coglioneNo

Su #coglioneNo

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di Niccolò Contessa

Avete presente le pubblicità su facebook degli studi idraulici? Quelle che da qualche mese vi invadono la home? In genere c’è la foto di un bagno da sogno, con qualche termoarredo spettacolare (così raffinato che neanche si vede, ma così bello che vorresti si vedesse) e un water elegantissimo, che ti sentiresti quasi a disagio a cacarci dentro. Il testo dice qualcosa del tipo “Volete un bagno così? Allora avete bisogno di professionisti, professionisti VERI, come noi. Diffidate degli idraulici dilettanti che non si fanno pagare.” Avete presente, no?

E poi: anche voi non ce la fate più, con tutti questi giovani idraulici (o aspiranti tali) che vi mandano inviti su LinkedIn? Giorno e notte! “Leonardo vuole entrare a far parte della tua rete LinkedIn.” “Mauro vuole entrare a far parte della tua rete LinkedIn.” Ho capito che siete giovani, che avete appena finito l’apprendistato e avete bisogno di farvi un po’ di contatti per iniziare a lavorare, però basta, dai. Ci conosciamo appena, e io LinkedIn neanche lo uso. Non se ne può più. Giusto?

E le catene di email? Quelle in cui c’è un gruppetto di giovani idraulici che hanno bisogno di trovare uno o più altri giovani idraulici disposti a smezzarsi l’affitto di un coworking space? Chiaramente, qui a Roma, tutti lo cercano al Pigneto, o a Monti, o al limite a Ostiense, perché ormai si è capito che le zone degli idraulici sono quelle (e magari a trovartelo in un altro quartiere c’è pure rischio che perdi qualche lavoro, perché rimani fuori dal giro), però il problema è in che quelle zone i proprietari degli immobili si sono fatti furbi, e adesso chiedono affitti esorbitanti.

Avete presente, no? No?

No, in effetti non credo che abbiate presente, perché queste cose non esistono. E questo è il primo indizio che l’analogia creativi/idraulici, forse, regge solo fino a un certo punto.

* * *

I tre video della campagna #coglioneNo hanno raggiunto in totale, al momento in cui scrivo, circa trecentocinquantamila visualizzazioni in meno di due giorni: una cifra altissima, che normalmente in Italia solo i clip dei rapper di successo riescono a sfiorare. I video sono ben fatti, hanno i tempi giusti e un protagonista simpatico, ma al di là di questo, per aver incontrato una risposta tanto clamorosa, devono aver toccato un qualche nervo scoperto condiviso da una parte significativa del “popolo di internet” italiano.

Il concetto di tutti e tre i video è semplice, ed è sintetizzato molto bene dai rispettivi titoli: “Lo diresti al tuo idraulico?” “Lo diresti al tuo giardiniere?” “Lo diresti al tuo antennista?”. Cioè: ti permetteresti mai di chiedere l’intervento di una di queste figure professionali e poi, a metà lavoro, o a lavoro terminato, buttare lì che non ci sono i soldi per pagarlo? No, ovvio. Eppure ai freelance (i video non lo specificano, ma immagino che il riferimento sia ai freelance “creativi”: grafici, designer, copywriter, scrittori, registi, etc. e non, per dire, ai consulenti aziendali freelance) questo capita di continuo. Quindi, ovviamente: è un’ingiustizia, non si può andare avanti così, creativi sì ma coglioni no, tutti i giovani freelance dovrebbero iniziare a chiedere soldi da subito. Fine del problema.

* * *

O no?

Purtroppo non riesco a togliermi dalla testa che uno dei motivi del successo di questi video sia che propongono un messaggio tanto consolatorio quanto falso: ovvero, che diano l’illusione poter intervenire semplicemente (sia a livello sostanziale, facendo proprio il messaggio della campagna e rifiutando di lavorare gratis, sia a livello immediato, condividendo il video sulle propria bacheche) su un problema che in realtà è molto più difficile.

In economia, una situazione in cui l’offerta supera di gran lunga la domanda si definisce mercato del compratore, ovvero chi ha il coltello dalla parte del manico è il compratore: ci sono tanti soggetti disposti a vendergli quello stesso prodotto o servizio. Se non è soddisfatto del prezzo offerto dal venditore A, il compratore può rivolgersi al venditore B, C, D, e così via: in una situazione estrema il prezzo di un determinato prodotto o servizio può arrivare a essere zero. (Un esempio di questi anni è rappresentato dagli indirizzi e-mail: vent’anni fa era un servizio che si pagava, ma chi è che, oggi, pagherebbe per avere una casella e-mail?)

A questo punto credo che sia chiaro dove voglio andare a parare: il lavoro creativo, in questo momento, è un mercato del compratore. Non credo che la categoria dei giovani creativi sia disposta a lavorare gratis perché antropologicamente più cretina di quella degli idraulici: trovo più probabile che siano le condizioni di mercato a essere diverse, e che effettivamente l’offerta di lavoro creativo non riesca a essere assorbita, se non in minima parte, dalla domanda. La conseguenza è che chi ha bisogno di lavori del genere è disposto a pagare sempre meno, sia quando si rivolge a esperti di comprovata esperienza, sia quando si rivolge a giovani emergenti. In un contesto del genere, è (tristemente) possibile che il giovane emergente si trovi costretto ad accettare le condizioni suggerite dal cattivone dei tre clip: lavorare gratis in cambio di cose come “la visibilità” perché qualunque cifra chiedesse, anche relativamente bassa, potrebbe rischiare di non renderlo più concorrenziale rispetto al suddetto esperto di comprovata esperienza.

(Tra l’altro, gli autori della campagna #coglioneNO, intelligentemente, non mancano di rilevare quanto sia ironico che i video stessi siano stati realizzati a titolo gratuito: ora, io sono sinceramente convinto che la campagna sia stata ideata con le migliori intenzioni, ma viene anche spontaneo immaginare che, alla luce del successo che ha avuto, essa possa fruttare agli autori, in futuro, dei lavori retribuiti. Contraddicendo quindi il messaggio stesso della campagna: lavorare gratis, in certi casi, serve.)

Non sto dicendo che quindi la soluzione consista, per i giovani creativi, nell’accettare allegramente di lavorare gratis: sto solo dicendo che nel breve termine, può essere una scelta comprensibile. Nel lungo termine, di fronte a un mercato del lavoro creativo in cui la domanda è molto inferiore all’offerta, le strade che si aprono di fronte al giovane creativo sono due: una è quella dell’eccellenza, ovvero essere talmente bravo da entrare a far parte dei pochissimi a cui vengono effettivamente commissionati i lavori ben pagati, e l’altra è quella della diversificazione, ovvero specializzarsi in un campo dove il rapporto tra domanda e offerta di lavoro è più equilibrato.

A differenza del messaggio ovvio e semplice del video, entrambe le soluzioni sono problematiche.

Il problema di eccellere è nella parola stessa: non tutti possono eccellere, anzi, gli eccellenti sono per definizione pochissimi: se tutti fossero eccellenti, la definizione di eccellenza non avrebbe più senso. Oltretutto è difficilissimo misurare la propria eccellenza: esiste una tendenza naturale, studiata in psicologia, a considerarsi più bravi della media nel proprio campo. Uno dei nomi di questa tendenza è Lake Wobegon effect, dalla città immaginaria di Lake Wobegon, creata dallo speaker radiofonico americano Garrison Keillor, dove “tutti i bambini sono sopra la media”. Non si può essere tutti sopra la media: quindi, per la maggior parte delle persone, essere sopra la media è un’illusione.

Anche la questione della diversificazione è delicata, forse anche più profondamente: in fondo, potendo scegliere tra essere un fotografo di moda di successo (che ne so, un Terry Richardson) o fotografare prodotti di supermercato per i volantini con le offerte settimanali, chi sceglierebbe la seconda (posto che esista effettivamente più domanda per fotografi del genere, fatto che non sono assolutamente in grado di dimostrare)? Qui si entra nel territorio altamente personale dei concetti quali la realizzazione di sé, e ovviamente è difficilissimo dare dei giudizi: però mi sembra interessante notare il ruolo che ha avuto internet (e in particolare i social network) nell’indirizzare i progetti esistenziali e professionali di una certa parte della mia generazione, quella che ha, più o meno, tra i venti e i trent’anni. Gli intellettuali italiani hanno per anni gridato allo scandalo delle giovani generazioni “che sognano di diventare calciatori o veline” (più recentemente, concorrenti di reality e talent), denunciandone l’appiattimento su modelli di vita difficilmente sostenibili, e sottintendendo che l’adesione a tali modelli era la conseguenza di un deficit educativo in cui la televisione aveva occupato interamente il campo degli orizzonti culturali. A me sembra che internet abbia interpretato esattamente lo stesso ruolo della televisione per i “giovani creativi” della mia generazione (che pure, per provenienza sociale e titoli di studio, dovrebbero in molti casi essere in possesso di strumenti culturali ben più avanzati), pronti a puntare su progetti professionali difficilmente realizzabili: alla ricerca, più che di un’effettiva realizzazione personale, di un certo “stile di vita creativo” osservato più su Instagram e Tumblr che su Canale 5 e Italia 1: stile di vita che, ironia della sorte, è molto difficile da realizzare quando non si ha un soldo in tasca.

* * *

A questo punto il lettore attento (o più probabilmente, il lettore sopra i trent’anni), si sarà reso conto di una cosa: il ragionamento che ho fatto fin qui è del tutto individualista, non prevede la minima contestazione dello stato attuale delle cose, e in particolare accetta il mercato (il mercato come è dato qui ed ora) come un elemento assiomatico: in poche parole è un ragionamento conservatore, un ragionamento di destra. “Che fine ha fatto la fantasia al potere? Immaginare un futuro diverso? Il dibattito collettivo per cambiare la realtà?”

Me lo chiedo anch’io.

Sicuramente non lo trovo nei video della campagna, che concepiscono l’intervento collettivo unicamente come somma di interventi individuali; non lo trovo sulle bacheche dei miei coetanei “creativi”; non lo trovo nelle riviste online che leggono i venti-trentenni che conosco. Anzi, vedo tutto il contrario: vedo la celebrazione dei pochissimi che “ce l’hanno fatta” (spesso mista a forme più o meno sotterranee di rabbia e invidia) e soprattutto un’interminabile teoria di autopromozione, corsi di creatività, concorsi di creatività, “piattaforme” che promettono “visibilità”, e in generale l’incessante alimentazione di questo sacro fuoco che è il sogno di “farcela”. Tra le caratteristiche della generazione di giovani creativi che si sono riconosciuti nei video di #coglioneNo, mi sembra che ci sia il totale disinteresse al discorso politico, a una qualsiasi forma di intervento, o anche solo di dibattito, collettivo: se da una parte questo è frutto di un individualismo incistito e alimentato dalle condizioni economiche di cui sopra, che portano inevitabilmente alla competizione degli uni con gli altri, dall’altra è dovuto a una disillusione che si ferma ancora prima della famosa antipolitica, e che è più simile al disprezzo paternalistico di chi trova che la politica sia un film noioso, che ha visto molto tempo fa e che sa già benissimo come va a finire, ovvero in un nulla di fatto. Una posizione che peraltro non è del tutto incomprensibile, alla luce degli ultimi decenni di storia politica italiana, ma che si risolve nel rincorrere un modello non sostenibile senza neanche prendere in considerazione l’ipotesi di contestarlo, se non con forme di slacktivism del tutto superficiali e innocue. In questo senso un po’ di creatività in più, tutto sommato, non guasterebbe.

