Street Fighting Year

di Tommaso Pincio

Non conosco i vostri nomi e nemmeno i vostri volti. Non so quanti anni avete, se siete sposati, felici, padri, tifosi, innamorati, in buona salute. Non so nulla di voi se non che avete identificato una ragazza di nome Alice. L’avete ammanettata e condotta in un centro di identificazione perché si trovava alla testa di un corteo. Stando al suo racconto, Alice, che ha 23 anni, è stata tenuta insiemead altri giovani «in una cella vuota, senza bere, né mangiare, né poter andare al bagno. Chi chiedeva un po’ d’acqua o si lamentava per le ferite aperte veniva aggredito, deriso, minacciato». 
Ne è uscita con gli occhi pesti, un braccio al collo e una caviglia gonfia. Ma non è di questo che voglio parlarvi. Non metter la parola sua contro la vostra. Sono pronto a credere che nel vostro centro di identificazione Alice sia stata trattata con il rispetto che si conviene a qualunque fermato. Posso anche dubitare del racconto di Alice, ma non del fatto che ci siano stati dei momenti in cui lei abbia tremato. Perché una ragazza di 23 anni che legge tanto, che fa teatro, che ama David Bowie, che vuole occuparsi di “Altra economia”, che arriva dalla Sardegna in una metropoli, che vive in una casa di studenti pagando 250 euro per un letto e che, per pagare quel letto, non va mai al cinema né al ristorante e fa la spesa al supermercato cercando sempre i cibi meno costosi, una ragazza così, per forte che possa essere, trema in un centro di identificazione. Premetto dunque che vi credo. So bene cosa significa fare il vostro lavoro. So che ci sono moltissime persone straordinarie con indosso la vostra divisa.
Così abbiamo sgombrato il campo dai sospetti, dalla diffidenza, spero, e posso scrivervi cosa mi ha fatto più male del racconto di Alice. Mi ha fatto più male che uscendo dal vostro centro d’identificazione, abbia detto: «Oggi ho capito che per fare il mio lavoro me ne dovrò andare, qui per noi nonc’è più posto». Sulmomento Alice proverà a far finta di nulla, ad andare oltre, a non farsi piegare. Seguiterà a scendere in piazza per chiedere un futuro, la possibilità di una vita dignitosa, di un lavoro. 
Certe ferite, però, ti scavano nel cuore, nella testa. E io temo che pur seguitando a protestare Alice diventerà un po’ più cinica. Diventare cinici significa comprendere a cosa si riferiscono gli adulti quando dicono “così va il mondo”. E se succederà, se davvero diventerà cinica, noi avremo perso Alice, 23 anni, che fa teatro, legge molto e vuole occuparsi di “Altra economia”. Non importa se andrà davvero altrove, all’estero. Non importa se partirà o resterà. Importa il modoin cui la stiamo facendo diventare adulta. Il disincanto che le stiamo insegnando; il piccolo, infelice cinismo verso cui la stiamo conducendo. Io vorrei vi ricordaste che chi protesta è come se reagisse alla massima adulta e rinunciataria “Così va il mondo”. Chi protesta vuole che il mondo vada diversamente. E se non può volere, spera. Spera che qualcuno gli dia ascolto, che gli fornisca una ragione per continuare ad andare avanti anche se così va il mondo. C’è stato un tempo in cui si parlava di immaginazione al potere. Quelle strane parole intendevano proprio questo: che non c’è nulla di inevitabile nel nostro stare insieme, nel modo in cui organizziamo la società. In fondo è semplice, basta dire: così non sarà perché così non deve essere. 
Si narra che secoli addietro coloni portoghesi giunti in Congo per fare ordine illustrarono i loro codici giuridici al capo di una tribù dove l’idea della proprietà privata appariva stramba. Dopo aver ascoltato attentamente le spiegazioni, il capo della tribùdomandò: «E qual è la pena in Portogallo per chi poggia i piedi sulla terra?». Alice e tanti altri ragazzi sono nella condizione di quella tribù. Non capiscono perché gli si stia negando un futuro, la terra su cui poggiare i loro piedi.
E sapete una cosa, non lo capisco nemmeno io. Come non capisco perché un ministro debba tacitare uno studente gridandogli come un invasato, con gli occhi di fuoco e la bava alla bocca: Vigliacco, vigliacco… solo perché sta cercando di dare voce al proprio scoramento. In verità, questi ragazzi nemmeno protestano. Chiedono aiuto. E siccome chi dovrebbe ascoltarli e parlargli ostenta soltanto una sorda protervia, vorrei che almeno voi trovaste il modo di portare una ragazza di 23 anni in un centro di identificazione senza farle tornare alla mente le pagine di quel libro di Orwell dove si parla del Ministero dell’Amore.

Commenti
3 Commenti a “Street Fighting Year”
  1. Bellissimo. Tristemente bellissimo.

  2. sergio garufi scrive:

    ecco quello che avrei voluto dire io se sapessi scrivere così.

  3. Tommaso Pincio scrive:

    Grazie, Sergio. Ma guarda che tu scrivi bene e soprattutto dici sempre cose su cui vale la pena soffermarsi a pensare. Lo dico senza piaggeria, non sono il tipo.

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