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Spaesamento: la street art in mostra a Bologna

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di Licia Vignotto

(foto di Donatella Polletti)

Innanzitutto non c’è nessuno che s’accalca per entrare. Affrontare a Bologna la mostra dedicata alla street art, voluta a Palazzo Pepoli da Fabio Roversi Monaco, è un’esperienza a dir poco straniante. Venerdì 17 marzo è il primo giorno di apertura al pubblico, sono le sei di sera.

Dopo tante polemiche, rimbalzate sulle principali testate nazionali e internazionali per i graffiti di Blu staccati senza il suo consenso ed esposti con entrata a pagamento, ingenuamente pensavo che attorno alla collettiva si sarebbe radunata la classica folla di addetti ai lavori e curiosi. Invece? Niente. È vero che una parte del microcosmo intellettuale locale – principe il collettivo Wu Ming – ha dichiarato di voler boicottare l’evento, sarà questa l’unica ragione della diserzione?

Entro dall’ingresso principale del palazzo, in via Castiglione, pago tredici euro e ci sono dentro: “Street Art. Banksy & co. L’arte allo stato urbano”, curata da Luca Ciancabilla, Christian Omodeo e Sean Corcoran, probabilmente l’esposizione italiana più dibattuta e contestata degli ultimi vent’anni.

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Si comincia con il ratto, figura emblematica delle prime esperienze cresciute nell’ambiente punk europeo, si prosegue attraversando epoche e continenti. Si passa dai quaderni di schizzi dei primi writers della New York anni Settanta ai poster d’ispirazione sovietica di Obey. Dalle composizioni realizzate con i cubi di Rubik dal parigino Invaders ai dipinti ad olio dei gemelli brasiliani Os Gemeos. Gli organizzatori, la fondazione Genius Bononiae assieme ad Arthemisia Group, sono riusciti a radunare un numero considerevole di pezzi, e non si può negare il valore del percorso e il rilievo degli elementi scelti. Tuttavia sono tanti gli aspetti che stridono e confondono.

Gli strappi di Blu innanzitutto, ma non solo loro. I disegni, lo spray su tela o su legno, gli acrilici e gli oli, tutto ciò che è stato realizzato su supporti tradizionali si apprezza senza troppa fatica – scricchiola forse Banksy, quando viene infilato in una grossa cornice barocca e dorata.

È meno spontaneo apprezzare ciò che è stato divelto dalla strada: la porta sopra la quale è stato appiccicato “Lo spazzino” di carta di Swoon, le finestre asportate da Vienna, dove gli stancil di Faile si mischiano agli adesivi pubblicitari attaccati al vetro da chi passava di lì, gli sportelli in plastica dei contatori del gas, le ante da frigorifero, pezzi di città devitalizzati e inorganici come arti asportati. Dov’è finito il corpo di cui erano parte? L’effetto è macabro, soprattutto di fronte alle superficie più ampie, le saracinesche e i muri.

Lo straniamento rimbalza sulle bacheche. In un paio di teche si possono osservare frazioni incomprensibili di ciò che una volta è stata Pea Brain, l’ochetta dipinta da Cuoghi Corsello sulla facciata del vecchio Link, ritrovo simbolo della Bologna anni Novanta. L’impressione di trovarsi all’interno di un museo archeologico è fortissima, solo che al posto delle classiche anfore sbeccate trovate in qualche sito romano, si possono osservare pezzi sparsi di storia recente: “pittura murale in frammenti, 4 pezzi, 20×15 cm”.

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Blu

Le didascalie da catalogo rafforzano la sensazione, suggeriscono l’idea che la street art sia qualcosa di definitivamente morto e sepolto, a tal punto sepolto da poter essere scavato, riesumato ed esposto col cartellino. Recita un pannello didascalico: «In assenza di politiche conservative ragionate, la storicizzazione non si ferma ma prende le forme religiose della reliquia». Idea che si rafforza davanti alle fotografie dei ragazzi che per primi iniziarono ad esprimersi con le tag –  adolescenti, quasi bambini, sorrisi strafottenti. Il confronto tra la loro leggerezza e la gravità della polemica discussa in queste settimane – alimentata da artisti e intellettuali nel migliore dei casi over40 – è impietoso. Considerazione che non svaluta la portata del gesto autocensorio di Blu, che ha protestato contro la musealizzazione non autorizzata delle sue opere uniformando col grigio gli edifici che aveva dipinto in vent’anni di frequentazione bolognese, ma che anzi a maggior ragione lo comprende.

Come ha fatto notare Enrico Gullo, nel suo ultimo articolo apparso su Prismo, in questi giorni si è svolta una battaglia focalizzata sul diritto d’autore, sulla proprietà dell’opera d’arte realizzata in uno spazio pubblico, sulla necessità o l’impossibilità di approcciare la street art in modo decontestualizzato, ma si è perso di vista il focus della guerra, che è fondamentalmente una guerra contro il tempo. Pretesa immortalità contro fattiva mortalità. La mostra dichiara esplicitamente di essere guidata da «ideali di salvaguardia, restauro e conservazione dell’esperienza urbana». La performance di Blu scuote le coscienze perché ricorda ciò che nessuno vuole ricordare: tutto a questo mondo nasce, cresce e muore. Ironia della sorte, lo stesso memento mori è suggerito dalla mostra, nonostante sia stata organizzata per procedere in direzione contraria.

Qualcosa si rompe dentro quando si guardano le scritte nere di Uniposca del pannello di Giancarlo Guidotti, “Frammenti di un’occupazione scolastica, 1990, intonaco strappato e trasportato su tela”. È il relitto di un naufragio, vestigia di un mondo che è stato e ora non è più.

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Un ultimo appunto merita il rapporto contraddittorio con la legalità. La maggior parte dei pezzi esposti sono state realizzati illegalmente, coinvolgendo oggetti e spazi di proprietà privata, e proprio nell’utilizzo indebito del bene altrui risiede parte della loro potenza. Ciò nonostante Genius Bononiae ha avvertito l’impellenza di smarcarsi da eventuali responsabilità educative e ha posizionato all’interno delle sale un disclaimer: lo scopo della mostra è studiare, approfondire, esibire le modalità attraverso la quale si è espressa la street art, «non intende supportare in alcun modo la loro pratica qualora sia in contrasto con la legge». Inoltre: «gli organizzatori […] invitano al rispetto della legge e a non compiere atti che, in qualsiasi modo, possano andare a detrimento dei diritti e dei beni altrui».

Il cortocircuito è totale quando si incrociano “L’imbianchino” di Boxi, con una bomboletta nella tasca dei pantaloni e uno straccio in mano per ripulire il muro, e “La città pulita” di Dran, dove un operatore ecologico munito di giubbino giallo catarinfrangente, rullo e secchio di vernice copre di grigio non solo il graffito sul muro ma anche il writer che l’ha disegnato, seduto a terra vicino alla propria opera, il capo piegato sulle ginocchia, la faccia nascosta dentro al cappuccio.

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