Commenti
180 Commenti a “Su #coglioneNo”
  1. corrado meraviglia scrive:

    ho provato timidamente ad esporre la stessa analisi ieri in un commento al video su youtube (certo in maniera estremamente sintetica). mi viene da sottoscrivere pure le virgole.
    ora magari partirà il polemicone, però mi fa piacere vedere una voce “visibile” che dice quello che dovremmo aver ben presente tutti.
    si, “dovremmo”, io rientro in diverse delle categorie creative di cui si parla, e per una (montaggio video) mi hanno anche pagato per anni.
    non ho intenzione di lavorare gratis, ma la situazione del mercato mi rende chiaro che magari dovrò andare a fare un lavoro (sperando di trovarlo eh) che non ha niente a che fare con i miei supposti “talenti” creativi. mi piace guardare in faccia la realtà.
    comunque ho un cugino che ci capisce di idraulica e quindi col cazzo che pago l’idraulico, chiamo mio cugino.

  2. ataka scrive:

    premesso che non ho letto tutto questo articolo, troppo lungo per una pagina web :) …mi sono fermato qui

    freelance dovrebbero iniziare a chiedere soldi da subito …

    io sono freelance da diversi anni, lavoro con le aziende, non ho quel problema faccio i preventivi se li accettano bene senno bona, quei video mi sono piaciuti e mi ci sono rivisto, cioè mi sento partecipe, per me enfatizza una luogo comune:

    ….cioè i lavori creativi, ma nello specifico nell’ambiente web che ha generato varie figure professionali, venga ritenuto come un lavoro che si fa così in 5 minuti ….della serie “ma che ti devo pagare? me lo fa mio cugino” ….e fattelo fare a tuo “cuggino” rispondo io :)

    è logico che non è un caso reale e che i liberi professionisti i soldi li chiedono da subito ….

    non è da prendere così alla lettera, il messaggio del video parla di casi reale enfatizza, ma un po è sempre un corto metraggio, senno che film sarebbe di quelli noiosi :)

  3. do scrive:

    Come mai tutti ci siamo buttati a lavorare nel web? come mai si sono create realtà dove si scrivono cerco “articolisti” per 0,50 centesimi o 1 euro per testi da 300 parole, oppure offerte di presunti professionisti web, creativi e altro? Il web è diventata l’alternativa di sopravvivenza quando fuori non trovi niente, si bazzica un po’ nella rete e un po’ fuori.

    La domanda mia però è perché si è generato questo numero esorbitante di, ad esempio, web writer, web content, seo improvvisati e quant’altro?

  4. Alessandro scrive:

    Commento molto interessante e giusto. Ultimamente ho avuto la stessa reazione anche io bazzicando i cosiddetti “startupper” tecnologici. Tante idee, poco interesse a svilupparle per fini sociali. Anche nei giovani si è perso qualsiasi senso della politica? Può essere.

    @ataka: il punto del pezzo non era proprio quello che hai commentato tu. Magari fai uno sforzo, su… :)

  5. Christian Raimo scrive:

    @ataka,
    leggilo se puoi un articolo che commenti, giusto così eh,
    per capire se quello che scrivi è pertinente.
    Niccolò Contessa contesta proprio la tua reazione rivendicativa individualista,
    le tre faccine forse non sorriderebbero.

  6. Giovy scrive:

    Io sono una freelance e non sono di certo giovanissima ij cerca dei pri i lavori.
    Mi muovo in ambito di turismo e marketing territoriale e nonsai quante volte mi è stato detto “la nostra Apt ha bisogno di te ma noi siamo tutti volontari”.
    In Italia secondo me c’è ancora la convinzione che, in certi ambiti, si facciano le cose per passione anziché per professione. E per la passione non sono mai previsti budget.
    Questi video servono anche a sottolineare, secondo me, che le professioni creative sono comunque professioni.
    Se stai male vai dal medico. Se ti si intasa il water chiami l’idraulico. Se vuoi rilanciare turisticamente una zona chiami chi fa il mio lavoro. Ma devi pagare il giusto.

  7. ataka scrive:

    ma per questo ci sono gli idraulici che non sanno ripare un tubo, gli imbianchini che che ti fanno un intonaco che dopo 3 mesi ti viene giù, i caldaisti che non ci capiscono una merita mazza…che non ti aggiustano la caldaia ma comunque vogliono essere pagati !!

    i caldaisti poi sono i peggiori :)

    la differenze che in un lavoro dove si percepisce della materia viene valorizzato di più di uno virtuale ….

  8. Beh, se sensibilizzazione vuol dire far parlare di qualcosa direi che i ragazzi ce l’han fatta. Guarda un po’ quante parole t’han fatto tirare giù. Gratis?
    Non ho però colto la tua controproposta, a parte questa sofferta idea di collettivismo in rianimazione.
    Questo video ha avuto un successone e il fatto che se ne parli su questo e altri blog lo dimostra.
    Ma sono un po’ troppo slacktivista (non pensavo oh!) per stare qui ad argomentare come si dovrebbe.
    In questo mi colpisci in pieno.
    Peccato però.

    Poi ci sarebbe da riflettere, farei riflettere pure te, su questa interessante affermazione:

    “(spesso mista a forme più o meno sotterranee di rabbia e invidia) e soprattutto un’interminabile teoria di autopromozione, corsi di creatività, concorsi di creatività, “piattaforme” che promettono “visibilità”, e in generale l’incessante alimentazione di questo sacro fuoco che è il sogno di “farcela”. ”

    Dopo aver letto le parole qui sopra ti chiederei:
    perché hai scritto questo pezzo? Per migliorare la situazione italiana?

  9. Sara Crimi scrive:

    Se posso permettermi, trovo che le argomentazioni di questo ragionamento presentino alcuni limiti. Sarò schematica, perdonatemi. (1) Il messaggio utile che questi video trasmettono è: Il lavoro creativo è un lavoro come tutti gli altri. E già questo è essenziale, perché troppo spesso si equipara il lavoro creativo alla passione hobbyistica, ergo a qualcosa che non va retribuito. (2) Suggerire ai giovani e agli esordienti di lavorare gratis è pericolosissimo, perché li si illude che in questo modo otterranno qualcosa: falso. Il massimo che otterranno è di essere scaricati non appena alzano la testa, tanto “fuori c’è la fila di gente così appassionata che lo farebbe anche gratis”. (Ho 39 anni, sono traduttrice free-lance da 13 e non ho mai lavorato gratis, se non per un paio di ONG di cui condividevo gli intenti.) (3) Un creativo ha altri modi di farsi notare (io conosco quelli del campo in cui lavoro, l’editoria, ma conosco casi brillanti anche di altri settori). (4) Il dibattito collettivo nel mio settore c’è. Come ci sono la voglia di “quelli che ce l’hanno fatta” di insegnare agli esordienti e lo sforzo di cambiare le cose. (5, e poi mi taccio) La questione della domanda e dell’offerta non dovrebbe giocarsi sul numero, ma sulla qualità. In economia le cose non funzionano proprio così, sono un pochino più sfaccettate: ci sono fasce di mercato, mercati target, livelli di prezzo e di qualità.
    Ciò detto, ben venga il dibattito.

  10. Christian Raimo scrive:

    @Pippo B.A.lestra

    La cosiddetta “sensibilizzazione” è una merce scadente come quella nozione di “visibilità” messa giustamente in ridicolo dai video #CoglioneNo.
    Posso essere sensibilizzatissimo, ma se tutto questo non mi fa fare un ragionamento autocritico, politicamente critico, e non mi porta a protestare insieme ad altre persone nella mia stessa condizionare, e a rivendicare i diritti, questo video è non solo inutile ma è parte del problema, alimenta l’illusione che sostiene di svelare.

  11. Michela Ragli scrive:

    Pippo, i pezzi di critica servono per discutere, far riflettere, creare un dibattito, confrontarsi. A me questo pezzo è servito. Mi sembra scritto molto bene. Mi pare dica cose sensate. Mi fa sentire meglio perché mi ci riconosco. Mi dà anche una speranza perché trovo una testa che mi pare pensi in maniera abbastanza profonda. E ritrovarsi a confrontarsi con persone intelligenti, capaci di fare un discorso complesso, è più rinfrancante che non farlo. Da lettrice, ecco cosa mi dà un pezzo come questo. E il fatto che esca su uno degli spazi di critica su internet più letti d’Italia è doppiamente rinfrancante. Dunque grazie.

  12. Miryam scrive:

    Il discorso fila ma è limitante applicarlo alle professioni creative visto che i nostri ragazzi, laureati, artigiani o comunque professionalmente preparati prestano gratuitamente la propria capacità in stage non retribuiti dai quali vengono poi esclusi per essere sostituiti da tanti altri come loro in fila pronti a farsi sfruttare. L’offerta è esorbitante e la domanda gestisce a proprio piacimento lo sfruttamento dei giovani in tutti i campi.

  13. Carmelo Motta scrive:

    Questo articolo è molto intelligente. Fa un’ analisi della problematica in questione rintracciando i veri motivi che l’hanno scatenata. Sono daccordo in pieno. Ma c’è anche da dire che i video in esame si prefiggono lo scopo di essere una campagna di sensibilizzazione, non uno studio specifico sulle cause che hanno scatenato il problema. Vogliono sottolineare una situazione dilagante, quindi si schierano, ovviamente e giustamente, di parte lasciando stare tutto il resto. Io le trovo fatte benissimo, mi piacciono, hanno un messaggio chiaro e corretto. Allora tutti gli spot Amref o Save the children dovrebbero parlare del colonialismo?! I LAVORI CREATIVI, SE SONO FATTI PROFESSIONALMENTE, SONO DEI LAVORI CHE HANNO SPECIFICHE COMPETENZE, E VANNO PAGATI.

  14. Mattia Bagnoli scrive:

    Articolo molto intelligente. Io questi ragazzi li ho intervistati – sono giornalista – appena ho notato la campagna – quasi subito, per fortuna, visto il mio mestiere – e devo dire che dal vivo aggiungono molti altri spunti. Chi scrive ha passato da qualche annetto i 30 e rispetto alla mia generazione, che si è trovata di passaggio più o meno a tutto, i membri del collettivo Zero – più o meno 25 anni – hanno un vantaggio: la consapevolezza che il mondo è cambiato e la voglia d’inseguire un modello diverso rispetto a quello tramandato dalla generazione ’68 a quello della generazione Mulino Bianco. Nell’intervista, per esempio, è emerso il superamento del tema precariato. Un creativo è flessibile per natura, sennò andava a lavorare alle poste. Però vorrebbe essere pagato. Più o meno bene, ma pagato. Ecco, al di là delle contraddizioni sacrosante sottolineate da questa bella analisi, resta lodevole (a mio avviso) l’intenzione di affrontare il tema dei rapporti di forza – perché di questo si tratta – tra committente e fornitore di un prodotto. Al di là del rapporto domanda-offerta, l’Italia sconta senza dubbio un’arretratezza culturale nel trattare i suoi giovani (considerati tali fino ai 40 abbondanti, il che è un insulto al buon senso) così come un deficit etico nel regolare i rapporti di lavoro, dove il potere è declinato troppo spesso nel suo abuso (sennò che potere è scusa?). Banalmente, se ti puoi permettere di non pagare un fornitore (tesi peraltro interpretata con successo in primis dalla pubblica amministrazione) perché pensarci su due volte?

    Poi, alla fine di tutto, c’è pure una massiccia dose di cazzeggio in questi video e non ci leggerei per forza più contenuto di quanto non ci sia.

