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Storie dall’ultimo giorno di set prima del coronavirus

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Photo by Denise Jans on Unsplash

Una raccolta di testimonianze dei lavoratori del cinema e della televisione bloccati dall’emergenza Covid-19

di Andrea Caciagli

In questo momento difficile per l’Italia e per il mondo in tanti sono chiusi in casa a rivedere classici del cinema, a guardare film appena usciti, a fare binge-watching con le serie di Netflix e Prime Video. Ma chi c’è dietro tutto questo? Con la redazione della rivista L’Eco del Nulla abbiamo deciso di raccogliere le testimonianze dell’ultimo giorno di set e di preparazione dei lavoratori del mondo del cinema e della serialità televisiva italiana prima della sospensione decretata dal governo Conte. Non registi e attori, per una volta, ma attrezzisti, segretarie di edizione, assistenti alla regia, capo elettricisti, fonici e tanti altri professionisti fondamentali per la realizzazione dei film e delle serie che tutti noi stiamo guardando in questi giorni. Sono una fetta importante dei famosi “lavoratori dello spettacolo”, una delle categorie più a rischio per la crisi causata dal Covid-19 e per questo inclusi nei 600 euro di bonus previsti dal decreto Cura Italia.

Sono tutti quei nomi che (non) leggiamo nei titoli di coda alla fine di un film, sono le persone che davvero lo realizzano. Con questa raccolta di testimonianze cerchiamo di dare uno spaccato del dietro le quinte di un film, per quanto incompleto – ci sono anche i lavoratori della post-produzione, quelli delle case di produzione e distribuzione, stunt, truccatori e parrucchieri, capi figurazioni, responsabili degli effetti speciali, autisti, tutti colpiti dal blocco del settore. In questi racconti c’è l’intera galassia produttiva dell’audiovisivo, dalle produzioni ad alto budget alle serie tv, dalle fiction ai film d’autore fino alle opere prime.

Le esperienze sono differenti – chi ha finito l’ultima settimana che aveva da contratto, chi ha visto bloccare mesi di riprese, chi si è ritrovato con un licenziamento improvviso – e lo sono anche alcuni dei loro nomi, sostituiti con altri fittizi per tutelare il loro anonimato, ma anche se non sapete chi sono di certo conoscete il loro lavoro: qualcuno di loro potrebbe aver cucito i costumi di Volevo nascondermi o curato le scenografie di Pinocchio, qualcun altro potrebbe aver scritto gli ordini del giorno de Il commissario Montalbano o curato il suono di Rocco Schiavone. Queste sono le loro storie (potete leggere la raccolta completa di testimonianze sulla rivista L’Eco del Nulla a questo indirizzo).

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Lunedì 2 marzo iniziavamo le riprese di una nuova serie tv, in teatro di posa, dove avremmo dovuto girare per le prime due settimane prima di spostarci all’esterno. C’era un’aria particolare, ci sentivamo privilegiati a far parte di un progetto che non aveva ceduto a quei piccoli campanelli di allarme del Covid-19 che avevano già fatto fermare molte produzioni in Italia, tra cui tutte quelle internazionali. Erano i giorni in cui eravamo tutti preoccupati per l’aspetto economico, dopo il solito periodo “morto” di gennaio e febbraio siamo riposati e pronti per ricominciare a lavorare, per voglia e per necessità. Nessuno di noi immaginava che quei piccoli campanelli d’allarme sarebbero diventati un’emergenza sanitaria di questa portata, nessuno lo immaginava quel lunedì 2 marzo almeno.

Giorno dopo giorno, insieme all’aumento dei contagi, iniziava a farsi avanti la paura che anche le nostre riprese venissero interrotte, ma fino a venerdì 6 marzo era dovuta principalmente alle notizie che ricevevamo da colleghi impegnati con altre produzioni che avevano rinunciato ad iniziare le riprese. Tutte le nostre percezioni sono cambiate radicalmente nel weekend. Le notizie sulla diffusione del virus peggioravano esponenzialmente, telegiornale dopo telegiornale, nel frattempo le produzioni che decidevano di posticipare le riprese aumentavano, fino a quando non ho ricevuto la telefonata del nostro direttore di produzione. Voleva mettermi al corrente di alcune misure precauzionali che la produzione aveva deciso di adottare: non far entrare negli studi nessuno con temperatura corporea superiore ai 37,5°C, fornire tutti di gel disinfettante per le mani e incrementare il personale per la sanificazione di bagni e ambienti comuni.

