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Storie dal mondo nuovo: intervista a Daniele Rielli

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Daniele Rielli è uno degli autori più interessanti emersi negli ultimi tempi. Noto anche con lo pseudonimo che dà il nome al suo blog, Quit the Doner (riferimento all’abbandono della sua precedente attività e alla decisione di dedicarsi completamente alla scrittura), Rielli si è imposto in breve tempo all’attenzione dei lettori per il brillante piglio satirico della sua prosa, in cui concilia l’osservazione delle dinamiche sociali con la dote, squisitamente letteraria, di evocare atmosfere peculiari, come quelle che fanno da scenario ai suoi reportage.

Si può essere facilmente in disaccordo con le sue opinioni, sempre molto connotate e articolate, ma senza dubbio il punto di vista espresso nei suoi scritti (articoli e racconti) merita considerazione, sia per le ragionate argomentazioni, che per il modo non scontato di esporle.

Ora, Adelphi ha da poco pubblicato Storie dal mondo nuovo, raccolta di reportage (con due inediti) in cui si conferma il suo talento nel cosiddetto “giornalismo narrativo”.
Rielli si muove in una zona difficilmente catalogabile in generi ed etichette, la sua scrittura sfugge alle suddivisioni delle targhette sugli scaffali delle librerie. Questo, di per sé, lo rende interessante per (non) definizione.

Qual è stata la genesi di questo libro?

Quando circa tre anni fa il mio agente incominciò a fare girare il manoscritto del romanzo Lascia stare la gallina, il primo a richiamare fu un editor di Adelphi, Matteo Codignola, a cui era piaciuto molto e che non mi aveva mai letto prima. Quel libro poi lo fece Bompiani ma nel frattempo io e Matteo ci eravamo conosciuti, ed eravamo rimasti d’accordo che avremmo provato a fare qualcosa assieme più avanti. Questo qualcosa è diventato Storie dal mondo nuovo un progetto per il quale siamo partiti da quelle che secondo entrambi erano le cose migliori della mia non-fiction per creare un libro vero e proprio, non una semplice raccolta. Storie dal mondo nuovo è il concentrato non solo anni di lavoro ma anche di un percorso personale che mi ha cambiato molto. Non è sempre stato facile, ma questo filo rosso credo sia il vero plus valore del libro.

Spesso si dice che tu fai reportage come fossero incursioni “dentro il sistema”: trovi delle analogie tra il meccanismo frenetico delle riunioni Disrupt (fiere ultratecnologiche in cui diverse start up si sfidano per attirare l’attenzione di potenziali investitori) e il senso del calcolo matematico/rischio dell’inseguire l’anomalia nel gioco d’azzardo?

In entrambi i casi si tratta di persone che cercano di utilizzare l’intelligenza per risolvere problemi o creare innovazione nel modo più efficiente possibile. Agiscono cioè in maniera profondamente laica e pragmatica. Il mondo delle start up è un mondo per certi versi spietato ma ha in sé un gradiente di meritocrazia che il resto della società italiana semplicemente si sogna. Il punto lì è saper fare qualcosa, creare un servizio che le persone vogliano usare, tutto il resto, chi sei, da dove vieni, cosa voti, cosa pensi, il tipico “ a chi appartieni” italiano, non interessa a nessuno. Il successo rimane una questione per pochi, anzi pochissimi, ma la partita è molto più aperta e veloce. Questo naturalmente attrae le intelligenze vive che non vogliono stare vent’anni parcheggiati ad aspettare che esca un concorso truccato per venire regolarizzate e avere il privilegio di continuare a guadagnare poco. Bisogna comunque anche aggiungere che essendo diventato quello delle start up ormai un fenomeno globale e in certi casi anche di moda, anche attorno all’innovazione tecnologica si sono formati miti, para-religioni, superstizioni, e abbonda il wishful thinking, motivo per cui è probabile, ad esempio, che attorno ad alcune valutazioni miliardarie esista ad oggi anche una certa bolla speculativa. Non a tutte comunque. Detto questo rimane un ambiente con un tasso di meritocrazia non paragonabile a quelli di altri ambiti. Allo stesso modo con le carte da poker  in mano non ci sono mediazioni. Il discorso sull’anomalia in quel campo in realtà funziona fino a un certo punto, è un paragone che io traccio all’inizio del reportage fra il me che finisce in Montenegro a scrivere quella storia dopo una serie di eventi oggettivamente improbabili, e il pensiero fisso del pokerista “della domenica” che crede appunto nell’anomalia come via maestra per fare i soldi. In realtà il professionista del poker è tale sul lungo periodo, non ricerca l’anomalia estemporanea, anzi, in un certo senso la teme.

