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Stregati: “Città sommersa” di Marta Barone

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Questa intervista è uscita sul quotidiano Libertà, che ringraziamo.

Il viaggio di Libertà alla scoperta dei libri dei 12 semifinalisti del Premio Strega, che stiamo conducendo grazie al prezioso supporto della libreria Fahrenheit 451 di Sonia Galli, prosegue con “Città Sommersa” di Marta Barone. Il suo racconto comincia a prendere forma quando un giorno dall’armadio di sua madre emergono dei vecchi documenti, copie degli atti di un processo in cui il padre, Leonardo Barone, viene accusato di partecipazione a banda armata.

Un’accusa poi svanita nel nulla comunque dopo un periodo di detenzione, che ridisegna una diversa immagine dell’uomo, e innesca nella testa della scrittrice-figlia un percorso di ricostruzione e riscoperta del padre, che si incastra con la cronaca politica di quegli anni, con la rivisitazione dei luoghi simbolo della Torino degli anni ’70, e con i racconti personali degli amici di famiglia.

Usa parole precise Marta Barone, con le quali riesce a illuminare singoli passaggi, che si aprono davanti al lettore quasi come un pop-up: “Mentre chi mi parlava tentava di ricordare, come sempre le date esatte si accavallavano, i particolari si disperdevano nella memoria di eventi troppo lontani. Nella collisione impari tra le biografie individuali e la storia generale, le date e i dettagli di solito appartengono soltanto ai morti, ai notabili e agli assassini”.

Marta, in diverse interviste lei ha definito il suo libro “una fantasmagoria su mio padre”. Le sue parole passano da “e inoltre che cosa c’è di interessante in un uomo immobile?” e arrivano qui: “a un certo punto i morti vengono a cercarti, e devi sederti al tavolo con loro”.

Se a questo aggiungiamo la dimensione leggendaria di Kitež, a me viene in mente Borges e le quattro storie del mondo: la sua, è la storia di una ricerca?

L’ho definita “fantasmagoria” per sottolineare la natura frammentaria, per susseguirsi di immagini vivide e di illusioni ottiche come prodotte da una lanterna magica, della figura di mio padre per come sono riuscita a ricostruirla.

Possiamo certamente definirla una ricerca: ma anche, se vogliamo usare le definizioni di Borges, un ritorno: è un miscuglio di queste “categorie”, ma anche un’indagine sul tempo, sulla memoria continuamente presentificata, e una specie di doppio Bildungsroman di strana natura che procede in parallelo.

A proposito di Russia, lei cita Mandel’štam e Belyj: non sono proprio i grandi classici.

Ho sempre letto molta letteratura russa e sono molti i riferimenti che mi vengono naturalmente in mente quando parlo o scrivo. Mandel’štam è uno dei miei poeti e prosatori preferiti di sempre, e quella frase di Belyi viene dal suo folle e straordinario romanzo Pietroburgo che sembra davvero raccontare un mondo intero sull’orlo del disfacimento.

“Tu sei la prima di noi. È qualcosa che ti colloca in un altro posto. Hai superato una linea, che tu lo voglia o no. E di questo un giorno dovrai occuparti”. Questo passaggio sintetizza in due righe un groviglio di sentimenti che hanno bisogno di molto tempo per essere dipanati.

L’episodio è vero, come tutto il resto nel romanzo, a parte i punti in cui ho dovuto forzare l’immaginazione. La mia amica ben conosceva i miei sentimenti ambigui, arrabbiati, irrisolti verso mio padre. Fino a quel momento avevo parlato del fatto che non era un lutto vero, che gli orfani sono altro, eccetera eccetera.

Lei mi stava solo dicendo che tutto quello di cui ero così fermamente convinta un giorno si sarebbe inceppato e sgretolato; e tutto questo libro, in fondo, dalle mie sicurezze iniziali sul passato come distesa uniforme e sulla mia vita, fino alla lenta metamorfosi che subisco anch’io e il modo in cui comincio a guardare le cose, il passaggio all’attenzione, direbbe Cristina Campo, è una specie di risposta che arriva quasi dieci anni dopo: avevi ragione tu.

Nella ricostruzione storica lei trova e riporta parole desuete e chiaramente descrive lo stesso disincanto e perdita di significato da parte degli stessi protagonisti dell’epoca: dal punto di vista visivo e letterario, di letteratura o cinema sugli o degli anni ’70, a che cosa ha pensato?

Ho letto quasi soltanto saggistica e guardato quasi solo documentari sugli anni ’70. Talvolta ho usato documenti reali per restituire il linguaggio dell’epoca, e a volte il suo progressivo impoverimento, soprattutto nei comunicati terroristi. Le mie letture sono state diverse, perché stavo cercando un modo per lavorare sulla lingua, per parlare di quelle cose conosciutissime e sconosciute al contempo in un modo nuovo, e per dare unità di tono a parti così diverse tra di loro, un unico muscolo che si muovesse senza interruzioni.

Domanda di rito sugli altri candidati al Premio: Marta Barone per chi “tifa”?

Terrei veramente a leggerli tutti, per correttezza e curiosità. Avevo letto qualcuno di quelli che non sono passati in dozzina, in un paio di casi un vero peccato. Partirò, credo, da Febbre di Jonathan Bazzi. L’unico che ho già letto è Almarina di Valeria Parrella, che mi è piaciuto; e sarei felice se vincesse lei, anche per la sua carriera precedente.

Barbara Belzini scrive per la sezione Cultura e Spettacoli di “Libertà”. È la firma della rubrica “Prime Visioni” e della pagina tematica “Universo Serie Tv”. Dal 2014 pubblica una raccolta di recensioni dei migliori film dell’anno per Edizioni Officine Gutenberg.
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