  15. eva scrive:

    questo articolo è stato scritto aggratis?
    scherzo, ma trovo invece che l’impostazione dei video sia molto acuta e il paragone con l’idraulico e l’antennista azzeccato, anche con il giardiniere. infatti, i video denunciano il fatto che la creatività non sia considerata qualche cosa di indispensabile. essendo essa ‘dispensabile’ si può scegliere quanto pagarla. qui sta l’acume della denuncia: in Italia si pensa ancora che si possa realizzare alcunchè di significativo omettendo la parte creativa, considerata un di più, ornamentale, una sciccheria. un’impostazione questa che daterei intorno agli anni 60, quando le aziende, quelle più rampanti e all’avanguardia, hanno cominciato ad investire significativamente nella creatività, sia per design che per comunicazione o ad aprirsi a forme di mecenatismo con ricadute economiche di vario tipo. trovo il riferimento all’eccellenza in questo senso fuori luogo: un giovane idraulico sarà magari pagato meno del grande esperto del tubo di rame, ma sempre andrà pagato. perchè non dovrebbe esserlo anche un giovane creativo?
    il discorso poi non tiene conto dell’anzianità, riducendo la questione a una semplice questione di eccellenza.
    Il problema del compenso gratuito riguarda soprattutto le persone a carriera avviata, non i neo-diplomati dello ied. Se per un ventenne si può parlare di forme di apprendistato informale, non è così per un trentenne, che ha già maturato un’esperienza tale da presupporre una certa professionalità. insomma, in Italia bisogna capire che non si può più pensare che il contenuto creativo, che sia esso un’idea, un’immagine o un messaggio, sia un semplice di più, di cui poter fare a meno. Il prezzo che si paga è scarsa qualità, kitsch e perdita di competitività rispetto a un mercato globale dove l’innovazione galoppa lontano.
    diversa cosa è l’arte, infatti non metterei gli “scrittori” nella categoria di cui trattano i video, così come non metteri gli scultori o gli artisti visivi, a titolo di esempio. lì le regole del mercato del lavoro sballano, e diventano se mai questione ontologica, ben più spinosa.

  16. Christian Raimo scrive:

    @Mattia, chi è che non vuole essere pagato? E bene? Quelli che scrivono venti articoli al giorno per giornali on line per due euro a pezzo? Perché non chiedono di più? Forse perché c’è qualcuno che lo può fare allo stesso prezzo?
    Quello che prova a sottolineare Niccolò nell’articolo che il reddito dipende dalla relazione-domanda offerta, e o questa rivendicazione passa per un minimo di coscienza di classe e di cultura del lavoro, per una battaglia sul reddito di cittadinanza, o la rivendicazione di reddito è un’arma spuntata.

  17. Ma la viralità non può essere approfondimento, è fatta per far nascere un dibattito e per porre nuove questioni sull’agenda (agenda setting tipo no?) di cui parlare. Se due giorni fa fosse uscito su questo blog il pezzo di qualcuno che evidenziava la misera condizione dei lavoratori freelance con idee rivoluzionarie e propositive riguardanti il mercato e la tutela dei lavoratori io adesso non mi troverei qui a parlarne e questo articolo avrebbe molte molte molte visite in meno.
    D’altronde anche l’aver usato la tag #coglioneno, vuol dire che qui dentro stiamo sfruttando il servizio che quei ragazzi ci hanno regalato. (L’aver usato la tag Terry Richardson significa altro)
    Dico semplicemente che il fatto che ci troviamo qui a parlarne fa vincere quei ragazzi. E ne sono contento.

    poi il mercato, come diceva Sara Crimi, ha mille sfaccettature:
    un mio amico idraulico si è fatto il biglietto da visita da solo è gli è uscito pure bellino.

  18. Francesca scrive:

    Faccio la copywriter da parecchi anni e mi pare che questo post sia molto ottimista riguardo alla reale situazione della (non) cultura del lavoro creativo in Italia. Anni fa ho fatto un master per lavorare nella pubblicità in cui mi è stato insegnato che
    – il lavoro creativo è una passione prima che un lavoro
    – dopo il master (che hai pagato parecchio) verrai selezionato da un’agenzia e avrai la fortuna di fare uno stage non retribuito
    – durante questo stage, e per tutta la tua carriera, dovrai essere felice di lavorare 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per mostrare al mondo le tue idee e vincere premi a Cannes
    – quello che ti deve interessare non è lo stipendio, ma il tuo portfolio di lavori. Vincere premi è l’obiettivo dei creativi, far vendere le aziende è secondario. Lavorare gratis è normalissimo: l’importante è avere un bel portfolio da mostrare.

    Penso che in relazione a questo modo di ragionare la campagna #coglioneNo sia un passo avanti che comunque serve. Almeno per prendere coscienza della situazione.

  19. Christian Raimo scrive:

    @Pippo, che dire, lode a questi ragazzi, avrei preferito che oltre un video sarcastico e ovviamente autopromozionale, avessero segnalato modalità di intervento, di associazione, di protesta. La politica è un affare molto noioso.

  20. gtrups scrive:

    Guarda alcune tue osservazioni sono corrette.
    io parlo per esperienza personale:
    – a volte ho lavorato gratis su progetti che mi interessavano, sapendo da subito che erano gratis. e non c’è niente di male se lo sai, se i patti sono chiari dall’inizio. spesso sono progetti che non hanno “mercato”, ma sono piu di ricerca…di passione, appunto.

    parliamo dei progetti che hanno mercato:

    Il problema è che io, ed altri miei collaboratori, ci siamo trovati spesso a che fare con agenzie incompetenti, che mi hanno fatto lavorare come un matto,incapaci di gestire il cliente ( e sono agenzie importanti) e che mi/ ci hanno pagato con mesi e mesi di ritatdo trovando le scuse piu assurde. una volta si è dovuti ricorrere ad avvocati. guarda caso poi i soldi li han trovati subito. il giorno dopo. che strano.

  21. idioteca scrive:

    http://creativi.eu/#home

    l’idea di un’azione colettiva esiste già.

  22. idioteca scrive:

    *collettiva

  23. Giuseppe scrive:

    Ho letto l’articolo e avrei voluto scrivere qualcosa in merito alla tua riflessione, poi la mia attenzione si è spostata su altro, sei quello de “I Cani”?

  24. Carla scrive:

    …è lui.

  25. Mi sembra davvero difficile condividere qualcosa di questa critica: almeno per ciò che riguarda contenuti teorici e presupposti linguistici dell’analisi stessa di un progetto di comunicazione sociale nato per “propagare” su internet.

    Primo punto: il successo dell’operazione virale in termini numerici sembrerebbe raggiunto dato che molti hanno visto i tre video. Questa considerazione statistica nel territorio di internet non significa praticamente nulla (ovvero per ridondanza dei risultati ha sin troppe implicazioni per addetti ai lavori, analisti del marketing, social media strategist ecc.), anzi avvalora solo l’ipotesi che lo scopo degli autori sia esclusivamente quello di farsi pubblicità, di ottenere furbescamente visibilità… e che certamente verrà ripagata. Ho il sospetto sgradevole che questa sia una tirata squisitamente polemica da parte dell’autore del post e ricca di implicazioni di vario genere (ironicamente si potrebbe chiamare invidia o semplice abitudine al discredito sistematico per il lavoro altrui, figuriamoci: è diritto di critica esprimersi). Quello che a mio avviso non torna è che l’obbiettivo di una campagna (oltre il raggiungimento della visibilità) è anche quello di ottenere qualcosa, dal momento che non viene chiesto di comprare qualcosa, sottoscrivere qualcosa (come un manifesto o una petizione), ritengo più probabile che il “qualcosa” in questione sia una presa di posizione: per l’appunto quella del “coglione sì” o del “coglione no”. Ma dopo questo scatto emotivo che produce una scelta di campo, il “qualcosa” impone la necessità di raffinare ulteriormente il messaggio e fare i conti con la generalissima idea stessa di lavoro, ovvero, non tanto come lo facciamo, o cosa facciamo, ma cosa sia e cosa lo rende tale. Riflettere su quali siano, per statuto o per coscienza, i suoi limiti e la sua dignità mi sembra l’obbiettivo unico (non particolarmente criptico) della campagna di ZERO.

    Secondo punto: l’eccellenza non c’entra, c’entra il lavoro in quanto tale, sotto forma di servizi materiali o immateriali che siano, la dialettica tra chi lo esegue e chi lo commissiona. Una dialettica che non è ben chiara ai giovani (emergenti ecc.) semplicemente per mancanza di esperienza, di riferimenti e di tutele. Non vorrei che questa fosse paradossalmente letta per una professione di fede sindacalistica, ma è chiaro che nel post manca del tutto un approccio qualsiasi al tema dei diritti del lavoratore (che con il diritto al lavoro non ha niente a che fare). Fermarsi su posizioni paternalistiche, limitandosi a conferire allo status quo (“le cose vanno così”) un valore assiomatico per i nostri tempi non è esattamente un grande contributo teorico. Riconoscere (e non svelare) l’ipocrisia (e la debolezza) del lavoratore (o aspirante tale) è esattamente atteggiamento consolatorio che trova buone argomentazioni nell’ipotesi che “se la siano cercata” i tanti lavoratori che accettano, hanno accettato, accetteranno delle “splendide occasioni” per formarsi. Direi che solidarizzare con posizioni del genere non permette di fare un passo avanti (in nessuna direzione).

    Terzo punto: (ma forse era davvero il primo a motivare il mio intervento) è certamente legato a un approccio letterale e quantomeno aproblematico al “testo” e ai suoi “sottotesti”. I tre spot riguardano evidentemente tre lavoratori – lavoratori in proprio –, tre figure professionali talmente paradigmatiche (il giardiniere, l’antennista, l’idraulico) da rivelarsi di per sé non come esempi ma come traslati. Dal punto di vista lessicale non è un caso se il datore di lavoro usi sempre l’espressione «per questo progetto non c’è budget»: davvero poco probabile nel contesto della contrattazione con l’idraulico, l’antennista o il giardiniere, ma tristemente familiare all’universo precario degli aspiranti lavoratori tra i venti e i trent’anni. L’unico lavoratore di cui si parla in questi video è esattamente quello che difficilmente sa rispondere senza far ricorso alla fantasia (o a una bugia, o a un’espressione anglofona) alla semplice domanda «Ma tu che lavoro fai?». Più precisamente, un lavoratore del settore cultura, comunicazione, immateriale ecc. è oggetto della campagna ma non ne è l’unico destinatario, né tanto meno è il suo protagonista. Protagonista è il datore di lavoro: l’imprenditore (milanofono, romanescofono, indistintomeridionalofono), che in quanto macchietta grottesca o forte caricatura, può perfettamente suggerire a chiunque operi in questo settore l’idea di essere egli stesso il principale destinatario di questa campagna, e non perché messo alla berlina, ma proprio perché lo slittamento (etico) in settori molto complicati come cultura, comunicazione, servizi immateriali ecc. è rischio reale e concreto anche per chi si ritenga “a posto con la propria coscienza”, ovvero, ingiustamente vessato da stato, crisi economica, creditori, banche, concorrenza, ecc. per farsi troppi problemi se occasionalmente gli è scappato un «tanto ti fa curriculum».

    Il lavoro così raccontato, protagonista di una riflessione sul lavoro com’è oggi, non può che essere occasione per una rivendicazione, e ovviamente le parti non saranno d’accordo sul senso dei propri ruoli, ma quanto meno dovranno ammettere, con un’amara risata, che i tre spot rispecchiano – sin nelle locuzioni – abitudini e vizi non giustificabili senza una precisa presa di posizione. “Coglioni no” a vita, ma neanche tacere che il difetto di formazione (dei giovani) diventa troppo spesso l’occasione per sopperire alla carenza di risorse (stage, contratti a progetto, lavoro nero, gratificazioni e visibilità). Queste soluzioni non sono sane per un’economia funzionante, che non siano etiche passa quasi in secondo piano.

    In un universo senza regole e senza diritti ritengo meriti minore superficialità la complessità delle problematiche evocate (nel bene e nel male) da questi spot.

  26. burro umano scrive:

    La grammatica è da rivedere.

  27. Gatto Nero scrive:

    Non ce la faccio: il cantante de “I cani” che fa la morale alla generazione di Instagram, lui che ci ha costruito sopra commercialmente tutto il suo stile, il cantante de “I cani” che prende per il culo i romani da Pigneto, quelli che cercano un ambiente creativo e alternativo, lui che i dischi a loro li vende, a quelli che cercano un ambiente creativo e alternativo.

    Se c’era un modo più veloce per perdere la mia stima – per quanto la mia stima possa valere – non lo so, di sicuro Niccolò Contessa ne ha trovato uno sufficientemente rapido da farmi cancellare ogni desiderio di ascoltare le sue prossime canzoni.