C’è un legame tra la crisi del capitalismo e le meccaniche perverse del gioco d’azzardo?

Non saprei. Non credo però ci sia con gli aspetti del poker come “skill game” (ovvero almeno entro una certa misura come gioco di abilità) che affronto nel libro. La gestione del rischio fa parte di qualsiasi aspetto della vita, è questo che rende rilevante il gioco d’azzardo ai miei occhi. I soldi sono solo una variabile di un discorso molto più ampio e interessante. Il punto è che di norma nella vita di tutti i giorni non mettiamo in campo alcuna strategia di controllo del rischio, preferiamo affidarci a grandi e piccole narrazioni coerenti che ci danno l’illusione di avere il controllo su quello che ci circonda. Così ad esempio se le cose ci vanno male la colpa è, in maniera per altro sempre più univoca, del “sistema”, del neoliberismo o, per contrasto degli eccessi di statalismo, o ancora degli immigrati o dei leghisti, se invece ci vanno bene di solito siamo noi che ci siamo meritati tutto e non ci piace ammettere che la fortuna gioca un ruolo, per quanto possa essere ridotto, anche nelle vite dei più caparbi, sgobboni e tenaci. La nostra è l’epoca delle grandi spiegazioni semplici e fallaci, anche grazie all’ansia da commento sui social, per cui chiunque di noi diventa un piccolo predicatore. Usiamo tutti euristiche uguali e contrarie che non tengono quasi mai  presente l’enorme quantità di variabili che influenzano la nostra vita. La realtà è che al di là delle storie che ci raccontiamo per credere di avere tutto o quasi sotto controllo ogni vita contiene una certa quantità di kaos e di elementi che sfuggono alla nostra comprensione e non possiamo eliminare. Possiamo solo provare a rapportarci ad essi in maniera intelligente e il modo migliore per farlo è incominciare a riconoscere che i nostri limiti sono notevoli e dobbiamo accettare che il nostro destino è quello di fare scelte in situazioni aperte dove gli esisti sono solo parzialmente prevedibili. Questo tipo di lavoro è in un certo senso il contrario speculare dell’atto del narrare, un’attività che in una maniera che può essere didascalica, allusiva, poetica o quant’altro, cerca di riordinare il mondo e suggerire che un senso – una struttura invisibile che attraversa le cose – ci sia  oppure che siamo alle prese con mancanza di senso coerente e univoca, non cambia molto). Qui sta il mio interesse per le menti dei più fini fra i pokeristi: operano con paradigmi praticamente opposti a quelli di uno scrittore – o almeno della stragrande maggioranza degli scrittori. A un livello di speculazione più alto in ogni uomo ci sono entrambi questi numi: il racconta storie e il freddo analista, se il primo prevale quasi sempre sul secondo è perché questa prerogativa del raccontare deve aver necessariamente avuto una funzione evolutiva lungo la storia delle specie. Eppure senza l’occasionale attingere dell’uomo alla sua componente analitica non avremmo la modernità, la tecnologia e tutto il resto. Questo è il grande dualismo del nostro tempo – l’evo della scienza – lo stesso che stava alla base del conflitto fra il selvaggio e il mondo “condizionato” del futuro in Aldous Huxley, da qui l’allusione del titolo del mio libro. Se il dualismo è lo stesso, tutto il resto però cambia perché la realtà di oggi non è una distopia, ma una terra di mezzo  in cui le incarnazioni del conflitto fra queste due tendenze sono le più varie ed originali. I dieci pezzi del libro sono dieci indagini su aspetti diversi di questo dualismo, ma è il pezzo sul poker, per i motivi di cui parlavo prima, ad essere il cuore teorico del libro. Uno dei problemi maggiori oggi è che la realità globale è sempre più complessa e variegata e le narrazioni politiche e mediatiche si dimostrano sempre più incapaci di rapportarsi in maniera efficiente a questa complessità.

