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Stregati: “Giovanissimi” di Alessio Forgione

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Continuiamo a pubblicare la serie di interviste realizzate da Barbara Belzini per il quotidiano Libertà agli autori dei libri entrati in dozzina al Premio Strega di quest’anno: ringraziamo la rivista e l’autrice.

Il nuovo appuntamento con i libri dei 12 semifinalisti del Premio Strega, che stiamo conducendo grazie al prezioso supporto della libreria Fahrenheit 451 di Sonia Galli, è dedicato a “Giovanissimi” di Alessio Forgione, un romanzo che parte lento e poi cresce portandoci nell’adolescenza del protagonista Marco detto “Marocco”, che da quando la madre se n’è andata vive solo con il padre, a Soccavo, un quartiere di Napoli.

Il suo libro è organizzato in capitoli e segue le cinque fasi dell’elaborazione del lutto: più che un romanzo di formazione, è un romanzo sull’elaborazione di un lutto?

Secondo me è un romanzo positivo sull’elaborazione del proprio lutto: nel libro accadono cose spiacevoli, anche cruente e disdicevoli, ma c’è anche una storia d’amore grazie alla quale il protagonista scopre sé stesso e il proprio mondo, dal quale era sempre rimasto escluso perché confinato nel quartiere.

È un romanzo edificante, perché anche se gli avvenimenti intorno a lui sono negativi, Marco fa un percorso alla fine del quale scopre la propria interiorità, che è un valore importante, anche se non sarà mai più molto felice. E questo lo immaginiamo ma in parte già lo sappiamo perché Marco era già presente, adulto, trentenne, nel mio romanzo precedente “Napoli mon amour” dove fa una comparsata e racconta di essere disperato, perché non sta lavorando, e ovviamente parla di calcio. Mi piace quest’idea di far tornare i personaggi in diversi romanzi che comunque sono indipendenti l’uno dall’altro.

Lei ha abitato a Londra, ma adesso è tornato nei luoghi del libro, che tipo di periferia è Soccavo?

Soccavo è un posto tanto interessante quanto vuoto, una periferia silente di cui non si parla mai, perché tutti si occupano solo di Secondigliano e Scampia. Ma quelli sono luoghi con la più alta percentuale di associazionismo d’Europa, mentre a Soccavo non c’è nulla: è un luogo anche abbastanza vicino al centro, ma dopo un certo orario non passano più mezzi pubblici, non ci sono teatri o cinema, solo una libreria e un centro sociale. Soccavo è un posto senza strisce pedonali e per chi abita qui e non è mai uscito da qui questa è la normalità: per andarsene serve l’immaginazione, e questo è il tema del romanzo.

A proposito di periferie, quelle intorno a Napoli in questi anni sono molto presenti nei film e nella serialità televisiva, le piace come vengono raccontate?

Della narrazione più recente intorno a Napoli non mi piace nulla. Scriverne è stato anche una provocazione, come dire “Si può scrivere di periferie e farlo bene”. Quella attuale è un’appropriazione indebita fatta da non napoletani che prendono, derubano e partono alla ventura. Io qui ci sono nato e ci vivo e vedo che le persone che vivono qui ne escono rappresentate solo superficialmente. Questo mondo mi interessa perché mi è vicino, e raccontare questa storia è stato come un gesto di sfida, come dire “Siete in malafede.

Il suo protagonista vive in quel contesto, con quegli amici, e senza madre: una tragedia in più e meno controllo. Cosa voleva aggiungere al tuo protagonista togliendogli la madre?

L’adolescenza è un tema universale molto interessante che ti mette in comunicazione con tutti perché da ragazzini siamo stati tutti simili, riottosi, recalcitranti. È un momento molto conformista, perché devi stare nel branco. Da un punto di vista sociale, ovviamente l’assenza della madre rende Marco più solo, ma è stata una scelta istintiva. Volevo, anche in maniera inconscia, investigare il rapporto con il padre, che è un personaggio che mi piace, perché è capace di cambiare, perché passa dall’essere autoritario a diventare un complice silenzioso, sperando che il figlio, con tutti i suoi sbagli, non commetta un errore irreparabile. Anche per questo il romanzo si chiama “Giovanissimi”: perché a 14 anni si pensa di avere sempre tempo, e si sottovaluta sia la portata che le conseguenze delle proprie azioni.

C’è una certa atmosfera western nel libro, con tutti questi uomini che fanno i duri e che parlano poco, ma quali sono le sue maggiori influenze letterarie?

Se si parla di western sicuramente McCarthy, ma anche Steinbeck o Faulkner. In maniera sempre non intenzionale, quando ero già a tre quarti della scrittura del romanzo un amico mi ha portato una copia di “Pinocchio”. E in effetti il ragazzo solo con il padre, la fata turchina salvifica che potrebbe essere la sua fidanzata, l’amico con cui spaccia che potrebbe essere Lucignolo, ci sono tante coincidenze ma casuali. Il mio primo libro era molto influenzato da La Capria, adesso ho più coscienza di quello che faccio e di dove voglio arrivare. Tra gli italiani, ho molto amore anche per Cassola, uno che scriveva molto bene di adolescenti indagando il loro sistema affettivo.

E tra i 12 finalisti, per chi tifa Alessio Forgione?

Per Valeria Parrella, a scatola chiusa. Valeria fa parte della mia storia personale, ho molti ricordi legati ai suoi libri, una volta, quando avevo vent’anni, ho litigato furiosamente con la mia fidanzata di allora perché aveva osato dire che non le piaceva un suo racconto.

Barbara Belzini scrive per la sezione Cultura e Spettacoli di “Libertà”. È la firma della rubrica “Prime Visioni” e della pagina tematica “Universo Serie Tv”. Dal 2014 pubblica una raccolta di recensioni dei migliori film dell’anno per Edizioni Officine Gutenberg.
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