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Storie dall’altra Hollywood

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(fonte immagine)

C’è un libro che è uscito in America cinque anni fa, ha venduto poche migliaia di copie e non è stato più ristampato, è stato pubblicato in Francia da pochi mesi e sta collezionando solo ottime recensioni, e in Italia probabilmente non verrà mai tradotto. Si chiama The Other Hollywood. The Uncensored Oral History of the Porn Film Industry, e a firmarlo sono Legs McNeil e Jennifer Osborne.

McNeil è un giornalista che, da punk nostalgici, abbiamo tanto amato quando nel ‘97 firmò, insieme a Gillian McCain, un libro monumentale che raccontava la storia definitiva del punk americano. Il libro si chiamava Please Kill Me, e in poco più di seicento pagine raccoglieva centinaia di interviste ai protagonisti della scena punk. La bellezza del libro stava nel rigoroso e riuscito lavoro di montaggio, che trasformava un’infilata di dichiarazioni e risposte in una magnifica saga. Metodo utilizzato con pari rigore e riuscita in quest’altrettanto monumentale (620 pagine) e bella storia orale dell’industria pornografica. A metà strada tra Hollywood Babilonia e Il Padrino, il libro si legge come un romanzo e ha dentro storie di sesso, soldi, droga, crimini e celebrità. A fare da scenario è l’America della seconda metà del Novecento, abitata da personaggi irriverenti, a modo loro eroici, e soprattutto erotici, come i musicisti punk di Please Kill Me.

“Se ci pensi il rock’n’roll è erotismo, è puro sesso. Proprio come la pornografia”, mi spiega McNeil in un bar di Saint Mark’s Place, nell’East Village, a New York. Una strada che ha vissuto gloriosi anni punk, e adesso è solo una zona turistica come tante, “uno schifo, come tutta New York”, dice McNeil. “Poco lontano da qui negli anni settanta ho fatto un porno anch’io. È uno dei motivi per cui ho scritto The Other Hollywood: volevo sapere che fine avesse fatto quella gente. La scena del cinema porno e quella del punk negli anni Settanta a New York erano frequentate più o meno dalle stesse persone. E l’età dell’oro del porno è coincisa con quella del rock. Venticinque anni in tutto, dai primi anni Settanta alla fine dei Novanta. Tutto grazie alla ventata di libertà sessuale che abbiamo vissuto in quella stagione. C’è poi un’altra ragione per cui ho scritto il libro, ed è perché è una storia che andava raccontata. E andava raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona”.

La storia che andava raccontata è quella di un piccolo business avviato dalla mafia nel 1972 con Gola profonda di Gerard Damiano e diventato in quei venticinque anni un’industria in grado di fatturare miliardi gestita dalle corporation. “Una storia cento percento americana”, dice McNeil, “prima di tutto perché il cinema porno in Europa è arrivato dopo, e poi perché quello che è accaduto con Gola profonda poteva accadere solo in America”. O a dirla con Al Goldstein (giornalista del settimanale pornografico Screw), in modo forse meno elegante ma sicuramente più efficace: “Solo in America puoi fare tanta strada con un pompino”. L’indiscutibile merito di Gola profonda fu quello di avere sdoganato il porno tra gli intellettuali inventando il pornochic. “Per la prima volta”, racconta Gerard Damiano nel libro, “la gente non era imbarazzata se incontrava degli amici uscendo da un cinema porno. Di fatto, in certi ambienti e in certe città, andare a vedere Gola profonda divenne quasi un obbligo sociale”. Racconta Sammy David Jr. che per vedere il film lui e la moglie affittarono la sala del malfamato Pussycat Theater di Santa Monica e insieme a una carrettata di celebrities (Shirley MacLaine tra gli altri) andarono a vederlo in limousine per poi chiudere la serata con una cena a base di foie gras e Chateaux Margaux. Gerard Damiano diventò così “il Fellini, o lo Scorsese del porno” (per alcuni anche “il Bergman”), e diede un nome e una momentanea celebrità a Linda Lovelace.

