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Storie nelle storie: Inception e John Barth

Per chi è divertente Inception, il film di Christopher Nolan?
Filmone dall’immaginario labirinitico e potente, fitto di rimandi interni sin dalle prime battute, ricco di sfumature e di storie intrecciate e inscatolate al loro interno, Inception può far venire più di un grattacapo a chi se ne sta seduto in sala, per quanto possa essere comoda la poltrona che lo ospita; Nolan è un regista molto esigente, verso i produttori (a cui avrà chiesto un budget esagerato, si parla di oltre 180 milioni di dollari) e verso gli spettatori, da cui pretende una concentrazione da conservare per tutta la durata del film, un’opera tesa e calibrata con perfezione maniacale. La ricompensa, in questo caso, è rappresentata da quasi due ore e mezza di intrattenimento a quattro stelle (media del voto sulle principali testate estere, fonte Internazionale). Ritorneremo più avanti sull’etichetta «intrattenimento».
Non è semplice illustrare su due piedi la trama di Inception. C’è questo Dom Cobb, una sorta di agente che opera sulla mente delle sue vittime per rubare (estrarre) segreti da consegnare a ricchi committenti. Come fa? Costruisce sogni, vi entra, e in squadra con altri colleghi tocca le zone più delicate del subconscio, fino a raggiungere l’obiettivo. Di missione in missione, Cobb ha affinato le sue conoscenze e vinto molte sfide; la sua vita familiare, però, a causa di un’attività per così dire eticamente borderline, ne risulta segnata per sempre. Detta così può sembrare l’incrocio tra un polpettone hollywoodiano qualsiasi e Matrix, ma la costruzione che Nolan architetta per raccontare questa storia è incredibilmente raffinata e dannatamente efficace.
Qualche tempo fa, John Barth ha tenuto un incontro pubblico a Roma, cogliendo l’occasione per dire due parole sull’ultima raccolta di suoi racconti, La vita è un’altra storia. Durante il suo intervento, si è soffermato a lungo su quella che ha definito una vera mania coltivata negli anni, la sua passione per le storie dentro le storie o per le novelle che si svolgono all’interno di una cornice. Trovandosi in Italia, non poteva mancare un riferimento al Decamerone di Boccaccio; ma Barth ha fatto tanti altri esempi, su tutti naturalmente l’adorato Le mille e una notte. Ha poi raccontato di una ricerca svolta negli anni sulle opere strutturate in questo modo, per concludere che l’opera in cui ha riscontrato il numero più alto di «storie nella storia» è il Simposio di Platone, con sette livelli.
Ma torniamo a Inception. La scena madre, lunga da coprire quasi tutto il film, si svolge su un aereo che riunisce tutti i protagonisti. Ci sono Cobb, il suo fidato socio Arthur, il chimico Yusuf, il falsario Eames e Ariadne, brillante studentessa di architettura. A loro si aggiunge anche il ricchissimo giapponese Saito, finanziatore e committente dell’impresa, che insiste per prendere parte alla missione. Che consiste nell’iniettare nella mente della vittima predestinata (Robert Fischer, erede di un colosso nel campo dell’energia) un rovello tale da indurlo a compiere una scelta che avvantaggi Saito: frammentare in tante società minori la multinazionale fondata da suo padre. Le informazioni raccolte da Cobb parlano di un rapporto conflittuale tra padre in fin di vita e figlio: è su questo che la squadra dovrà lavorare.
E quindi sul volo di linea Sydney (la città dove intanto è morto il padre di Robert) – Los Angeles, si ritrovano tutti i protagonisti: Cobb, il suo team e Fischer jr. Ha inizio l’operazione. Tutti assumono un composto chimico che li fa sprofondare nel sonno (naturalmente Robert lo manda giù a sua insaputa). Per introdurre in Robert la volontà di separare in società diverse l’impero che sta per ereditare, Cobb ha creato un primo sogno (in cui il team di Cobb rapisce Fischer). Quindi, viene ricreato un sogno all’interno del sogno: questa volta, si tratta di immettere in Robert il dubbio del tutto amletico che suo zio stia cospirando contro di lui, una volta deceduto il padre (visto quanti rimandi? Il vecchio Amleto non poteva mancare). Non finisce qui: Cobb ha architettato un terzo livello di sogno. Mentre tutti dormono anestetizzati sul volo Sydney-Los Angeles, la terza costruzione onirica si svolge in una sorta di fortezza militare costruita su un monte innevato. Qui tutta la pressione psicologica operata da Cobb e dal suo team nei confronti del subconscio di Robert Fischer troverà lo sbocco finale nella riconciliazione con il padre (nella scena forse meno efficace del film, se rapportata all’importanza che riveste).

