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Stregati: “Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo

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Questo pezzo è uscito su Tuttolibri de La Stampa. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Angelo Guglielmi

Dopo le prime pagine il mio timore è di trovarmi di fronte a un libro autobiografico in cui l’autrice ci racconta le vicende del sua famiglia con un padre Renato «sballato e inaffidabile, sicuramente simpatico» e una madre, Concetta, bella e con la testa sul collo, il vero sostegno dell’incerta baracca. E dunque addio alla Campo che conoscevo, la sola scrittrice italiana contemporanea che con i suoi dieci romanzi precedenti aveva arpionato e fatto proprio il tema della femminilità (meglio della donna) e lo aveva sviluppato con durezza al di là di ogni pregiudizio e convenienza trattandolo come un grande tema (anzi problema) esistenziale. Per farlo (poiché non è ingenua) si era protetta con l’ironia, qui e lì il grottesco e la pratica dello scandalo. Ne era venuto un risultato forte e esilarante di rovesciamento dello scontato.

Qui il timore è che si tratti di una ennesima prova di autofiction (genere ormai corrivo che ha permesso a Asor Rosa di pronunciare la sua violenta intemerata). L’autobiografismo è una resa al possibile inconsapevolmente consolatoria e comunque pacificante. Ma appena a un terzo del libro (ma avrei potuto accorgermene prima) avverto che qui di altro si tratta e che Rossana Campo sta giocando un’altra partita.

Certo sta parlando del padre raccontandoci alcuni degli episodi della sua vita sballata (sempre ubriaco, trasgressore per principio, già carabiniere è stato cacciato dall’Arma per insubordinazione, dalla casa spesso sparisce per giorni e giorni, vaga per la città al volante della sua scassatissima jeep, al ritorno picchia la moglie ma si pente e allora invita Concetta a ballare sul ritmo del rock and roll, promette alla figlia una passeggiata ma la meta è il bar più vicino, non sopporta il perbenismo e nella rivolta si esalta).

Sì, questo è il padre ma nel libro lo scopo della identificazione non è la descrizione, è il tentato riconoscimento del suo senso nascosto. Diventa riflessione (anzi indagine) sul senso della vita, è una domanda su dove sta la realtà. È un primo passo verso il possibile recupero del reale Non è una nuova edizione di neorealismo o, se lo è, è il prigioniero ammaccato fatto uscire dalla gabbia sentimentale e ideologica in cui era stato rinchiuso. È il ritorno all’aria aperta, certo viziata e faticosa per chi dopo tanti anni di prigionia ha perduto l’elasticità della respirazione. Ma pazienza, non si può pretendere che la realtà non sia tragica, accontentiamoci di averla liberata (di percepirla nella libertà riconquistata) e lì ritrovare il senso e il piacere di vivere.

Questo è Renato, il punto di appoggio di una nuova esperienza che non rinnega l’insofferenza di sempre ma la piega a scavare dentro gli argini di una sponda ritrovata fino a sentirne il rumore dello sgretolamento e il prurito dello scivolamento sulla pelle. Ne viene una nuova attivazione di fisicità, non più pretesto di rivolta ma presenza riconquistata di memoria. Certo Renato assomiglia a uno dei tanti protagonisti dei romanzi d’avventura di oggi – nullafacente e sciagurato, simpatico e insopportabile, frenetico e smarrito – che tuttavia non iscrive la propria vocazione alla trasgressione nell’area del folclore post moderno dal quale piuttosto sfugge verso un desiderio di inavvertita consapevolezza. Che sia la strada per recuperare il gusto perduto della realtà? Che continua a rimanere sconosciuto quando ci intestardiamo a addentarla come una mela non rendendoci conto che non è un frutto (o comunque tale non è più) ma (semmai) la radice (imprendibile ) del frutto.

È difficile giuocare con carte di difficile lettura: Rossana Campo su questo strada si è avventurata negando la verità che dai padri bisogna tenersi lontani. O forse anche lei lo ha fatto limitandosi a guardarsi bene da tenerlo come modello ma trasformandolo in una domanda e dalla impossibile risposta ha trovato un segreto spazio di riconoscimento, ha scoperto (ma forse lo ha sempre saputo) di essere figlia del padre (la vera erede di un padre ora morto,che ha sempre amato e mai sopportato). Altrimenti da dove verrebbe questo suo romanzo di oggi e la sua cupa allegria? Da dove verrebbe la «spregiatezza» di lingua (l’irriverenza) con cui onora il padre?

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