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Stregati: la cinquina

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E così, “abbiamo la cinquina”. In ordine di preferenze, i libri finalisti al Premio Strega sono La scuola cattolica (Rizzoli) di Edoardo Albinati, L’uomo del futuro (Mondadori) di Eraldo Affinati, Se avessero (Garzanti) di Vittorio Sermonti, Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) di Giordano Meacci La femmina nuda (La nave di Teseo) di Elena Stancanelli. Di seguito riproponiamo i pezzi che abbiamo ospitato nelle settimane scorse, ringraziando nuovamente gli autori e le testate (fonte immagine).

La scuola cattolica — recensione di Francesco Piccolo

La prima scelta che bisogna fare nel parlare di La scuola cattolica, il nuovo romanzo di Edoardo Albinati, è se occuparsi del fatto che sia lungo 1300 pagine. Sì, esatto, 1300 pagine. Sono tante? Sono troppe? Per un romanzo, si potrebbe rispondere quasi sempre sì. Se si tratta di un tentativo di capire il mondo, o, come nel caso del libro di Albinati, ancora più precisamente un tentativo di trovare un modo di starci, nel mondo, allora no. Allora sono poche. Sono sempre poche.

L’operazione narrativa che ha fatto Albinati, che pure è autore di libri interessanti e/o importanti comeMaggio selvaggio o Vita e morte di un ingegnere, è quasi disarmante per la sua evidente potenza. Ha preso un nucleo intorno al quale ragionare, e da lì ha fatto scaturire invece che un romanzo, una specie di grappolo di narrazioni che di solito nella storia di uno scrittore occupano la vita intera.

Spesso, degli autori basta mette in fila i libri che hanno scritto per concludere che il grande romanzo lo hanno scritto così, una puntata alla volta, durante l’arco di una carriera. Albinati, invece, partendo da un’esperienza anche banale perché affrontata da tutti gli esseri umani, gli anni della scuola, fa germogliare il mondo intero, facendo partire una quantità di racconti e temi  e riflessioni e collegamenti impressionanti.

La scuola è il San Leone Magno intorno alla via Nomentana; l’obiettivo dove il romanzo punta è il delitto del Circeo, uno dei primi più appassionanti e feroci della cronaca nera (legato a giovani che hanno frequentato quella scuola). Ma i temi sono innumerevoli, e sembra riduttivo elencarne solo alcuni: la formazione del maschio, l’educazione cattolica, la famiglia, la borghesia, il sesso, la violenza come risultato spesso poco sotterraneo delle frustrazioni che creano tutte queste cose insieme. Ma mentre scrivo questo elenco di massima, i temi, i ragionamenti, le storie che affiorano sono tante e tante ancora. E sarebbe uno sforzo inutile cercare di riassumere qui.

Albinati macina pagine e pagine in modo del tutto consapevole, dialogando a volte con i lettori e l’argomento è proprio quello della ponderosità, o comunque della necessità: “Abbiate pazienza se proseguo qui per qualche pagina a parlare di famiglia. Se non scrivessi ancora qualche riga, se non ci ragionassi sopra con calma, i ragazzi di questo libro resterebbero incollati come figurine su grandi fogli bianchi.” A volte invece concede al lettore, se non gli va di approfondire un capitolo, di saltare avanti. Altre volte si scusa, fa un sunto dei capitoli che state per affrontare, casomai non dovessero interessare.

Ecco, la questione è che non soltanto questo libro è importante, a volte grandioso, non soltanto necessita di tutte queste pagine, ma grazie a questo tempo che si prende, a questo spazio che si prende, genera un tipo di narrazione assolutamente originale che, insomma, può rimanere un punto fermo degli anni letterari che stiamo vivendo.

Il protagonista si chiama Edoardo, e probabilmente è anche letteralmente il romanzo della vita di Albinati, per quanto possa esserlo un romanzo, cioè mai; ma è soprattutto un libro molto ambizioso; non perché il nucleo sostanziale sia originale o potente, ma quasi al contrario: perché è un romanzo contenitore, e contiene il tentativo, lo sforzo meraviglioso di mettere in gioco tutti i tasselli che la vita ti ha messo davanti, raccoglierli tutti, tutti, uno per volta, e cercare, avendoli messi insieme, di capire la propria esistenza, quella della propria scuola, del quartiere (il quartiere Trieste); per cercare di comprendere le radici o la follia di un delitto spaventoso, e quindi i modi in cui un Paese intero li accoglie, li digerisce e alla fine cerca in qualche modo di espellerli.

Prende tutta questa materia e cerca pian piano, appassionatamente, un modo per attraversare il mondo con un senso, avendoci capito qualcosa, e soprattutto provando a pensare che alla fine poi un modo di stare al mondo si trova.