  28. Mignon scrive:

    Caro ed “eccellente” Niccolò Contessa, sarei molto curiosa di sentire cosa risponderesti ad un gestore di un locale che dopo un tuo live de I Cani ti dice “scusa ma, sai, visto il mercato, non ti possiamo pagare”.

    Però va beh, se accetti il mercato.

    @gatto nero: quoto.

  29. Due cose:

    semplicemente,
    purtroppo
    è facile pensare di farsi fare il logo di un negozio gratis (perché fare i loghi è un lavoro creativo, è bello).
    è impossibile pensare di chiamare un idraulico senza spendere i terribili 50 euro per “lo spostamento”.

    inoltre (e qui, quasi me ne dispiaccio, sorvolo sul collettivismo e uso l’individualismo per attaccare direttamente l’autore dell’articolo riportando la domanda che ho posto prima):

    cosa ti ha spinto a scrivere questo pezzo? l’amore per la collettività?

  30. Christian Raimo scrive:

    @Gatto Nero
    Niccolò Contessa fa opere artistiche e se può fare soldi con le sue opere sarà felice. È un discorso insensato ma molto il tuo, è come dire – si magna licet – che Pasolini ha fatto i soldi sulla pelle degli accattoni, Fellini su quella dei vitelloni, Moretti su quella dei bombi. Contessa non vuole sensibilizzare nessuno quando canta e suona, né rivendicare un reddito di cittadinanza. Con un po’ di umiltà sa distinguere la retorica politica dall’espressione artistica.

  31. Bravi Niccolò Falsetti & soci, gli spot di #CoglioneNo sono una chicca che merita tutta la visibilità dell’universo mondo.
    Però diciamolo, di creativi freelance che si meritano una gavetta eterna – a.k.a. er gavettone – ce ne sono una marea.
    E sono i CoglioniSì, cresciuti mal interpretando un mito già farlocco di suo, quello dell’uomo denim che non deve chiedere mai. Sono quelli che ogni volta si fanno avanti timidamente e permettono a questo modus vivendi, che ormai è il nuovo Made in Italy, di prosperare. Colleghi così ne incontro a frotte e mi fanno incazzare come un’ape. Trovano il Sergio di turno (“ma quali contratti, ce vole passione” cit. Boris) e abbozzano, muti. Poi passano le serate a piangersi addosso, e quanto è marcio il sistema, e solo in Italia, eccetera.
    È una combo letale. Da un lato gente abbrutita che non sa più dare valore alla progettazione e che per #spenderemeno si affida al primo pupazzo improvvisato che gli capita a tiro, dall’altro quelli scottati dai pupazzi di cui sopra, che non importa quanto gli chiedi, sarà sempre una rapina. Completano il quadro quelli che potrebbero invertire la rotta ma che, al momento di fare il prezzo, abbassano lo sguardo. Spesso incerti loro per primi sul da farsi poiché formati in una delle tante scuole di fancazzismo che infestano il paese, alla prima questione vanno in tilt. Perché magari pensavano di trovarsi davanti al pollo da spennare invece gli è capitato il cobra imbastardito cintura nera di lefaremosapere che dribbla le tasse dall’82.
    Quindi, ricapitolando, applausi a scroscio per Zero ma ricordiamoci che se non lo dici all’idraulico o all’antennista è perché cesso e televisore ti servono, o perché sai che finiresti con la testa nello sciaquone o appeso a testa in giù dal terrazzo oppure, semplicemente, perché sai che in giro c’è una percentuale di idraulici e antennisti improvvisati ENORMEMENTE inferiore a quanti si definiscono creativi perché hanno un Mac e la barba.

    I creativi sono tanti, milioni di milioni. La percentuale di agnelli al macello però, cresce a vista d’occhio. Troppo facile forse dare la colpa alle scuole (che sì, hanno la loro buona dose di responsabilità nel trasmettere l’idea che al mondo te la cavi coi tutorial) ma non è tutto lì. A costo di passare per luddista azzardo la mia: il “creativo” in questione passa troppo tempo online ed è sconnesso dalla realtà. Ecco, l’ho detto. Alla meglio trovi il drago che fa le fiamme coi software ma che davanti ad un potenziale cliente sembra la piccola fiammiferaia. A volte neanche draghi, semplici mestieranti.

    Abbiamo a che fare con gente che spesso parte dal presupposto che ciò che facciamo sia un lusso evitabile, più che mai in un periodo di vacche magre.
    Il nostro primo obiettivo è trovare quelli che se lo meritano e convincerli del contrario.

  32. Gatto Nero scrive:

    Mi spiace Christian, difendo quello che ho detto: la mia visione dell’arte non prescinde da. modo in cui l’artista si cala nel mondo, e la mia visione della politica non prescinde da come il cittadino si cala nel mondo.
    E forse uso termini che non spiegano molto bene quello che penso, me ne rendo conto, quindi lo riassumo così: tutto è collegato.

    Non ho parlato di “fare soldi sulla pelle di”, ma di aver costruito una carriera, una discografia e anche uno stile di presentazione – dai rinnegati sacchetti di carta in poi – che si inserisce in quella esatta cultura di riferimento che va a criticare. “Le velleità” era una canzone hipster che parlava male degli hipster, se vogliamo fare un parallelo.

    Mi spiace che tu possa trovare il mio discorso “insensato ma molto”, ma capisco anche la necessità di difendere a prescindere un discorso che ha trovato posto proprio sul blog per cui lavori e il mancato sforzo di volontà nel cogliere il punto.

    Contessa non vuole sensibilizzare nessuno quando canta e suona? E allora che cosa fa? Qual è il suo rapporto con la musica? Mette in fila due note e due parole che suonano bene, o vuole trasmettere – come tutti, in un modo o nell’altro – un messaggio?

    E ancora: da dove nasce Contessa? Dove ha vissuto, Contessa? Che lavoro ha fatto, prima di essere un cantante? Che persone frequentava, e frequenta tuttora? Sono curiosità non morbose, perché servono a contestualizzare. Allo stato attuale, Niccolò Contessa pontifica in questo post contro una generazione di persone a cui sta parlando, cantando, vendendo.

    Non è retorica politica anche questa? Non è la sua espressione artistica?

    Con umiltà, e senza arroganza. Ma quanto è arrogante, poi, accusare di mancanza di umiltà una persona che si è espresso contro un’opinione, senza neppure conoscerla?

  33. Gatto Nero scrive:

    (Senza conoscere la persona, non l’opinione. Sia mai.)

  34. Christian Raimo scrive:

    @Gatto Nero, grazie della risposta, ma abbiamo premesse diverse e punti di vista diversi, la cui distanza tu ribadisci.
    Io giudico l’opera indipendentemente dalle premesse e dalla biografia di qualsivoglia autore.
    E inoltre per me un’opera non si giudica dal messaggio che vuole trasmettere. Come diceva Nabokov: se avessi voluto mandare un messaggio avrei fatto il postino. Un’opera si giudica attraverso il gusto di chi ne fruisce, che è un giudizio complesso etc…
    Altra cosa è un ragionamento di critica culturale e politica come quello di questo post.
    Ti facevo l’esempio di Pasolini, Fellini o Moretti perché sono esempi lampanti.
    Il Pasolini regista o scrittore sapeva distinguere bene la sua attività artistica da quella di critica culturale. Se usava attori non professionisti o attori popolari come Ninetto Davoli o Sergio Citti per realizzare i suoi film e cercava di essere mimetico con gli accattoni per rendere efficace il suo cinema o i suoi romanzi, utilizzava Contini o Levi-Strauss se voleva entrare nel merito di una discussione letteraria.
    Penso insomma che Contessa non voglia affatto sensibilizzare quanto canta e suona. Se lo vuole fare, a me non interessa proprio. Mi piacciono i suoi pezzi, alcuni moltissimo, mi divertono, m’inquietano, mi turbano, mi lasciano un senso di spaesamento, mi annoiano anche e mi lasciano indifferente certe volte. Non mi sensibilizzano mai. Se voglio essere sensibilizzato mi faccio un’elettromiografia. Detto con garbo, credimi.

  35. Ana scrive:

    Sono una ragazza di quasi 18 anni e ancora, per fortuna o sfortuna che sia, il mondo del lavoro è relativamente lontano da me. Per questo ammetto che mi è stato necessario leggere due volte l’articolo per tirarcene fuori qualcosa, ma alla fine è servito (e comunque due volte sono sempre meglio che fermarsi alle prime righe come fa qualcuno;)). Credo che il senso del pezzo sia quello di far aprire un po’ gli occhi ai giovani che, (come me effettivamente) si fanno incantare da uno sketch simpatico che si propone come “fuori dagli schemi” con l’intento di riaccendere l’interesse dei più su una situazione come quella dei lavoratori creativi. Come ribadito anche nell’articolo sopra, le intenzioni sono più che nobili, il problema è che, essenzialmente, soprattutto in queste nuove forme di comunicazione istantanea fatte anche per saziare il gusto di chi non ha voglia di perdere tempo, o che giudica pezzi “troppo lunghi per il web” se superano una pagina, c’è il rischio di lanciare un messaggio che in fin dei conti è un fuoco di paglia, e lascia il tempo che trova. Perché diciamocelo la mia generazione (non me ne tiro fuori) è la generazione dell’immagine, della superficie, ma senza approfondire realmente il problema (al di là dell aspetto economico) soprattutto a livello sociale i buoni propositi dei fautori del video hanno una presa che poco ha in comune col numero di visualizzazioni su YouTube o di condivisioni su Facebook. La critica che mi sento di volgere, partendo proprio da questo articolo, lungi dal rivolgersi a chi ha realizzato il video in quanto tale, va a tutti coloro che manifestano la loro solidarietà con un click (cosa che anche io spesso faccio e nella quale non trovo nulla di male) ma non vanno oltre arrivando ad un effettivo impegno collettivo, cosa che tra l’altro in piccolo riassume uno dei maggiori problemi della società di oggi.

  36. Gatto Nero scrive:

    Sì, partiamo da due premesse diverse: questa immagine del fruitore di un’opera artistica come di un qualcosa che non viene sensibilizzato, toccato, modificato dall’opera stessa che fruisce – nel bene o nel male, in toto o in infinitesima parte – va contro ogni mia concezione del prodotto artistico stesso, e forse anche dei principali studi di semiotica. Ma non se ne può mai essere sicuri.

    Chiudo con una citazione di Niccolò stesso, ché mi pare qui non si vada da nessuna parte: “Nichilisti con il cocktail in mano”. Ecco, questa frase mi sembra azzeccata, in questo caso.

  37. Giorgio scrive:

    la verità (già ribadita) è che è pieno di creativi e nessuno vuole fare l’idraulico (lavorare stanca, cazzeggiare no). per leggi economiche e numeriche, ovviamente, i primi dovrebbero diventare idraulici non appena capiscono che non funziona più il mercato. e invece in Italia si ostinano a sognare vite che potevano andare bene solo negli anni ottanta, quelli della pubblicità d’oro. la generazione dei nonni e genitori, che dopo millenni di analfabetismo e ignoranza li vuole tutti laureati, lo impedirà formamente, facendoli sentire dei falliti se prendono una chiave inglese in mano.
    che tristezza, ‘sta mentalità provinciale per cui il lavoro manuale è da bistrattare e volgare, tutta feudale, ci ha ridotti così.
    p.s. a me i brani di contessa non sensibilizzano, mi lasciano veramente perplesso sul fatto che poteva fare l’antennista pure lui (modesto parere ma sincero). meglio l’articolo, condivido!

