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Stregati: “Tutto chiede salvezza” di Daniele Mencarelli

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Questa intervista è uscita sul quotidiano Libertà, che ringraziamo.

Ci sono anche due poeti nei 12 romanzieri candidati al Premio Strega, che stiamo intervistando grazie alla collaborazione della libreria Fahrenheit 451 di Sonia Galli: uno è Daniele Mencarelli, che, dopo il pluripremiato la “La casa degli sguardi” del 2018, è tornato con “Tutto chiede salvezza”, la storia, autobiografica e potente, della sua settimana passata in TSO, nel 1994.

Come è stato il passaggio dalla poesia al romanzo autobiografico?

Nel mio modo di approcciare la scrittura, anche quella poetica, c’è sempre l’idea di una scena dove a un personaggio accade qualcosa che gli detta una riflessione, un cambiamento. A me piace investigare il rapporto tra uomo e realtà: e, anche se in poesia racconti una scena sola, sviluppi comunque una ricerca di parola, forma e contenuto. Sono sempre stato incuriosito dalle narrazioni che raccontano una struttura di scene, e quindi il passaggio formale è stato quasi istantaneo.

Anche l’oggetto dei romanzi è arrivato naturalmente: una notte correvo dietro al sonno e ripensavo alle figure di quegli anni per me molto travagliati, alla loro importanza, ne sentivo l’assenza, e la mia irriconoscenza. Erano stati fondamentali per me, e avevo smesso di onorarli.

Questa constatazione è diventata un’indagine artistica: avevo dedicato loro poesie negli anni, li avevo raccontati descrivendone la grandezza e i destini, ma mancava il racconto di quanto la loro grandezza fosse stata indispensabile alla mia sopravvivenza. Infine ho fatto, con grande spudoratezza, una valutazione sul pubblico: la poesia è una tribù, vive di vene sotterranee sconosciute, ma, rivivendo queste parabole per me cruciali, ne ho intuito la validità narrativa, che ti permette di offrire qualcosa a una platea più ampia di lettori”.

Qual è la “salvezza” che racconta nel libro?

“Ho sempre nutrito la speranza di una salvezza orizzontale, la fine del male fatto dagli uomini ai danni di altri uomini, e contemporaneamente una verticale, più grande, che possa esistere una salvezza oltre questo mondo, una speranza di Dio”.


Nel suo libro c’è una forte esposizione di sé, che va ben oltre l’autobiografia.

Non credo che esista una narrativa di puro mestiere, ma chi scrive partendo dalla biografia vive un rischio più alto, perché la sovrapposizione dell’esistenza alla letteratura in maniera così evidente è un doppio pericolo. Un autore vero rintraccia nella propria vita tutti gli elementi che diventano scrittura e li offre, anche attraverso un’offerta di sé. Alla base di questa scelta c’è anche una motivazione civile: quando ho cominciato a pensare al primo romanzo e a come farlo vivere agli altri, è subentrato un sentimento del tempo.

Viviamo oggi in una bulimia da giudizio, dove siamo tutti censori e tutti giudici delle azioni degli altrie io lo trovo disumano. “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”: ecco, il libro risponde a questa istanza. Nei miei romanzi non c’è un cattivo, l’antagonista semmai è il protagonista, sono io, che vedo i miei errori e li metto in discussione.

Lo dice chiaramente, la malattia mentale non si cura, si “gestisce”, aprendo una riflessione anche sulla relazione tra pazienti e curanti.

Esiste già una difficoltà di misura nell’inquadramento di una natura originaria più o meno pericolosa, e inoltre l’uomo ha costruito luoghi in cui ci sono ipotetiche differenze sociali tra chi cura e chi viene curato. Ricordo una vecchia dichiarazione di Pannella che, negli anni ’80, all’uscita da un carcere, diceva che in Italia esistono dei luoghi che sono gironi infernali (un concetto che torna anche nel mio libro) e che dentro un girone infernale vivono tutti all’inferno, e non c’è differenza tra custodi e custoditi.

Prendiamo un passaggio: “Oggi è l’enormità della vita a dare fastidio, il miracolo dell’unicità dell’individuo, la scienza vorrebbe contenere, catalogare. ormai tutto è malattia”.

Questo è il nucleo del romanzo: oggi una persona deve obbedire a mille narrazioni e fa sempre più fatica. Nel corso della storia l’uomo ha perso totalmente di vista la sua natura, e questo è accaduto perché c’è stato un lento e inesorabile crollo delle “lingue” come l’arte, la poesia, la filosofia, le religioni, che indagavano per restituire all’uomo una misura e che oggi sono morte, storicizzate. L’unica “lingua” che ha vissuto un andamento contrario, ascendente, è la scienza. Io sono un convinto progressista, in un altro secolo sarei finito in un manicomio, ma se fai parlare una lingua sola si entra in un regime di monopolio.

Questo libro sembra pronto per il teatro, ci ha mai pensato?

Da autore, e avendo lavorato per tanti anni nell’audiovisivo, fatico a immaginare i miei romanzi mediati, l’idea di essere travisato mi terrorizza. Il teatro sarebbe un mezzo efficace, perché fa della letteratura un’impronta da seguire: per me la parola è importante, con la parola si crea con ogni lettore una relazione unica, e io ne rivendico il valore.

E infine, per chi tifa Daniele Mencarelli?

Non mi piace parteggiare, ma nella rosa c’è un altro poeta, Remo Rapino, che ha scritto un libro molto affascinante.

Barbara Belzini scrive per la sezione Cultura e Spettacoli di “Libertà”. È la firma della rubrica “Prime Visioni” e della pagina tematica “Universo Serie Tv”. Dal 2014 pubblica una raccolta di recensioni dei migliori film dell’anno per Edizioni Officine Gutenberg.
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