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Storie di fragilità da un mondo estinto: “Materia” di Jacopo La Forgia

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di Marco Renzi

Negli ultimi anni siamo stati sommersi dalle distopie: forse perché il pessimismo e il senso della fine non sono mai stati diffusi come adesso, o perché siamo giunti a un punto di totale saturazione per quanto riguarda le tecnologie, delle quali la fantascienza ha sempre posto in evidenza i risvolti più catastrofici.

Insomma, dando una scorsa veloce a libri, fumetti, film e serie tv, notiamo quanto questo tipo di narrazione abbia oggi attecchito e proliferato, e vien da pensare che un eccesso di distopia nel nostro presente possa alla lunga inflazionarsi agli occhi del lettore (o spettatore, negli altri casi).

Ci sono però delle eccezioni, dei risvolti meno battuti all’interno di questo sotto-genere della science-fiction, e ogni tanto capita che qualcuno riesca a intravedere tali spiragli meglio di altri.

A mio avviso, è quanto è capitato a Jacopo La Forgia; il ventinovenne, con già alle spalle un’attività da fotografo e autore di reportage, ha piegato la distopia al suo volere e alla sua poetica, creando una storia poco somigliante ad altre a cui siamo abituati.

Materia, il suo esordio, racconta la storia di Elena, ragazza che si muove in un mondo rimasto quasi interamente sommerso dalle acque, dove la maggior parte delle specie viventi si sono estinte, mentre le  poche rimaste hanno nell’economia della trama la stessa voce e la stessa dignità degli esseri umani sopravvissuti.

Attorno alla ragazza protagonista, invece, pare ruotare il destino del pianeta e di una sua eventuale futura rinascita, anche alla luce della catastrofe.

In quell’anno accaddero molte cose. Si estinse il cinquanta per cento delle specie animali, una parte del continente finì sott’acqua e molti dei quadri salvati dalle inondazioni vennero sfregiati dai vandali. Secondo molti era l’inizio della fine e nei primi tempi quello che accadeva gettò la gente nella confusione e nello spaesamento. Alcuni smisero di parlare, altri compirono stragi, altri ancora si diedero fuoco.

A Elena si legano le vicende di Andrea e Gabriele, persone di certo più fragili: lei è una viaggiatrice, una donna combattiva che incendia fabbriche; i ragazzi, al contrario, sono alla vana ricerca di una speranza e di un posto nel mondo. Le loro storie, fatte di incontri, brevi dialoghi e dissertazioni sull’apocalisse che ha coinvolto la Terra, s’intrecciano e si alternano tra loro, anche perché il testo stesso è una concatenazione di racconti i quali dovranno poi confluire in un unico punto.

Se dovessimo infatti trovare un difetto al libro di La Forgia, forse sarebbe proprio la troppa frammentarietà, la difficoltà che il lettore potrebbe riscontrare nell’unire tutti i pezzi del puzzle. A tratti, si avverte un lieve senso d’incompiutezza, ripagata però dall’originalità dell’immaginario creato dallo scrittore, fatto di colori, immagini alle volte nitide e realistiche e in altri momenti fantastiche, tendenti all’onirico.

Un ulteriore punto di forza sta poi nella pulizia e nel rigore di una prosa al servizio della storia, nella quale lo sforzo sta nel ricercare il lessico più semplice e non quello più forbito, il periodo più scarno e non quello eccessivamente articolato: attraverso questo stile, il romanzo riesce ad assumere il ritmo della fiaba e del racconto mitologico, facilmente leggibile anche da un ragazzo delle scuole medie più avvezzo alla lettura – un pregio non da poco.

Materia evita inoltre la storiella didascalica con tanto di finale ambientalista moraleggiante, e questo è un altro piccolo miracolo. Il rischio di sfociare nella retorica, specie di questi tempi in cui – giustamente – tanto si parla di riscaldamento globale e di scioglimento dei ghiacciai, c’era eccome: ma Jacopo La Forgia è stato intelligente nel dosare gli elementi e a mescolarli con sapienza, dando più spazio alle brevi descrizioni, ai paesaggi e allo sviluppo dei personaggi; soprattutto, lasciando al lettore che vorrà farle le riflessioni sui cambiamenti climatici.

Del resto, l’intento dell’autore non doveva essere il romanzo a tesi, bensì quello di sfruttare la propria esperienza di viaggiatore e narratore per costruire la sua personale distopia, se proprio così vogliamo definirla. E in questo caso, al netto delle sbavature nella struttura narrativa, il bersaglio è stato del tutto centrato.

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