Quindi il racconto si prende tutto il tempo, tutta la libertà che vuole. E in questo consiste la sua specialità (e quindi le sue 1300 pagine ne costituiscono quasi la ragione principale della sua forza). È proprio questo il dialogo con il lettore: io lo devo fare, devo andare per la mia strada, ho rotto gli argini del tempo e dello spazio da occupare, se li ho rotti vado dove voglio per quanto tempo voglio. Puoi seguirmi o no, per un tratto o disordinatamente. Ma io vado. E in questa formula di libertà, si concede praticamente tutto. E in questo concedersi tutto sta praticamente la potenza espressa al massimo della sua scrittura, ma anche della letteratura in sé.

In definitiva: un libro di 1300 pagine, allora, vuol dire che è già per questo un libro importante? La risposta è no. Per quanto riguarda invece questo libro, la risposta invece è: decisamente sì. Un libro importante. Questo è quello che bisogna, in fondo, dire. Perché si finisce dentro un mondo e una vita e non si ha nessuna fretta di uscirne, e intanto che si gode l’alternanza tra racconto e ragionamento (ma non è questa la vita? Vivere e ragionare su come si vive?) si prova un’enorme ammirazione e un morboso piacere.

Insomma, le recensioni non lo dicono quasi mai, per una forma di pudore, ma stavolta vale la pena farlo: La scuola cattolica è un grande libro, Edoardo Albinati è un grande scrittore.

L’uomo del futuro — recensione di Gabriele Santoro

Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

«Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».

Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

Dall’ateismo al seminario, dall’agiatezza alla povertà. Consacrato sacerdote nell’ottobre 1947 a San Donato di Calenzano, capire don Milani significa anche contestualizzare l’unicità nel clima del cattolicesimo fiorentino pre e post conciliare di padre Ernesto Balducci, don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira. Conciliarista ante litteram, Milani, come asserisce Affinati, getta scompiglio nel rapporto con le istituzioni ecclesiastiche senza tradire un solo principio sul quale si fondava la comunità. Nella Lettera ai Giudici, sulla quale torneremo più avanti, conosciuta anche come L’obbedienza non è più una virtù, Milani risalta proprio una delle conquiste conciliari, rispetto alla non violenza che non era ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa: «Il Concilio invita i legislatori ad avere rispetto per coloro i quali o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra».

Monsignor Mario Tirapani, insegnante di Sacre scritture al seminario, nelle vesti di vicario generale dell’arcidiocesi, lo fece trasferire nella chiesetta sperduta di Sant’Andrea a Barbiana. La periferia avrebbe dovuto condannare all’oblio anche quel “pretino di famiglia mezza ebrea” dallo spirito indipendente, dal gran temperamento che non si lasciava certo irretire dall’indecisione. Inconsapevolmente il monsignore gli aveva aperto una distanza strepitosa da coprire, al contempo minima e sterminata, fra la cupola del Brunelleschi, fra una capitale della cultura e il terzo mondo della collina di Barbiana senza strade, luce, acqua e telefono. Il sottoproletariato agricolo destinato a estinguersi nell’agglomerato indistinto della città rivelò invece tutte le potenzialità inespresse.

È interessante, in questo senso, la recensione di Luciano Bianciardi su Esperienze pastorali citata nel testo: «Un moralismo che noi non accettiamo nei suoi fondamenti dottrinari, ma che tuttavia auspichiamo di veder emergere fra chi accetta la dottrina cristiana, e con il quale siamo certi di poter discutere con reciproco frutto». All’epoca la Congregazione all’Arcivescovo di Firenze suggerì di ritirare dal commercio per ragioni di prudenza, di non ristampare o tradurre il libro di don Milani, scritto nel 1954 e pubblicato nel 1957. Le parole di Ernesto Balducci ne sintetizzano la portata: «Venuto dal di fuori aveva colto subito il punto di inerzia che intercettava e falsificava i contatti tra chiesa e mondo e ne fece un’analisi spregiudicata nel suo primo libro, Esperienze pastorali». Balducci lo definisce radicalismo illuministico: «La qualità di quelle pagine mette allo scoperto gli assunti di un apparato in cui le intenzioni ideali e le pratiche reali riuscivano a convivere in tranquillissima contraddizione». Discorso e testimonianza coincidono in Milani, che si considerava «parte viva della Chiesa, anzi suo ministro», malgrado l’incomprensione di quest’ultima.

