ciabat

Stregati: “La più amata” di Teresa Ciabatti

ciabat

Con La più amata iniziamo una rassegna dedicata ai dodici libri finalisti al premio Strega, edizione 2017.

Philip Roth, parlando di Kafka, diceva che «quando uno scrittore degno di tal nome è arrivato a trentasei anni, non traduce più l’esperienza in una favola: impone le sue favole all’esperienza». Con queste parole Roth intendeva dire che uno scrittore non attinge alla propria esperienza per inventare delle storie, ma proietta le proprie storie nella sua vicenda biografica con lo scopo di modificare la sua vita stessa. E che il fiore più prezioso della sua identità letteraria non risiede nei nudi fatti della sua esistenza, né nella creatività che egli impiega nella sua narrativa, ma nel nucleo più terso della sua invenzione proiettato nel cuore pulsante della sua esperienza.

Ma che differenza c’è tra il vissuto e l’immaginazione, tra la realtà e la finzione, tra i fatti e la loro rappresentazione? È una delle domande che mi sono posto leggendo l’ultimo romanzo di Teresa Ciabatti, La più amata, pubblicato da Mondadori. E non me lo sono chiesto a causa dell’abile gioco compiuto dall’autrice, che mescola in un amalgama inestricabile dati ed eventi della propria vicenda biografica insieme a fatti immaginari; e neanche perché la Ciabatti innesta continuamente nella narrazione personaggi legati al recente passato della storia italiana, sempre offuscando con il dubbio la loro reale presenza nella storia del libro, velandola di un alone di mistero, di un’aura di perplessità («questo signore di spalle non è Licio Gelli?», «nei miei ricordi è proprio Umberto Veronesi, o forse no», «qualcuno dice Raffaele Cutolo»).

Mi sono fatto questa domanda in quanto l’analisi della realtà compiuta dall’autrice in questo romanzo non sembra mai giungere a un’essenza ultima delle cose, ma sembra rinviare continuamente a un nuovo abisso di significato, nel quale è sempre possibile investigare ulteriormente, come in un gioco infinito di matrioske, in cui la realtà si innesta nella finzione e la finzione nella realtà: «Non è forse abisso il fondo del mare? Non è forse abisso il dentro delle cose?».

Tutti i protagonisti di questo romanzo sono reali, anche quelli inventati. Ma la loro essenza è perennemente sfuggente. Prendiamo il padre della narratrice, Lorenzo Ciabatti, il Professore: a volte viene descritto come un uomo buono, altruista, attento ai bisogni dei poveri, un vero filantropo; altre volte come un «uomo senza scrupoli, ateo, bugiardo, fascista». Quale di questi due volti è quello autentico? Come nel principio di indeterminazione di Heisenberg, per il quale non è possibile determinare allo stesso tempo la velocità e la posizione di una particella subatomica, così l’osservazione da parte dell’autrice di un determinato personaggio sembra impedirne la conoscenza profonda, come se la luce sotto la quale viene posto dall’indagine determinasse uno slittamento delle sue coordinate che rende impossibile analizzarlo con accuratezza.

«Chi era davvero Lorenzo Ciabatti?», si chiede a più riprese la narratrice. Se la natura del personaggio sembra sfuggire, l’autrice tenta di focalizzarsi per lo meno sui dettagli, con una esemplare passione filologica nei confronti del reale. I dettagli sono visti come il correlativo oggettivo di una realtà inafferrabile. La narratrice è convinta di aver visto da bambina una pistola nel cassetto del padre: «Di sicuro nel primo cassetto del comò c’era una pistola, io bambina l’ho vista, presa e rimessa laggiù tra mutande e calzini. Per esempio, che fine ha fatto la pistola? Indago, ricordo, collego». Si dice che quando in un film viene inquadrata una pistola, prima o poi essa è destinata a sparare. Ma nel libro la pistola non sparerà mai. Nessuna delle ipotesi sul padre viene confermata né smentita nella narrazione: era massone? aveva una doppia vita? era un traditore? era omosessuale?

