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Storie passate e presenti di isole minori e paesini. (ovvero l’antifascismo che si è perso nel mare)

di Lorenza Pieri

Si tende a pensare che luoghi piccoli e geograficamente periferici o emarginati come le isole minori siano posti sostanzialmente immutabili, in cui la storia non passa, oppure lo fa tangenzialmente, senza impatti traumatici. La storia, nei posti isolati, sembra scorrere più lentamente. Probabilmente è vero. Però le rare volte in cui succede lascia comunque dei segni, a volte degni di essere ricordati.

Questa fine di agosto 2016 mi fa in qualche modo collegare gli eventi di due piccolissime isole italiane, Ventotene e il Giglio, che in questi giorni marcano dei passaggi della storia contemporanea. E li marcano in negativo, come se il presente perdesse senza speranza la sfida su senso civico, politico, coscienza civile, rispetto al passato.

Pochi giorni fa il summit tra i leader europei Merkel, Hollande, Renzi, nell’isola delle Pontine è stato condotto e concluso in un modo talmente fumoso e apparentemente inutile che l’unico merito sembra quello di aver riportato alla ribalta il manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, che lo scrissero, come progetto “per un’Europa libera e unita” durante il loro confino sull’isola tra il ‘41 e il ’44, in quanto comunisti. L’omaggio a Spinelli dei tre attuali leader, il cui principale problema sembrava accordarsi su come rispedire al mittente i migranti e che arrivano dall’Africa in Europa, mi ha fatto pensare con disagio a quello che la storia propone come risultato finale delle idee politiche, degli ideali su cui si fondano programmi e progetti comunitari nel tempo. Non mi è venuta in mente una metafora meno disgustosa ma efficace di quella del processo digestivo. Cosa è rimasto del banchetto di idee offerte da Spinelli? L’omaggio di Renzi ha creato un confronto impietoso.

E parlando di isole minori non posso non pensare all’evento storico legato all’antifascismo che è passato dal Giglio e di cui si compie proprio in questi giorni il quarantennale. Un evento che nessuno storico contemporaneo o giornalista ha raccontato e nessuno, neanche sull’isola, si prende la briga di commemorare. Eppure un suo senso ce l’ha anche solo come epilogo simbolico della stagione che usiamo ricordare come gli anni di piombo.

I fatti sono questi. Nell’estate del 1976 la corte d’Appello di Catanzaro dispose che i due principali imputati della strage di piazza Fontana (per chi ha memoria corta la bomba piazzata dalla destra eversiva nella Banca dell’Agricoltura a Milano il 12 dicembre del 1969 che uccise 18 persone e ne ferì 88), Franco Freda e Giovanni Ventura, terminato il loro periodo di carcere preventivo, venissero inviati in soggiorno obbligato all’Isola del Giglio. All’annuncio di questa notizia (presa dal tribunale senza consultare l’amministrazione locale) la popolazione del Giglio con il supporto dei turisti, insorse. Ci fu una vera e propria sommossa che portò, nei giorni del 27 e 28 agosto del ‘76, al blocco dei traghetti che avrebbero trasportato i due neofascisti. Gli isolani del “comitato di agitazione” (che bei nomi rivoluzionari si davano i movimenti) sbarrarono l’imbocco del porto con una trincea di piccole imbarcazioni e una grossa cima da ormeggi. Restarono lì due giorni, poi per necessità di approvvigionamenti il blocco del porto venne sostituito da un controllo del comitato sui passeggeri dei traghetti, ma la protesta finì quando fu chiaro che la decisione del tribunale era irrevocabile.