Incarnare un limite, oggi più che mai questo aspetto dello spirito milaniano potrebbe esserci utile di fronte alla deflagrazione del desiderio cui assistiamo, dice Affinati. «Esperienze pastorali è un’inchiesta straordinaria su un paese, l’Italia, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il “miracolo economico”. Non ha niente da invidiare a nessuna inchiesta sociologica contemporanea e successiva. Ha il vantaggio di una necessità che viene dagli scopi che l’autore si proponeva: di conoscenza e riflessioni attive finalizzate a un intervento religioso e sociale. È probabilmente l’opera più ricca del suo autore piena di indicazioni la cui attualità è andata crescendo. È esplosa nella nostra società che ha fatto dello spettacolo, del divertimento, del tempo libero il proprio fulcro ideologico e, attraverso i media, il principale strumento in mano alle classi dirigenti per la propria perpetuazione e per il controllo delle coscienze», scrive Goffredo Fofi (La Ricreazione, e/o). Giuseppe D’Avack elogiò l’utilizzo della statistica da parte di don Milani, che caratterizzerà anche Lettera a una professoressa.

A quasi cinquant’anni dalla morte di don Milani, Affinati ci ricorda il fuoco espressivo delle sue lettere. Un patrimonio straordinario del quale si nutre L’uomo del futuro: «Come si fa a negare valore letterario, per fare un solo esempio, alla Lettera ai Giudici? Solo un pregiudizio di marca crociana potrebbe impedirci di collocare Milani fra i più notevoli scrittori del suo tempo, di stampo epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Con una differenza essenziale: che lui, non ricopiando in bella, gettava un’ombra lunga sull’autonomia dell’opera, conferendole valore intoccabile. Anche in questo senso è stato un profeta. Uno fra i più misteriosi scrittori italiani fra quelli che si sono nascosti dietro il proprio talento per cause di forza maggiore, ha negato sé stesso con pervicacia degna dell’ultimo Tolstòj».

Sull’altura del Mamajev Kurgan, dove si riuniscono i soldati russi in licenza dalla Cecenia, Affinati ha incontrato Ivan, che ha smarrito le ragioni, l’euforia della scelta di arruolarsi. Lo scempio di Groznyj, che Anna Politkovskaya ci raccontava, l’ha reso antimilitarista. L’obiettore Ivan affronterà la cella. Si appellerà all’articolo 59.3 della Costituzione. Un taccuino di viaggio che ci rivela ancora l’attualità di don Milani. Il 12 febbraio del 1965 una minoranza, autoproclamatasi maggioranza, dei Cappellani militari in congedo della Toscana redasse un comunicato, diffuso poi da La Nazione, nel quale sostanzialmente si associò l’obiezione di coscienza a un insulto alla patria. Né le autorità religiose, né quelle civili avevano reagito al testo. Circa venti giorni più tardi Milani pubblicò una lettera di risposta, stampata in mille copie, e successivamente, nel mese di marzo, ripresa da Rinascita.

Reclamò, tra l’altro, contro l’uso distorto del concetto di patria: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri».

A Barbiana giunsero insulti e minacce di stampo fascista. Un gruppo di ex combattenti denunciò Milani e la rivista per apologia di reato. Impossibilitato a recarsi in tribunale, a causa della malattia che poi lo spense, preparò una Lettera ai giudici, che sta lì dove stanno le stelle da rimirare. In che modo un cittadino può reagire all’ingiustizia?

«È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

Lui a scuola aveva esclusivamente figlioli di contadini e di operai. Lo Stato la luce elettrica a Barbiana l’aveva appena portata, ma le cartoline di precetto arrivavano a domicilio fin dal 1861. Ai giudici scrive che si è impegnato, si è sforzato nel cercare sui libri di storia la categoria di guerra giusta, tuttavia non l’ha trovata in regola con l’articolo 11 della Costituzione italiana:

«Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei trentuno ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato, era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Ma è poi reato? L’assemblea costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. Una di queste conquiste è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

Noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi».

Se avessero — recensione di Cristina Taglietti

Lo definisce «opera ultima», Vittorio Sermonti, il romanzo autobiografico intitolato Se avessero (Garzanti). A 86 anni, questo attore, traduttore, dantista, drammaturgo, romanziere che, nella scrittura come nella pratica culturale, ha attraversato tutti i generi mantenendo sempre integra e riconoscibile la sua voce, fa i conti con se stesso senza rinunciare, ancora una volta, a sperimentare. Il vizio di scrivere si intitolava il volume uscito lo scorso anno da Rizzoli con cui Sermonti riordinava tutte le declinazioni del suo ingegno, che fossero libretti d’opera, versi, lezioni di metrica, o interviste a Giulio Cesare. Con Se avessero siamo decisamente nel regno del memoir e non dell’ucronia come potrebbe far pensare il titolo che, fin dalla prima pagina, viene svolto chiaramente: se tre giovani partigiani entrati con il mitra nel vano d’ingresso del villino al numero 41 di via Domenichino (zona Fiera) di Milano, i primi di maggio 1945 avessero sparato a mio fratello…

