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Su Agota Kristof

Si è a lungo discusso dello “specifico letterario”: di dove fosse collocato l’etimo, il cuore pulsante della letteratura, la sua più intima, ineludibile specificità. Le risposte sono cadute – e continuano a cadere – lontane l’una dall’altra, perché ognuno nutre idee estremamente personali rispetto a come un testo letterario debba e possa essere, oggi. La fine delle poetiche più o meno prescrittive ha lasciato liberissimo campo alle opinioni e in fondo a una specie di individualismo radicale dello scrivere, il quale non ha comunque mancato di coagulare in tendenze collettive, inevitabilmente effimere. Come una religione svuotata dei suoi rituali, l’arte è divenuta impalpabile, occasionale, oggetto di continui negoziati nella ricerca impossibile di un terreno comune e nell’esaurimento, a furia di autocritica e autoriflessività, di mordente. Eppure capita a volte, raramente, di sentire come un richiamo lontano e di riconoscere d’un colpo, in questo richiamo, una certezza: certezza la cui intimità e soggettività, come voleva Kant, non esclude un prepotente appello all’universalità, la presunzione che possa comunque valere per tutti. Si sono pubblicati e si continuano a pubblicare tanti bei libri, ma solo pochissimi, davvero pochissimi, riescono a imporre (e lo fanno, caso strano, quasi tutti molto timidamente, quasi in sordina) nella mente e nel cuore del lettore la sicurezza di trovarsi davanti alla letteratura nel suo senso più alto e preciso. Non è una certezza, questa, che si possa facilmente propagandare. Quando lessi per la prima volta la Trilogia della città di K di Agota Kristof ebbi subito l’impressione di trovarmi davanti a una di queste rare epifanie. L’ammirazione accompagnata dalla malinconica sensazione di ammirare, in quel momento, un brandello sfuggito a un mondo in perpetuo allontanamento: dove la scrittura lo stile e l’immaginazione sono a tal punto compenetrati da creare un universo perfettamente compatto e compiuto. Un mondo capace di fare concorrenza a quella stessa Storia da cui ha preso vita e a cui pure non smette, ostinatamente, di rivolgersi.
La prima persona plurale narrante del primo dei tre libri che compongono la trilogia è meno un fatto grammaticale che una dimensione dello spirito, se questa parola è ancora capace di comunicare un qualche senso. La sublime ottusità dei due giovani protagonisti dello stesso romanzo è qualcosa che rimescola violentemente il nostro universo emotivo per restituircelo in una forma nuova e definitiva. Come la misteriosa pietra proveniente da Tlön, nel famoso racconto di Borges, il peso di questo oggetto letterario è straordinariamente sproporzionato alla sua dimensione. Il suo gravare intollerabile lascia “un’impressione sgradevole, di sgomento e di paura” ma capace di comunicarci, nella sua oscura intransitività, la sensazione di un varco, di un canale aperto da un’intelligenza superlativa nella nostra, di ottusità.

Questa donna che scriveva in una lingua che non era la sua, che arrivò alla scrittura come un’estranea, dopo aver seguito un percorso accidentato e accidentale, risalendo il flusso impetuoso e offensivo del presente, è colei che dello straniamento novecentesco, dopo e dietro Kafka, ha offerto probabilmente il più segreto e prezioso specimen. Di tale straniamento siamo tutti eredi, tutti abitanti ormai pacificati. Pochi hanno voglia oggi di osservarne le ferite ancora vive, convinti di abitare un mondo docile e rinnovato. Eppure, in qualche modo, la città di K., il disagio che vi regna, sono ancora nostri. Proprio come, insieme a un signore che si chiama pure K., stiamo sempre cercando la via di accesso al famoso Castello. O ancora come, insieme ad un altro signore chiamato Michael K., continuiamo a vivere in un certo tempo e ad esprimere certe laconiche opinioni. Tutte queste K, questi monogrammi fantastici, hanno qualcosa in comune, evidentemente. Sono tracce di una misura e di una ricchezza di senso che soltanto l’elaborazione immaginaria, portata alle sue più estreme temperature, è capace di produrre. La misura di una scrittura che per comunicare con il mondo si fa mondo a sua volta, rinunciando al parassitismo e alla subalternità. La distanza di una fantasia ancora capace di spiccare il volo di una fuga che è anche, soprattutto, potenza visionaria.