Molta della cupezza che percepiamo nei nostri tempi deriva proprio da questa inadeguatezza della mente narrante a cogliere la complessità aperta e irriducibile del mondo globale, è come se tutto il nostro apparato tecnologico si fosse sviluppato (rendendo tra l’altro piccolissimo il mondo) ad un ritmo così rapido da non lasciare il tempo all’evoluzione di compiere il suo lavoro sull’essere umano. I nostri apriori conoscitivi, i nostri istinti e i modi di ragionare, sono ancora largamente quelli dei nostri antenati ma l’ambiente in cui ci muoviamo è totalmente mutato. Molto dello spaesamento che proviamo deriva da qui.

Sulla crisi del capitalismo invece non saprei, dovresti chiedere ad un economista, io sono solo uno scrittore, però così ad occhio non mi sembra complessivamente in crisi, globalmente mi sembra anzi in grande forma. Quella che noi chiamiamo crisi forse è solo una notevole contrazione dei benefici che ricavano le classi medie occidentali da questo tipo di organizzazione economica. Ovviamente la cosa mi sembra grave, molto anche, ma bisognerebbe riconoscere che quello che è un problema per noi è un’opportunità per altre persone in altre zone del mondo e per gli stessi occidentali che hanno la capacità e la fortuna di poter operare a livello globale. Questo giusto per inquadrare i termini del problema.

Vuoi spiegare ulteriormente il riferimento ad Aldous Huxley? Un autore le cui visioni distopiche, per alcuni aspetti, si sono rivelate anche più profetiche di quelle del suo amico (e studente) Orwell. Quali elementi “huxleyani” ritrovi nella contemporaneità?

A garantire la pace sociale nel mondo di Huxley è la soddisfazione materiale dei desideri, tanto che, molto pragmaticamente, sono quasi tutti sempre fatti di soma, una droga senza apparenti controindicazioni, almeno quando assunta in dosi moderate. La civiltà in cui viviamo è organizzata razionalmente per garantire una quantità di soddisfazione dei desideri materiali semplicemente senza precedenti nella storia, nell’occidente in crisi spesso si dimentica ad esempio quanta organizzazione sociale e intelligenza collettiva sia condensata in uno smartphone o il fatto che entrando in un supermercato si possano trovare a prezzi accessibili prodotti provenienti da mezzo mondo, una novità assoluta rispetto alla storia millenaria dell’uomo. Allo stesso modo sono un unicum gli ospedali e le sale operatorie e potrei continuare quasi all’infinito. La differenza sostanziale è che gli esseri umani nel mondo distopico-fordista di Huxley sono condizionati prima da feti e poi nella prima infanzia perché ricoprano, senza lamentarsi né essere infelici, un determinato ruolo sociale, nel nostro mondo accade l’esatto contrario, la promessa di benessere infinito è rivolta indistintamente a tutti, tramite la retorica politica e la pressione del marketing, poi però è sempre e inevitabilmente una minoranza a beneficiare al massimo delle potenzialità del sistema. È la legge ferrea dell’oligarchia. Agli altri tocca una percentuale ridotta di questo potenziale e ciò, al netto dei progressi di cui parlavo prima e al fatto che esistono ancora sacche di povertà oggettiva, fa incazzare un sacco di persone. Rispetto al mondo di Huxley il nostro è quindi un mondo più instabile, ma anche più dinamico, più libero, più ricco di gioia e di sofferenza e soprattutto d’imperfezione umana, quella cifra che la religione di Ford cerca di eliminare.

A me interessa proprio indagare questa imperfezione, la casa degli umani. L’avevo fatto con la finzione in Lascia stare la gallina, e questa volta ho provato a farlo viaggiando e interrogando persone e luoghi reali fra loro diversissimi. Il mio mondo nuovo si contraddistingue soprattutto per la compresenza di isole di innovazione tecnologica pazzesche, in cui si progettano i tratti del futuro, ed altre apparentemente anacronistiche dove al centro della società ci sono ancora valori che possono apparire ancestrali. Non è una situazione destinata a mutare presto perché il paradosso è insito nella doppiezza dell’uomo: un essere al tempo stesso capace di sentimenti religiosi e mistici (dio è la storia delle storie) così come di razionalità scientifica. Lo stesso conflitto che come dicevo prima sta alla base del libro di Huxley.

Ho riconosciuto, e apprezzato, una citazione in calce da un’apparizione televisiva di Louis CKSecondo te i comici come lui, e prima ancora figure Hicks e Carlin, possono essere definiti i migliori commentatori e critici sociali dell’America, proprio perché si tratta di un paese di enormi e grottesche contraddizioni?

