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Stregati: “Il gioco” di Carlo D’Amicis

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di Violetta Bellocchio

Qualsiasi uomo o donna possieda un programma simile a Word e un minimo di mestiere può produrre 90/100 pagine a discreto tasso di morbosità. Un autore è quello che di pagine ne tira fuori 520, tutte necessarie.

Con Il gioco (Mondadori) Carlo D’Amicis ha deciso di produrre una Montagna incantata a partire da un mondo microscopico, periferico per vocazione e pornografico per sua stessa natura, composto, almeno all’inizio, da tre personaggi non più giovani che col tempo hanno messo a punto un perfetto triangolo feticista. C’è una coppia stabile, uomo e donna, e c’è l’uomo che di tanto in tanto si presta a fare sesso con la donna, orgoglioso della propria presunta umiltà e dello spirito di servizio con cui assume la parte del bull.  Tutto è scandito da una ritualità esasperante, ma non potrebbe essere altrimenti: il gioco lo richiede, il gioco pretende tempi, orari e atteggiamenti. E poi chi si scandalizza più. Sono tutti adulti sani, socialmente inseriti, in apparente pace con le decisioni che hanno preso. Certo, il potere, e dovremmo saperlo, ce l’ha chi sembra subire ma tira le fila dell’intrigo da una posizione appartata.

La forte questione narrativa – lasciata intuire fin dalle prime pagine – sta nello stabilire quanto i personaggi siano stati plasmati psichicamente dallo stile di vita adatto pure alla classe media che hanno scelto di adottare, e quanto invece si siano indirizzati loro verso una cultura che li aspettava a braccia aperte, pronta a rassicurarli e a dirgli che sarebbe andato tutto bene, e un giorno sarebbero stati felici, a patto che seguissero un numero incalcolabile di regole e regolette.

La parte del leone, però, la fa lo stile. D’Amicis utilizza con piena padronanza qualunque escamotage narrativo sia considerato accettabile all’interno di un romanzo “alto” e ambizioso, dalla pluralità dei punti di vista alla presenza di uno scrittore che contatta un personaggio per dargli voce, e ci porta vicini a questo mondo parallelo, molto vicini, ci fa occhieggiare gli appuntamenti, i privé, i siti dedicati agli aficionados del genere, persino i primi goffi segnali che un orientamento presto o tardi sarebbe venuto a bussare alla porta; ma allo stesso tempo D’Amicis ci acciuffa per il coppino e ci tiene sospesi a mezz’aria sulla soglia della camera da letto, sempre un attimo prima di farci provare cosa si senta durante certe cose per davvero.

È una scelta precisa, potente, secca. Per capire con quanta determinazione sia stata portata avanti basta vedere come l’autore incastoni nella sua solita prosa tagliente un diluvio di quegli stessi termini inglesi – sopra tutti la triade-chiave, bull (l’uomo toro), sweet (la donna), cuckold (il marito cornuto) – che dominano il parlato anche italiano di chi si consacra a determinate pratiche. In questo D’Amicis è stato attento a utilizzare il reale piegandolo alle sue esigenze: parlano da soli certi frammenti, disseminati ad arte, che testimoniano l’evoluzione implacabile dello scambismo anche come forma per stabilire un contatto tra esseri umani, dal fermo posta al forum al sito con meticolose recensioni dedicate ai partecipanti.

La loro realtà è fatta di termini presi a prestito da altre lingue, così come la realtà di un erotomane compulsivo ormai è fatta di schermate del telefono, thread interminabili su Whatsapp e bookmark in lista nera.

Guardatevi intorno. La conversazione contemporanea italiana sul sado-masochismo non usa quasi mai i termini dominante e sottomesso, preferendo saltare all’inglese, dom e sub. E non si parla mai di perversioni – nemmeno nell’accezione pietista del “gusto particolare” – ma sempre di kink. Siamo al punto in cui anche facendo uno sforzo di astrazione sovrumano non abbiamo un sinonimo accettabile di soft e hard limits. Internet avrà fatto la sua parte: difficile concepire oggi un mondo sessuale totalmente libero da quello online, in termini di rispecchiamento, di emulazione, di auto-affermazione. Addossiamo pure una parte di responsabilità al successo delle Sfumature, i cui traduttori non potevano inventarsi un linguaggio sfavillante a partire da un testo piatto che non ha nemmeno portato alla riscoperta dei classici del filone, affatto.

