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Annotare la vita: su “Andanza” di Sarah Manguso

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Questo pezzo è apparso su Repubblica, che ringraziamo.

«Potevo attribuirmi un ricordo anche senza accedervi con il linguaggio?» Vale a dire: che cosa succede al tempo, sia esso il presente o il passato, se le parole non gli danno scheletro e forma, se la scrittura non evidenzia e trattiene ciò che è accaduto, arrivando addirittura a inverarlo?

Sono le domande che scorrono in filigrana in chi, affidandosi alla pratica quotidiana del diario, si ritrova a pensare che fin quando i cosiddetti fatti non si materializzano in frasi potrebbero anche non essere reali, addirittura potrebbero non essere accaduti davvero. E allora è necessario prendere nota di tutto ciò che c’è, e specialmente di quanto è così microscopico da poter apparire irrilevante. È la prospettiva a cui nel 1987 si affidò Carlo Coccioli in Piccolo karma – non un tradizionale journal intime bensì un minutario, «perché fatto di cose minute, minuscole», e «perché lacera il tempo in minuti» – ed è l’ossessione, il vizio, la superstizione che per venticinque anni e ottocentomila parole ha spinto Sarah Manguso a prendere nota dei pieni e dei vuoti dei giorni, una scrittura quotidiana che non è solo una cronaca del tempo privato ma un modo per restare concentrati e non perdere nulla («Scrivevo per poter dire che stavo prestando davvero attenzione»).

Andanza. Fine di un diario (NN Editore, traduzione di Gioia Guerzoni, illustrazioni di Marco Petrella) è ciò che resta di quell’ossessione ultraventennale, il suo più essenziale sedimento: non un diario, quindi, ma il diario di un diario (una sua elevazione a potenza o una sua radice quadrata), il racconto per frammenti – leggendolo sembra di percorrere le vertebre di una spina dorsale che si va via via fabbricando – di una personale metamorfosi nella percezione del tempo. Durante la giovinezza lo scopo fondamentale di Manguso è accumulare un patrimonio di parole che siano la traccia della discontinuità, sospettando però che a meritare sguardo sia soprattutto il permanere, l’esistenza delle cose che imperturbabili continuano a esserci come sono sempre state: «Il tempo è ancora bello. Il gatto è ancora bravo. Preparo l’avena nella stessa pentola. Continuo a leggere lo stesso libro».

Il diario si fa mania, arrivando a prendere il posto di altre azioni: «Io scrivo il diario invece di fare ginnastica, invece di lavorare, invece di fare volontariato»; è una nevrosi ipergrafica, un dialogo fitto e febbrile con il fantasma del tempo: «Non era successo niente, ma avevo comunque bisogno di quattro ore per scriverlo sul mio quaderno».

A dominare quest’epoca, così impaziente e impulsiva (una specie di adolescenza del diario), è il mito sartriano del «momento perfetto»: il desiderio che il tempo possa a volte coagularsi in una forma ultima e assoluta, la fata morgana che attrae a sé una scrittura che a ogni costo, frugando nel flusso, vuole scovare questo tempo-unicorno in grado di svelarci, se intercettato e mutato in linguaggio, il mistero delle cose.

Per anni, dunque, Manguso vive in una condizione di coscritta, arruolata dal diario e nel diario, letteralmente obbligata a tenerlo e a servirlo. Il diario è lo strumento attraverso cui«digerire il tempo che passa».

Poi qualcosa cambia. Considerato che non può fare altro, il tempo continua a passare («La storia non inizia e non finisce, continua»). Ci sono gli incontri, c’è il matrimonio, ci sono i lutti; la maternità è l’alterazione decisiva: «Prima esistevo rispetto alla continuità del tempo. Poi sono diventata la continuità del bambino, uno sfondo di tempo continuo su cui lui viveva». La paura di dissipare si trasforma nella certezza che gran parte di ciò che c’è e di ciò che siamo non è altro che dissipazione, e che ogni patrimonio è sempre fittizio. Tutt’altro che un guasto o un’anomalia, dimenticare è proprio quello che deve accadere: «I momenti dimenticati sono il prezzo della partecipazione continua alla vita, una forza indifferente al tempo»; eancora, sempre più lucidamente: «Il mio obiettivo ora è dimenticare tutto, così da essere pulita per la morte».

Come nell’altro suo libro, Il salto – dove ricostruendo il tempo anteriore al suicidio di un amico componeva una fenomenologia della mancanza –, anche in Andanza Manguso procede nella forma della meditazione breve compatta ed epifanica, descrivendo un itinerario che ha per meta riuscire a sopportare, se non ad accogliere, che ogni esistenza è ininterrottamente mobile – Ongoingness, questo il titolo originale, dunque in divenire, andante, danzante – e che il suo unico esito, per nulla drammatico o nichilistico, è il suo stesso naturale dissolversi: «La cosa migliore del passare del tempo è il privilegio di vederlo esaurirsi, di guardare l’onda della mortalità infrangersi su di me e su tutte le persone che conosco. Meno tempo, meno potenziale. Il privilegio di mettere la spunta alle cose. Di finire. Di sapere che sono finita, e che il tempo continuerà senza di me».

Un’intuizione, questa, magnifica, struggente e liberatoria: probabilmente l’unico capitale dell’età adulta.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
18 Commenti a “Annotare la vita: su “Andanza” di Sarah Manguso”
  1. Fantasmagonia scrive:

    Appena nato al mondo dei possibili, però, quel numero si era già trasformato nel successivo.

  2. Nimbo scrive:

    Passano dei giorni, scorie interne alla lavorazione del tempo. Tutto quello che accade è intermedio e funzionale a un esito ultimo, lo prepara.

  3. è inutile che dorma. Il fiume corre
    nel sonno, nel deserto, in una cava.

  4. è in me forse la fonte.
    Forse dalla mia ombra
    nascono i giorni, fatali e illusori.

  5. In un giorno dell’uomo stanno i giorni
    del tempo.

  6. Voglio morire del tutto; voglio morire con questo com-
    pagno, il mio corpo.

  7. Spaesamento scrive:

    è il tempo fatto di molecole che io come chiunque assorbo modifico e restituisco.

  8. Nimbo scrive:

    e ogni figlio è notte e conflagrazione e smarrimento, tempo incarnato.

  9. Nimbo scrive:

    Il silenzio che ininterrottamente accade.

  10. Nimbo scrive:

    Il corpo dei figli. Di quelli che nascono e di quelli che non nascono.

  11. Crossroad Blues scrive:

    Tenetevi forte. Magari abbracciati.

  12. Crossroad Blues scrive:

    e che le parole siano tutto quello che hai da darci.

  13. e tra materasso e lenzuolo, un figlio-gheriglio che dorme.

  14. Io sono ciò che resta quando qualcosa finisce, quando non si trova il fiato, quando la scrittura sparisce.

  15. Nimbo scrive:

    Il linguaggio è un’esistenza immensa, rispondo. Ma a un certo punto cominci a desiderarne un’altra, di esistenza. Più limitata, ma più comprensibile.

  16. Nimbo scrive:

    si gusta il tempo silenzioso

  17. Nimbo scrive:

    terre emerse e mari, continenti oceani – il mio cranio è il mondo.

  18. Nimbo scrive:

    Mentre raccontavo e il racconto mi nutriva, si nutriva e mi drogava.

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