Linda Lovelace, Marilyn Chambers e Georgina Spelvin (protagoniste le ultime degli altri due film di culto del pornochic, Behind the Green Door e The Devil in Miss Jones) si raccontano nel libro, insieme ad altre pornostar (da John Holmes a Savannah), registi, produttori, gangster (come i Peraino che finanziarono Gola profonda) e agenti dell’Fbi che entrarono nel giro sotto copertura e gli piacque talmente tanto che quasi non ne uscirono più. Tutta gente a cui indubbiamente piaceva il sesso, e che del sesso ne fece un mestiere. Chiedo a McNeil se qualcuno s’è rifiutato di farsi intervistare, e lui mi risponde di no. Dice che “alcuni si sono fatti pagare, e li abbiamo pagati, ma nessuno s’è rifiutato”. Chiedo chi s’è fatto pagare e quanto, e mi risponde “Linda Lovelace, cinquemila dollari. Ma è morta qualche anno prima che il libro venisse pubblicato, e non l’ha mai letto. Non so se le sarebbe piaciuto”. Chiedo se a qualcuno non è piaciuto, e dice di no, dice che “i più entusiasti sono stati quelli dell’Fbi. Chi l’avrebbe detto? E pare sia piaciuto anche ai gangster”. Anche quelli intervistati tutti personalmente. “Lo sapevo che quando andavo a intervistarli dietro di me c’era sempre qualcuno armato pronto a sparare”, continua McNeil, “ma sapevo anche che non avevano motivo di farlo. E io non avevo motivo di avere paura. Gangster, attori porno, agenti dell’Fbi: sono tutte interviste a cui abbiamo lavorato talmente tanto che finisci per affezionarti a tutti nella stessa misura”. E anche a leggere The Other Hollywood di fatto ti affezioni a tutti nella stessa misura, un po’ come quando guardi le serie tv. Ognuno di loro ha un ruolo necessario e battute illuminanti. John Waters, per esempio, quando dice che “la buona pornografia oggi è quando le donne se la godono tanto quanto gli uomini”. O Veronica Hart, pornostar, che distingue il business del porno dagli altri business per il fatto che “nel porno per avere un lavoro non devi andare a letto con nessuno”. O ancora, Annie Sprinkle, guru e regina del pornofemminismo, che quando diciannovenne incontrò per la prima volta Gerard Damiano, senza pensarci due volte gli chiese: “Mi insegni a fare gola profonda?” Di aneddoti del genere è costellato il libro. Si apprende leggendo che Georgina Spelvin era una ragazza chiamata sul set di The Devil in Miss Jones per occuparsi del catering e finì per diventare la protagonista del film. Che dopo avere visto The Devil in Miss Jones, la gente che usciva dalle sale protestava dicendo: “Sono venuto per masturbarmi, non per pensare!” E che durante le riprese di Behind the Green Door le sessanta o settanta comparse che aspettavano di andare in scena si eccitarono così tanto da cominciare tutti a fare sesso, lì sul posto, trasformando il set in un’orgia colossale.

Poi, nel ’98, la storia finisce. “A fine anni Novanta l’età dell’oro del porno era finita. Il più grosso processo messo in piedi contro l’industria del porno finì in un’assoluzione, molti del giro morirono di Aids, e laddove le videocassette non avevano del tutto distrutto il mercato fu internet a farlo. Perché mi sono fermato proprio al ’98? Ero stanco. Sette anni di lavoro credo che stancherebbero chiunque. Per lavorare al libro mi ero trasferito a Los Angeles, e alla fine confesso che andare via da lì è stato un sollievo”. A chiudere il libro è la storia di John Stagliano, pornostar, produttore e regista che con la serie di film in cui interpretava Buttman e in cui era sia attore che cameramen, a fine anni ottanta inventò il “gonzo” come sottogenere della pornografia. Dopo avere perduto la donna che amava (Krysti Lynn, pornostar anche lei, morta in un incidente d’auto), Stagliano era talmente disperato che partì per il Brasile per fare sesso non protetto a rischio Aids. Prese l’Aids, ma subito dopo si innamorò di un’altra ex pornostar, Tricia Deveraux, sieropositiva anche lei. I due andarono a vivere insieme, decisero di provare ad avere un figlio, e ci riuscirono. E la nascita di Isabelle a chiusura del libro sembra quasi un lieto fine. “Ma se ci pensi non è così”, dice McNeil. “A me sembra che quella di Stagliano sia più una storia di disperazione. L’ho scelta perché trovavo rendesse pienamente il mood di tutto il libro. E poi, la maggior parte della gente che ho intervistato per scrivere il libro adesso non c’è più. Sono morti quasi tutti. No, direi che non è un così lieto fine”. Sarà anche vero, ma a me viene in mente una cosa che diceva Richard Lloyd, il chitarrista dei Television, alla fine di Please Kill Me. E cioè che “certo, qualcuno c’è morto, ma era forse una cosa meno pazzesca da fare rispetto alle imprese che gli esseri umani ordinari mettono su un piedistallo?”

Nella sua pagina Facebook, McNeil si definisce “resident punk”. A fine intervista gli chiedo come si fa oggi a essere punk. Lui fa spallucce e mi dice che se eri punk quarant’anni fa lo sei anche adesso. “Forse oggi, se hai vent’anni, è impossibile diventarlo, ma passati i cinquanta puoi sempre continuare a esserlo”. A quel punto gli allungo la mia copia The Other Hollywood, e da fan sincera gli chiedo di autografarlo. E lui, da punk gentiluomo, ci scrive sopra: Non fare nulla di quello che c’è in questo libro. Firmato, Legs Mcneil.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
2 Commenti a “Storie dall’altra Hollywood”
  1. RobySan scrive:

    “…Ero stanco. Sette anni di lavoro credo che stancherebbero chiunque…”

    Specie se fatto al nostro livello… [cit. lett.]

    “…E poi, la maggior parte della gente che ho intervistato per scrivere il libro adesso non c’è più. Sono morti quasi tutti…”

    Sono ancora aperti come un tempo i troiai di fuori porta
    ma la gente che ci andò a trombare, fuori o dentro, è tutta morta… [cit. paraf.]

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