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Su “Cime abissali” di Aleksandr Zinov’ev

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Docente di logica presso l’università di Mosca, Aleksandr Zinov’ev fu autore di saggi, poesie e testi scientifici. Il libro in cui concentrò le sue percezioni e le sue ossessioni, un’opera-mondo dove la scrittura dialoga temerariamente con il caos, si intitola Cime abissali, venne pubblicato in Svizzera nel 1977 ed è stato appena riproposto da Adelphi nella traduzione di Gigliola Venturi.

Anche solo accennare a quell’endoscheletro che va sotto il nome di trama è in questo caso a dir poco impossibile. Perché nelle quasi mille pagine del suo capolavoro, lo scrittore russo procede per accumulo e frammentazione, stratificando ed emulsionando, fabbricando turbini in cui figure e situazioni vorticano, si disperdono e ricompaiono: il tutto per rendere percepibili, tra sorriso e sgomento, quelle che furono le iper-razionali follie del regime sovietico (la satira di Zinov’ev fu così efficace che all’uscita del suo libro venne prima allontanato dall’insegnamento e poi, nel ’78, espulso dall’URSS).

Nel cosmo narrativo di Ibania – il paese dove tutti sono Ibanov – l’esistenza dell’eterogeneo è un fastidio risolvibile perché la conformità è principio, metodo, istinto. Se ne consegue che la tortuosità è elevata a regola e che il senso si riduce a un vago ricordo, poco male, conta solo fidarsi delle procedure, attenersi ai protocolli, e soprattutto dubitare e sospettare: fino a intendere il denunciarsi reciprocamente come «una norma e un’abituale maniera di vivere».

Premesse storiche tragicomicamente ideali per accendere lo sguardo dissidente di Zinov’ev che un episodio alla volta dà forma a quell’incubo irreprensibile che fu l’«ordine» sovietico. E allora personaggi come il Collaboratore, l’Imbrattatele, il Pretendente, il Chiacchierone, il Calunniatore e tantissimi altri – di fatto personificazioni dell’ansia di controllo, della meticolosità nevrotica, del più esasperato formalismo, della pedanteria e della sofisticheria – gli servono a condurci all’interno di una struttura paranoide che perpetua se stessa descrivendosi come l’unica realtà possibile.

Una struttura impermeabile da cui però a volte affiora qualche particella di consapevolezza, quando ci si rende conto che a Ibania «le turpitudini sono il prodotto legale dell’attività quotidiana dei migliori cittadini», che le riunioni sono «la forma più alta di democrazia per gli individui che si trovano ai livelli più bassi della gerarchia sociale», e che – si arriva a riconoscere persino questo – «inventare la verità è un lavoro faticoso».

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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