Il 7 settembre Freda e Ventura sbarcarono sull’isola in elicottero. Insieme a loro 80 carabinieri il cui soggiorno rese necessaria la requisizione di un paio di alberghi. Freda e Ventura stettero al Giglio per circa sei mesi. Gli isolani testimoni di quegli anni pensano con forte convinzione che quel periodo per i due sia stata una lunga e piacevolissima vacanza. All’inizio del ’77 dopo la loro partenza, circa una trentina di gigliesi si videro notificare un rinvio a giudizio. Il processo di primo grado si svolse a gennaio del ‘78: Repubblica Italiana contro 31 gigliesi, tutti condannati a 30 giorni di reclusione per il reato di “blocco navale” derubricato al meno grave “interruzione di pubblico servizio”. Il ricorso in appello, il 20 novembre di quello stesso anno al tribunale di Firenze peggiorò la situazione per la maggior parte degli imputati: in 10 vennero assolti mentre 20 di loro (solo i comunisti e i socialisti) vennero condannati nuovamente per reato di blocco navale, con una pena aumentata a 5 mesi e 10 giorni di carcere con la condizionale. Il ricorso in Cassazione venne rigettato per vizio di forma.

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Tutti gli altri processi che sono ruotati intorno alla strage di piazza Fontana, negli anni, fino all’ultimo ricorso concluso nel 2005, ha visto assolti gli imputati o prescritte le loro pene, tanto che non c’è un solo condannato per la strage, mentre gli unici che hanno scontato veramente una condanna sono gli isolani che hanno protestato. E qui c’è una prima facile riflessione sul nostro sistema giudiziario, su chi negli anni sia stato protetto dallo Stato, chi no. Ma non è solo la storia di una stagione passata che si è chiusa con i colpevoli sbagliati.

Ho avuto tra le mani molti materiali dell’epoca per ricostruire questi fatti, e studiandoli ho elaborato più che una semplice ricostruzione degli eventi. Accostando i nostri quotidiani a quelli di vent’anni fa, i nostri ragionamenti a quelli, le proteste di quei giorni a quelle dei nostri, la narrazione stessa dei fatti, le parole usate, la principale conclusione a cui sono arrivata è che l’antifascismo allora contava tantissimo e oggi quasi niente.

In questi giorni affrontiamo emergenze diverse, ma comunque in un paesino turistico neanche troppo lontano dal Giglio, si protesta contro l’arrivo di qualcuno. Quel qualcuno non è un criminale, un terrorista, un fascista, sono dei profughi, gente che scappa dalla guerra. Si dice che sono troppi, che non c’è posto, che gli si offre il lusso, che fanno male al turismo, che prima bisogna trovare un lavoro da fargli fare, che non vengano a bighellonare, si raccolgono firme. Nelle proteste non c’è l’ombra dell’antifascismo (come categoria astratta e ideale, qui usata in una prospettiva non storicizzata, ma come sistema di valori), anzi, hanno tutta l’aria di lamentele dei forti contro i deboli. In cui il fattore di salvaguardia dell’economia è il messaggio fondamentale.

Nella lettera di motivazione spedita dai gigliesi al tribunale di Catanzaro contro l’arrivo di Freda e Ventura non si faceva menzione ai danni sul turismo neanche in una riga, (quando io, conoscendo gli isolani di oggi, immaginavo che per chi protestava, il danno di immagine, o economico, fosse uno dei motivi principali della protesta, oppure la sicurezza degli abitanti). Invece gli argomenti erano questi quattro, in elenco puntato: il Giglio è vicino a centri dell’eversione fascista; l’isola dista solo 40 miglia dalla Corsica e rende agevole la fuga dei due imputati; nell’isola non c’è lavoro non stagionale e l’ordinanza del giudice con l’obbligo di lavoro per Freda e Ventura non può essere attuata; l’isola è frequentata da “noti e facoltosi fascisti, dotati di ville e natanti d’alto mare che possono agevolare la prosecuzione dell’attività eversiva e all’occorrenza la loro fuga”. Non una parola sui pericoli per i cittadini, una sui danni economici o al turismo, non una sugli alberghi occupati e destinati a ospitare i carabinieri anziché i turisti al doppio delle tariffe. Solo argomenti contro l’eversione fascista.

Nelle isole minori come nei summit, dell’antifascismo è sparita traccia. Ora anche a Ventotene, al Giglio, a Capalbio si parla solo di sicurezza e soldi, ma quasi solo di soldi. Non mi pare un buon segno.

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