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Stregati: “È giusto obbedire alla notte” di Matteo Nucci

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Per la serie sui dodici libri finalisti al premio Strega, oggi presentiamo il libro di Matteo Nucci.

Verso la fine di È giusto obbedire alla notte, il protagonista del romanzo si inoltra in una città spettrale: “Viale Trastevere sembrava una lunga distesa di cemento e rotaie coperta dagli immensi platani attraverso cui il sole filtrava a tocchi densi come polpa.” La piazza di Santa Maria è vuota, i ristoranti “sbarrati nel chiuso dell’aria condizionata”. L’uomo affretta il passo, nella canicola pomeridiana.

Sale la breve scalinata del Museo di Roma, in piazza Sant’Egidio, paga il biglietto, entra. Non ha bisogno di audio guide. Le scale interne le percorre di fretta, col fiato in gola. Ha un appuntamento: con un quadro. Pochi metri, e se lo ritrova di fronte. È un acquerello di Ettore Roesler Franz dal titolo Terrazza dei giardini della Farnesina. Ritrae due ragazzi che parlano su un terrapieno affacciato sul Tevere. Uno impugna una canna da pesca, l’altro è appoggiato a un muretto, ilare. Il fiume scorre placido alle loro spalle e lambisce un ammasso di case sulla riva opposta. Sullo sfondo, il profilo dell’isola Tiberina e di Ponte Sisto.

Ecco Roma. “Roma sul Tevere. Roma senza bastioni. La città immersa nel fiume. La città interamente sospesa sul fiume”.
Sono andato a vedere il dipinto una domenica mattina. E osservandolo da vicino mi è parso di capire la scommessa di Matteo Nucci, la più coraggiosa della sua carriera. Descrivere un paesaggio senza muraglioni. Scegliere di non mettersi in sicurezza. Affondare i piedi nell’acqua e andare a dragare le regioni della perdita e dello smarrimento, fino a misurarsi sullo stesso bassopiano con la complessità del dolore.

Ma quel paesaggio, oggi, non appartiene più alla città, né al tempo. Sopravvive soltanto fuori dal perimetro urbano, nell’oblio di certe periferie dove tutto torna alla natura, e i rovi riprendono il predominio, e l’acqua si fa verdastra, mentre si avvicina il mare.
È qui che abita il personaggio centrale di questa storia. In un casotto improvvisato, a pochi metri dall’Anaconda, la trattoria nella quale una volta venne a mangiare con sua figlia Teresa, uno degli ultimi pomeriggi felici della sua vita. Lo chiamano il Dottore, ma non è un medico, ha studiato soltanto per tentare di guarire quello che non si poteva guarire. Una volta era un archeologo e aveva nome Ippolito. Adesso ha più di cinquant’anni, e non gli è rimasta altra direzione che la deriva. Il suo è un esilio volontario in seguito a una tragedia che non ci verrà mai raccontata esplicitamente.

Matteo Nucci nasconde il fondale, e prende la strada più difficile e rigorosa. Illustra la trasformazione dei personaggi, le implosioni familiari, i distacchi, lo sconcerto, ma evita di rappresentare le scene da cui scaturisce il movimento, e persino di nominare le cause. L’incipit è già una dichiarazione d’intenti: una lunga sequenza di pesca, apparentemente staccata dal resto. E invece è appena il primo, coerentissimo, tratto di navigazione.

Nucci è fedele a un antico, e ormai quasi abbandonato, dettame: per tutto il romanzo, quello che ci sarà rivelato sarà soltanto la cima dell’iceberg. Vedremo gli effetti, non il trauma. L’essenziale resta sotto, a modellare l’alveo limaccioso sopra il quale giocano le correnti e si formano i mulinelli; compito dello scrittore sarà di tenerlo accuratamente sommerso, con mano salda, ma senza farne mai scomparire la presenza opprimente, e l’ombra.

La prima parte fissa i confini di questo territorio. La seconda è uno scavo, una sorta di archeologia della disperazione e dello strazio. La terza, l’ultima, un approdo.

È giusto obbedire alla notte è un libro senza argini, che ha la stessa andatura tortuosa del fiume sul quale è ambientato. Scorre su una pianura alluvionale, ma la sorgente è invisibile. Le piene lo inondano, sommergono gli orti, allagano la pagina. È fatto di anse, di gomiti, detriti, vecchi porti romani. Lo abitano strani animali: nutrie, anguille, cani bianchi e cavalli, ma anche un’umanità emarginata e plurilingue, dove perdurano ostinatamente piccoli segni di tenerezza, e di cura.

Non c’è nessuna traccia di autobiografia, neppure la più indiretta, eppure a scrivere libri come questo si corrono rischi mortali. Si sente il rumore che fanno le tante vite che si vivono nel corso di una vita. Un grande pudore per le sofferenze degli esseri umani. E la consapevolezza che non c’è altro modo di ritrovarsi che “perdere se stessi, e tutte le coordinate note.”

Come i fiumi, anche l’aspetto di questo romanzo è mutevole. A tratti assume il tono di un esasperato realismo, a tratti prende il passo delle visioni e delle leggende, e ogni dettaglio, ogni apparizione, ogni voce, acquistano una misteriosa forza simbolica. Si potrebbe dire che Nucci persegue il mito attraverso una responsabile professione di iperrealismo. Sin dalla prima riga, si getta in un furioso corpo a corpo con il linguaggio, facendosi strada poco a poco verso quelle zone di ambiguità e di perdimento dove non si sa più chi protegge e chi viene protetto e tutto diviene un simulacro di altre e più universali tragedie e catarsi. Il Tevere torna a essere così una divinità oscura ed enigmatica, sulle cui sponde si inscena la fragilità della condizione umana. Luogo di svelamento, e di ricovero. Porta sacra. Rielaborazione fluviale dei propri lutti, ed errori, e zavorre.

Il libro di Matteo Nucci è un libro assai poco italiano: afferma la scomodità della lettura e della scrittura, ma esprime anche un profondo rispetto per i lettori e un atto d’amore incondizionato per il romanzo come esperienza conoscitiva e guado da una riva a un’altra.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
Un commento a “Stregati: “È giusto obbedire alla notte” di Matteo Nucci”
  1. Alessandro scrive:

    Sono completamente daccordo con la critica di Stassi, questo libro riconosce allo scrittore un grande lavoro sul romanzo e secondo me anche un grande lavoro sulla carriera. Non che Nucci, non si fosse già fatto riconoscere per i precedenti romanzi e per i saggi o gli articoli sempre molto interessaanti sulle varie testate. Sembra tener fede alla sua innata passione per la classicità greca, andando a scavare questa volta negli antichi arcani del sentimento umano, qualcosa che forse ha lasciato un segno che ancora oggi portiamo addosso e che riemerge attraverso la metaforsa del fiume e del trasporto. Con questo romanzo, a mio parere, Nucci aggiunge un tassello fondamentale che lo posiziona tra i più importanti scrittori contemporanei.

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