Street Fighting Year


Bomba o non bomba arriveremo a Roma
di Simone Caputo

“Tutto il tempo non trascorso a consumare o accumulare oggetti da consumare in modo dilazionato sarà considerto tempo perso. Si arriverà a sciogliere le sedi sociali, le fabbriche, le officine perché le persone possano consumare a casa propria mentre lavorano, giocano, si informano, imparano, si controllano. L’età limite per la pensione scomparirà, i mezzi di trasporto diventeranno luoghi di commercio, gli ospedali e le scuole lasceranno il posto, per la maggior parte, a luoghi di vendita e a servizi post-vendita di autosorveglianti e autoriparatori. […] Più l’uomo sarà solo, più si controllerà e si distrarrà al fine di colmare la solitudine. La libertà individuale senza limiti, aumentata – almeno in apparenza – dagli autosorveglianti, porterà sempre di più le persone a considerarsi responsabili soltanto della propria sfera personale, professionale e privata, e a obbedire, in apparenza, solo al proprio capriccio e, nei fatti, alle norme che stabiliscono le esigenze della propria sopravvivenza. […] L’uomo di domani percepirà il mondo come una totalità al proprio servizio, nel limite di norme imposte dalle assicurazioni al suo comportamento individuale. Vedrà l’altro solo come uno strumento per la propria felicità, un mezzo per procurarsi piacere e denaro, o addirittura entrambi. Non penserà più a preoccuparsi per gli altri: perché dividere se si deve combattere? Perché farsi insieme se si è concorrenti? Nessuno più penserà che la felicità altrui possa essergli utile. E ancora meno si cercherà la propria felicità in quella dell’altro. Ogni azione collettiva sembrerà impensabile e, per questo motivo, ogni cambiamento politico inconcepibile. La solitudine comincerà dall’infanzia”.

Il movimento studentesco contro il ddl Gelmini sembrerebbe raccontare un futuro diverso da quello intravisto da Attali (Breve storia del futuro, 2006) appena qualche anno fa: c’è ancora qualcuno che vuole combattere, che desidera fare insieme, che spera in una felicità per se e per gli altri. E questo qualcuno non è solo: gli abitanti di Terzigno, gli operai della Fiom, i precari e i lavoratori extracomunitari sui tetti. Multiformi mobilitazioni, occupazioni di sedi universitarie, striscioni sulla Torre di Pisa e sul Colosseo, il parlamento assediato, blocchi metropolitani. Gesti più forti degli slogan, delle stesse idee che circolano viralmente in rete e nelle assemblee partecipate. Segni di un dissenso, di una consapevolezza che ribellarsi è giusto, di un desiderio di sfogo che va oltre le idee troppo spesso confuse, fin anche reazionarie. Perché in fondo, a volte, non è reazionario difendere a oltranza il carattere pubblico dell’istituzione università? Questi gesti sono un violento feedback del presente: gli studenti, bollati come parassiti dal potere, sfiduciati e delusi, gettano in piazza il vomito che gli viene da cibi andati a male propinati da più parti a tutte le ore del giorno: dai genitori, dalla televisione, dalla politica, dai banchi delle scuole e dell’università. Deboli eppure tra i pochi che provano a uscire fuori dal coro. Con a fianco una generazione, quella di quanti l’università l’hanno finita da un po’ e sono precari per la maggior parte, che il futuro previsto da Attali lo stanno vivendo a pieno: figli di commercianti, medici, avvocati, infermieri, poliziotti, amministratori, insegnanti, ricercatori, operai qualificati, funzionari, “la maggior parte non avrà più un posto di lavoro fisso. Continuamente raggiungibili, dovranno tenere costantemente sotto controllo la propria appetibilità e le proprie conoscenze. […] La delocalizzazione delle imprese e l’emigrazione dei lavoratori faranno scendere i redditi. Rimpiangeranno il tempo in cui le frontiere erano chiuse e il lavoro assicurato per la vita, gli oggetti durevoli, i matrimoni suggellati una volta per tutte, le leggi intangibili. Idealizzeranno lo status di funzionario, assimileranno un impiego garantito a vita a un patrimonio, e il trattamento corrispondente a una rendita. Coloro che lavoreranno per ciò che sarà rimasto dello Stato e dei suoi annessi e connessi saranno sempre meno numerosi, e il loro status diverrà sempre più precario. […] Per queste classi medie, assicurarsi e distrarsi saranno le principali risposte alle sfide poste dal mondo. Distrarsi: il loro modo per dimenticare”.