Sermonti non immagina realmente un’altra possibilità, anche perché, come conclude nelle ultime righe, quella svolta eventuale avrebbe potuto cambiare il mondo ma nessuno se ne sarebbe accorto. L’episodio assomiglia di più al bandolo di un gomitolo che serve per srotolare i ricordi «in un disordine fazioso e devastato», soggetto agli intermittenti «soprusi della memoria» e l’episodio che riguarda il fratello maggiore, frater maximus (FM nel libro) è una specie di ricorrenza che torna ogni volta che le vie del ricordo sembrano frantumarsi nei tanti sentieri narrativi in cui solo apparentemente lo scrittore si perde.

Si comincia da quella casa in zona Fiera dove la famiglia di nove persone (padre, madre, tre sorelle, quattro fratelli) è sfollata, lasciando la casa di Roma con tanto di tre piani, tennis («anche se da ultimo parzialmente adibito a orticello di guerra»), garage, mimosa e parapetti di roselline dove si insedia la Croce Rossa australiana. FM, bello, biondo, affascinante, ex sottotenente di un reparto regolare parafascista, risponde ai tre partigiani: non so se ammazzarmi vi conviene poi tanto. Il 25 aprile ha appena rimescolato tutte le carte: prima di quel giorno, scrive Sermonti, «c’erano in giro per l’Italia poco meno di 45 milioni di fascisti», poi la schiera si assottiglia.

Sermonti attraversa quei giorni (e quegli anni) concitati e drammatici mentre il filo della matassa lo riporta sul lago di Como dove va a trovare la prima ragazza («piccola, con le scarpe ortopediche e stracarina»). Evoca scene perfettamente dipinte che danno corpo e vita alle figure famigliari, quelle del «privilegiato ceppo» materno siciliano, enclave di antifascismo, e del più umile ceppo paterno. La nonna quasi analfabeta che lo chiama Vitorrio e lo dota di «un bel campionario di ipercorrettismi» molto prima che sapesse come si chiamavano; il nonno materno, onorevole, avvocato penalista, il primo a farsi uscire di bocca in un tribunale del Regno la parola mafia.

Gli amici: Groucho (che in realtà si chiama Giulio) con cui una mattina del febbraio 1945 si presenta in una scuola adibita a caserma della X Mas nell’intento di lasciarsi arruolare (ma non ha ancora 16 anni); il torinese Saverio, con cui studia il russo, che ancora oggi è il suo migliore amico, anche se è morto tre anni fa «indignato da quell’obbligo di morire»; Cesare (Garboli ndr) che con Saverio condividerà sempre sentimenti di reciproca ostilità.

È soprattutto la figura del padre, che così spesso allora trovava goffo e vanitoso e imbarazzante, a prendere, anche emotivamente, la scena. Pisano, orfano di un doganiere, capofamiglia a 13 anni, fascista minoritario nella grande famiglia borghese antifascista della moglie (il nonno paterno a un certo punto cominciò a riferirsi a Mussolini col perentorio appellativo «il porco») muore nel ‘73 «senza lasciarci una lira o un metro quadrato di proprietà, e di questo lo amo per sempre», scrive Sermonti. È lui, con il suo cattivo tedesco, che vuole accanto a sé, nello studio, il quattordicenne Vittorio per tradurre insieme il Faust e nel ‘40 va a piedi da Civitavecchia a Siena «con una microscopica Divina Commedia 5X4 Barbera editore» e «di tempo in tempo si metteva a sedere su un muricciolo, cacciava il librettino dalla tasca della sahariana, apriva a caso, accendeva una Macedonia, si alzava gli occhiali sulla fronte come un ciclista al giro e solfeggiava piano piano un canto, mezzo canto, tre terzine». La madre appare soltanto a pagina 170: un essere inesplorato, una prigioniera che avrebbe voluto essere una suora, che il padre teneva «fuori dalla portata mentale dei suoi figli».

