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Studio sulle possibilità del vuoto

Pubblichiamo una recensione di Federico di Vita su «Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo» di Miguel Angel Cuevas.

Meter una pala en el aire y sacar el aire
Introdurre una vanga nell’aria e tirar fuori l’aria
Jorge Oteiza

Una sera della scorsa primavera è stato presentato a Firenze un libro di poesie che è più di un libro, si tratta di un oggetto capace di trascendere la consueta attesa che monta nel lettore quando si approccia a un volume, poetico e non solo. Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo di Miguel Angel Cuevas (poeta e traduttore spagnolo) con le illustrazioni di Massimo Casagrande (le cui opere, dedicate ai singoli frammenti, li completano e li accompagnano – senza limitarsi ad illustrarli), è proposto come uno studio e un omaggio all’opera dello scultore basco Jorge Oteiza. Non c’è rapporto didattico tra poesie e tavole, come allo stesso modo mancano legami espliciti tra l’opera libresca e quella scultorea: Cuevas (e in qualche misura “al quadrato” Casagrande) hanno tentato di recuperare lo spirito della creazione artistica di Oteiza, proponendo un lavoro tutto giocato sul tentativo di “mettere una vanga nell’aria e cavarne fuori l’aria”, sulla possibilità, (in)comunicativa e paradossale, di rendere uno spazio al vuoto, e di farlo creando.

Scrivere l’incàvo, studio sulle possibilità del vuoto, si presenta come un libro geneticamente bilingue in cui le versioni italiane dei frammenti (traduzioni dello stesso Cuevas, che è autore e traduttore sia in spagnolo che in italiano) hanno cambiato per attrazione le stesse versioni spagnole – come ci ha confidato l’Autore a Firenze – in un continuo vortice di rimandi cui la parola poetica era sottoposta dal fatto stesso di essere tradotta (se in italiano la traduzione imponeva un’assonanza involontaria – che per sua natura nel nostro ambiente poetico asserisce a una tradizione rifiutata dalla natura di questo libro – Cuevas era portato a modificare la versione spagnola, e così via, in quello che è l’affascinante parto di un testo pensato bilingue). Ogni cosa è essenziale in questo libro. Dalle immagini di Casagrande, alle epigrafi (quando ce n’è una non viene mai tradotta, la citazione è unica, la versione sarebbe ridondante), ai voluti scarti di traduzione. L’edizione con la carta tirata a mano e ancora da tagliare è splendida. Il volume – che ha il passo dell’opera d’arte plastica più che quello della consueta raccolta poetica – è un gioiello per chi ama i libri ed è un oggetto impossibile.

Impossibile quanto introvabile. In un momento in cui in narrativa ferve il dibattito sul selfpublishing, l’autoproduzione, l’intenzione ormai esibita dai più grandi gruppi editoriali di imbastire e scarnificare un’infinita fiera della vanità, dove la lettura non vale più nulla e l’unica cosa a contare per gli editori è la disponibilità a pagare per scrivere (interessante a riguardo il tweet di Marco Cassini “o è self o è publishing”), in un momento come questo, dicevo, è forte l’impressione che fa un libro come Scrivere l’incàvo: la sensazione di libertà capace di detonare da una simile operazione è impensabile e nuova, in altri panorami. La poesia può prendersi libertà del genere perché consapevole da anni di esistere in territori liminari, luoghi della vertigine, ai confini di ciò che cade sotto gli occhi. Spazi dove è possibile lavorare sull’essenzialità, sulle possibilità che l’arte della parola è in grado di indagare [anche in un caso come questo, un libro il cui (impossibile?) proposito comunicativo è quello di non voler comunicare, e di essere “contro l’arte, contro la poesia come forme simulative. Verso l’immobilità astratta della traccia”].

Que venga un homrbe de la tumba
Paul Celan

LO QUE HABÈIS QUERIDO SEPULTAR

despojàndolo del nombre suyo a
masandolo
acquì crece se incorpora toma
cuerpo reconocible y tierra
y nombre.

Regresa de la muerte.

CIÒ CHE AVETE VOLUTO SEPPELLIRE

spogliandolo del nome suo ammassandolo
qui cresce s’incorpora prende
corpo riconoscibile e terra
e nome.

Ritorna dalla morte.

Di questo libro esistono appena cinquecento copie e per imbattercisi occorre trovarsi sulla traiettoria di Cuevas o in quella di Casagrande, o in una certa libreria di Catania. Oppure bisogna capitare in una delle tappe del tour di presentazioni che i due – con libri e illustrazioni – portano saltuariamente in giro per le città italiane (ma episodicamente, ché Cuevas vive a Siviglia). Quella che ci offre lo spunto di scrivere queste righe si è tenuta a Firenze un certo lunedì sera. La libreria – al contrario di come succede solitamente – ha confinato la chiacchierata al piano di sopra (rendendo impossibile l’avvicinarsi dei curiosi, in quel contesto non raro). Oltre a chi era sul palco in sala c’erano due persone. Considerando che si tratta di un libro sul vuoto era tutto molto appropriato. Con me presentava Alessandro Raveggi – l’ho quindi invitato ad accompagnarmi in questo discorso, lo fa così:

«Ho provato a fare un discorso che vertesse sui concetti di increazione, grammatologia e poesia – riflessioni che sentivo dettate dalle intenzioni del libro. Poi ho citato Mallarmé e per fortuna mi sono dimenticato di citare Blanchot. Ho provocato Miguel Angel con una filippica sulle traduzioni-tradimenti presenti nel testo. Quindi, come ricorderai, ho finito di sorseggiare il cuba-libre annacquato che ci hanno propinato, poi ci siamo diretti, assieme ai presenti fedelissimi, verso un altrettanto fedelissimo Sabatino, per un tripudio toscano».

Io invece verso la fine ho notato una rispondenza che la lettura delle poesie mi ha imposto: la sensazione che alcuni dei frammenti mi davano era simile a quella che propongono alcuni pezzi dei lirici greci, un vuoto ancestrale graffiato da parole essenziali, uno strappo in un discorso più vasto. Cuevas non era d’accordo, nel suo caso i frammenti si rifanno a una tradizione novecentesca. Eppure penso tutt’oggi che la sostanza di quei vuoti sia simile (e che per un altro verso entri in paradossale contrasto con tante delle attuali maniere letterar/editoriali), e che – ancora – in fondo non è importante se in un caso il bianco è frutto del lavoro del tempo e in un altro dell’arte, quello che pesa è la capacità delle parole che restano di farlo rimbombare, il vuoto: succede in tutti e due i casi (volendo anche in tutti e tre).

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. È autore del saggio-inchiesta “Pazzi scatenati” (effequ 2011, poi Tic, 2012 – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013) e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016). Scrive su diverse testate, tra cui L’Indiscreto, Il Foglio, Esquire e Dissapore.
Commenti
6 Commenti a “Studio sulle possibilità del vuoto”
  1. marco m scrive:

    “uno strappo in un discorso più vasto”
    adoro quest’uomo (cioè federico, ma a questo punto anche miguel)

  2. Zio Paolo scrive:

    BRR. Brividi.

  3. Graziella Aitala scrive:

    … la capacità delle parole… di far rimbombare il vuoto… Bello!

  4. Federico scrive:

    Zio Paolo, altro che brividi! (‘o dovevo fà).
    BRR.

  5. Federico scrive:

    Marco, è un libro bello e so che ti piacerebbe molto.

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