La letteratura è un’entità mobile e composita, tuttavia quando penso alla parola “letteratura” tra le prime cose che mi vengono in mente ci sono questi libri che appartengono a una specie di famiglia. Queste impressionanti impennate dell’immaginario. Ora che Agota Kristof è morta, la sensazione è che se ne sia andata la custode di un segreto che sono rimasti in pochissimi a conoscere, di una lingua in via d’estinzione. Tutto ciò suona piuttosto remoto e retorico. Ma è il prodotto assolutamente soggettivo di una persuasione tenace: che lì, in quel piccolo ma pesantissimo trittico, sia conservato qualcosa di essenziale.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
7 Commenti a “Su Agota Kristof”
  1. christian raimo scrive:

    Che bel pezzo, Carlo.

  2. picaro scrive:

    3 cose:

    1 l’articolo è molto molto bello

    2 ho letto soltanto Trilogia della città di K, e… passi un certo sapore kafkiano e borgesiano, ma non lo ricordo come un libro eccezionale. la prima parte è certamente un piccolo capolavoro, ma dopo il livello e la tensione narrativa scendono e anche molto.

    3 se per favore si possono dividere gli articoli con spazi tra i paragrafetti. sul web si fatica a leggere pagine piene. il rapporto è 1 a 4. sul web si legge 4 volte più lentamente, 4 volte con maggiore difficoltà.
    web e carta sono mezzi diversi: se si bagna un foglio ci resti male (a meno che non sia un assegno in bianco), se si inzuppa il web devi buttare il monitor.

  3. carlo mazza galanti scrive:

    Grazie per gli apprezzamenti!
    Picaro, concordo: la tensione narrativa scende, dopo la prima parte il racconto diventa più stratificato, più contorto, e quindi meno teso. Resta comunque altissima letteratura, secondo me.
    Quanto alla questione web/carta, si possono anche mettere delle righe bianche ogni tanto (proporrò ai redattori) ma non credo che cambierà granché. Tempo fa, parlando di blog con un informatico, mi disse che tutti i blog di smanettoni come lui non postano mai testi più lunghi di 500 battute, altrimenti nessuno li leggerebbe. Probabilmente esagerava, ma è un fatto che leggere sullo schermo è una fatica. Io ogni volta mi stupisco che ci sia qualcuno che si sforza di arrivare alla fine di pezzi lunghi come questo o anche più lunghi. E’ una cosa che fa piacere. E fa piacere anche pensare che ci sia qualcuno che oppone una certa resistenza alla lettura rapida, distratta, frammentaria che domina sul web.

  4. picaro scrive:

    e io concordo co te, carlo. è un bel libro.

    io l’articolo me lo sono letto tutto e con piacere.

    il tuo amico informatico non ha detto una cosa molto inesatta.

    statistche di lettura su web dicono che dividere in paragrafetti aiuta la lettura. e di molto. il rapporto è veramente di 1 a 4 rispetto al cartaceo. non è un caso che gli editorialisti dei giornali online come repubblica (per citarne uno) dividano gli articoli per paragrafetti.

    aiuta molto la lettura sul web. a tal punto che non perdi quasi un 20% di lettori interessati ma pigri. e faciliti la lettura ai lettori solerti.

    tornando al tuo articolo, mi complimento sinceramente: scritto che è un piacere leggerlo… con un’analisi che secondo me invoglia la lettura della kristof a chi ancora non l’ha letta.

  5. carlo mazza galanti scrive:

    seguirò senz’altro il tuo consiglio allora.
    queste statistiche di cui parli, conosci qualche sito dove si possano vedere più nel dettaglio?
    grazie

  6. Federica Mazzeo scrive:

    Sono molto d’accordo. Una felicità di scrittura rara, un diamante prezioso. Grazie per l’articolo

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