Abbiamo iniziato la giornata così: Giuliano, il microfonista con cui stavo lavorando, ha usato un paio di guanti per ogni attore, ha indossato la mascherina, si è lavato le mani ogni volta che ha aperto la valigia dei radiomicrofoni. Ogni tanto qualcuno diceva: “Siete a meno di un metro di distanza, allontanatevi”. Se dicessero sul serio o no me lo sto ancora chiedendo. Lavorando, quasi per gioco, abbiamo iniziato a fare attenzione a tutte le occasioni di contagio che comunque generavamo e che gli altri generavano. Un set è una realtà estremamente dinamica, non si sta mai fermi. Tutti utilizzano cose che passano da una mano all’altra e spesso siamo costretti a stare molto vicini, un metro di distanza tra l’uno e l’altro non ce lo può garantire neanche il teatro di posa più grande del mondo. Per non parlare degli attori, non potranno mai rispettare le giuste misure. In scena si abbracciano e si baciano, litigano urlandosi in faccia e di certo non possono utilizzare guanti o mascherine.

La produzione ha allestito una seconda sala per il pranzo, permettendoci di essere in due, tre persone al massimo per ogni tavolo, dove solitamente ci sediamo tranquillamente in otto. Durante l’ora di pausa riceviamo altri aggiornamenti dai colleghi: la maggior parte delle produzioni che come noi avevano iniziato una nuova settimana di lavoro avevano interrotto le riprese durante il corso della giornata. Finisce la pausa e la sensazione che si blocchino anche le nostre riprese è diventata praticamente una certezza; pochi minuti dopo riceviamo la comunicazione che la giornata di lavoro finisce qui. Giusto il tempo di sistemare l’attrezzatura, tornare a casa e farsi una doccia prima di rendermi conto che eravamo in emergenza sanitaria e all’alba della quarantena dell’intero paese.

Fabio, fonico

Il film a cui stavamo lavorando è stato bloccato domenica 8 marzo verso le 19. Eravamo una piccola troupe in trasferta, eravamo tutti a pranzo fuori quando ci è arrivata la comunicazione di una riunione urgente in albergo prima di cena. Nella riunione l’organizzatore e i produttori ci hanno detto che non si poteva più andare avanti con le riprese perché la situazione del virus si stava facendo sempre più critica, che erano state decretate le prime zone rosse e che dall’indomani avrebbero organizzato i nostri viaggi di rientro. Solo in quel momento molti di noi hanno iniziato a prendere coscienza della realtà. La distanza da casa, i ritmi e gli orari del set e forse anche il clima gioviale che si era creato tra tutti noi ci avevano distratto da quello che stava accadendo in Lombardia e Veneto, o quantomeno ci avevano portato a considerarlo talmente distante da noi da non sentirci coinvolti. La riunione di quella domenica sera ha improvvisamente fatto scoppiare la bolla in cui ci eravamo rifugiati.

Ci siamo ritrovate il lunedì mattina tra i saluti ai primi colleghi che ritornavano a Roma e il nostro camion da organizzare per la partenza: la costumista chiamava sartorie e fornitori, la sarta cercava di asciugare le cose che erano state lavate, l’aiuto costumista svuotava i camerini degli attori che erano stati preparati il sabato precedente, l’assistente costumistas eparava il materiale acquistato dalla produzione – asse da stiro, vaporella, costumi di scena – che sarebbe dovuto rimanere lì dove eravamo.

In quel momento nessuno capiva bene che cosa sarebbe accaduto e se sarebbe stato possibile, una volta rientrate a Roma e con tutta l’Italia dichiarata zona rossa, iniziare le riconsegne. Tutto il materiale, nostro e del film, è ancora congelato nel camion sartoria parcheggiato nel suo deposito. Ci auguriamo di tornare ad utilizzarlo presto.

Giulia, Alice, Marta, Lucia, reparto costumi

La nostra ultima giornata di lavoro sembrava una giornata normale, come tutte le altre. Stavamo lavorando ad una serie e arrivati sul set abbiamo preparato le macchine da presa, mi sono confrontato con il direttore della fotografia per il set-up delle macchine e ci siamo apprestati a girare le scene in programma. C’era già stata qualche avvisaglia di quello che sarebbe successo: avevamo cominciato verso la fine di febbraio e dovevamo girare diverse settimane a Milano e altrettante a Roma. Da parte del nostro reparto c’erano già state delle perplessità a cominciare questo lavoro, in un posto che si sapeva che prima o poi sarebbe diventato zona rossa. Abbiamo girato tutto venerdì 6 marzo con quest’aria da fine film, con l’organizzatore che ci ha riunito per dirci che le riprese non potevano continuare e che avremmo dovuto interrompere la lavorazione perché non c’erano più i presupposti per girare in sicurezza. Noi pensavamo si trattasse solamente di una sospensione temporanea, ma si è trattato di ben altro. Abbiamo ricaricato il materiale in fretta e furia, abbiamo preso il treno da Milano e siamo rientrati a Roma. Dopodiché siamo tornati nelle nostre abitazioni con la paura e col dubbio di poter contagiare i nostri familiari. Io, tornato a casa, ho passato due settimane chiuso nella mia stanza da letto riducendo al minimo i contatti con la mia famiglia e con mia moglie che mi passava i pasti dalla porta, aspettando notizie dalla produzione su come sarebbe andata a finire. Dopo due settimane è arrivato il licenziamento, senza ricorrere alla cassa integrazione e senza che in queste due settimane ci avesse chiamato nessuno per chiederci come stavamo.