Ma i limiti dell’italiano sono ben noti a chiunque cerchi di leggere o di produrre pornografia. A quel punto, tanto vale giocarci sopra. Un esercizio sottile l’ha fatto anche Veronica Raimo con Miden, quando ha inventato termini burocratici come “Subente” e “Perpetratore”, calco quest’ultimo dall’inglese perpetrator (spesso abbreviato in perp, usato nel discorso poliziesco per indicare il responsabile di un reato). D’Amicis il gioco lo fa esplodere, la ripetizione la trasforma in routine (come per altri versi fa Raimo) e ci fa capire che l’inconscio dei personaggi e la loro percezione di sé sono stati condizionati da un immaginario rigido e rituale, quindi feticista da ben prima di sfociare in determinati atti sessuali. E non ha senso utilizzare la pornografia nel testo letterario a meno che non si sia disposti a portare in primo piano quello che rende interessante la pornografia: il controllo, il potere, la ripetizione, la messa in scena al limite del tedio. D’Amicis ci è riuscito.

Ci ha provato qualcuno, prima di lui, che scrivesse direttamente in italiano? Forse. Ma forse è uscito con un piccolo editore, non certo con la prestigiosa collana più ufficiale di Mondadori, la dozzina del Premio Strega se l’è sognata la notte, e magari si è ritrovato assembrato nel pastone dei giovani trasgressivi, scapestrati che avevano bisogno di essere mandati a letto presto. D’Amicis ha colto l’occasione di misurarsi con un materiale incandescente, e l’ha affrontato con il piglio del romanziere che a ogni pagina trova il modo di ribadire che sì, lui sa perfettamente cosa sta facendo.

La sessualità raccontata da Dennis Cooper fa leva sull’identificazione con la prima persona e sul disturbo quasi oggettivo che possono provocare certe situazioni quando vengono messe su carta. Le parentesi hardcore inserite da Bret Easton Ellis in un altro romanzo-fiume come Glamorama dovevano portarci a bordo di quello che accadeva, ma dovevano anche tenerci a distanza rispetto alle azioni messe in campo (il meccanismo, scoperto, era il solletico narcisista di chi misura il mondo in termini di inquadrature anche quando sta scopando). Due autori blasonati, a modo loro, ma anche perdonati, in un certo senso, perché strani, diversi: omosessuale Cooper, pansessuale nonché ex enfant terrible Ellis. L’unica autrice radicale americana ad aver ottenuto e mantenuto una buona fortuna, e ad aver rischiato di essere mangiata viva dalla sua falsa appartenenza al rango degli “scrittori trasgressivi”, è stata Mary Gaitskill. Nella sua prima raccolta di racconti, Bad Behavior, metteva in scena un’umanità di poverini ad alzo zero, e in due diversi testi (Secretary e A Romantic Weekend) la violenza fisica veniva portata in superficie attraverso pratiche sado-masochiste.

In entrambi i casi, il presunto potere ce l’avevano le donne relegate al ruolo della submissive. Solo che la voce narrante di Secretary si trovava incastrata in un breve gioco a cui non aveva affatto chiesto di partecipare, mentre la protagonista di Weekend partiva convinta di avere le idee chiare su cosa la aspettasse, per poi essere clamorosamente smentita. Ma a Gaitskill non è mai interessato provocare o risultare eccitante; ha sempre dichiarato di aver cominciato a scrivere perché non capiva come gli esseri umani riuscissero a comunicare tra di loro. Il sesso triste dei suoi primi racconti pubblicati era soltanto uno dei molti modi di trasmettere il disagio estremo dell’avere un corpo e del doverlo muovere attraverso lo spazio: il dettaglio preciso – la nitidezza che da noi sta portando avanti Raimo – interveniva là dove ai personaggi e all’autrice costava troppa fatica articolare le proprie parole.
Quando l’elemento erotico ha fatto capolino nei romanzi successivi di Gaitskill, come Velvet (Einaudi), è diventato un semplice tassello in un quadro devastato, un ricordo, a volte, l’occasione di innescare un ritorno di fiamma orribile con qualcuno che non se lo meritava.

Bad Behavior risulta fuori catalogo da anni – guardiamo la copertina del Club degli Editori, piangiamo – e non è tornato in libreria nemmeno grazie al film di relativo successo ispirato a Secretary, che ha addolcito la storia pur dandole più respiro, lieto fine compreso. Delle donne, si sa, non interessa a nessuno.

