Helen Macdonald, pictured in Elveden Forest, Norfolk.

Storie per imparare a vivere. Intervista a Helen Macdonald

Helen Macdonald, pictured in Elveden Forest, Norfolk.

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Nel 2007 la ricercatrice, naturalista e scrittrice inglese Helen Macdonald perde il padre, il fotografo londinese Alisdair Macdonald (suo il celebre scatto di Carlo e Diana sposi che si baciano sul balcone di Buckingham Palace). La reazione nel breve periodo è vivere il lutto in solitudine. Appassionata di uccelli rapaci fin da bambina e con una lunga esperienza da falconiera alle spalle, dopo qualche mese Macdonald decide di comprare un astore (della stessa famiglia dei falchi, l’astore è un po’ più grande e soprattutto più feroce e imprevedibile) e di allevarlo.

L’astore è una lei e ha dieci settimane. Macdonald la chiama Mabel, dal latino amabilis, amabile, degno d’amore, nel rispetto della credenza diffusa tra i falconieri che l’abilità di un rapace sia inversamente proporzionale alla ferocia del suo nome. Insieme trascorrono una stagione: Mabel impara a volare e cacciare, Macdonald diventa quasi animale per un po’, per poi capire che l’unica strada praticabile è tornare tra gli umani. Best-seller pluripremiato e amatissimo da lettori e critica in Inghilterra e America, H Is for Hawk (Io e Mabel ovvero L’arte della falconeria nell’edizione italiana, Einaudi, traduzione da Anna Rusconi, pagg. 250, euro 19,50) è il libro in cui Helen Macdonald racconta la sua stagione con Mabel.

“I libri che parlano del lutto di solito si dividono in due categorie”, dice al telefono la scrittrice dalla sua casa a Newmark, nel Suffolk. “O li scrivi mentre sei nel bel mezzo della tua sofferenza, come ha fatto Joan Didion con L’anno del pensiero magico. Oppure li scrivi dopo. Il mio ho dovuto scriverlo dopo, ho dovuto aspettare circa cinque anni, la giusta distanza per mettermi a sedere e riuscire a raccontare la storia per come andava raccontata. Già mentre addestravo Mabel, riuscivo a sentire che c’era una storia più grande di me, e non parlava solo del perdere il proprio padre, o di una donna che alleva un rapace. Era una storia che parlava di argomenti più grandi, parlava della vita e della morte, e del come si impara a vivere”.

È stato complicato quasi non parlare di suo padre nel libro?

Sì, ma è una scelta che ho fatto dall’inizio e che sapevo avrei dovuto rispettare, per almeno un paio di ragioni. La prima è che Io e Mabel non è un libro su me e lui, è un libro più universale, che parla del dolore e del come a volte cerchiamo di sottrarci alle emozioni. La seconda è che mio padre era una persona molto riservata. Era un uomo gentile e silenzioso, e nemmeno lui parlava granché di se stesso. Ho voluto rispettare questa sua riservatezza. Diceva sempre che da morto avrebbe voluto che le sue foto parlassero di lui. Adesso mi capita che la gente mi dica che dopo avere letto il libro si è messa a cercare le sue foto. Ed è una cosa mi rende felice.

Anch’io ho cercato le foto di suo padre. Ne ho trovata una dei Beatles, e anche una di David Bowie giovanissimo, credo avesse diciotto anni.

È una foto di Bowie con i capelli lunghi e biondi, e un caschetto come quello dei Beatles?

Esatto, proprio quella. Una foto magnifica.

Sì, sono di parte ma posso dire che mio padre era un fotografo incredibile. Era cresciuto in un quartiere operaio nella Londra degli anni cinquanta. E ha sempre voluto il fotografo. Già a scuola se gli chiedevano cosa avrebbe voluto fare da grande, lui rispondeva: il fotografo. Ed era determinato nel volerci riuscire. Si è comprato da solo la prima macchina fotografica, una macchinetta economica, e piano piano ha fatto carriera. Ha iniziato mandando le foto ai quotidiani, ed è diventato il fotografo più giovane in assoluto assunto dal Daily Mail. Ha lavorato come fotografo per tutta la vita. Aveva un talento incredibile, ma logicamente quando sei piccolo non ti accorgi di quanto talento abbiano i tuoi genitori. Lo dai per scontato e basta.

Lei a un certo punto del libro scrive di come Mabel le abbia insegnato ad avere quella che Keats chiama la “capacità negativa”, la capacità di prendere distanza da se stessi per guardare il mondo e raccontarlo. Forse è una cosa che aveva già imparato da suo padre, dal suo stare in silenzio e fotografare il mondo.

Sì, prima che da Mabel devo averlo imparato da lui. Quando andava a fare le sue foto, ogni tanto lo accompagnavo e passavo il tempo a osservarlo. Aveva questa capacità incredibile di passare inosservato in modo da potere restare indisturbato e scegliere il momento giusto per scattare le sue foto. Era una specie di dono. E sì, forse è proprio la capacità negativa di cui scrive Keats. Guardare il mondo, e fare in modo che la tua arte sia canto e non lamento.

La nostalgia però è inevitabile. Anche lei nel suo libro, guardando certe campagne e spazi aperti destinati a scomparire, diventa nostalgica.

Da qualche parte ho letto che la terra ha già perso metà della sua fauna. Ci avviciniamo a un’apocalisse ambientale e non ci facciamo caso. O perlomeno non quanto dovremmo, perché sappiamo che quando arriverà non ci saremo più. È una cosa che fa paura. Se sono nostalgica nel libro è perché sinceramente non so che cosa fare. La nostalgia è una buona alternativa al pessimismo.

Quali altri libri metterebbe sullo scaffale accanto a Io e Mabel e a Keats?

Tutte le opere di T.H. White, l’autore di The Gohawk e La spada nella roccia, che è uno dei protagonisti del mio libro. E poi i libri sulla falconeria che sia io e che White abbiamo letto, i diari in cui mio padre annotava nomi e numeri degli aeroplani che amava andare a osservare, l’autobiografia dello scrittore inglese Henry Green Pack My Bag, gli scritti sulla natura di Tim Dee, Roger Deakin, Barry Lopez e Aldo Leopold. E sicuramente Shakespeare, perché niente di ciò che scriverò sarà mai così bello.

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