Non credo siano i migliori commentatori, credo però che la comicità americana contemporanea sia spesso molto divertente e al tempo stesso possa esserlo perché confinata in una specie di recinto chiuso dove si possono dire cose altrimenti vietatissime in una società che, almeno nelle sue espressioni urbane e costiere, è sempre più puritana, di un puritanesimo che sarà pure progressista ma è prima di tutto ottusamente bigotto e quindi ha tutto il mio disprezzo. Che per dire si sia arrivati a licenziare delle persone perché hanno fatto dichiarazioni non ligie al politically correct, o delle battute che alcuni giudicano infelici o, ancora, hanno pronunciato frasi che non rispondono ad un certo ideale di progresso della razza umana, è una cosa assieme brutale, illiberale e molto pericolosa. Fondamentalmente si tratta di una forma di fascismo del linguaggio anche, e forse soprattutto, nei casi in cui  sono state dette delle cose che io personalmente non condivido per nulla. Una società libera non è quella dove tutti la pensano come te ma quella dove è garantito il pluralismo delle opinioni e la distinzione fra parole e le azioni  (e quindi i reati). Penso che l’elezione di Trump sia in parte una reazione paradossale – e potenzialmente pericolosa – ai tabù che l’America intellettuale, perbenista e digitale ha imposto negli ultimi decenni al resto del Paese, un conformismo consumista e mediocre di cui nel libro parlo all’interno del reportage su Brighton Beach. Anche perché che si facciano politiche di polizia del linguaggio a tutela ad esempio di determinati soggetti invece che concentrarsi sulla realtà concreta della loro condizione è una cosa ridicola e di un’ipocrisia allucinante. Si definisce progressismo ma a ben guardare è un comportamento che ha la stessa radice di quello del nobile che si gira dall’altra parte infastidito se sulla sua strada incontra dei poveri. Il problema per lui non sono i poveri – selvaggina di dio – ma che si vedano. Allo stesso modo per il politically correct il problema non è mai il mondo, l’urgenza è piuttosto  la sterilizzazione del linguaggio che lo descrive. Riguardo a questa tendenza c’è una battuta devastante di Lercio: “Donna senzatetto chiede aiuto alla Boldrini e lei l’accontenta coniando il termine clocharda”. Dice tutto, ed è in perfetto stile stand up americana. Tutti questi tentativi di imbellettamento del linguaggio per farlo suonare come la predica di una maestrina saccente infastidita dalla realtà sono solo una cosa: grotteschi. Manca proprio il senso del ridicolo, se esiste una cosa come una “sindaca” deve esistere anche l’autisto, o l’oculisto. È  chiaro che siamo alla follia, e di un varietà parecchio patetica. Io amo il linguaggio e mi appassiono al mio lavoro nella misura in cui mi permette di mantenere un rapporto stretto fra le parole e le cose, il mondo del dover essere non mi interessa quando scrivo, mi interessano invece le cose come sono oggi, qui, con le loro sfumature, le loro contraddizioni, naturalmente sempre da un punto di vista che è inevitabilmente soggettivo.  Se sono scomode, nel senso che descrivono realtà imperfette in cui è difficile capire chi sono i buoni e chi i cattivi, e finiscono per irritare chi ha bisogno di grandi ideali da spalmare come melassa retorica su ogni racconto della realtà, amen.