Sermonti racconta azioni e passioni: dall’adesione giovanile al fascismo a una sorta di «metacomunismo tragico», dopo una breve iscrizione al Pci a ridosso dei fatti di Ungheria; ricorda l’ostilità di Pier Paolo Pasolini che non gli passava mai la palla nelle partite a calcio tra filologi filosofi poeti e critici cinematografici contro ragazzini di borgata; ripercorre l’accensione per la lettura e la letteratura, per il teatro, per Praga, «città sconosciuta e fatale come un primissimo amore a quindici anni» dove lo scrittore vive per quindici mesi. Guarda alla sua vita in un dopoguerra infinito con gli occhi di quel quindici-sedicenne che è stato e con la scrittura di oggi, raffinata, ricca di digressioni, con frequenti rimandi a pagine precedenti, capace di mescolare la lingua aulica del letterato al lessico del ragazzino di allora, di trovare la giusta distanza, la misura perfetta, tra emozione e distacco.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance — recensione di Giorgio Vasta

Un giorno Apperbohr, «una massa che i secoli hanno plasmato a forma di cinghiale», aggirandosi nelle campagne tra Toscana e Umbria – gli zoccoli che scavano nella torba, le mele rubate e mangiate – si ritrova su una sua personale via di Damasco: la luce che lo abbaglia non lo redime ma lo precipita nel baratro del linguaggio. Perché il presentimento della lingua – la possibilità che i suoni significhino e che in ogni loro miscuglio ci sia l’ambizione (se non la tracotanza) di estrarre dal mondo qualcosa di comprensibile – non potrà che essere per lui gloria e tormento, ciò che suo malgrado lo separa da tutti, siano essi cinghiali o umani, costringendolo in un punto intermedio, a metà del guado, uno spazio-tempo minuscolo e insieme smisurato in cui non può stare nessuno se non lo stesso Apperbohr e la sua esperienza delle parole.

A rendere ancora più struggente questa solitudine sarà l’innamoramento per una sua – ormai non più – simile («“Llhjoo-wrahh, amore mio”, è questo e solo questo che vorrebbe dirle»), il tempo in cui le parole «non hanno significato, sono distruttive, invadenti, sono il male che interviene a spiegare quello che è già tutto lì»; al posto delle parole c’è solo l’inadeguatezza, e l’unico senso che emerge è un’invocazione originaria e impronunciabile: «non mi lasciare solo».

Non sappiamo da quale polla dell’immaginazione di Giordano Meacci sia scaturito Apperbohr – personaggio epifanico di una tenerezza fiera, l’inscalfibile messo in scena nella sua maestosa vulnerabilità –, e non sappiamo in che modo, appena nato, questo cinghiale sia riuscito a fare irruzione nel capolavoro di John Ford del 1962 (un film in cui leggendario e reale si incrociano rivelando l’epica western nella sua costitutiva ambiguità) fino a incastonarsi nel suo titolo; non sappiamo neppure quale sia l’embrione di Corsignano, «addormentata e sola sulle colline da cui nasce», il piccolo centro apparentemente immoto in realtà febbrile dove si svolgono i fatti narrati, un frammento di provincia tra Toscana e Umbria (uno spazio corale che esiste con la stessa intensità di Winesburg e di Yoknapatawpha, di Macondo e di Brigadoon) – le c aspirate e gli armaioli, il corteo funebre e il derby contro l’A.S. Torracchio, il bar, le confidenze e i tradimenti, l’abitacolo in orgasmo di una Panda, le adolescenze timide e impetuose, i fantasmi etruschi: «tutti i riferimenti minimi e puntuali di cui sono fatte le vite di ogni paese dacché gli uomini esistono».

Ciò che sappiamo è che Il cinghiale che uccise Liberty Valance, il romanzo d’esordio di Giordano Meacci – già autore della raccolta di racconti Tutto quello che posso e di Improvviso il Novecento. Pasolini professore – appena pubblicato da minimum fax, è un libro che non lascia scampo.

Nell’arco di quattrocentocinquanta pagine che smontano e riannodano tra loro una serie di vicende avvenute tra il 1999 e il 2000 (ma in realtà nel Cinghiale il tempo non se ne sta mai fermo – freme si inarca si comprime e si dilata come la sintassi che gli fa da scheletro), la scrittura di Meacci accumula una materia espressiva multiforme, dalle percezioni sensoriali («la parabola di graffio le frigge con l’intensità liminare delle bruciature improprie: le sfioràte di carta tagliente sul polpastrello, o i patimenti d’amore quando si è ragazzi») alle consapevolezze teologiche (per esempio a proposito del «Dio raccogliticcio che immaginiamo sul bordo dell’infinito, quasi fosse un inquilino del piano di sopra cui s’è smurato il soffitto») alle intuizioni su che cos’è l’anticipazione («può essere che ci sia qualcuno in grado di vedere prima – un segno labile nel tempo, un accento, un apostrofo luminoso, una particella di azoto, un coriandolo fucsia a passeggio per la ionosfera – il momento di passaggio tra un tempo e l’altro»), e in questo modo dà forma a una narrazione sbalorditiva fondata su un continuo irrefrenabile esondare (e se il rischio che corre è la dissipazione, ben venga, ma soprattutto grazie, perché il romanzo di Giordano Meacci rassicura sul fatto che esistono ancora immaginazioni letterarie per le quali tra il patrimonio e la sua dilapidazione non ci sono differenze).