  38. Francesco scrive:

    Premettendo che con Niccolò (di Zero) ci sono praticamente cresciuto, hanno fatto progetti tipo quello sull’erasums SOLO col crowdfunding online, e lui non è certo un figlio di papà, credetemi alla lettera.
    Il punto è che se vuoi arrivare servono sacrifici, d’accordissimo, ma voi in che cazzo di mondo vivete?
    La disoccupazione giovanile (quella di cui stiamo parlando) è al 50% in Italia, nessuna generazione pre o post guerra l’ha mai affrontata, escluso il periodo 39/45, ma là c’erano altri problemi.
    Chi è venuto prima di questa generazione, e non ha idea del problema del non trovare ALCUN LAVORO, ha anche capito che masse di manovalanza gratis sono la manna, lo sanno e se ne fottono anche se è un peccato.
    Perchè non dare a uno, il migliore, una retribuzione, e agli altri no, semplicemente spiegando che investo sul più bravo? Invece, quando sei troppo bravo, prendo un altro, meno bravo ma che non mi chiederà un soldo.
    Magari a 38 anni faccio il primo film, ma come? Con quale spirito, sono già vecchiotto e guardo al passato, ho paura di rischiare, di non esser capito e perdere l’unica occasione della vita. Quì in America se a 25 anni non lavori già a pieno titolo sei nessuno (anche nel mondo creativo) e sapete perchè? Perchè è mentalità, NON ESISTE che non ti paghino, la gente si vergogna se non lascia la mancia. C’è lo stage gratuito, come ovunque nel mondo ormai credo, ma al massimo uno, non esiste che dopo un minimo training uno cerchi un altro stage. Per migliorarmi nel mio settore (arte contemporanea) ho dovuto lavorare gratis 4 anni, e non faccio l’artista, e sapete perchè, non c’è nessuna alternativa, nessuno che io conosca under trenta viene davvero pagato da una galleria o da un’istituzione.
    Sapete come ho fatto? Sono benestante, sennò, premesso che fossi riuscito a trovare un lavoro al bar, avrei dovuto lavorare in galleria part-time, facendo diventare i miei 4 anni 8. Premetto che sono un Anti-Americano convinto, ma forse in Italia m’ero già appeso al cappio, perchè la mia generazione è spenta, non crede nel futuro, non crede più a un cazzo, e se non fosse per i genitori, morirebbe di fame, questa è la verità. I tre quarti dei miei amici, anche i mammoni, hanno espatriato, perchè l’altrenativa, 90 su cento, non c’è.

  39. temo di essere fuori tema, e però va pur detto che in giro è pieno di liberi professionisti NON creativi cui non vengono pagati lavori per cui hanno anticipato non solo la manodopera e il tempo, ma anche i materiali. Vivono appesi al mutuo e con l’ansia di sfangarsi la mesata, sapendo che NON possono permettersi il lusso a) di entrare in causa col cliente, b) di rivolgersi a un’agenzia di recupero credito, c) anche solo di entrare in cattivo rapporto col cliente, che alle volte (esempio classico: grossisti della distribuzione agricola) è l’unico o uno dei pochi clienti disponibili.

    inoltre: moltissima gente, avendo perso il lavoro, non si rivolge più ai liberi professionisti e torna a farsi i lavori di casa da sé, pratica che nella provincia, peraltro, non è mai venuta meno (l’antennista, il giardiniere, ma a chi erano rivolti ‘sti spot? Figli di papà, direi, a occhio).

    il problema principale di quell’incistamento individualista di cui si parla in questo articolo è l’incapacità di vedere aldilà del proprio naso, della propria ristretta situazione, il problema per cui una buona parte dei creativi è troppo impegnata a parlare dei problemi dei creativi per dedicarsi ai problemi che condivide col resto della società.

    la svalutazione del lavoro è un problema collettivo di chi lavora (e anche di chi non trova lavoro, peraltro), un problema che va ben oltre le professioni creative. e c’è un problema in più: per molti “creativi” (ma non solo: anche aspiranti avvocati, ingegneri, ricercatori, eccetera), lavare i piatti o fare il giardiniere non è un lavoro, ma solo un ripiego, un lavoretto, un parcheggio in attesa di arrivare a qualcosa di meglio, ed è per questo che non si preoccupano delle condizioni di quei lavori, pure quando le vivono in prima persona su di sè, dato che metà degli aspiranti creativi (quella senza soldi di mamma o con vizi troppo costosi) si paga il sogno della creatività lavorando nei bar o nei call center.

    se gli stessi sforzi intellettuali e mediatici che si è profuso in questi anni per dibattere dl precariato intellettuale fossero stati utilizzati per dibattere di rilancio (ma sarebbe meglio dire ricostruzione) dell’apparato produttivo di questo paese, forse ora avremmo meno aspiranti creativi alla deriva ( mi rendo conto, tuttavia, che è un “forse” molto debole: purtroppo, da non so quanti anni, si confonde il piagnisteo con il dibattito, gli applausi col consenso, gli eventi mediatici/mediatizzati con l’organizzazione politica).

  40. Sandra J. scrive:

    Sono Sandra J.
    Ho dovuto leggere questo articolo due volte.
    Sono molto giovane.
    Volevo dire che se questi tre video li hanno guardati solo i creativi allora si perdono un po’ nel vuoto.
    Se in vece sono girati così tanto da arrivare a qualcuno che pensa che i lavori creativi non devono essere pagati allora questi tre video hanno funzionato.
    Inoltre io conosco il gruppo musicale i Cani e penso a quello che diceva mio nonno.
    Il mio vicino di casa che è morto diceva così: d’accordo la PUREZZA, ma un conto è se te lo dice il Dalailama e un conto è se te lo dice Hitler.
    Voleva dire che oltre alle parole è importante conoscere le persone che le dicono. Diceva ad esempio che se uno trovava uno brutto disegno firmato Picasso non doveva buttarlo via perché Picasso contava soprattutto la persona che aveva fatto quel brutto disegno.

  41. LL scrive:

    Queste argomentazioni sono senza fondamento. Se tu chiami un creativo a fare un lavoro LO PAGHI, esattamente come paghi l’idraulico. Questo articolo dimostra esattamente quello che viene detto in quei cortometraggi: è un problema culturale, non di mercato. Il compratore, una volta scelto colui a cui affidare il lavoro, sia egli idraulico o musicista, lo deve pagare per il lavoro che sta facendo. Dire che nel mercato creativo è solo il compratore che decide è una sciocchezza bella e buona.

  42. Giorgio scrive:

    @detrito occupazionale “l’incapacità di vedere aldilà del proprio naso, della propria ristretta situazione, il problema per cui una buona parte dei creativi è troppo impegnata a parlare dei problemi dei creativi per dedicarsi ai problemi che condivide col resto della società”

    esatto. non condividono nulla col resto della società perché sono ovattati. mettili senza elettricità per una settimana non saprebbero neanche cosa fare, altro che procurarsi il cibo – scatta la crisi d’astinenza da twitter.
    e parlo da creativo, sono vent’anni che mi occupo di comunicazione.

  43. Daniele Tedesco scrive:

    Non so quali siano stati gli obiettivi di quelle 3 clip e non so se sia stato giusto realizzarli, ma di sicuro hanno avuto il merito di smuovere le acque, di far parlare del problema (checché ne dicano in giro, autore compreso, si tratta di un problema) e il fatto che io stia commentando un articolo a questo riguardo, ne è la prova.
    Associare poi a queste 3 clip significati sociali o addirittura anti politici, mi sembra una forzatura non necessaria.

  44. fiorile scrive:

    Secondo me nel tuo esercizio di stile hai compiuto almeno tre errori:
    1. consideri i giovani in diritto di essere mantenuti (a trent’anni si dovrebbe esigere o quantomeno auspicare un’indipendenza economica, se non per puro vezzo almeno per evitare di essere dei parassiti)
    2. analizzi la situazione in questo modo: troppa proposta – poca domanda – alla fine vince il migliore (che in questo caso potrebbe essere a) il più talentuoso b) il più bravo a resistere alla nausea c) quello che riesce a farsi campare per più tempo. Tutto fa pensare che in qualche modo tu stia parlando di meritocrazia. Ti sembran tempi per parlare di meritocrazia?
    3. rifacendomi al punto 1. e in parte al punto 2. in soldoni consideri il lavoro creativo un non-lavoro, suggerendo che “forse se volete farcela e siete bravi ma non ci campate, varrebbe la pena che vi sacrificaste per un po’, faceste i camerieri la sera e coltivaste contemporaneamente la ‘ vostra passione'”. Qui si parla di lavoro, non di un hobby.

    Personalmente questa serie di video non mi piace. Per niente. La trovo populista e superficiale, cialtrona ed esemplificativa. Ciò non toglie che pensi che lo siano anche le tue considerazioni. Nonostante capisca che dire sempre il contrario sia meno mainstream.

  45. camilla scrive:

    Non sono un’idraulica.
    Non sono una creativa.
    Sono un medico di 33 anni. Lode etc etc. Specialista.
    E vale anche per me, per noi, il mercato del compratore.
    Del resto, cosa credevo di fare con la laurea in Medicina negli anni ’10, di svoltare?
    Ho fatto guardia medica per 6 euro l’ora, ho lavorato per 11 euro l’ora in un strutture per malati terminali con un carico umano e morale abbastanza destabilizzante, ho lavorato al SERT pagata 4 mesi dopo alla ASL e tanto altro. Per una miseria, manco per la gloria, perchè quando stavo ai box del pronto soccorso mi prendevo anche gli sputazzi dei pazienti giustamente sfiancati da un sistema paralizzato, un collega anche una fiocinata in un fianco. Era un pediatra di 35 anni.
    Tutti lavori da “gettonista” senza grosse prospettive di continuità.
    Poi ci sono i concorsi pubblici, sempre di meno, sempre una conventicola, che è poi quella che ti fa ascendere all’eccellenza di articoli scritti per altri, o da altri per altri.
    Ho fatto il medico frequentatore, volontario cioè, per entrare in specializzazione, e dopo specializzazione per acquisire visibilità perchè il compratore è esigente ed esige tutto il tuo tempo, la tua disponibilità, la tua gratuità di fronte ad interventi specialistici complessi, con la speranza che nella conventicola forse ci entri anche tu, ma non è detto, intanto lavora, fammi vedere chi sei, non prendi un cazzo, semmai una borsa, un assegnuccio di ricerca , piccino picciò.E ringraziare.
    Si lamentano i creativi, perchè c’hanno tempo. Con tutto il rispetto del mondo, ma a me il tempo sfugge fra le mani e lavoro giorno e notte.
    Ah, si, la superspecializzazione, la nicchia, ho anche quella.
    Ed è il lavoro più bello del mondo, ancora lo credo, che allora tutto questo lo merito perchè a fronte di ciò sono un anello debolissimo in un regime di mercato del compratore.

  46. B. Road scrive:

    Volevo solo sottolineare quello che ha scritto @idioteca
    Un dibattito c’è! E qualcosa ha già iniziato a muoversi e si chiama #rivoluzionecreativa.
    http://www.change.org/it/petizioni/chiediamo-il-riconoscimento-della-valenza-strategica-della-creatività-per-il-rilancio-del-paese-rivoluzionecreativa

  47. Rudy Zerbi scrive:

    Il discorso tra il creativo è chi fa i “mestieri” è alla base: i creativi vogliono arrivare, vogliono sfondare, vogliono compiacersi e vogliono che gli altri (soprattutto nei loro social) sappiano quanto sono bravi. Chi fa l’idraulico, il muratore o il pavimentista fa quel lavoro, non arriverà da nessuna parte (se non a mettere qualche soldo da parte o avviare una ditta), non ha interesse a idolatrarsi o a sentirsi più bravo: lavora e fatica, come chi lavora in fabbrica. Non che i creativi non fatichino, peró di 8 ore di lavoro quante ne passano sui social?
    Il problema della nostra generazione (25-35) è che siamo cresciuti con l’idea che saremmo diventati migliori dei nostri genitori: avvocati, filosofi, architetti d’interni e creativi. E con l’idea che fare l’idraulico o l’imbianchino era degradante. E sotto sotto lo pensano in tanti anche adesso: chi scambierebbe il suo lavoro di grafico free lance da 600 euro scarsi al mese e 3000 amici su facebook con un lavoro di piastrellista (o di macellaio) da 1800 più tredicesima? Quasi nessuno, perchè poi agli altri della nostra vita non interesserebbe più.