La stand up americana mi interessa nella misura in cui, grazie al suo essere una specie di sfogatoio legalizzato, sfugge a sua volta alla censura conformista del politcally correct, avvantaggiandosi di quel tipo di distinzione netta degli ambiti che a noi culturalmente non appartiene ma agli anglosassoni sì. In questo quadro la comicità dei migliori stand up comedian mi interessa in quanto momento di liberazione, di analisi profonda del disagio di vivere. Al tempo stesso fra un Carlin o un Hicks e Louis C.K. passa una differenza enorme ed è che quest’ultimo è molto più radicale nella sua opera di distruzione, è praticamente tutto pars destruens, mentre nei suoi migliori predecessori c’era sempre comunque l’urgenza di trovare, consciamente o inconsciamente, un nemico da attaccare per marcare una differenza e costruire così un’identità. Prendi il monologo “Of course…but maybe” di Louis C.K.: non so quanti se ne rendano conto ma è un pezzo di stand up che ha dentro dosi di realpolitik da imperatore prussiano. Eppure pochi pensano “Ehi sta dicendo delle cose mostruose sugli esseri umani”, perché c’è il filtro della comicità che permette di accettare quelle che di fatto sono verità, seppure scomode, senza saltare sulla sedia indignati e telefonare a Christian Raimo perché faccia qualcosa. C’è di più in quel breve pezzo, c’è anche la necessità di continuare a raccontarsi comunque anche la versione della storia più rassicurante e civile, sapendo che le due storie, quella ideologica e progressista e quella brutalmente reale e reazionaria, interagiscono fra di loro in modi su cui in larga parte non abbiamo alcun controllo e che dal loro scontro-incontro nasce la Storia con la S maiuscola. Quello che conta però è che per Louis C.K. spesso il nemico più che un altro uomo o una categoria è prima di tutto la vita stessa e gli uomini tutti, e il piccolo miracolo è che questo nichilismo riesce ad andare d’accordo con una certa poetica e in fondo con una sorta di sincero e masochistico amore per l’esistenza. In un certo senso è un’estensione della famosa battuta con cui Woody Allen apre “Io e Annie”, il cui senso è “che schifo questa vita, dammene ancora”.

In questo mutamento di sensibilità, cioè dalla comicità di Hicks a quella di Louis C.K,  credo abbia contato anche il fatto che internet ha moltiplicato all’infinito le voci di dissenso, si è creato un coro onnipresente di tastiere in rivolta perpetua che ha finito per attaccare fortemente ogni possibilità di un discorso di senso, di qualsiasi tipo, non solo politico. Non solo il re è rimasto nudo ma anche il suo accusatore è scoperto, mai come oggi è visibile come al di là delle differenze di status la materia umana sia la stessa. Gli esiti tragicomici a cui giungono inevitabilmente i movimenti populisti degli “uomini nuovi” lo testimoniano senza appello. In quest’epoca di “coro totale” si fa un gran parlare di post-verità ma “La verità” (con l’esclusione parziale di quella scientifica) è sempre stata e sempre sarà un concetto aleatorio e sociale.  È stata capace di grande autorità fino a quando la sua creazione è stata nelle mani di pochi, ha incominciato a relativizzarsi quando la cerchia dei suoi produttori si è ampliata (la società borghese della stampa) e infine si è destrutturata e “sfarinata” fino a diventare un concetto inservibile quando la platea dei suoi produttori ha incominciato a corrispondere sostanzialmente all’intera popolazione dotata di connessione a internet. Noi in questo momento compresi, ovviamente. L’epoca digitale dove tutti hanno una voce è abbastanza inevitabilmente un’epoca di estremo nichilismo, non c’è più quel gradiente di mistero e sacralità –non necessariamente religiosa– che serve a creare una qualche verità, errata ma funzionale.  La comicità di Louis C.K. funziona molto bene in un mondo che è privo di valori assoluti e ricco di corpi con le loro inevitabili debolezze , coglie a pieno lo spirito del tempo. Non bisognerebbe mai dimenticare, credo, che le contraddizioni prima ancora di essere sociali o politiche sono umane, e anzi si presentano nella società solo nella misura in cui questa è un costrutto degli esseri umani. Louis C.K. ha compiuto questo passo in più, è andato un po’ più a fondo, rinunciando a bruciare il capro espiatorio per indagare l’intero processo. Per questo nel suo campo oggi è il migliore. Sarà interessante vedere cosa verrà dopo.

Nel reportage sugli artisti di strada e il meeting quasi mistico dei fan di Valentino Rossi c’è il filo comune, pur in esperienze diversissime, della ricerca della sensazione, dell’adrenalina, di un rito (individuale, estetico oppure collettivo e festoso) legato quasi dionisiacamente a un gesto (l’opera d’arte illegale o la vittoria del proprio idolo). Sono reazioni all’omologazione grigia dell’impero in decadenza, a cui a volte ti riferisci?