I fratelli maggiori degli studenti di oggi sono gli stessi che alcuni anni fa, quando era ministro la Moratti, diedero vita alle prime forme di protesta serie che si vedevano nelle scuole e nelle università in Italia da molti anni a quella parte; gli stessi che manifestando per le strade di Genova nel 2001 andarono a sbattere rovinosamente contro la sordità e l’ottusità delle forze politiche occidentali. Da allora qualcosa è cambiato: il sogno, in molti, troppi, ha lasciato spazio all’autocommiserazione, alla voglia di farsi i cazzi propri, al sentirsi soddisfatti perché parte di proteste virtuali con cui convincersi di essere “tra i buoni”, all’esclamare di fronte agli inviti alla partecipazione dei movimenti studenteschi odierni “ma io non sono più un universitario”. “Si sono tutti integrati / i nostri amici problematici / diciassettenni sedicenti facinorosi / capipopolo meravigliosi / che ricordavano a docenti e padri / quanto fossero defunti di già / Chi vandalizzava o teorizzava occupazioni / o furti programmatici di beni preziosi / chi sparava sugli sbirri va in vacanza come niente fosse / da un emisfero all’altro / Tutti costoro avevano bisogno di un lavoro / e se lo sono trovato”, canta il trentenne toscano Mangiacassette. Gli studenti che protestano oggi, per le strade di Roma e d’Italia, sono per questo soli. Non sembrano, per la maggior parte, avere le idee ben chiare sul “cosa fare”, eppure sono tra i pochi ad offrire al paese una virtù dimenticata: la generosità. La generosità nel protestare in maniera diffusa, per se e per gli altri. Oltre l’oramai inascoltate pratiche del corteo sindacale e della svilente e mesta adunata politica in piazza; oltre la cecità di chi non ha compreso, dopo il Febbraio del 2003, quando 351 città in 54 paesi del mondo si fermarono inutilmente per protestare contro la guerra in Iraq, che manifestare semplicemente non basta più. Il movimento dell’Onda, la vera radice delle azioni di questo 2010, aveva investito tutti gli atenei nell’autunno del 2008 e rappresentato una boccata d’aria fresca nella palude italiana, il salto necessario oltre le logiche di destra e sinistra. Lo slogan “noi la crisi non la paghiamo” sintetizzava una lettura attenta del presente, la coscienza di essere la prima generazione dal dopoguerra in poi a non poter mantenere il livello di autosufficienza e benessere dei propri padri. Tra quell’ondata, capace di alzare finalmente il livello della protesta, di mettersi in contatto con le azioni che nascevano nel resto d’Europa, e i movimenti che rifiutano il ddl Gelmini esiste una differenza non da poco: allora il tentativo era stato quello di unire tutti i soggetti ugualmente colpiti dalla riforma che si preparava, docenti e studenti insieme, su un identico piano ideale e desiderosi di pensare insieme nuove strade per il futuro; oggi, se si esclude un forte gruppo di ricercatori, gli studenti hanno scelto la strada della protesta non “appoggiata” dai grandi, del colorato muro-contro-muro, riversando l’Onda oltre le strade, acqua alta che ha raggiunto i tetti degli edifici, i piani altri dei monumenti (con un unico errore: lasciar salire sui tetti chi non avrebbe dovuto metterci piede). E un’altra differenza ancora tra 2008 e 2010: la crisi globale dei mercati del 2009 che ha costretto i governi europei a drastici cambi in materia di politica economica. E se alcuni hanno scelto, in maniera che più che lungimirante è logica, di incentivare la ricerca e sostenere l’istruzione, paesi come l’Inghilterra e l’Italia hanno imboccato, senza se e senza ma, la strada della drastica riduzione del Welfare: da cui i volenti scontri londinesi e romani. Il tutto mentre il resto del paese vive come nelle visioni del Ballard di Crash, non più ipotetico futuro, ma presente tangibile e immediato: “ai suoi occhi di donna sofisticata io stavo ormai diventando una specie di videocassetta emotiva – mi inserivo tra tutte le scene di dolore e violenza che illuminavano i margini delle nostre esistenze: quei notiziari di guerra e disordini studenteschi, catastrofi naturali e brutalità poliziesche, che guardavamo vagamente sulla Tv a colori della nostra camera mentre ci masturbavamo a vicenda”. La violenza nasce dal silenzio di istituzioni che negli ultimi due anni non hanno mai voluto ascoltare una proposta che venisse dalla bocca degli studenti, quasi questi non esistessero; la violenza nasce dalle parole dei capocomici della politica che predicano giustizia preventiva e tolleranza zero quasi il modello greco e la morte del quindicenne Andreas Grigoropoulos non avessero insegnato nulla. Aldilà dei distinguo sul ddl