  48. Francesco scrive:

    Basta entrare in una qualsiasi facoltà di design (che quando ho iniziato io si chiamava disegno industriale, e sì, c’è tutta la differenza che passa tra un San Daniele e il prosciutto dell’eurospin) per vedere le “ragazze con le maglie da vecchia” e “i finti froci” (ho svariati amici gay, e sono d’accordissimo con questa associazione di idee) che si scostano i capelli dal viso con fare bohemienne e ti chiedono “Ma che ne so io di come si stampa l’alluminio, io studio design” (appunto).
    Per esperienza personale, non potrei essere più d’accordo con questa analisi critica.
    Ma.
    Purtroppo il problema c’è.
    Il problema è che se io spendo quattro settimane che avrei dovuto dedicare alla mia tesi tra fogli, penne, marker, Illustrator e il costruttivismo russo a cercare di trovare un’identità grafica ad una cazzo di scarpa dopo che tu mi hai adescato con 400 euri, che Dio me ne scampi non sono abbastanza radical chic da rifiutare perchè potrei evitare di farmi luglio dentro un ristorante, e poi tu mi dici “Eh ma ti posso pagare quando mi approvano il progetto”, porcaccio il clero io vado in giappone, rubo il Gundam di 24 metri a Ginza e ti sotterro l’azienda, se permetti.
    E’ troppo difficile chiedere un poco di educazione alla cultura del progetto e della proprietà intellettuale?
    Non per me, non ho bisogno di cercare l’approvazione su un blog, quanto per chi si trova a dover affrontare un’orda di Nome Cognome Photography, Nome Cognome Design e Nome Cognome Blog ogni giorno del signore.

  49. Gatto Nero scrive:

    camilla, quando arrivano quelli che “io faccio un lavoro più difficile, quegli altri là invece non fanno niente, fannulloni, sempre sui social, tornassero al loro paese a fare i creativi” la discussione ha già superato il punto di non ritorno.

    Complimenti, sei stata la prima ma ti hanno seguito a ruota. Chi fa il creativo e “non fatica”, chi ha “tanto tempo libero” ringrazia.

  50. Rudy Zerbi scrive:

    @gattonero: vai a sfondare un fondello con la mazzetta da 5, poi mi parli di fatica

  51. Camilla scrive:

    @Gattonero
    Mi scuso se sono stata indelicata o provocatoria, non era mia intenzione.
    Tanto più che il mio è uno degli ultimi commenti quindi non vedo come io possa aver dato il via a quel che dici.
    Comunque è una guerra dei bottoni, e siamo tutti nella merda allo stesso modo solo per la “colpa” di avere un’età che stimerei tra i 30 e i 40; ed averla ora.
    I creativi non se la cavano bene, i medici nemmeno, e penso manco gli idraulici.
    Il mio miserrimo contributo voleva solo chiarire che la situazione è talmente generalizzata da essere arrivata anche a quelle professioni che fino a qualche tempo fa, diciamo una generazione abbondante, erano in grando di garantire una stabilità economica. Ho poco tempo per lamentarmi perché di per se’ il mio lavoro implica pochissimo “stacco” solo questo, non avevo intenzioni gerarchizzati. Non sono né meglio ne’ peggio di un creativo o di un idraulico, e’ solo che il mio lavoro si distribuisce in orari bizzarri.

  52. idioteca scrive:

    http://www.change.org/it/petizioni/chiediamo-il-riconoscimento-della-valenza-strategica-della-creativit%C3%A0-per-il-rilancio-del-paese-rivoluzionecreativa

    Ribadisco, un orizzonte politico già c’è. Numeri, statistiche, proposte politiche. Chi parla di individualismo, forse non conosceva questa campagna.

    Io non faccio la creativa, ma ho molti amici nel settore. Mi limito a dire che nessuno di loro ha lo studio al pigneto o pensa di volerlo lì (magari lo pensa come io penso che sarebbe bello se mi regalassieo un milione di euro), più precisamente nessuno di loro pensa che il primo passo nella loro carriera sia avere
    uno studio. Cerchiamo di distinguere..ci sono sì quelli che fanno lo ied a tempo perso, ma io conosco solo gente che magari sta in ufficio fino alle 10e mezza di sera. È come dire che la scuola pubblica non sì merita fondi perché è pieno di insegnanti che si assentano senza giusta causa.
    Un conto è lamentarsi del fatto che non c’è lavoro avendo scelto un settore in cui notoriamente non sìitrova lavoro, un conto è lavorare e non essere
    pagati..il punto degli spot è il secondo.

  53. Pinni scrive:

    Ho letto con attenzione e apprezzato molto questo articolo. A maggior ragione perché ci ho trovato delle opinioni con le quali non mi trovo d’accordo, ma che sono spiegate con una lucidità e correttezza davvero invidiabili.
    Dal punto di vista che mi son fatta su questi video, la questione non è tanto relativa al deprezzamento del lavoro. Il meccanismo per cui siamo arrivati a un mercato del compratore è evidente, e, in questo campo, è alimentato abbondantemente dalle prassi non solo del “cliente”, ma anche della multinazionale della comunicazione che assume e trita stagisti gratis a volontà e che paga un “senior” 1.200€ al mese, come pure dalla mancanza di associazioni di categoria che tutelino gli interessi dei lavoratori. Oltre che, ovviamente, da chi accetta queste prassi.
    Il punto a mio parere è un altro, ovvero la gratuità imposta a posteriori e al di là di qualunque trattativa. Nella narrativa del video non parliamo di professionisti che accettano di lavorare gratuitamente, ma di lavori commissionati che poi ci si rifiuta di pagare. Son due cose differenti.
    Ciò che io ho visto criticata è la prassi di considerare nullo qualunque accordo, tacito o esplicito, al pagamento. Mi ci son trovata. Lavoro pattuito per tot, alla fine il committente se ne esce dicendo che “il cliente ha tagliato il budget, però avrai molta visibilità”. “Ma si, questa cifra che ti dobbiamo la mettiamo in saldo col prossimo lavoro che ci fai” e cose simili.
    Posso vantarmi di aver sempre riscosso quei soldi. Perché ho messo di mezzo avvocati o minacciato di farlo, perché ho rincorso persone e le ho sdrenate in ogni modo. Comportamento malvisto ma efficace.
    Ecco, io ci ho letto una critica a questo, alla pretesa di gratuità senza un accordo, che in ogni caso è un discorso di rispetto prima ancora che di cifre e deprezzamento, e credo sia il motivo per cui ho apprezzato questi video.
    Un piccolo appunto sulla vostra argomentazione: mi sembra eccessivo arrivare a dire che una professione in toto possa arrivare alla gratuità col mutare della domanda e dell’offerta. Può farlo un servizio (le mail, come da voi citato), una singola tipologia di prestazione nel momento in cui diventa accessoria di altre, ma una professione? Non stiamo portando la cosa al paradosso? Non riesco, storicamente, a trovare un esempio di professione che sia, col tempo, arrivata a essere esercitata in modo gratuito. Anche perché non sarebbe più un lavoro. Sarebbe hobby, volontariato, sport.
    Può il mercato cambiare la forma dei suoi oggetti fino a questo punto? O c’è qualcosa che ci sta sfuggendo?

  54. idioteca scrive:

    http://www.change.org/it/petizioni/chiediamo-il-riconoscimento-della-valenza-strategica-della-creativit%C3%A0-per-il-rilancio-del-paese-rivoluzionecreativa

    Ribadisco, un orizzonte politico già c’è. Numeri, statistiche, proposte politiche. Chi parla di individualismo, forse non conosceva questa campagna
    (sostenuta per altro anche da quelli di ZERO).

    Io non faccio la creativa, ma ho molti amici nel settore. Mi limito a dire che nessuno di loro ha lo studio al pigneto o pensa di volerlo lì (magari lo pensa come io penso che sarebbe bello se mi regalassieo un milione di euro), più precisamente nessuno di loro pensa che il primo passo nella loro carriera sia avere
    uno studio. Cerchiamo di distinguere..ci sono sì quelli che fanno lo ied a tempo perso, ma io conosco solo gente che magari sta in ufficio fino alle 10e mezza di sera. È come dire che la scuola pubblica non sì merita fondi perché è pieno di insegnanti che si assentano senza giusta causa.
    Un conto è lamentarsi del fatto che non c’è lavoro avendo scelto un settore in cui notoriamente non sìitrova lavoro, un conto è lavorare e non essere
    pagati..il punto degli spot è il secondo.

  55. idioteca scrive:

    Scusate per il doppio commento, c’è stato un errore.

  56. E. M. scrive:

    Io citerei un’altra frase dei cani: quando i soldi sono troppi o troppo pochi, e non si è davvero ricchi ne’ poveri davvero. Sentenza lapidaria che da sola riassume l’articolo. Ci parla dei famosi creativi, o aspiranti impiegati del terziario spettacolare; i quali subiscono i colpi di una crisi (non parlo necessariamente di quella finanziaria) che è traumatica, ma non abbastanza. I quali, se la situazione dovesse peggiorare, scapperebbero dallo IED e si recherebbero a Latina a raccogliere cocomeri. Ma non possono (possiamo) rinunciare a passare la notte su internet a leggere articoli e commentarli, e per (s)fortuna non c’è ancora bisogno di rinunciarvi. Qualche considerazione:

    1) Mr. ZERO è un tipo in gamba e sa quello che fa; i 3 video sono dialettici, e la chiosa finale (nessun partecipante è stato pagato) non è solo una dichiarazione di indipendenza, ma anche un ribaltamento paradossale e ironico, che ci restituisce il messaggio nella sua forma autentica: cari creativi, siete troppi e noi cammineremo sui vostri cadaveri.

    2) E’ un fatto che il “mestiere” di creativo NON E’ un lavoro come tutti gli altri. Intanto si configura come il residuo escrementizio del sapere proveniente da varie professioni storicamente consolidate, ma su questo niente da eccepire, per carità. In secondo luogo si basa sulle estreme conseguenze della trasformazione epocale prodotta nel mondo dell’arte dall’insorgere delle avanguardie storiche, le quali in linea di massima propongono questa idea titanica che la separazione fra vita e arte sia in effetti una costruzione artificiale, e che il gesto sommo dell’artista non possa consistere che nel deporla. Ora, questo atto può davvero sancire la morte dell’arte, nel senso che traccia la linea del pensabile e possibile, e poi salta più in alto di quella. John Cage lo fa nel modo più compiuto con il pezzo silenzioso. Di là non c’è accademia, labor limae, artigianato, ma qualcos’altro. Rimane l’idea, la trovata, il tratto, il clinamen che differenzia un prodotto rispetto ad altri prodotti, in un gioco fine a se stesso. Conoscere i materiali e le tecniche è importante ma non dirimente; ci si può affidare al caso, al brainstorming, all’arbitrio di un software che non si conosce. Un palazzo è progettato male se crolla; ma una pubblicità o un logo o un simbolo può crollare? Fanno flop campagne promozionali milionarie, mentre c’è chi fa la cosa giusta al momento giusto, con due lire fa il giro del mondo e finisce su repubblica. Nel libero scambiarsi di segni immaginari la vita che scorre insensata è il messaggio, che si riproduce attraverso la tecnica. Il mercato delle colonne sonore è stato stroncato da siti che mettono a disposizione degli utenti sterminati database di musiche, a volte scritte per gioco, per noia o per caso.
    L’uomo di casa era l’individuo alfabetizzato al mondo manuale di chiodi e martelli. Oggi sappiamo tweettare e abbiamo difficoltà a riparare le serrande. Il mito del nipote che fa il sito a 50 euro nasce da un fatto concreto, ovvero che l’alfabetizzato digitale può rimboccarsi le maniche e ottenere un risultato realisticamente utilizzabile in contesti piccoli o medi. La tecnica non la studia, ma ne è esposto sin dalla nascita e diventa per lui un fatto naturale. Che esistano scuole apposite non deve ingannare: spesso nascono a posteriori, per la crescente necessità di certificazione su pezzo di carta, oppure sorgono nel momento della crisi, fungendo in buona sostanza da mediatori col mercato del lavoro. E’ un fatto che tutti i settori della creatività fluida sono dominati da autodidatti.