Il bisogno del carnevale è sempre esistito, certo questi “mega rave” contemporanei, così grandi e così nascosti all’opinione pubblica, come le notti del Moto gp del Mugello, hanno inevitabilmente anche delle peculiarità legate al loro tempo, ad esempio il fatto che si festeggi una persona che guida una moto molto velocemente. Il writing e la street art mi sembrano, come appunto dici, dei fenomeni molto più legati all’individualismo, non c’è la dimensione collettiva della folla, da cui deriva quasi tutto il piacere che chi va al Mugello ricerca, ovvero essere un’unica massa idolatra color giallo che beve, sgasa con le motoseghe e fa festa per tre giorni. Nel corso delle ricerche per il pezzo sui “graffitari” invece ho parlato con uno street artist molto noto (prima faceva il writer e lavorava sui treni) che mi ha raccontato di essersi reso conto negli anni di quanto l’intero fenomeno sia legato ad un individualismo, uso parole sue “Un po’ fascista”. L’idea insomma che tu puoi disegnare dove vuoi e vaffanculo tutti, lui lo vedeva come di stretta importazione americana, ha quel tipo di radice lì, fortemente individualista, e occasionalmente può travalicare nella violenza, pensa alle aggressioni ai dipendenti delle aziende di trasporto. La street art cerca talvolta di ammantarsi di una retorica “sociale” ma è appunto retorica a posteriori, la realtà dei fatti è che ha lo stesso tipo di individualismo del writing perché di norma nessuno chiede agli abitanti di un quartiere o ai proprietari dei muri se vogliono questo o quel disegno.  Per questo francamente mi sta più simpatico il writing della street art, c’è una matrice di teppismo, un bisogno giovanile di voler piantare una bandierina nel mondo che se lo inquadri nell’ambito dell’adolescenza è stupido quanto vuoi ma almeno è onesto intellettualmente, la street art invece, specie quando vuole darsi valenze politiche, mi sembra una cosa molto più noiosa e, appunto, retorica. In finale comunque il Mugello e il Writing sono due fenomeni quasi contrari, uno è la celebrazione della folla tramite l’idolo, l’altro quello di un’individualità che si muove dichiaratamente al di fuori della legge della comunità.  Entrambe le cose rispondono a bisogni profondi dell’essere umano.

Una riflessione sull’Albania: che effetto fa vedere ciò che è ridicolo o noioso nel nostro paese divenire (soprattutto in passato) in un altro paese un modello da imitare e inseguire?

L’ossessione albanese per la tv italiana si sviluppa in un periodo in cui oggettivamente non c’erano altre alternative. Quello italiano era l’unico segnale che si prendeva, solo in alcune zone del nord del Paese erano raggiunte anche dal segnale della tv Jugoslava ma questo era tutto. Se si considera che il regime di Hoxha, paranoico e isolazionista, è stato probabilmente il comunismo più povero della storia, è facile capire come fosse inevitabile provare attrazione per quello che si vedeva nella tv italiana. Aggiungi che ancora oggi al di là del retoriche da due soldi – figlie della nostra immortale e provincialissima esterofilia – che raccontano un inesistente – nei numeri- migrazione dall’Italia all’Albania, il nostro paese rappresenta per gli albanesi una concreta speranza per una vita migliore. La differenza maggiore rispetto a un tempo è che la platea dei Paesi che esercitano, in maniera programmatica, influenza su Tirana oggi si è ampliata molto, i principali sono gli Stati Uniti, la Germania e la Turchia, mentre l’Italia taglia i fondi per le classi bilingui. È probabile che qualche miglioramento negli ultimi anni nella società albanese ci sia stato, ma i problemi strutturali, con radici profondissime, sono ben lungi dall’essere risolti, mi sembra abbastanza chiaro che non esiste in questo momento alcun miracolo albanese e che anzi l’Albania sia un monito su quello che può succedere quando una società smette di funzionare in molte delle sue parti.

Qual è stato l’episodio per te più memorabile dei tuoi reportage?

Ce ne sono stati tanti, non è facile sceglierne uno. Dalla notte in cui ho accompagnato un writer a dipingere un treno, a quando mi sono infiltrato dentro il matrimonio dei miliardari indiani a Fasano, all’incontro con Frank Serpico che come prima cosa mi ha mandato a fanculo perché ero in ritardo, o, ancora, l’incontro con la sicurezza di una gated community di Coney Island che a momenti mi sparava addosso. Abbiamo già parlato delle notti di follia al Mugello, o i giorni molto belli che ho passato a Tirana ospite di una coppia di miei lettori o ancora quella volta in cui mi sono ritrovato fra Gasparri e Formigoni in parlamento. La mia impressione è che se gli dai una chance la realtà ti stupisce sempre. Se la Perugina è in ascolto e vuole usare quest’ultima frase per i Baci mi contatti pure.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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