Affetto da quella che Peirce chiamava semiosi illimitata – l’impulso a una significazione percussiva, il testo come luogo di rispondenze interne tra le parole, di vincoli, rime, allusioni, parentele – Meacci trasforma la sua patologia in una forma di splendore: osservando il progressivo fabbricarsi del linguaggio sotto la fronte del cinghiale, ci rendiamo conto che il romanzo è il luogo in cui si dà la parola a ogni fenomeno, anche al più negletto e infinitesimale, soprattutto al più negletto e infinitesimale (compresi i versi degli animali e i rumori delle cose); raccontare, del resto,vuol dire battezzare ancora nuove parole, ancora nuove particelle di realtà.

Il tutto in una tonalità fastosa e assorta, seria e cialtrona, ribalda e commossa, tra il Decameron e leBeatitudini, il Tristram Shandy e il Cantico delle creature: in Meacci la furfanteria suprema di chi nel salto nasconde la mano che toccherà il pallone deviandolo in rete coesiste con l’estro di chi un attimo dopo, le nocche ancora rosse dell’urto contro la sfera, si inoltra in qualcosa che a calcio è guizzo dribbling serpentina e in letteratura è l’avventura della lingua, la luccicanza delle frasi, certi passaggi di punteggiatura prodigiosa, le parole che sciamano attraverso la pagina come stelle in una galassia.

Sulla falsariga di Robert Bresson, che nel 1966 aveva fatto dello sguardo di un asino il punto di vista tramite cui rivelare l’umano a se stesso (e non a caso Balthazar è il nome con il quale a un certo punto il cinghiale verrà battezzato), ciò che terminata la lettura del romanzo di Meacci resiste indelebile è il grifo cupo e misericordioso di Apperbohr che – cosciente dell’impossibilità di ogni linguaggio – ci guarda, e nei suoi occhi c’è quell’unico infinito rimpianto che domina Il cinghiale che uccise Liberty Valance: «Se si potesse dire amore in cinghialese: se si potesse dire amore in qualsiasi lingua».

La femmina nuda — recensione di Annalena Benini

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

Costringe a scendere più in basso, a guardarsi là dove non ci si era mai guardati, dove lo specchio rimanda una faccia banale, un po’ meschina, sofferente, gelosa e priva di forza. La fine di un amore non toglie solo l’amore, strappa via altre cose che giuravamo essere la nostra identità. La mia intelligenza, ad esempio. Il mio distacco. Il mio uso di mondo. Io che non sono una spiona. Io che non leggo i messaggi sul telefono di nascosto perché lo trovo ripugnante. Io che lo so, che ci si innamora di altri, si prova disagio, si mente sempre più spesso, si va via non riuscendo ad andare via davvero. Ci si trasforma, mentre si sente quel freddo cane, mentre si grida al telefono, mentre ci si inginocchia sul marciapiede per il male che fa.

Elena Stancanelli ha raccontato con semplicità ed esattezza, in questo romanzo appena uscito per La nave di Teseo (la casa editrice di Elisabetta Sgarbi) e già candidato al premio Strega da Silvia Ronchey e Francesco Piccolo, la femmina nuda, che è anche il titolo del romanzo. Nuda perché spogliata di tutto per impossibilità di opporsi all’impazzimento amoroso. Nuda perché Anna, la protagonista di “La femmina nuda”, non riesce a tenersi addosso la dignità.

Le è scivolata via, nell’ostinazione di restare comunque aggrappata alla fine di quell’amore, se l’è tolta per inseguire l’altra donna e attribuirle una potenza che forse nemmeno ha (ma l’altra donna è comunque potente perché vince senza nemmeno combattere, senza essere migliore, vince fregandosene di vincere). Eppure Anna aveva pensato sempre: io no. Io non sono Madame Bovary, io non sono Anna Karenina, non sono nemmeno la moglie abbandonata di Elena Ferrante, ne “I giorni dell’abbandono”, non sono quella pazza miliardaria di Anabel, la ex moglie in “Purity” di Jonathan Franzen, che continua a telefonare al marito, a spogliarsi davanti a lui, a sdraiarsi sotto di lui, a inginocchiarsi e tirare fuori un coltellino e pugnalare tutti i preservativi.