  57. mauro nigro scrive:

    questo scritto per quanto ben articolato non è per nulla convincente. in primo luogo perchè la problematica trattata dal video è diffusa ormai in qualsiasi categoria lavorativa.medici,ingegneri,”impiegati”,giornalisti. a tutti,al di là di qualsiasi esperienza si abbia,vien sempre piu spesso chiesto di lavorare gratis.per fare esperienza.che non serve a nulla dal punto di vista economico.la realtà è che non vi è in generale più alcuna tutela del lavoro.
    nel campo di lavoro specifico manca un passaggio pratico nell articolo.spesso chi non ti paga è comunque venuto da te chiedendoti collaborazione.non ci si è autoproposti.salvo poi tirar dell fuori la panzana

  58. mauro nigro scrive:

    Della visibilità.se cerco un avvocato,anche se è una categoria satura,non mi passa per il cervello che lavori gratis.chi usa questa logica è solo un approfittatore travestito.discorso diverso è sposare un progetto percge lo si ritiene valido per se stessi,per motivi personali.che credo sia il caso degli spot in questione.

  59. B. Road scrive:

    Io adesso sto cercando di lavorare con quello che mi piace ma fino a pochi mesi fa lavoravo da un demolitore e spostavo casse di metallo a mano (notare che sono donna e peso 50 kg). Fare il creativo non è di sicuro facile come molti pensano ma la fatica è un’altra cosa.

  60. Enrico Marsili scrive:

    Manco per niente. Non servono grandi analisi, basta rifiutarsi di lavorare gratis oppure andarsene. Se si possiedono competenze vere e spendibile, non e` difficile. E non c`e` nulla di male ad andarsene per stare meglio. Se poi proprio si vuole rimanere, be` la lotta si fa dura, perche` si deve litigare (e vincere) anche contro tutti quelli che accettano di lavorare gratis. In bocca al lupo.

  61. f scrive:

    il problema come dici tu è molto più complesso ma non per questo non va neanche sollevato.

    PS: paragrafo 3.4 (quello in cui critichi il fatto che effettivamente questo video l’hanno fatto a gratis e che evidentemente lavorare gratis paga)
    se hai capito il video e se l’hai guardato con l’intelligenza che penso tu abbia, ti accorgerai che il messaggio che mandano non è “Non fare nulla gratis nella vita”; chiaramente il tuo personale progetto a casa da solo che ti soddisfa lo puoi fare, anzi lo Devi fare gratis (chi ti dovrebbe pagare?). Quello che non bisogna fare è lavorare a gratis per qualcuno che ti commissiona un lavoro (che poi curiosamente sono quelli che i soldi ce l’hanno davvero), che ti deve pagare il tempo che gli hai dedicato (nel quale, ovviamente, non rientrano anche i progetti personali come questo video)

  62. do scrive:

    Ps: ma dove sta il commento che avevo messo io? non so se è arrivata risposta o meno…

  63. Lorenza scrive:

    Esiste una drammatica carenza della conoscenza dell’altrui mestieri e condizioni. A oggi, il numero dei liberi professionisti (idraulici, muratori, avvocati, falegnami e via dicendo) che non viene pagato dopo aver effettuato un lavoro è in rapida crescita. Il video è molto ben fatto tuttavia all’idraulico non si offre la visibilità, ci si limita a non pagarlo. L’unica critica sensata alla disastrata situazione italiana si può muovere solo astraendosi dal particolare di categoria constatando la mancanza di denaro dei committenti sia piccoli sia grandi. Non ci sono soldi. Il paese è in gravissima crisi. E chi lavora – creativo o no – sempre più spesso non ha retribuzione.

  64. fatacarabina scrive:

    Pur avendo apprezzato quest’articolo c’è un punto su cui nè tu nè la campagna #coglioneNo riflette: tutti i “creativi” (apposta tra virgolette in quanto la categoria si può allargare molto anche ad altri lavori più pratici e fisici purtroppo) che accettano di lavorare sottocosto o gratis…levano il lavoro agli altri e creano un chaos di mercato. Mi spiego in termini tangibili con un esempio vicino a me: se io sono un bravo e affermato #fonico che fino a qualche anno fa per lavorare potevo chiedere diciamo (cifra finta) 100 euro a concerto ora ne posso chiedere 50…perchè? Perchè c’è gente che lavora gratis! Che accetta tutto questo, lavorare gratis, lavorare per la visibilità ecc ecc, tralasciando il fatto che spesso poi i lavori vengono come vengono ma è indubbio che un committente di fronte a un preventivo di 100 euro e uno praticamente gratis sceglierà di non pagare…se poi il lavoro non viene un granchè …beh pazienza la prossima volta mi rivolgerò a qualcun altro…tanto di gente che lavora sottocosto in questo periodo ne trovo a bizzeffe…

  65. Fabrizio scrive:

    […]la condizione “creativa” è una sorta di generalizzazione della condizione capitalistica, per lo meno in statu nascendi. Non a caso alcuni teorici della classe creativa parlano di “capitalismo personale”. Io parlerei a questo proposito piuttosto di “capitalismo delle relazioni”. Si tratta insomma della tendenziale estensione all’intera umanità della concezione neo-liberale dell’individuo e delle sue relazioni sociali.[…]

    http://www.kainos-portale.com/index.php/derive-del-lavoro/93-ricerche-numero-13/309-startup-classe-creativa-e-capitalismo-delle-relazioni

  66. federico scrive:

    grazie della bellissima discussione !!!!…Siamo comunque in un capitalismo speculativo dove si salvano le lobbies, o mafie legalizzate…Il creativo si salva dove viene salvaguardato il principio della legalità e dell’etica e dove il lavoro è un bene collettivo e civile e individuale, per il bene comune, e quindi da noi in Italia NO !!!!!!!!

  67. Alessandra scrive:

    (e magari a trovartelo in un’altro quartiere) un’altro??? Seriously? Ma come faccio a ricevere lezioni da chi non rilegge i propri testi?
    Chi accetta lavori senza essere pagato ha solamente una bassa stima di sé, e questo vale per tutte ed in tutte le categoria professionali. E se qualcuno dice ancora “c’è la crisi” … basta, trovatevi un’altra scusa, siete fuori tempo massimo.

  68. nicols scrive:

    Concordo in pieno con Pinni. Il problema del lavorare gratis è sconcertante ma non è il fulcro dei video o della discussione. Qua si parla di 2 cose secondo me (le espongo in ordine inversa di importanza – dal meno importante al più importante):

    1) il fatto che ormai è cosa comunque non pagare. Non dire “lavori a gratis” ma dire “ti pago, sì sì” e poi non farlo, consapevoli del fatto che nessuno fa causa per 500 euro. è una consuetudine questa che colpisce molto chi ha la p.iva (come un idraulico), solo che l’idraulico vuole i soldi sull’unghia (giustamente!) mentre molti altri hanno pagamenti a 90 giorni che diventano 120, che poi diventano 240, che poi diventano “vabbé dai, si fa conto unico la prossima volta”.

    2) lo svilimento di determinate tipologie di lavoro. “Ecche vuoi che sia?” è la frase peggio che ci si può sentir dire. O anche “tanto quanto ci metti a fare un sito internet? 15 minuti? 20?”. Non c’è il minimo rispetto per la professionalità delle persone. Ci si sente in diritto di giudicare il lavoro degli altri ancor prima che questi inizino a farlo.”Dai, tanto lo fai nel tempo libero. Il sabato e la domenica.” E no, io il sabato e la domenica vorrei uscire, stare con la mia famiglia, andare a vedere un film al cinema, a un museo, a prendere la pizza…Altro esempio calzante: “Vabbè ma se ti compri una reflex che ci vuole a fare due foto belle?”. Eggià, che è come dire “se ti compri una ferrari che ti ci vuole a vincere un GP?”. Mi verrebbe spesso da rispondere “te ammalati. poi mi compro uno stetoscopio e divento medico”.

  69. andrea scrive:

    Le argomentazioni possono essere valide per alcune categorie di lavoro che l’autore dell’articolo prende in esame, ovvero lavori creativi per cui il rapporto domanda/offerta non è stato calcolato..e nel corso degli ultimi anni si è creato un pool talmente grande di professionisti da svalutare il lavoro di tutti.

    Il fatto che questo metodo del lavoro “senza budget” ormai riguardi qualsiasi categoria lavorativa è il motivo del successo di questi video…

    Infatti gli autori dei video hanno preso in esame una delle uniche categorie con le quali non è manco pensabile fare un discorso del genere: gli artigiani.

    Se è verissimo il fatto che in economia quando l’offerta supera di gran lunga la domanda il mercato diventa “del compratore” bisogna chiedersi come mai, in un periodo di completa carenza di personale sanitario, la ASL di Firenze abbia indetto un concorso per chirurghi e infermieri a titolo completamente gratuito (anzi a voler essere onesti in perdita..dato che la sottoscrizione di un’assicurazione ha costi elevati, e che pur non essendo retribuito esclude la possibilità di partecipare a qualsiasi altro concorso per lavori temporanei); porto questo esempio solo perchè è balzato agli onori della cronaca, ma è nel quotidiano di chi come me spera di lavorare in questo settore.

    Ritengo che ingegneri e altre figure professionali con un rapporto domanda/offerta ancora favorevole non possano dirsi più fortunati.

  70. Conan scrive:

    Visto il lavoro che svolge, un po’ più di attenzione alla grammatica non guasterebbe. Per quell'”un’altro” migliaia di cadaveri di oneste maestre che si rivoltano nelle tombe. E da solo grida vendetta.

  71. Federica scrive:

    Non è affatto vero che ci sia troppa offerta rispetto alla domanda: questo si potrebbe dire se ci fossero in giro disoccupati, invece ci sono tanti occupati che lavorano per niente. La questione molto più semplice, che precede qualsiasi discorso politico, è che in Italia i lavori cosiddetti creativi non li fa chi ha più bisogno di mangiare ma chi se lo può permettere, e a dirla tutta è sempre stato così. Li fa chi a casa preferisce portarsi il prestigio più che la pagnotta, perché alla pagnotta ci pensa mammà. Stai pur certo che se ho bisogno di un certo ‘budget’ per pagare affitto e spese e magari medicinali, col cavolo che lavoro a 3 euro l’ora. Chi accetta questo – e il problema di questa campagna è che #coglioneNO i creativi lo dovrebbero rivolgere a se stessi – lo fa perché non conosce il valore dei soldi. Perché è un viziato del cappero senza bisogno di un conto in banca proprio, ma di tanto prestigio da sfoggiare all’aperitivo al Pigneto con i presunti amici. Solo così si spiega la leggerezza con cui su siti tipo Elance.com i freelance italiani si offrono a 5 dollari l’ora, meno di quanto si offrano gli stessi freelance dal Bangladesh o dal Marocco. La questione si chiama Dignità, e la politica non c’entra niente, purtroppo. Perché in Italia la politica è la negazione della dignità umana, è il trionfo dell’opportunismo dunque la via non è politica. La via è umana, e sta nella coscienza di ognuno, che forse un giorno quando ciascuno si sarà guardato onestamente allo specchio riconoscendo che #CoglioneSI, lo sono stato, tutte le volte che ho accettato un lavoro a zero, chissà, allora potrà diventare coscienza collettiva.

