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Stregati: “Se avessero” di Vittorio Sermonti

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Per la serie dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega, è la volta di Se avessero di Vittorio Sermonti, Garzanti. Il pezzo che segue è uscito sul Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Cristina Taglietti

Lo definisce «opera ultima», Vittorio Sermonti, il romanzo autobiografico intitolato Se avessero (Garzanti). A 86 anni, questo attore, traduttore, dantista, drammaturgo, romanziere che, nella scrittura come nella pratica culturale, ha attraversato tutti i generi mantenendo sempre integra e riconoscibile la sua voce, fa i conti con se stesso senza rinunciare, ancora una volta, a sperimentare. Il vizio di scrivere si intitolava il volume uscito lo scorso anno da Rizzoli con cui Sermonti riordinava tutte le declinazioni del suo ingegno, che fossero libretti d’opera, versi, lezioni di metrica, o interviste a Giulio Cesare. Con Se avessero siamo decisamente nel regno del memoir e non dell’ucronia come potrebbe far pensare il titolo che, fin dalla prima pagina, viene svolto chiaramente: se tre giovani partigiani entrati con il mitra nel vano d’ingresso del villino al numero 41 di via Domenichino (zona Fiera) di Milano, i primi di maggio 1945 avessero sparato a mio fratello…

Sermonti non immagina realmente un’altra possibilità, anche perché, come conclude nelle ultime righe, quella svolta eventuale avrebbe potuto cambiare il mondo ma nessuno se ne sarebbe accorto. L’episodio assomiglia di più al bandolo di un gomitolo che serve per srotolare i ricordi «in un disordine fazioso e devastato», soggetto agli intermittenti «soprusi della memoria» e l’episodio che riguarda il fratello maggiore, frater maximus (FM nel libro) è una specie di ricorrenza che torna ogni volta che le vie del ricordo sembrano frantumarsi nei tanti sentieri narrativi in cui solo apparentemente lo scrittore si perde.

Si comincia da quella casa in zona Fiera dove la famiglia di nove persone (padre, madre, tre sorelle, quattro fratelli) è sfollata, lasciando la casa di Roma con tanto di tre piani, tennis («anche se da ultimo parzialmente adibito a orticello di guerra»), garage, mimosa e parapetti di roselline dove si insedia la Croce Rossa australiana. FM, bello, biondo, affascinante, ex sottotenente di un reparto regolare parafascista, risponde ai tre partigiani: non so se ammazzarmi vi conviene poi tanto. Il 25 aprile ha appena rimescolato tutte le carte: prima di quel giorno, scrive Sermonti, «c’erano in giro per l’Italia poco meno di 45 milioni di fascisti», poi la schiera si assottiglia.

Sermonti attraversa quei giorni (e quegli anni) concitati e drammatici mentre il filo della matassa lo riporta sul lago di Como dove va a trovare la prima ragazza («piccola, con le scarpe ortopediche e stracarina»). Evoca scene perfettamente dipinte che danno corpo e vita alle figure famigliari, quelle del «privilegiato ceppo» materno siciliano, enclave di antifascismo, e del più umile ceppo paterno. La nonna quasi analfabeta che lo chiama Vitorrio e lo dota di «un bel campionario di ipercorrettismi» molto prima che sapesse come si chiamavano; il nonno materno, onorevole, avvocato penalista, il primo a farsi uscire di bocca in un tribunale del Regno la parola mafia.

Gli amici: Groucho (che in realtà si chiama Giulio) con cui una mattina del febbraio 1945 si presenta in una scuola adibita a caserma della X Mas nell’intento di lasciarsi arruolare (ma non ha ancora 16 anni); il torinese Saverio, con cui studia il russo, che ancora oggi è il suo migliore amico, anche se è morto tre anni fa «indignato da quell’obbligo di morire»; Cesare (Garboli ndr) che con Saverio condividerà sempre sentimenti di reciproca ostilità.