Eppure. Anna credeva di trovarsi nella parte giusta dell’umanità, la parte razionale, intelligente, leale, forse anche un po’ eroica. Credeva in un’idea cinica e presuntuosa: che davvero l’umanità si divida in due, gli intelligenti e gli stupidi. E ha sentito, nettamente, di scivolare nella parte stupida. “Dove non ti raccapezzi, dove non sei altro che una cosa tremante e sperduta”. Una che fruga nel cellulare dell’uomo che non la ama più, che indovina le password di Facebook, resta incantata dalle foto senza mutande dell’altra donna, proprio da quella zona senza mutande e depilata. Una donna adulta, indipendente, sicura, che non mangia più, non vive più, anche mentre finge di vivere e di mangiare, anche mentre si toglie il trucco che il pianto ha sciolto e si trucca di nuovo.

Perdi una sola persona e tutto il mondo si spopola, magari è davvero stupido ma succede. Il dolore si mescola alla vergogna e allora il compito di uno scrittore è stanare la vergogna, illuminarla e mostrarla a tutti, indagarla negli angoli più indicibili, non avere paura di tirare fuori il peggio.

Spiegare qual è il cammino attraverso cui si entra in una piccola storia ignobile e si impara almeno a sciogliere la durezza nei confronti dell’umanità, a perdere l’arroganza. Ad avere pietà dei gesti miseri, delle tattiche penose, della cartellina che Anna tiene sulla scrivania del computer, con dentro una decina di lettere che ha scritto all’altra donna, immaginando di diventare sua amica e di riceverne la solidarietà, fantasticando sulla possibilità che l’altra donna (ha un soprannome significativo, lo troverete già nella prima pagina di questo libro) le chieda scusa, vinta dalla superiorità di Anna, dall’importanza della sua storia d’amore.

Elena Stancanelli ha trovato le parole e la chiarezza per entrare nella profondità dell’annientamento di sé, attraverso la voce di Anna, con una specie di fierezza molto netta, un’assunzione di responsabilità, senza mai indietreggiare o nascondersi, senza lasciare la presa attorno alle conseguenze del dolore: agli esseri umani accadono anche queste cose, che non li migliorano ma li rivelano, li rendono nudi e folli.

Non serve essere vittime per lasciarsi dominare dall’ossessione e infilarsi laggiù, in un buco nero fatto di comportamenti miseri e sofferenti, sapendo benissimo che stiamo precipitando, ma con il bisogno furioso di farlo ancora e ancora: siamo noi i responsabili della discesa agli inferi, e scopriamo di non essere in grado nemmeno di sceglierci una sofferenza adeguata al senso alto che abbiamo di noi stessi. Anna racconta il proprio impazzimento a un’altra donna, l’amica, e lo fa per ringraziarla di averle salvato la vita, standole accanto e di fronte giorno dopo giorno, senza chiederle nulla, senza darle consigli, senza giudicarla, anche solo guardandola piangere al ristorante.

Anna scrive all’amica, prima di cominciare un flusso di coscienza limpido e spaventoso: se non mi fossi vergognata così tanto, se avessi avuto il coraggio di pronunciare il mio dolore e di dirti: lo sto spiando, mi sto comportando in questo modo ignobile e non riesco a smettere, forse mi sarei fermata. Ma forse proprio per questo Anna tiene nascoste le miserie del suo dolore, per non fermarsi. Se tieni coperta quella vergogna, se nessuno la vede oltre a voi due, allora puoi continuare a entrare nella pagina Facebook per spiare i messaggi privati e poi cancellare l’avviso di ingresso dall’account di posta elettronica

Descrive una condizione simile Jonathan Franzen in “Purity”, l’ultimo romanzo appena uscito in Italia per Einaudi. Nel mostrare la fine dell’amore per Isabel, e la fine infinita della loro relazione, dentro il sesso, le recriminazioni, gli incontri, l’incapacità di staccarsi, parla di “umiliazione”. “Era umiliante fare l’albero delle decisioni con lei. Umiliante la prontezza con cui le contestavo ogni minimo punto, umiliante che continuassi a farlo dopo l’infernale quantità di volte in cui lo avevo fatto negli ultimi dodici anni. Era come contemplare la mia dipendenza da una sostanza che non mi dava più un briciolo di piacere. Ed era per questo che i nostri incontri dovevano svolgersi nella massima segretezza. In qualunque posto tranne che in mezzo ai boschi ci saremmo troppo vergognati di noi stessi”. La dipendenza dall’abbrutimento è così attraente, ha una voluttà, giura di non lasciarti andare, di tenerti aggrappato ancora alle macerie di quell’amore, e la cosa che ti riprometti di non abbassarti mai a fare è proprio quella che finirai per fare. Nel romanzo di Franzen loro due litigano e fanno l’amore in mezzo ai boschi, in modo disperato e ostile.