Può darsi che John Barth sia tra quanti possano apprezzare un film come Inception. O magari no: ma la struttura di Inception e di diverse opere di Barth hanno indubbiamente questa comune fascinazione per il meccanismo metanarrativo della «storia nella storia». Con una coincidenza in più: uno dei racconti di Barth che approfondisce meglio questo espediente, «Avanti con la storia», contenuto proprio nella raccolta La vita è un’altra storia, si svolge… su un aereo.
In «Avanti con la storia» Alice, la protagonista, è dunque su un aereo e sta leggendo un racconto che ha per protagonista una donna che si ritrova in condizioni esistenziali del tutto simili alle sue. L’autore (del racconto che sta leggendo Alice) infila nel bel mezzo della narrazione considerazioni di natura fisico-scientifica sulla relazione tra movimento, spazio e tempo. Inoltre, a un certo punto, si scopre che l’autore dello stravagante racconto è il compagno di viaggio di Alice: ecco che nasce un’altra storia, in cui lo scrittore dialoga con Alice, analizza il racconto da lui scritto, compie una ricognizione sui concetti matematici da lui immessi («Sto ricontrollando i numeri in questa storia astrusa», spiega alla sua compagna di viaggio… e a noi, che leggiamo Barth che racconta di un tipo che sta raccontando di un suo racconto).
Una tentazione, quella di ricontrollare i numeri in questa storia astrusa, che potrebbe venire anche a uno spettatore di Inception. Quanti livelli di narrazione ci sono davvero? I numeri che a un certo punto del film vengono snocciolati sul valore del tempo nella vita onirica e nei sogni di secondo e terzo livello, sono coerenti? Questo limbo terribile in cui si può finire prigionieri, si può superare? Sembrerebbe di sì, ma come?
Ma la seduzione del film di Nolan è talmente forte e ben confezionata da non richiedere troppi «controlli». Anzi, quasi viene da ringraziare il regista per il dubbio finale con cui conclude il film.
Eppure, c’è qualcosa che lascia in noi un sentimento vagamente sinistro alla fine di Inception: forse andrebbe ricercato nell’eccesiva perfezione riversata in un’opera che, okay, lascia senza fiato, ma che a ben vedere non è altro che un eccezionale prodotto commerciale. Curato nei minimi dettagli e con una sceneggiatura raffinata e intelligente, ma trattasi pur sempre di un grande, grandissimo videogame, spettacolare e avvincente, con un sospetto finale iniettato nello spettatore: che tra realtà e sogno non sia scontato scegliere la prima. Al contrario di quanto avviene nelle opere di Barth, realizzate con l’obiettivo di smascherare la realtà, svuotarla dalle ipocrisie, attaccando per questo anche le strutture stesse della narrativa più bigotta.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Commenti
10 Commenti a “Storie nelle storie: Inception e John Barth”
  1. Gloria Zerbinati scrive:

    Bel pezzo, davvero interessante. Concordo, in particolare, con ciò che si dice nell’ultima parte dell’articolo: “Inception”, nonostante l’estrema cura nella confezione, la bellezza di alcune sequenze, è un film che lascia freddi, perchè è troppo di testa, troppo razionale, troppo pensato (e soprattutto troppo scritto). Ha una perfezione quasi matematica. E anche la sequenza finale a me è parsa chiarissima, liberata da qualsiasi dubbio. Logica. Matematica. Il problema di “Inception” è che, nonostante una struttura-rompicapo, non c’è mistero. Non c’è enigma: è tutto in piena luce. Non ci sono mai spurghi inconsci. Inutile dire che ciò è lontanissimo dal sogno (ma, in questo caso, i sogni sono architettati razionalmente, anche i “luoghi” della mente in cui compare Mol, che non dovrebbe comparire…), ed è lontanissimo dal cinema stesso. Tutto in “Inception” è riducibile alla ragione. Questo è, a mio parere, un grosso limite. Come dire, in un film così ricco di immagini perfettemante costruite, mi pare manchino proprio le immagini e le immaginazioni come risultato di un atto non del tutto controllabile, non del tutto contenibile. Opere come “La jetée” di Chris Marker o “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” di Michael Gondry mi sembrano assai più potenti e vertiginose. E mi pare, loro sì, riflettano profondamente sul tempo, presupposto stesso del cinema.

  2. Alessio scrive:

    Bel pezzo. Ottime considerazioni.
    “Inception”, più che a “Matrix” mi ha rimandato a un altro film, girato qualche anno prima della saga di Neo, in Spagna e su cui ho lavorato per la mia tesi di laurea: “Abre los ojos”, di Amenábar.
    Più che un voler scardinare la realtà svuotandola delle sue ipocrisie, l’attenzione mi pare si concentri su una riflessione metacinematografica. Nei vari livelli del sogno, il sognatore cambia. Quindi, in un certo senso cambia la regia. La storia poi si condensa nell’ultima scena in cui rimaniamo appesi tra realtà e finzione cinematografica (diversa e più suggestiva di quella narrativa, parlo per il presente): qual è il confine tra i due livelli?
    Nel finale di “Abre los ojos”, César fa una scelta netta. In “Inception” avviene più o meno la stessa cosa, ma è lo spettatore che sceglie se la trottola cade o continua a girare.