Niente è come sembra, e ciò che sembra è molto confuso. La lingua di Teresa Ciabatti insegue una realtà enigmatica tentando di rimettere ordine nel caos degli accadimenti, e lo fa utilizzando un impianto sintattico più semplice possibile, che si dispiega in un rigoroso ritmo paratattico. Le frasi sono spesso molto brevi: soggetto, predicato e complemento. Le proposizioni appena più complesse si giustappongono semplicemente l’una all’altra separate da virgole o al massimo da congiunzioni coordinanti. Le subordinate sono pochissime. Il lessico è tipico della lingua media, mai letterario. Il linguaggio è meramente denotativo, non c’è alcuno spazio per la connotazione: «Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quattro anni, e sono la figlia del Professore». «Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho undici anni e oggi è il mio primo giorno di scuola media». «Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e voglio sapere chi era mio padre».

Oppure, per citare un esempio un po’ più articolato: «Mio fratello gemello mi evita, tu per me non sei una sorella, dice, hai sempre pensato solo a te stessa. Mi considera una squilibrata, e forse lo sono: agitata, sospettosa, inquieta, anaffettiva, mai andata sulla tomba dei miei genitori (l’ho detto?), interrotti i rapporti con il resto della famiglia, senza litigi, semplicemente per mancanza di cura. Egoista, superficiale, asociale». Da un punto di vista sintattico, frasi più complesse di queste si trovano con difficoltà. Se la verità sembra sfuggire a ogni tipo di indagine, Teresa Ciabatti, con la sua sintassi elementare, ne tenta un recupero impossibile.

Un altro espediente utilizzato nel romanzo è la tendenza a adoperare una accurata precisione topografica e cronologica, unita all’uso costante del tempo verbale presente. L’autrice inserisce nella narrazione delle coordinate spazio-temporali estremamente puntuali in cui va ad ambientare i fatti narrati; come se tale accuratezza potesse rendere conto dell’autenticità del racconto: «Mio padre e mia madre si sposano il 23 settembre 1970, ore 10.30, cattedrale di San Lorenzo, Grosseto». Data, ora e luogo. E al tempo presente, per rendere un’idea di immediatezza che somiglia alla verità, anche se l’evento ha avuto luogo nel passato.

Ma questa precisione, in realtà, opera in senso contrario. L’eccessiva accuratezza provoca nel lettore uno straniamento che lo fa dubitare di ciò che sta leggendo. Perché mi vengono detti il giorno e l’ora esatta del matrimonio? Che cosa cambiano queste informazioni nella mia fruizione del racconto? È utile alla comprensione del romanzo oppure no? All’inseguimento della verità, come si è visto, pochi dettagli possono aiutare; troppi destano sospetto. La verità è una bellissima donna, ma che non ama prendersi troppa cura di sé.

Teresa e il fratello Gianni sono in piscina, nella villa del Pozzarello. A un certo punto fa irruzione nella casa un uomo armato che punta la pistola verso il padre e gli intima di seguirlo. Il Professore non si scompone. Sussurra qualcosa alla moglie e si incammina davanti all’uomo senza esitazione. La moglie prende i bambini e li porta dentro il bunker che si trova nel sottosuolo. I due bambini sono in costume, ancora bagnati, hanno freddo. La madre si toglie la camicia e ve li avvolge.

All’improvviso, un’epifania: i due piccoli dopo tanto tempo hanno la possibilità di vedere la mamma da vicino: «Vista da vicino mamma è giovanissima. La pelle liscia, neanche una ruga. Scostandosi gradualmente appaiono le borse sotto gli occhi, il tessuto del collo in via di cedimento, e si ricompongono i tratti di una donna di mezza età. Ma solo noi abbiamo la possibilità di vederla guancia su guancia, naso su collo, ci strusciamo su di lei, odore di mamma». La distanza dunque sembra operare un’azione deformante. Ciò che appare evidente visto da vicino – la bellezza, la gioventù, la spensieratezza –, se ci si allontana sembra deturparsi. Ma nel mondo stratificato della famiglia Ciabatti la vicinanza è probabilmente un privilegio riservato solamente ai bambini.

