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Stregati: “Almarina” di Valeria Parrella

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Proseguiamo con le interviste realizzate da Barbara Belzini per il quotidiano Libertà agli autori dei libri entrati in dozzina al Premio Strega di quest’anno: ringraziamo la rivista e l’autrice.

Il viaggio di Libertà alla scoperta dei libri dei 12 semifinalisti del Premio Strega, che stiamo conducendo grazie al prezioso supporto della libreria Fahrenheit 451 di Sonia Galli, prosegue con “Almarina” di Valeria Parrella: nel carcere minorile di Nisida Elisabetta, insegnante di matematica cinquantenne che ha perso da poco il marito, incontra Almarina, una ragazza romena di sedici anni con alle spalle una storia di violenza familiare. Parrella, come sempre, scrive così bene che mi fa sentire una fan svenevole, e sia.

Il suo primo libro su Napoli è ambientato in carcere. Una volta in un’intervista ha detto: «Io e Ortese sappiamo che il mare c’è, ma non lo usiamo, perché questa città non lo sa usare». Tra le tante facce della città, perché ha scelto questa?

“In realtà Almarina è un romanzo che rinuncia all’assunto di Anna Maria Ortese perché, anche se dentro Nisida il mare non si vede mai, si può solo guardare dalle sbarre, svolgendosi tra Nisida e Napoli compie proprio la traversata del mare che Ortese rifiutava.  A Napoli il mare non si usa, non ci si fa il bagno a Napoli, ce ne saranno cinque o sei in tutto.

E, anche se questo in parte può valere per tutte le grandi città, Ortese negli anni ’50 aveva capito una cosa vera di una città che il mare non lo usa né per il commercio né per il turismo. È una prospettiva letteraria, che vuole essere, come da tradizione Ortesiana, neorealista, (anche se nessuno la riconoscerà come tale, perché tutti dicono che lei è troppo visionaria, ma secondo me è neorealista).

“Mi fu offerto di guardare”, dice a un certo punto la protagonista di uno dei ragazzi, un’opportunità rara che però potrebbe valere per un qualsiasi adolescente a scuola.

È probabile, ma le mie sono ricostruzioni di percorsi altrui. Mio padre era un’insegnante di liceo e quindi sono molto affezionata all’insegnamento come lavoro: credo che una buona scuola pubblica sia fondante per la società, e in questo ovviamente la scuola carceraria è una delle possibilità che abbiamo in questo paese scellerato.

Lei usa le cose per entrare nelle biografie dei suoi personaggi. Le fedi, il fascicolo, il dolce, sono porte verso un passato, sono un album di fotografie, sono flashback, è un’idea di stile magnifica, come le è venuta?

Grazie per averlo notato, perché ci tenevo: questo è un’espediente e ho dovuto cercarlo. Serve a passare dalla prima alla terza persona: il narratore onnisciente non fa per me, e quelle che vorrei che fossero le mie donne sono troppo incarnate per accettare un narratore onnisciente. Se io sono nella testa di Elisabetta Maiorano, e ci voglio restare perché mi interessa sapere tutto di lei, come faccio a sapere tutto del passato di Almarina? E il passato dei ragazzi che stanno a Nisida come lo racconto? Mi sono dovuta inventare qualcosa e quindi ho usato questo “mentalismo”, come lo chiamo io. È uno stratagemma: tocchi una cosa e la vedi, non so bene cosa sia, ma funziona. Dopo tanti libri, uno scrittore deve provare. Forse la cosa più bella della scrittura è questa possibilità di continuare a provare, rischiando di sbagliare”

Lei spesso butta lì una verità brutale che è così brutale da sembrare reale: sono storie vere quelle che racconta in due parole?

Credo che ci siano cose indicibili: questa è la grande lezione di Primo levi. Ci sono cose che non si possono dire, e poi tutto il resto va detto come è. Secondo me essere icastici nelle descrizioni del dolore aiuta ad eliminare la retorica, che potrebbe essere la tomba della verità per uno scrittore. Però non sono tutte storie vere, no.

È noto che lei ama i greci; e quindi che drammi, che tragedie, che immaginario c’è dietro “Almarina”?

Io sono laureata in lettere classiche e l’immaginario greco lo vedo ovunque. Il problema che si pone Elisabetta Maiorano nei confronti di Almarina è quello di Antigone, che contiene sia il tema della legge sovrana, nomos basileus, a confronto con la legge del cuore, sia quello del carcere, perché Antigone prima viene condannata a morte, poi la pena le viene commutata in una prigionia in una caverna e come pasto solo un po’ di grano. Di fatto è un’altra condanna a morte e infatti lei si suicida in carcere. Antigone è alla base di qualunque romanzo contemporaneo che si voglia occupare di diritti umani. Io credo che Almarina sia un romanzo civile, nonostante non lo sia dichiaratamente, ma la mia militanza come cittadina mi porta a scrivere sempre romanzi civili. Credo sia lo stesso per Tempo di imparare, persino per Lettera di dimissioni. Pensandoci meglio, forse in Almarina c’è anche il Filottete, perché i ragazzi di Nisida vengono abbandonati dopo essere stati feriti”.

Domanda finale di rito: tra gli altri candidati, per chi tifa Valeria Parrella?

Io sono un’Amica della Domenica e avrei diritto di voto. Quest’anno, essendo candidato il mio libro, per la prima volta non devo leggere i finalisti dello Strega, e un po’ mi dispiace, perché li leggo tutti dal 2006. Ho comunque la fortuna di averne letto qualcuno e quindi se potessi votare quest’anno voterei Veronesi, Barone, Ballestra.

Barbara Belzini scrive per la sezione Cultura e Spettacoli di “Libertà”. È la firma della rubrica “Prime Visioni” e della pagina tematica “Universo Serie Tv”. Dal 2014 pubblica una raccolta di recensioni dei migliori film dell’anno per Edizioni Officine Gutenberg.
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