La narrativa italiana si sta muovendo tardi – Il gioco è un segnale incoraggiante oltre a un’opera solida in sé – ma comunque è sempre l’editoria a correre dietro alle arti visive, non il contrario. La contaminazione militante tra alto e basso, o meglio: il prendere materiali un tempo “bassi” come la pornografia e lo splatter e metterli al servizio del sublime, è qualcosa che il cinema sta praticando in maniera serrata da quindici anni, almeno in paesi come la Francia e il Regno Unito. Senza bisogno di tirare in ballo Steve McQueen e il suo yuppie tanto ossessivo quanto incapace di spiegare perché faceva quello che faceva (una dissociazione elaborata con relativa eleganza anche nelle scelte di messa in scena: nudo frontale sì, penetrazione no, spezzoni hard mostrati di sbieco sullo schermo di un portatile), abbiamo avuto Marina de Van che sceneggiava, dirigeva e interpretava Dans ma peau, abbiamo avuto l’intero filone del cinema du corps, nel bene e nel male, che alternava coiti e budella tentando di elaborare un discorso identitario, abbiamo avuto Gaspar Noé con la tripletta Irréversible / Enter the Void / Love (buffo/tristissimo che il clamore nel suo caso sia andato scemando mentre in diretta proporzione aumentava la consapevolezza tecnica, ma non continuiamo ad aprire parentesi), e abbiamo tutti rimosso l’esistenza di schegge impazzite come The Great Ecstasy of Robert Carmichael, che per qualche anno dominavano le discussioni tra appassionati. Erano film che brandivano il sesso come arma e stabilivano l’ “andare oltre” come la maniera, forse l’unica, di dare fiato a personaggi disperati, sbandati, privi di ogni direzione prescindesse dalla carne. (In Italia ci hanno provato, in tono minore, Renato de Maria con La vita oscena e Paolo Franchi con E la chiamano estate, ma nessuno dei due mi sembra aver trovato, se non altro, un discorso critico all’altezza delle proprie ambizioni.)

Il lavoro colossale che D’Amicis si è caricato sulle spalle ha molto più a che vedere con la partitura per immagini che con “l’erotismo della parola” o comunque altro vogliamo chiamarlo. L’autore ha saputo cogliere una piccola scintilla scura in un banale strumento di produzione di massa come il circuito scambista – non troppo lontano dalle sale bingo, no – e ha portato quella scintilla alle sue legittime conclusioni. La lettura del Gioco ha un solo, lontano termine di paragone: un film. The Rapture di Michael Tolkin, circolato in Italia poco e male nei primi anni ’90 con il titolo Sacrificio fatale. Anche lì si cominciava seguendo le giornate di una scambista, una donna di media amoralità, e si finiva in un territorio ostile, scardinato, non familiare a nessuno. La forza visionaria è la stessa, mutata la forma, il potere anche. In entrambi i casi, chi legge / guarda viene portato dove vuole chi scrive. Com’è inevitabile accada.

Commenti
2 Commenti a “Stregati: “Il gioco” di Carlo D’Amicis”
  1. Nicolas Gruarin scrive:

    Precisazione: se è vero che la raccolta di Mary Gaitskill Bad behavior risulta fuori catalogo, è altrettanto vero che cinque suoi racconti (tra cui i sopracitati Secretary e A Romantic Weekend) sono disponibili al lettore italiano nella corposa antologia di Gaitskill Oggi sono tua (Einaudi, 2012), ottimamente tradotta da Susanna Basso e Maurizia Balmelli.

  2. emanuela lancianese scrive:

    Aggiungerei che “il Gioco” è un romanzo pieno di allegria, perchè l’allegria è resa dallo stile usato dallo scrittore un sentimento erotico. Lo è perchè i protagonisti sanno conservare nervi saldi e humor sexy anche sull’orlo del disastro, anche quando il sesso, per mancanza di speranza e di vita, diventa triste. Lo è perché, anche se si muore, non c’è pentimento per come si è vissuto. È una bella lezione di umanità e di coraggio. “Il Gioco” merita non solo la candidatura allo Strega ma pure la vittoria, se solo si rinunciasse a un certo conformismo cinico che uccide l’arte olte al desiderio.

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