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Stregati: “L’Addio” di Antonio Moresco

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L’Addio di Antonio Moresco (Giunti) è tra i dodici libri candidati al Premio Strega: pubblichiamo una recensione di Alessandro Garigliano (fonte immagine).

Ma come è possibile fare finta di niente quando a morire sono i bambini? Quando nei telegiornali danno una notizia in cui si arreca loro dolore, mi metto letteralmente a gridare che non è possibile procedere oltre nella diretta, dovrebbe interrompersi la programmazione di rete e riflettere attorno al male assoluto! Fisso sempre il giornalista impietrito, chiedendomi sempre in preghiera: come è possibile procedere oltre?

Adesso è Antonio Moresco a prendere in seno un simile tema con il suo ultimo libro: L’addio (Giunti 2016). Fra i libri letti nel corso degli anni ne ho amato tantissimi che hanno per protagonisti i bambini e le loro tragedie. Non starò qui a elencarli. Adesso mi preme narrare di come Moresco si è inchinato di fronte a questa tragedia e si è messo a pregare. Come negli altri suoi testi, anche qui il tempo e lo spazio non hanno confini.

I morti trasmigrano nel mondo dei vivi e i vivi in quello dei morti, con la possibilità di ritorno. Tutto accade – come magistralmente accadeva ne Gli increati –  assecondando un moto precipitoso e instancabile, con una forza di volontà disperata. Quella circolarità capace di esibire l’infinito, con Moresco non è che una dimensione ridotta, piena di limiti.

Per la prima volta l’autore è stato ispirato a scrivere in un genere distrutto per inflazione, una specie di thriller. Ma al contrario di ciò che succede di solito in quella forma usurata, in cui – non solo nelle sue versioni più trite – si prova a cercare la verità, qui è molto più ciò che per pudore si occulta: come fosse oscena l’intera esistenza. Il protagonista – D’Arco il suo nome – è uno sbirro morto dagli occhi bianchissimi, il quale appunto sostiene: «Io non voglio più fare il detective, cercare indizi, accumulare prove di tutto questo male. Io non voglio più svolgere indagini, non mi interessa cercare la verità se questa è la verità. Io non voglio farmi complice di questa verità. Io voglio solo alleggerire un po’ la pressione, diminuire almeno un po’ tutto questo male…».

E per questo è partito insieme a una guida: un bambino che non può più parlare e nel collo è segnato da una cicatrice che sembra una corona di spine. Partono dalla città dei morti, dove un coro di bimbi straziante e dolcissimo non cessa il suo canto per accogliere decessi di infanti. Nella città dei vivi – cloaca più infame di qualsiasi inferno – per tre notti combattono senza respiro. Bimbo e detective stanano e annientano legioni di infanticidi che strisciano in rete in luoghi introvabili.

Ma l’assillo capace di scorticare ogni coscienza è: perché si uccidono anche i bambini? È questa la domanda crocifissa al centro del testo.

I più efferati massacratori di bimbi dicono che i carnefici scaricano sulle piccole vittime tutto l’orrore di ogni esistenza. E le madri, anch’esse infanticide, arrivano a sostenere che ammazzare i figli loro e degli altri significa in qualche modo graziarli. È quasi impossibile sostenere la lettura senza farsi cogliere a tratti da vertigini e nausea. Ma qui, come sempre in Moresco, è la verità corrente a essere sfregiata. Non solo la vita e la morte si confondono: chi insegue viene inseguito e le vittime espiano il male insieme ai carnefici.

Da tempo mi ostino a fare chiarezza nella cosmogonia di Moresco. È talmente nuova la realtà rappresentata che occorrerà tantissimo tempo per accoglierne l’intera complessità. Non ci sono consolazioni né reti di salvataggio. Durante la lettura non possono che diluviare domande nella mia testa. La cognizione di ciò che l’umanità sta vivendo, gli impensati concetti di spazio e di tempo, contemporaneamente, illuminano e portano tenebre. Mi capita spesso di paragonare i mondi di Moresco a visioni fisiche che mi appassionano; solo per fare un esempio:

«Se l’universo può passare per una singolarità una volta, potrà farlo anche altre volte. Noi abbiamo sviluppato questo quadro producendo lo scenario di un universo ciclico che consiste in una sequenza infinita di Big bang, ognuno dei quali seguito da un collasso, con l’universo che cresce di continuo in volume e produce in ogni ciclo sempre più materia e radiazione. In questo quadro dell’universo, lo spazio è infinito, come pure il tempo: non c’è quindi né un inizio né una fine. Lo abbiamo chiamato universo senza fine. Un modello di universo ciclico potrebbe, nel suo sviluppo, adottare uno stato che lo disponga a ripetere varie volte la stessa evoluzione, nelle sue proprietà più generali».

Da L’uomo e l’universo di Neil Turok (Il Saggiatore)

L’autore nel preambolo dice che questo è un romanzo di congedo. A me, come al detective protagonista, non resta che dire: «Non lo so, non lo so, io non lo so cosa viene prima e cosa viene dopo. Io non capisco niente, sono solo uno che non ha paura e non ha speranza, che quando si getta in una missione va fino in fondo, sono come un cane che non molla mai la presa anche se lo prendono a bastonate sul muso e sugli occhi. Però c’è sempre qualcosa di cui non so niente e che mi sovrasta…»

Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino; il suo secondo romanzo, Mia figlia, don Chisciotte, è uscito a febbraio 2017 per NN editore.
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