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Stregati: “Il senso della lotta” di Nicola Ravera Rafele

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Nicola Ravera Rafele è candidato al Premio Strega con il romanzo Il senso della lotta (Fandango): ne pubblichiamo un estratto ringraziando l’autore e l’editore.

di Nicola Ravera Rafele

Corro tutte le mattine dispari della settimana. Mi impongo il lunedì, il mercoledì e il venerdì, un argine al fluire dei giorni. Se non lo facessi, abiterei uno stato di perenne stordimento. Corro per un’ora, lo faccio per confondermi, per spossarmi, per affrontare la giornata con il cerchio alla testa e i battiti cardiaci accelerati.

Lavoro al Corriere della Sera, redazione romana, cronaca romana, quarto contratto temporaneo. Mi hanno preso dopo una carriera universitaria scricchiolante e qualche sostituzione estiva nelle free-press, grazie all’intercessione di un amico di famiglia.

Da quando ho messo piede in quella redazione, Diana, che è una milanese vecchio stampo, mi guarda con altri occhi. Pronuncia quel nome, Corriere della Sera, con un lento accento di trionfo sull’ultima ‘e’. La allunga come in un festeggiamento tra iniziati, un party a numero chiuso per chi presenta un invito su cartoncino bianco. anche se l’invito lo ha scritto un suo amico, anche se il mio spazio al Corriere della Sera è spesso quello dell’ultima pagina prima dei cinema. È sempre un inizio, no? È così che si dice. Il pomeriggio, dalle 16 alle 21, lo passo in redazione.

Quando stacco e mi muovo da piazza Venezia, non torno mai a casa.
Esco ogni sera per annientarmi.
La consapevolezza è sempre stata un problema.
Ho provato con le droghe, come ogni buon cittadino della mia età, ma non ha funzionato.

Anche oggi, mentre mi allaccio le scarpe, mentre chiudo la cerniera della tuta, mentre cerco gli auricolari, nulla è diverso dal solito. Mentre sollevo una gamba da terra e la piego all’indietro per tendere i muscoli, mentre riempio una bottiglietta d’acqua e infilo le chiavi di casa nella tasca dei pantaloncini. Mentre guido la macchina fino al parco. Mentre parcheggio e poi mi avvio verso l’ingresso. Mentre attivo il GPS, mentre scelgo la playlist da ascoltare tra quelle che ho salvato nello smartphone. Mentre evito una pozzanghera lucida e colpisco un piccolo sasso con la punta della scarpa. Mentre lancio uno sguardo distratto verso gli alberi spogli, e poi verso l’area giochi (uno scivolo segnato da tag e disegni osceni, un girello occupato da un bambino solitario), mentre passo camminando lungo il viottolo che costeggia il piccolo canale melmoso. Nulla è diverso dal solito. Le cose del mondo sono al loro posto, rese più nette da una violenta luce invernale.

È il vento del Nord: il cielo è un compatto piano celeste che fa pensare al coperchio di una scatola di cioccolatini. Il sudore gela sulla pelle. Sento le pulsazioni leggere nelle tempie. Il canale di acqua torbida alla mia sinistra è immobile, la salita sembra sempre troppo lunga, le fronde dei platani proiettano ombre guizzanti sulla strada.

Il primo giro dell’anello di Villa Pamphili lo percorro in poco meno di ventitré minuti. Seguo la strada che costeggia una staccionata di legno marcio. Uno spinone con una lunga lingua penzolante mi sfreccia accanto per qualche metro, poi la sua attenzione viene rapita da un ciuffo d’erba. Supero la curva e mi giro, lo faccio ogni volta, verso destra per guardare il lago. Questa mattina riflette il cielo, sembra la bocca di un vulcano spento. Quattro panchine vuote. Un belvedere che nessuno vede. C’è poca gente: qualche bambinaia con passeggino. Cani. La gamba non arriva bene alla fine dell’allungo. Il piede si pianta nella terra morbida.

Prima di tutto arriva un’informazione al cervello. Perentoria: Fermati. Il ginocchio sinistro si flette. Un colpo di tosse. Provo a mantenere l’equilibrio allungando la falcata con l’altra gamba. Fermati. Una massa calda tra le scapole. Una presenza improvvisa nel mio corpo. Apro la bocca. Deglutisco, ma la carotide si stringe. Il fiato si annoda in gola, qualcosa nel petto si contrae. Il battito perde il tempo, si ingolfa. Il cuore si agita come dentro un sacco nero. Lo sento nella punta delle dita, nella testa, fino ai piedi. L’intero corpo che batte. Qualcosa che preme per esplodere. La paura mi disfa i muscoli. Stanno per cedere. Non cado per il dolore, non c’è nessun dolore: cado per la paura.

Non è vero che la vita ti scorre davanti. Non pensi. ascolti le cavità del corpo. Il viso schiacciato contro il terriccio umido. E aspetti. Apro gli occhi, cerco aria, non la trovo. “Tutto bene ragazzo? oh?” due runner, il primo fasciato in una tuta gialla, l’altro tutto griffato Adidas, si sono fermati accanto a me. Sento il loro respiro ansimante. Quello marchiato Adidas saltella sul posto per non raffreddare i muscoli. Un corridore coscienzioso: nemmeno di fronte a un moribondo vuole rischiare una contrattura ai bicipiti femorali.

“Ehi! Tutto bene?”

Il cuore non rallenta, provo ancora a deglutire, ma nessuna delle attività automatiche dell’organismo funziona più. Il mio corpo sembra appena costruito, non ancora programmato a compiere il suo dovere. Respirare, far scendere la saliva, pompare sangue nel sistema, muovere un braccio, una gamba. Rassicuro i soccorritori con un gesto del pollice verso l’alto: sono inciampato, va tutto bene. Lo faccio per levarmeli dai piedi. Voglio morire da solo. Come gli elefanti. Loro aspettano qualche secondo, poi ripartono.

Mi alzo poggiando i palmi sulla terra e forzando sui gomiti. a metà del gesto mi blocco, mi abbasso, mi rialzo, come chi fa le flessioni. In piedi. Mi gira la testa. Ho paura. Muovo qualche passo, poi mi siedo sulla staccionata che delimita il laghetto. Mi fisso le mani, le dita tese. Ho le unghie troppo lunghe. Per tre volte inspiro, ma l’aria si blocca sopra la lingua, il torace sale e scende in movimenti convulsi fino a scatenare una crisi di tosse. Le cuffie dell’iPhone sono stese lungo il mio corpo, sfiorano le scarpe. Sento la musica uscire come un rantolo distante. I bassi che raschiano. Mi sfilo la fascia elastica dal braccio, lascio cadere tutto per terra. Come se alleggerirmi potesse aiutarmi a respirare. Vedo piccoli vermi viola ballare sulla rètina, e macchie gialle allargarsi sullo sfondo alberato.

Lentissimo, mi allontano dalla staccionata. Nessuno sembra fare caso a me. Non quelli che corrono, non la coppia di adolescenti che cammina rapida verso il prato dopo aver marinato la scuola. Passeranno la mattina annoiandosi, lui sdraiato sull’erba bagnata, e lei con la testa contro il suo petto che manda con il cellulare messaggi Whatsapp alle compagne entrate a lezione.

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