Gelmini, delle possibili soluzioni, del dilemma pubblico-privato, delle proposte dei ricercatori, degli squallidi nepotismi dell’ultima ora, delle applicazioni regolamentari che attueranno la riforma più importanti del ddl stesso, pur stando a fianco dello slancio degli studenti italiani, quello che davvero rattrista è la dimensione solitaria della protesta: una tremenda peculiarità tutta nostra, tutta italiana. Si commenta il sangue e le vetrine rotte, si è con gli uni o con gli altri, si esprime compassione, si fa propaganda, ma non c’è spazio per la vera solidarietà sociale. La voce degli studenti, come quella degli abitanti di Terzigno, dei terremotati di L’Aquila, è rimasta affare non di tutti. Spettacolo da stare a guardare. L’opinione pubblica da che parte sta? Il movimento dovrebbe essere un insieme di soggetti diversi che si muovono insieme. In Italia, al contrario, i movimenti di questi ultimi anni, sono sempre stati azioni isolate: quella dei ricercatori dell’ISPRA (ex-ICRAM) quando sono rimasti per più di un mese sui tetti di via Casalotti 300 a Roma, quella degli gli Aquilani in Novembre quando sotto l’acqua hanno marciato dinanzi a Piazza D’Armi, Piazza Duomo, la Casa dello Studente. Sembra mancare a noi italiani un senso della giustizia, della solidarietà, della coscienza del presente che nasca effettivamente dal basso. Le idee vengono dalla televisione, dai programmi di approfondimento, dai santini della retorica dell’alterità, quasi dovessero rispondere a delle mode, a un tifo organizzato, al sentirsi parte di un gruppo, piuttosto che semplicemente nascere da un proprio senso della giustizia. Il paradosso è che nel bailamme di voci che si sono accavallate nei giorni scorsi e affrettate a pontificare sui fatti del centro di Roma, hanno trovato spazio tutti, intellettuali, professori, politici, scrittori, forze dell’ordine, a scapito degli studenti. La spettacolarizzazione vince su tutto: gli studenti che si battono per un’istruzione seria e migliore fanno già parte del circo, e tutto quello che aveva a che fare con le idee, ma in fondo anche col pane e l’acqua, viene dimenticato, nel silenzio a volte anche di chi alcuni mesi o giorni fa dimostrava contro la privatizzazione dell’acqua, il taglio del FUS, la negazione dei diritti fondamentali agli immigrati. I movimenti tutti dovrebbero spingere la protesta, con un’adesione partecipe, capace di andare avanti a oltranza, ben sapendo quanto costi in termini di sacrificio e fastidio. Perché c’è poco da sperare nella generazione dei padri e delle madri, ma anche dei fratelli maggiori, per i quali il lavoro non fa più parte dell’identità personale, mentre conta sempre più l’immagine che si fabbrica nel tempo libero e coi social network. Se errore grande c’è stato nel 2008 ai tempi dell’Onda è stato quello di non provare testardamente a trasformare l’ipotesi di cambiamento in lotta aperta e perseverante, vogliosa e ostinata nel radunare soggetti e gruppi, nel fare area, nell’essere consapevole che quello non era altro che un inizio. La capacità di ribellarsi, di esprimere solidarietà sociale possono essere radicali solo se tutto quanto è dietro la parola “muovere” non si arresterà alle votazioni pre-natalizie: porre in moto, spostare, agitare, dare la spinta, iniziare, cominciare a germogliare.
Un segnale diverso, bello viene proprio dal 22 Dicembre, dalla città di Roma: il movimento che protesta in maniera colorata attraversando le periferie della città, mostrandosi ai cittadini, ricevendo i sorrisi e gli applausi degli anziani, rifiutando le provocazioni e le istigazioni alla violenza della politica, rispondendo con freschezza e saggezza alle domande dei giornalisti dopo l’incontro col presidente Napolitano, chiedendo alla CGIL l’appoggio per coinvolgere quanti più soggetti in un grande sciopero generale, interrompendo i cortei per far ritorno alla Sapienza e poggiare dei fiori lì dove poco prima era morto sul lavoro Mohammed, giovane operaio straniero. Con un’immagine su tutte: quella della rampa che dalla via Prenestina porta sulla Tangenziale di Roma. Un fiume di studenti che sale verso l’altro, in mezzo ai palazzi, oltre i tetti delle case.

Commenti
Un commento a “Street Fighting Year”
  1. nicvil scrive:

    Bell’articolo caputo! Neanche un anno fa i trenetenni precocemente invecchiati, immalinconiti e ammalati (vedi nonno Saviano) dicevano che era finito tutto il movimento dopo natale. Poi c’e’ stata la crisi e le lotte sono continuate. Ti fa i complimenti pure mio fratello e mi sorella che dice che il nome e’ alexis e non andreas.

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