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Stregati: “Conforme alla gloria” di Demetrio Paolin

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Torniamo sui dodici libri candidati al Premio Strega con una recensione del romanzo di Demetrio Paolin Conforme alla gloria.

di Orazio Labbate

“Il ragazzo, libero dai vincoli del sangue e dell’amore filiale dovuto, osserva il padre, che parla da un altro luogo, una distanza siderale li separa. Da così lontano, lo vede per quello che è. È matto, Rudolf è impazzito. L’uomo che l’ha portato sulle giostre da piccolo, sulle cui spalle ha passato molte ore dalla sua infanzia, l’uomo intelligente che amava sua madre e che per lui rappresentava una sorta di approdo, è stonato come una campana incrinata.”

Conforme alla gloria (Voland, 2016), di Demetrio Paolin, è, innanzitutto, un romanzo audace. Possiede il coraggio di trattare, con grazia, temi assai delicati. Un tentativo che può compiere solo chi scrive secondo un’accurata ed equilibrata lingua. Lo scrittore torinese si serve, infatti, di uno stile lineare, rigoroso e semplice, come la poesia più asciutta, per farci conoscere la tragedia: il fenomeno della deportazione verso i lager nazisti.

Il libro, però, non è un ricalco della ricca letteratura sugli avvenimenti legati all’Olocausto, è un duro studio dell’essere umano ancora legato a coloro ch’erano vittime oppure carnefici del Reich. Legami, quelli delle figure di “Conforme alla gloria”, indissolubili, che si concretano negli oggetti, o addirittura attraverso il corpo il quale è il luogo del ricordo per antonomasia. Il corpo è infatti trattato sacralmente dallo scrittore, e per questa ragione è il tòpos del libro.

Nella narrazione di Demetrio Paolin i personaggi sono strutturati perché siano legati. Nel bene e nel male. C’è Rudolf Wollmer, sindacalista di Amburgo, il quale non riesce a dimenticare il padre defunto, Heinrich, ex SS; e lo fa attraverso un quadro di proprietà di quest’ultimo. Un dipinto che è però in pelle umana. Un oggetto che diventa il suo disastro e intanto accende il simbolismo del romanzo. “Rudolf rimane in ginocchio. Tocca la cornice nera. I cordoli di fune che tengono legato il dipinto. Guarda i visi al centro, gratta con l’indice sinistro il palinsesto e si porta il dito alla bocca come fanno i bambini con i cibi che non conoscono. Gira la tela, dietro c’è una scritta, in basso. Riconosce la calligrafia del padre: La gloria, aprile 1945.”

C’è, inoltre, Enea, tatuatore che vive a Torino, ex deportato del campo di concentramento di Mauthausen, il quale incide, quasi a voler procrastinare il suo dolore. E poi Ana, giovane anoressica. Lei è l’opera del tatuatore. E’ stata scelta, invece, per espiare il male vissuto da Enea. “A Enea servono il corpo e la pelle. Così come al meccanico servono le chiavi inglesi e al parrucchiere le forbici e il phon. Lo sguardo con cui l’uomo scruta Ana non ha nulla a che fare con la bellezza o il desiderio sessuale. Enea la misura come un pittore che deve affrescare una parete. Fa stendere Ana sul lettino. “Per ora lavoreremo sul collo e sulle spalle” dice, il tono della sua voce è neutro. Nessuna emozione sembra tradirlo. Controlla se tutti gli strumenti che gli servono sono a portata di mano.”

Tutti i personaggi sono ossessionati dalla pelle. Ne sono manovrati. Paolin vuole dunque riportarci a quel legame religioso nei confronti di essa. Alla carne come tempio di Dio che però può essere scempio se corrotta dall’uomo attraverso la violenza, oppure attraverso la contraffazione strappandola per trasformare essa in un oggetto. Cade così quel tempio sacro. Cade la purezza della carne. Rudolf, Enea e Ana cercheranno allora di distruggere il male servendosi della pelle, in maniera individualmente diversa, all’interno delle loro vite. La carne, in definitiva, come amuleto.

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