Teresa Ciabatti ha scritto un romanzo borghese con tutte le caratteristiche di un romanzo borghese. Ci sono i soldi, tantissimi soldi, interi capitali che vengono accumulati con la stessa facilità con cui poi sono dilapidati. Vi è una socialità stratificata, in cui le persone vengono riconosciute in funzione del loro prestigio professionale, del retaggio familiare, della ricchezza, delle conoscenze altolocate. Ci sono ruoli familiari tagliati addosso quasi con crudeltà, e persone incapaci di assolvere alle proprie funzioni che cadono nella più nera disperazione. E poi c’è tutto il taciuto, ciò che nel libro viene formulato come ipotesi irrisolta e non viene mai confermato né smentito: i tradimenti, le inspiegabili assenze da casa, la connivenza con alcuni noti malavitosi, il rocambolesco fallimento finanziario.

Quello della Ciabatti è un romanzo in cui l’autrice impone davvero le sue favole all’esperienza. È un romanzo borghese, un romanzo realistico e al tempo stesso pieno di inventiva. Se poi qualcuno pensasse che si possa trattare di un’autobiografia, non posso far altro che riferire la risposta che dava Italo Svevo a chi gli chiedeva se La coscienza di Zeno fosse un romanzo autobiografico. Lui replicava – con ammirevole onestà – che, certo, si trattava di un’autobiografia, ma sfortunatamente non la sua.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
Commenti
4 Commenti a “Stregati: “La più amata” di Teresa Ciabatti”
  1. Domenico Alvino scrive:

    Oltre a suscitare quelle domande, alle quali l’autrice non fa nulla perché si generino delle risposte, che altro effetto fa o potrebbe fare questo romanzo sul lettore, perché si giustifichi la sua composizione, non si può dire? Si dovrebbe poter dire, altrimenti perché mai sarebbe candidato a un premio?

  2. Elena Grammann scrive:

    Gentile Domenico Alvino, perché il romanzo di Ciabatti sia candidato a un premio che molto probabilmente vincerà, pur non essendoci nulla che giustifichi la sua composizione, è presto detto: perché ha tutti gli ingredienti per piacere: “rapporto col padre (che non c’è, ma visto che di questo padre si parla parecchio, il lettore ha l’impressione che un rapporto ci sia); narcisismo spudoratamente ostentato senza nemmeno il sospetto del ridicolo, che farà andare in brodo di giuggiole le lettrici di tutte le età purché provviste di adeguata copertura economica; e soprattutto lo sport nazionale: dietrologia, complottismo, sussurri, mezze affermazioni di cui non si è sicuri ma che ci stanno tanto bene: ‘un attimo, questo signore di spalle [su una foto di famiglia] non è Licio Gelli?’ Essendo il signore di spalle, naturalmente, il dubbio rimane, ma che importa, il nome è detto. Un romanzo perfetto per lo Strega, per di più scritto con uno stile talmente ben fatto che non ci accorge neanche che c’è”. (Ulteriori approfondimenti, se interessano, sul mio blog). Buona giornata.

  3. Fausta scrive:

    Ho cercato una recensione affidabile di questo libro che mi ha spiazzata per inconsistenza e sono venuta dritta a leggere questa perché ritengo la rivista e chi ci scrive affidabilissimi e liberi. Devo dire che questa recensione mi ha spiazzata quasi quanto il libro, perché citare Roth che parla di Kafka per arrivare a dire che la Ciabatti è riuscita in questo libro fare quello che fa kafka, beh…lo trovo quanto meno esagerato e fuori luogo. È secondo me un libro che parte bene e già a metà ti chiedi che cosa la scrittrice abbia voluto raccontare, alla fine,poi non ne parliamo…ti chiedi perché lo hai letto.

  4. marco scrive:

    Intrigante e coinvolgente forse perchè vengo dai luoghi presentati nel libro e ricordo alcuni personaggi. Una narrazione asciutta e una storia apparentemente senza grandi colpi di scena, ma che trasmette ansia come un thriller, un noir . Frasi semplici, cose dette, non dette, dubbi che trasportano il lettore in uno strano viaggio nel passato di una famiglia borghese simile a tante altre. E’ difficile che in qualcuno dei tanti personaggi dipinti con odio, amore, asprezza o commiserazione, il lettore non trovi un pò di se stesso…

Aggiungi un commento