Nel romanzo di Elena Stancanelli, Anna, in ginocchio sul marciapiede, si augura di morire, che lui la strattoni più forte, facendole sbattere la testa per terra. E poi grappa e Xanax, tutto insieme. Rannicchiarsi sul pavimento. Pensare perfino: è necessario che io la uccida. Che uccida l’altra donna prima che lei uccida me. Così loro due non si siederanno mai più a bere vino dove potrei incontrarli, lei non lo chiamerà più, non manderà più messaggi, non manderà mai più “nessuna foto della sua fica”. Mai più quel sentimento fra il suo ex compagno e l’altra donna che dentro l’ossessione non è una storia qualunque ma l’idea di un amore assoluto, inedito, mai visto da nessuno sulla terra.

Elena Stancanelli rivela quello che possiamo diventare, e sono pensieri così vicini, anche quando sono brutti, disperati, tremanti, paranoici, impazziti, che bisogna riconoscerli e accoglierli. Avere il coraggio di dire: sono io, potrei essere io. Perché l’umanità è anche questo, sono le ombre e la debolezza e il dolore insensato che ci agguanta e noi che non vogliamo davvero liberarcene e anzi restiamo lì a farci cullare, a scivolare un po’ più giù. E ciò che rende importante un libro è il racconto di una verità, qualcosa di autentico e mai preoccupato di sembrare perbene.

Questo romanzo non è perbene, e contiene una verità che ci riguarda, racconta senza reticenza anche la paura che provoca il confronto con un’altra donna: forse succede la stessa cosa anche agli uomini, può darsi, ma in questo romanzo c’è la descrizione precisa dell’ossessione verso un’altra donna, e dentro l’ossessione c’è il corpo, il sesso, l’audacia: cosa faceva lei che io non sapevo e non avrei mai saputo fare? “Ecco. quando arrivavo lì ero al centro perfetto del dolore. Lì faceva male come nessun’altra cosa. Potevo solo sfiorarlo, quel pensiero. Poi dovevo abbandonarlo, in fretta. Centellinarlo. Solo un po’, fin quando non crollavo”.

Le persone intorno continuano la vita sempre allo stesso modo, il cielo è identico, qualcuno dice: stai bene, sei dimagrita. Qualcun altro pensa che sia tutto a posto, forse gli manca un pezzo di cervello e allora dice: l’ho visto, il tuo ex, era con una, non brutta. Così il mondo può crollare di nuovo, e il corpo ritornare molle, quel dolore allo stomaco, tutto ancora uno schifo, un’umiliazione che non finisce mai. L’umiliazione però non è soltanto un peggioramento di sé, la rivelazione di un baratro in cui si potrà cadere ancora. L’umiliazione ha ancora dentro l’amore, e quello che resta della tenerezza, e il bisogno, forse malato chi se ne importa, di restare ancora vicini. Il pallino blu, allora, il pallino blu dell’applicazione “Trova il mio iPhone”, che Anna tiene sempre accanto per vedere dov’è Davide, almeno fino a quando lui non lo scopre e cambia la password di iTunes, fa tenerezza, è commovente.

È umiliante, certo, sedersi al ristorante con il telefono appoggiato sopra la borsa, in modo da vederlo solo voltando la testa e sfiorando lo schermo. Guardare la pallina blu prima di dormire, prima di parlare con le persone, prima di lavorare.

È umiliante passare le notti a guardare la pallina blu muoversi, o peggio vederla stare ferma sempre nello stesso posto, in quella zona, in quel grumo di strade. La casa dell’altra. Più la pallina restava ferma in quel posto più Anna si disperava. “Ogni volta che la pallina scivolava via dal quartiere di merda prendevo fiato”. È   un’umiliazione così estrema, così vicina ad altre possibilità ancora più estreme di distruzione, eppure in fondo così innocua (una pallina blu su uno schermo per fingere di essere ancora insieme, pensando: come farò a sopravvivere quando non saprò più dove si trova lui in ogni momento?), che una cosa minuscola, spiona, ridicola, acquista grandezza, diventa, più dell’uomo che indica, la testimonianza dell’amore. Dell’abbandono totale, dell’intimità che Anna ha offerto, e per un po’ ricevuto, con fiducia. Delle cose sceme che era bellissimo fare insieme.

Dell’idea che solo con l’uomo della pallina blu si sarebbe divertita a stare sdraiata su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle, come nel film con Kate Winslet e Jim Carrey. Soltanto con lui al mondo. Allora, adesso, mai più con nessuno. Anche fuori dal dolore pazzo, rinsavita, di nuovo dignitosa e in salvo, guarita: mai più con nessuno.

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