dalle quali paiono saltare fuori gli odori e i colori, la voce di Freddy Poltz che cambia tono e registro man mano che gli eventi accadono, che gli anni passano.

Guido Calza, il traduttore, mi pare abbia fatto un lavoro mirabile, davanti a un’opera non facile da tradurre, sempre in bilico tra il tono basso e il guizzo, tra la lingua del povero e l’orpello del benestante.

La versione della cameriera titolo da noir senza averne l’aria, è una storia cupa e vitale. Daniel Woodrell racconta di nuovo la miseria della condizione umana e le grandi opportunità che il destino offre e sottrae, lo fa con una nuova luce, cambia il punto di vista, ci insegna a guardare un’altra volta, meglio.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
4 Commenti a “Storie dal 1929: “La versione della cameriera” di Daniel Woodrell”
  1. Elena Grammann scrive:

    “Il lettore finisce per affezionarsi ai luoghi, al suono che fanno le frasi, ai movimenti di una ragazza, alla durezza di un uomo. Lo scrittore ci incatena al luogo e fa sì che diventi un po’ nostro, non importa che il luogo esista o meno, noi dobbiamo solo portarci una sedia da casa e metterci ad ascoltare.”
    Il meccanismo della serie televisiva esonda in letteratura. Una consolazione in più in questa difficile vita.

  2. gianni montieri scrive:

    O anche le serie tv che sanno usare i meccanismi della letteratura. Grazie

  3. Elena Grammann scrive:

    @ gianni montieri

    Sì, questa è la vulgata editoriale. Grazie a lei.

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