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Stregati: “Febbre” di Jonathan Bazzi

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Proponiamo da oggi le interviste realizzate da Barbara Belzini per il quotidiano Libertà agli autori dei libri entrati in dozzina al Premio Strega di quest’anno: ringraziamo la rivista e l’autrice.

Si fermano le persone, ma non la loro curiosità e voglia di scoprire qualcosa di nuovo: in attesa della proclamazione dei 5 finalisti il 9 giugno, Libertà propone un viaggio con i 12 semifinalisti del Premio Strega. Cominciamo con un’opera prima di cui si è parlato molto in rete, “Febbre” di Jonathan Bazzi, pubblicato da Fandango Libri: candidato da Teresa Ciabatti, il libro ha vinto il riconoscimento “Libro dell’anno di Fahrenheit-Radio Tre” e il “Premio Bagutta Opera Prima”.

“Febbre” è un doppio racconto scritto in prima persona che salta tra presente e passato raccontando la vita di Jonathan tra infanzia e adolescenza e la scoperta della sua sieropositività, annunciata appunto da una febbre persistente, che il corpo non riesce a scacciare.

Jonathan, con questo libro ha scelto di raccontare qualcosa di molto intimo e probabilmente ogni lettore lo “sente” diversamente: per me, ad esempio, la parte “tossica” del libro non è la sieropositività ma l’ambiente familiare intorno al bambino. Come è nata l’idea di questo “split screen” del racconto?

Questo libro nasce come progetto intorno al 2013 e 2014, quando ancora non c’era sul tavolo la questione dell’HIV: volevo raccontare l’infanzia e l’adolescenza a Rozzano, dove sono cresciuto. Questa idea di ricostruzione è rimasta in stand by per qualche anno, e quando nel 2016 la febbre è diventata una diagnosi e mi sono trovato di fronte all’HIV, ho pensato che questi due tratti della mia identità si parlassero. Sono stato a lungo in dubbio sull’inserimento dell’HIV perché ero convinto del potenziale narrativo della parte su Rozzano, e avevo paura che questo potesse far scivolare il libro sulla malattia, sulla testimonianza, in un ambito meno letterario.

In quella fase sono state importanti alcune figure di scrittori con i quali ero in contatto attraverso i social, come Viola Di Grado, Teresa Ciabatti e Matteo B. Bianchi, che mi hanno rassicurato, e alla fine ho deciso di tenerle insieme. Sapevo che non era giusto andare in ordine prettamente cronologico, e volevo che il libro iniziasse con l’arrivo della febbre. Dalla volontà di tenere fermo questo inizio è nata poi la struttura a capitoli alternati, fino a far convergere le due linee narrative”.

“Febbre” è un titolo dalla vita lunga, è uscito un anno fa e sta ancora girando molto. Che cosa è piaciuto di più ai lettori e cosa di più alla critica?

“Una cosa che mi fa molto piacere è che nel corso del tempo il libro ha raggiunto strati diversi di lettori, sia per età che per contesto sociale. Sono anche molto soddisfatto del fatto che si sia salvato dal rischio della letteratura di genere LGBT. Il racconto contro il tabù e contro il pregiudizio è stato quello che ha motivato l’acquisto, ma anche la questione stilistica della lingua, della voce che ho deciso di utilizzare, è stata apprezzata da entrambi.

Nella motivazione del Premio Bagutta si parlava della lingua, dello stile, dell’aver raccontato un ambiente e un contesto non molto frequentato in letteratura. In effetti l’hinterland milanese è uno scenario molto narrato dalla trap ma non dai libri”.

A proposito di altri media, cosa pensa della narrazione dell’HIV da parte del cinema e della serialità, da “Philadelphia”, “Dallas Buyers Club”, “120 battiti al minuto” a “Pose”?

Ovviamente nel corso del tempo c’è stata una grande diminuzione di storie che raccontano la sieropositività: anche le produzioni più recenti si limitano a raccontare gli anni ’80 e ’90 perché la si associa a quel periodo. A me interessava raccontare l’HIV oggi perché oggi di HIV non si muore e quindi si è smesso di parlarne e anche con un certo piacere, perché comunque erano racconti dove si parlava di sessualità, un argomento di cui si fa fatica a parlare in ambito pubblico e istituzionale.

Io volevo aggiornare un immaginario, raccontare cosa significa essere positivi oggi e anche appropriarmi di una condizione, personalizzandola, abitandola, indossandola con i miei termini e incastonandola all’interno di un memoir familiare”.

Parlando di memoir, chi esordisce con questo tipo di racconto, dopo, cosa scrive?

Per la mia formazione filosofica mi viene molto spontaneo usare la mia esperienza per riflettere su quello che conosco: non sono così attaccato alla distinzione tra memoir e romanzo, a me interessa la scrittura e l’esercizio delle mie facoltà di immaginazione, ricordo e riflessione. Non credo che scrivere sia esclusivamente inventare una trama: non escludo di farlo, ma il mio modo di intendere la scrittura è un altro. Continuerò credo a usare la mia esperienza, perché questo elemento dell’uso della propria biografia, per l’accesso privilegiato che ti offre nelle questioni di cui si parla e si scrive, è qualcosa che sento nelle mie corde.

C’è ancora molta strada da fare per arrivare tra i primi cinque. Tra gli altri candidati chi sono i suoi preferiti?

Per ora ho letto solo “Il colibrì” di Veronesi e mi è piaciuto molto. In genere le mie preferenze vanno alla scrittura delle donne e recupererò i tre, ahimè solo tre, libri di Barone, Ballestra e Parrella.

Barbara Belzini scrive per la sezione Cultura e Spettacoli di “Libertà”. È la firma della rubrica “Prime Visioni” e della pagina tematica “Universo Serie Tv”. Dal 2014 pubblica una raccolta di recensioni dei migliori film dell’anno per Edizioni Officine Gutenberg.
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