È soprattutto la figura del padre, che così spesso allora trovava goffo e vanitoso e imbarazzante, a prendere, anche emotivamente, la scena. Pisano, orfano di un doganiere, capofamiglia a 13 anni, fascista minoritario nella grande famiglia borghese antifascista della moglie (il nonno paterno a un certo punto cominciò a riferirsi a Mussolini col perentorio appellativo «il porco») muore nel ‘73 «senza lasciarci una lira o un metro quadrato di proprietà, e di questo lo amo per sempre», scrive Sermonti. È lui, con il suo cattivo tedesco, che vuole accanto a sé, nello studio, il quattordicenne Vittorio per tradurre insieme il Faust e nel ‘40 va a piedi da Civitavecchia a Siena «con una microscopica Divina Commedia 5X4 Barbera editore» e «di tempo in tempo si metteva a sedere su un muricciolo, cacciava il librettino dalla tasca della sahariana, apriva a caso, accendeva una Macedonia, si alzava gli occhiali sulla fronte come un ciclista al giro e solfeggiava piano piano un canto, mezzo canto, tre terzine». La madre appare soltanto a pagina 170: un essere inesplorato, una prigioniera che avrebbe voluto essere una suora, che il padre teneva «fuori dalla portata mentale dei suoi figli».

Sermonti racconta azioni e passioni: dall’adesione giovanile al fascismo a una sorta di «metacomunismo tragico», dopo una breve iscrizione al Pci a ridosso dei fatti di Ungheria; ricorda l’ostilità di Pier Paolo Pasolini che non gli passava mai la palla nelle partite a calcio tra filologi filosofi poeti e critici cinematografici contro ragazzini di borgata; ripercorre l’accensione per la lettura e la letteratura, per il teatro, per Praga, «città sconosciuta e fatale come un primissimo amore a quindici anni» dove lo scrittore vive per quindici mesi. Guarda alla sua vita in un dopoguerra infinito con gli occhi di quel quindici-sedicenne che è stato e con la scrittura di oggi, raffinata, ricca di digressioni, con frequenti rimandi a pagine precedenti, capace di mescolare la lingua aulica del letterato al lessico del ragazzino di allora, di trovare la giusta distanza, la misura perfetta, tra emozione e distacco.

Commenti
6 Commenti a “Stregati: “Se avessero” di Vittorio Sermonti”
  1. Lalo Cura scrive:

    non ho letto il libro (e non lo leggerò)
    ad ogni modo, leggendo la recensione qui presentata, mi sono convinto – e non riesco a capirne e a spiegarmi i motivi – che quest’opera vincerà il premio in questione
    si accettano scommesse

    lc

  2. silvana scrive:

    Il libro di Sermonti non era ‘Il vizio di leggere’? Io quello ho nella mia biblioteca…
    Non capisco, Lalo Cura: non ha letto il libro, non lo leggerà, però ne parla prevedendo uno scontato premio. Ma perché scrivere di una cosa che non si conosce?
    Saluti.
    silvana

  3. Lalo Cura scrive:

    @ silvana

    Ma perché scrivere di una cosa che non si conosce?

    non ho scritto di una cosa che non conosco, cioè del libro di Sermonti (che non ho letto)
    ho solo letto l’articolo e mi sono fatto la convinzione, scaturita chi sa da dove, che vincerà il premio strega

    (intanto, a quanto pare, è nella cinquina… siamo sulla buona strada)

    un saluto a lei

    lc

  4. silvana scrive:

    Mi scaturisce, chissà da dove, che chi dice di un libro che non lo ha letto e non lo leggerà sia un po’ prevenuto e la prevenzione evidentemente riguarda anche il premio.
    O no?
    silvana di prima

  5. Lalo Cura scrive:

    non ho niente contro Sermonti, a cui auguro ancora tanti anni di frequentazioni dantesche (l’ho anche ascoltato due volte con grande piacere)

    per il resto sì, sono prevenuto: contro il genere autofictionale (la sua proliferazione ha segnato la fine della narrativa come invenzione e ricerca di linguaggi, cioè come arte; e, cosa ancora più grave, per me, ha consentito a una marea inarrestabile di friggitori di patacche in forma di libri di credersi “scrittori”); e contro i premi in generale (ma qui è meglio fermarsi, visto che siamo a casa di uno “stregato”)

    lc

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  1. […] Puoi trovare le recensioni di questo libro su Graphe e Minima&Moralia. […]



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