  3. Alessandro scrive:

    Riguardo al fatto che Inception lascia freddi – sensazione che pure io ho provato – io non attribuirei la colpa alla “troppa razionalità” (non capisco fino in fondo questa espressione), ma la attribuirei all’immaginario che Inception non è in grado di costruire.
    La metto terra-terra: io dopo aver visto Matrix avrei dato qualunque cosa per avere gli occhiali di Neo e il trench nero; dopo aver visto Inception invece non ho provato nessun desiderio “edonistico” di questo tipo.
    A parte la trottolina, ovviamente.

  4. michele lupo scrive:

    non guardo i video-games, perciò non ho titoli critici per giudicare questo…
    però, nelle sale in cui lo proiettano mi aspetterei di trovare uno che all’uscita ti guarda nel cervello e realizzato quanto ti sei annoiato e infastidito ti calcoli gli interessi sul prezzo del biglietto… la meta-narrazione, uh che novità… ma mi faccia il piacere

  5. Alessandro scrive:

    @michele lupo: il fatto che la metanarrazione non sia una novità non pregiudica la qualità di un prodotto metanarrativo. Non mi pare che nell’articolo si dica che Inception sia un film narrativamente innovativo, ma che sia un film “divertente”, e non a caso si parla di videogame e di intrattenimento.

  6. michele lupo scrive:

    “Curato nei minimi dettagli e con una sceneggiatura raffinata e intelligente, ma trattasi pur sempre di un grande, grandissimo videogame, spettacolare e avvincente”: così è scritto

    appunto, dicevo che non so nulla di video-games… non mi avvince e voi invece sì. piacere. registro che il cinema è diventato un videogame; metànarrazione di video-games e metànarrazione di rumori infernali e fregnacce autoscontro scazzottate e musiche ruffiane che stordiscono così da vanificare un uso minimo del cervello… sceneggiatura raffinata e intelligente ddeché?

  7. Alessandro scrive:

    @ lupo: salto la parte in cui dovrei dire che secondo me l’intrattenimento (in senso lato: la musica pop, i videogiochi, i giochi da tavolo, il noir) può essere intelligente, perché immagino tu ci sia arrivato da solo che al mondo esiste chi la pensa così e che chi la pensa così non sia per forza uno scemo, e ti chiedo: perché usi, nei tuoi commenti, il tono di chi si sta emancipando da qualcosa? Vedi nel cinema che muove soldi un segno della decadenza del mondo e della cultura, va bene, non andare al cinema ma non pensare di poterlo giudicare o addirittura di poter giudicare chi ci va e si entusiasma, perché magari sei tu che non capisci. Poi, naturalmente, fai come credi.
    Inception è un buonissimo film commerciale. Ci sono in mezzo le ruffianate da film commerciale ma c’è anche tanta sostanza e un ottimo lavoro di sceneggiatura. Perché? Banalmente perché riesce nei suoi intenti. E tecnicamente perché ci sono dei momenti in cui le frasi che vengono dette e le cose che accadono arrivano – grazie a tutto il marchingegno narrativo – a voler dire molte cose assieme, dalle più superficiali alle più profonde, e questo è un segnale chiaro che la sceneggiatura funziona. Ci sono molte trovate e le trovate sorprendono, e scrivere una sceneggiature dove le cose che devono sorprendere sorprendono non è facile.
    Vedi? È semplice: per sostenere che Inception è un buon film non serve farne una questione d’onore o rivendicare qualcosa: non serve dire che Robert Bresson è un minchia o che più c’è sbim sbam sudubum più il film è figo.

  8. michele lupo scrive:

    Vedi? È semplice: ma cosa? “tanta sostanza e buona sceneggiatura” dici – sono incantato da tanto candore, mi sembra di sentire michele placido sui critici che avevano maltrattato un suo film, secondo lui troppo poetico perché venisse compreso. disse l’attore che il film era – testuale- “pieno zeppo di poesia”

  9. Alessio scrive:

    @lupo: per quanto riguarda l’originalità della metanarrazione, Terenzio diceva: “nullum est iam dictum quod non dictum sit prius”. La riscrittura è una cosa meravigliosa nel cinema e in letteratura. L’intelligenza del lettore/spettatore sta nel coglierla, infondo ogni testo aggiunge un elemento ad un testo già esistente.
    Poi, Inception, può non piacere ma: effetti speciali, pochi. Grandi catastrofi: zero. E’ interessante e sta in piedi grazie alla sua qualità narrativa. Ovviamente, i capolavori sono altri, ma tutto sommato si vede di molto peggio!

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