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Stregoni di un circo utopico

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Andrea Inzerillo

Stretto tra la piazzetta intitolata a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia e l’asse primo-novecentesco di Via Roma, a cavallo tra il mercato di via Bandiera e quel che resta della storica Vucciria, il Teatro Biondo, lo stabile della città, era forse il luogo più adatto per inaugurare con uno spettacolo come Le Cirque invisible di Jean-Baptiste Thierrée e Victoria Chaplin l’anno in cui Palermo è capitale italiana della cultura. Nel cuore del centro storico, ancora oggi anima genuinamente popolare della città, l’arrivo dell’universo magico dei due artisti permette di sperimentare la vitalità di un mondo antico ma non per questo superato, e lo spettacolo registra l’entusiasmo degli spettatori e il tutto esaurito per quasi due settimane.

Sulla carta parrebbe inspiegabile. Lui ha 80 anni, lei 66. Per quanto si adatti ai diversi contesti in cui è realizzato, lo spettacolo è lo stesso di quando ha debuttato per la prima volta nel 1990, ovvero ventotto anni fa, prima del world wide web. Dura quasi due ore, è praticamente muto ed è lontanissimo dalla spettacolarità lussureggiante di un Cirque du soleil, pur contenendone in nuce tutti gli elementi, come in un cristallo.

Da dove vengono questi due artisti? Qualcuno potrebbe ricordarli in una breve sequenza di un film del 1970, I clowns, che Federico Fellini realizzò per la televisione e che racconta con malinconia la fine del mondo circense che tanto aveva nutrito il suo immaginario. I due compaiono al Cirque d’hiver di Parigi mentre fanno un provino per essere scritturati dall’ex domatore Buglioni. Sono gli unici, in tutto il film, a rappresentare un possibile futuro per il circo: i giovani, quelli che guardano avanti. «Si chiama Baptiste, è medico, psichiatra, e in una casa di cura per malati mentali ha cominciato a organizzare i primi spettacoli» dice Fellini. «Oggi il suo sogno è quello di girare la Francia con un circo, rinnovando le cosiddette entrée clownesche tradizionali. La ragazza che è con lui è la figlia di Charlie Chaplin».

Figlio di un operaio della Renault, Thierrée non era uno psichiatra, ma l’incontro che gli cambia la vita sarà quello con uno psicanalista e filosofo come Félix Guattari, con il quale collaborerà alla Clinica La Borde, nella Valle della Loira, a un paio d’ore di distanza da Parigi. È lì che Guattari celebrerà le nozze tra Victoria e Jean-Baptiste, ma è soprattutto per la profonda influenza intellettuale esercitata su di loro che lo spettacolo gli è in qualche modo dedicato.

Sono gli anni successivi al maggio ’68, quelli dell’immaginazione al potere, e il nuovo circo immaginato da Baptiste e Victoria è precisamente un inno alla fantasia. I due sono complementari: lei incarna un’eleganza silenziosa e articolata, lui mette in scena un circo che è tale oltre stesso, nel riso e nella parodia. Occhi spalancati e capelli bianchi, Baptiste fa i gesti e le espressioni del funambolo, e così lo diviene realmente: perché l’acrobazia chiamata in causa è soprattutto quella dello sguardo e della mente dello spettatore, non necessariamente quella del corpo – che pure è straordinario. Victoria, formidabile contorsionista, rappresenta la molteplicità di un progressivo divenire-animale dell’esibizione attraverso vestiti che si trasformano e diventano macchine da spettacolo. «Noi stregoni lo sappiamo da sempre» scrivevano in Mille Piani Deleuze e Guattari, e «ci interessiamo non ai caratteri [degli animali], ma ai modi di espansione, di propagazione, di occupazione, di contagio, di popolamento». La progressiva trasformazione cui assistiamo – in tartaruga, coccodrillo, struzzo, cavallo e molte altre forme ancora – è innanzitutto meraviglia dello sguardo, e riesce a catturare un’attenzione che mira ai dettagli più minuti.

Questa metamorfosi investe le forme ma soprattutto la qualità del nostro tempo e la pulizia del nostro sguardo, ed è probabilmente questa esperienza inattuale a impressionare più di tutto. Si può chiamare in causa la poesia, ma se la forza di questo spettacolo (nell’epoca odierna di distrazione di massa più ancora che in passato) è figlia di una certa concezione politica del mondo e dell’arte, con Deleuze e Guattari dobbiamo parlare allora di una vera e propria forma di stregoneria, nella misura in cui «esiste una politica della stregoneria che si elabora in concatenamenti che esprimono gruppi minoritari, oppressi, proibiti, in rivolta o sempre ai margini delle istituzioni riconosciute, tanto più segreti in quanto estrinseci e in condizioni di anomia»: una forma di coerenza e rivendicazione artistica ancora oggi assai potente, e radicale nel suo essere popolare.

Da più di trent’anni gli inventori del Cirque invisible concedono raramente interviste, e ci piace immaginare che si tratti del tentativo di non tradire una stregoneria capace di far esplodere il circo dall’interno e creare spettacoli fuori dal tempo. In una delle poche conversazioni esistenti, pubblicata sul numero 77 della rivista francese Chimères nel 2012, Jean-Baptiste Thierrée consegna un ritratto appassionante delle relazioni tra teatro, magia e psichiatria nel progetto clinico di Guattari ma anche dei suoi periodi di crisi, o di quella volta in cui Guattari psicanalizzò l’attrice Isabelle Adjani, a condizione che lui fosse presente.

I debiti contratti con questo pensatore dell’utopia sono espliciti, e d’altra parte Thierrée dice di essere un enfant de l’utopie. Se fossimo riusciti a incontrarlo gli avremmo forse chiesto dei tanti mondi che costituiscono la sua vita: dall’unione sentimentale e artistica con Victoria Chaplin alla strana concatenazione di eventi – lui che era stato attore del film di Alain Resnais Muriel, il tempo di un ritorno – che qualche anno fa lo ha portato a scoprire in un baule un super8 realizzato da Françoise Spira sul set de L’anno scorso a Marienbad,e consegnarlo a Volker Schlöndorff per rimontarlo. Non siamo sicuri però di quale sarebbe stato l’esito. Forse invece di rispondere avrebbe preso un martello e si sarebbe messo a suonare le bolle di sapone, come ama fare da molti anni nel suo circo invisibile in giro per il mondo: e probabilmente sarebbe stato meglio così.

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