Luca, assistente operatore

Domenica 8 marzo abbiamo ricevuto una mail dove che diceva alla troupe e agli attori di stare tranquilli, perché la produzione aveva e avrebbe preso le giuste precauzioni per far sì che si lavorasse in un ambiente il più sicuro e protetto possibile: doppi turni delle pulizie, bonifica degli ambienti, controllo della temperatura a ciascun componente della troupe prima di andare sul set, mascherine e guanti per tutti, gel disinfettante per tutti. Lunedì 9 vado al lavoro e mi trovo in una situazione angosciante con l’operatore della Croce Rossa che ci misurava la febbre, due avevano la febbre e sono stati mandati a casa, costumi, trucco e capelli con mascherine chirurgiche e guanti che sembrava che stessero operando su pazienti cioè gli attori, attori legittimamente preoccupati della serie “voi in qualche modo potete cercare di scamparla, ma noi per forza di cose subiamo il contatto con le persone e in scena ci dobbiamo toccare”.

L’ansia via via è cresciuta finché, terminata la pausa, l’aiuto regista ha riunito tutti e ha detto: “Allora, purtroppo ci sono delle legittime tensioni, durante la pausa molte persone sono venute a chiedermi che cosa dovessimo fare, quindi facciamo presente alla produzione che la troupe non è nelle condizioni di lavorare”. È stato messo a votazione di terminare la giornata oppure di terminare solo la scena e andare a casa e la maggioranza ha deciso per la seconda opzione.

Abbiamo chiuso la scena e siamo andati tutti a casa. La sera stessa è stata dichiarata la quarantena per tutti. Io, giuro, ero convinta che almeno la settimana la finissimo di lavorare, invece abbiamo anticipato di qualche ora il decreto ministeriale.

Francesca, assistente alla regia

Stavamo lavorando su una serie in costume spagnola, un blocco di riprese in Italia di sei settimane, i tempi erano come sempre condensatissimi: in due settimane avevamo messo su un magnifico reparto scenografia/arredamento tutto al femminile, affiatato e super produttivo.La nostra attrezzeria scoppiava di arredi, i costruttori e gli attrezzisti lavoravano a ritmi serratissimi, eravamo riusciti nell’impossibile, un po’ come spesso accade in questo maledetto meraviglioso lavoro.

Il Covid-19, però, lavorava più alacremente di noi. Con il passare dei giorni nel mondo aumentavano i contagi, l’Italia iniziava ad accusare il colpo e nel nostro ufficio cominciava a serpeggiare il dubbio che forse ci saremmo dovuti fermare.

Abbiamo atteso la notizia un po’ come l’orchestra del Titanic, mentre tutto intorno a noi sembrava smaterializzarsi noi abbiamo continuato a suonare.La notizia è arrivata all’inizio della terza settimana, i colleghi spagnoli subito richiamati in patria: assurdo, abbiamo pensato. Assurdo è stato, più che altro, dover affrontare le riconsegne di un film mai girato, dover ricaricare sui furgoni arredi appena scaricati, chiamare i fornitori per dire che, per colpa del Covid-19, non se ne faceva più nulla. A quel punto però ci siamo accorti che qualcosa stava cambiando, i fornitori ci dicevano che non eravamo la prima produzione a dirglielo, sempre più amici e colleghi rimanevano senza lavoro. L’ultimo giorno di lavoro, venerdì 28 febbraio,abbiamo chiuso i conti, riconsegnato le chiavi dell’ufficio e abbiamo fatto un bellissimo pranzo di “fine film”, lo ricordo con un sorriso amaro.Eravamo tantissimi dentro una saletta piccina, tutti vicini, tutti a brindare, abbracci baci e “ci vediamo presto!”, senza la minima idea che quello sarebbe stato, per molti, l’ultimo momento conviviale prima della quarantena.

Vittoria, assistente arredatore

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