  72. Fritz scrive:

    Questo articolo oltre a essere vecchio come Matusalemme, è falso, perchè riporta fatti falsi. Se quest’analisi fosse reale vorrebbe dire che: 1) il mercato editoriale è composto da sole eccellenze che riescono a essere pagate, cosa improbabile data la quantità di refusi, errori di traduzione ecc ecc di cui sono pieni i libri. 2) la “diversificazione” è importante, quando invece è una grande cazzata, chiunque ha lavorato in una casa editrice sa che devi saper fare tutto se vuoi renderti utile, impaginazione, editing, imbustare i libri per la stampa.
    Dei video non ho nulla da dire, non mi interessa se siano realistici o meno. Io so solo che conosco decine e decine di persone (conosciute all’università, non ai party della Fiera di Torino) che hanno lavorato gratis, o sono stati pagati per un periodo, e comunque alla fine sono passati a fare altri lavori perchè c’era un nuovo turnover di stagisti pronti da sostituirli.
    Mi interessa la soluzione, che l’autore dell’articolo cerca nei “twitter” del “popolo di internet”, nelle riviste fighette e nei blog, come se si potesse trovare la cura della clamidia su Yahoo Answers. La soluzione è semplice: pagate, smettete di promuovere corsi di poche ore per lavorare in editoria o per imparare a scrivere ( dovrebbe farlo l’università) illudendo gli sciocchi, e pubblicate meno libri se poi dovete lamentarvi del reso. Per me la soluzione inizia dall’istruzione primaria, ma questo è un altro discorso. Arrivedorci.

  73. Lucio scrive:

    Questo articolo non coglie la questione fondamentale del problema: il fatto che l’Italia sia diventato un paese con un mercato selvaggio, grazie a delle politiche precise in tal senso…In venti anni sono state eliminate tutte le principali conquiste sociali del passato. Mi fa rabbrividire un’analisi che si basa così freddamente sulla logica domanda/offerta, una logica che dà per scontato che il mercato non possa essere regolamentato. Se qualcuno parla di contratto collettivo la gente si scandalizza…in realtà lo sviluppo degli stage gratuiti, unita all’ignoranza e all’egoismo dell’italiano medio, ha portato a una situazione grottesca.

  74. simona scrive:

    certo, lavorare gratis, se è per autopromozione, serve!
    di solito ogni altra attività paga, o meglio DOVREBBE PAGARE, qualcuno perchè si occupi della promozione aziendale. nel caso di un collettivo di filmmakers mi sembra piuttosto ovvio che scelgano di promuoversi attraverso cortometraggi, scritti e girati da loro, a titolo gratuito (qualcuno dovrebbe pagarli perchè facciano pubblicità a loro stessi, scusa?) e piuttosto intelligente che scelgano come tema un messaggio che sentono proprio e che vogliono diffondere, e che insieme rappresenti un problema largamente condiviso dalla categoria, così da garantire alla campagna e quindi al proprio studio, una grande visibilità, che è suppongo l’obiettivo principe della promozione.

  75. Gianluca scrive:

    La colpa è di chi accetta di lavorare gratis. Accettandolo, lo si legittima, e non se ne esce più. Perché gli idraulici no, e i creativi si? Perché l’idraulico non muove un bullone senza la consapevolezza che il cliente non fiaterà sul prezzo. Se i creativi non hanno coscienza del lavoro, del mercato, non conoscono la propria classe, in poche parole non sanno cosa significa “lavorare”, sono anche un po’ affari loro.

  76. Fritz scrive:

    Federica scusa, ma dove vivi? Ma come non ci sono disoccupati?
    Leggo pure “la colpa è dei creativi” (e basta con questa brutta parola, forza…), “lo studio e la casa al Pigneto” che non sono altro che chiacchiere da aperitivo alla presentazione dell’ultimo numero di Watt, dove lo “scrittore” legge il suo racconto e le persone ai tavoli spettegolano per i cazzi propri.

  77. Federica scrive:

    Concordo con i commenti di Pinni e nicols.
    Il punto centrale dei video non è lavorare gratis sapendolo a priori, ma aver concordato un certo compenso e poi non venire pagati.

    Se uno accetta di lavorare gratis a fronte di una promessa di visibilità o di lavori futuri non può lamentarsi di non essere stato pogato perchè “il patto” era chiaro da prima che il lavoro iniziasse e lui/lei lo ha consapevolmente accettato. Se poi le promesse di visibilità e/o lavori futuri non vengono mantenute è un altro discorso (e insegnerà al nostro freelancer a farsi pagare sempre, indipendentemente dalle promesse).

    Molto diversa è la situazione in cui si concorda un compenso (magari si fa anche firmare un preventivo e/o un contratto per il lavoro che è sempre buona norma) e poi a metà progetto “cambiano le condizioni” (i.e. ti dicono che non ci sono soldi) o peggio alla fine del lavoro, dopo aver presentato la fattura il cliente sparisce e non paga.

    A me è capitato.
    Attualmente, se “cambiano le condizioni” a progetto in corso cambio anche io i dettagli del mio preventivo (non avete i soldi per arrivare fino a X? Benissimo allora arriviamo solo fino a Y e per il resto vedremo quando avrete un budget sufficiente); se invece il cliente non paga a progetto finito è più complicato, ma con un buon avvocato, anche solo citato come minaccia, io sono sempre riuscita ad avere i miei soldi.

    C’è anche un altro aspetto di questa faccenda: non è per niente facile nè piacevole fare “recupero crediti” dopo che hai lavorato mettendo te stessa in tutto il progetto e cercando di soddisfare anche i capricci del cliente, è una parte molto scomoda che personalmente mi viene abbastanza male (non è il mio lavoro!), ma se devo lo faccio.

  78. Federica scrive:

    Correggimi se sbaglio: lavorare, gratis, e non lavorare non sono la stessa cosa. Giusto? E allora ripeto: non stiamo parlando di un alto tasso di disoccupati, ma di un alto tasso di gente che lavora, gratis. Di gente disposta a prestare la sua manodopera intellettuale, in cambio di niente. I disoccupati sono più dignitosi: almeno ti dicono “se non mi paghi, non lavoro per te”. Mi spiego, di nuovo? Quanto ai creativi: hai letto male, li ho chiamati “cosiddetti creativi”, infatti anche per me questa parola è orrenda, ma sempre meglio di “lavoratori della conoscenza”, mai sentita un’espressione più arrogante e orripilante di quella. Come se gli altri fossero lavoratori del vuoto pneumatico? Ce ne vuole di spocchia per dire certe cose. Al Pigneto purtroppo ci vivo, e so benissimo cosa sia la vanità del presunto uomo/donna di presunto successo perché me la ritrovo da tutte le parti, e t’assicuro che è pesante come un’alitata d’aglio. Watt invece, ahimè, ignorante, non so proprio cosa sia.

  79. Max T. scrive:

    Articolo in larghissima parte condivisibile. Ho da poco passato i 30 e dubito che i miei coetanei “creativi” (per intenderci, io lavoro nell’editoria quindi non sto sicuramente disprezzando chi fa tali tipi di lavori) si siano posti molti degli interrogativi sollevati, o che vadano a caccia dell’eccellenza o della specializzazione.
    Per contro noto che sono davvero pochi coloro che svolgono la propria attività al di sotto del livello delle nuvole. Conosco alcuni social media manager, ad esempio (e con questo per carità, il mondo sarà senz’altro pieno di social media manager che non appartengono a questa categoria), che lavoravano alle dipendenze per prendere 1.000 euro al mese e si sono messi in proprio per prenderne 2.000 lordi, cioè 1.000 netti senza tredicesima né ferie pagate. Eppure sono felicissimi perché possono cazzeggiare su Facebook e Twitter (e non solo per lavoro) tutto il giorno senza che nessuno li rimproveri.
    Ci sarebbe da riflettere su questo.

  80. anice scrive:

    E quindi, niccolò contessa, questi giovani creativi, cosa dovrebbero fare negli inoltrati anni zero? smettere di essere creativi? tornare a fare gli agricoltori? (per quanto un ritorno alla campagna e all’ autosussitenza sia un fenomeno ampiamente diffuso nello stivale in piena e non superata crisi economica-politica-civile). lei dice che le strade sono due: essere eccellenti o specializzarsi. ma come si misura l’eccellenza in un mercato del compratore? chi eccelle davvero? niccolo contessa, il suo articolo è molto interessante, abbastanza ben scritto, ma una soluzione non la propone, si limita a guardare con occhio critico la campagna di Zero e la situazione dell’offerta che trabocca rispetto alla domanda. pensi a lei, che magari vuole scrivere nella vita, e magari ambisce anche a specializzarsi in un certo tipo di articoli, pensi che non la pagheranno mai quanto lei si aspetta perché per questo progetto non c’è budget. ma pensi anche che usando l’hashtag coglioneNo, ha appena avuto quell’occasione di avere un certo tipo di visibilità per un certo tipo di utenza, che altrimenti non avrebbe mai avuto.

  81. Marco scrive:

    Letto, interessante, per diversi aspetti. Sopratutto se pensiamo al fatalismo degli eventi, e alla percezione collettiva che tutto sarà sempre peggio (o meglio) cosa sulla quale sono in completo disaccordo. Leggo e rilevo anche una sorta di arrendevolezza ai tempi. Mi trovo d’accordo al contrario di ciò che leggo con Pinni “…la gratuità imposta a posteriori e al di là di qualunque trattativa. Nella narrativa del video non parliamo di professionisti che accettano di lavorare gratuitamente, ma di lavori commissionati che poi ci si rifiuta di pagare. Son due cose differenti.” e inoltre aggiungerei che il mercato di per se guarda comunque ad una qualità, e ad una selezione quasi darwiniana, dove un cliente se non è piccolo e ha piccole esigenze di comunicazione, naturalmente si riferisce a chi ha talento o a chi lo dimostra. Riguardo invece alla piattaforme dell’IO, non posso che concordare con l’assioma che “un’enorme opportunità è invece un grande limite” che non fa che nobilitare pochi (ai quali in molti si mettono in coda come piccoli pesce pilota sperando che lo squalo perda cibo dai denti). Il vero problema sta nel declinato del percepito vita di successo, senza sacrifici, fatica, praticantato, bottega e sangue… voler avere un’indipendenza professionale senza essersela guadagnata.

    Poi di sicuro una cosa è vera, cominciare da zero oggi è difficile, ma tutti abbiamo lavorato a meno per anni, tentando di costruirci uno stile e una professione. Senza però mai arrivare a quei traguardi che solo la fatica e l’esperienza ti garantiscono. Essere un grande professionista in Italia a 20 anni è più difficile che provare a camminare sull’acqua. Essere un libero professionista a 40 e guadagnarci abbastanza per essere sereno è quasi come moltiplicare il pane e i pesci.

    La cosa più critica che vedo invece sta nella presunta professionalità da un lato, che spesso cela incompletezza e mancanza di esperienza, e l’enorme difficoltà nel farsi riconoscere. E forse le cose sulle quali bisogna lavorare, in questo ti do estrema ragione, cono il percepito del senso dell’arte, della professionalità, la disintegrazione delle dinamiche lavorative bastar sull’amicizia e la mancanza di meritocrazia. Piccole cose che si dipanano come una macchia d’olio sul comportamento di ogni giorno e non solo nell’ambir lavorativo. Lì ci vorrebbe una vera azione politica di rinnovo sociale, delle persone al comando e morale (implico buon responsabilità al fatalismo cattolico).

    La nostra dignità di professionisti sta nel costruire chi siamo, dedicarci le speranze, viaggiando e migliorando il nostro stile, mettendoci continuamente in discussione per essere competitivi non in ira(g)lia ma con il resto del mondo dove la comunicazione è una professione, e non al sanno fare tutti e nessuno.

  82. Non sono un creativo.
    Però mi fa strano che su un sito come Minimaetomoralia che ha sempre cercato di mantenere un atteggiamento critico rispetto alla cultura dominante, si usi un ragionamento del tipo “sono le leggi di mercato a ti puoi attaccare al tram”.

    Allora anche Marchionne è le leggi di mercato e si può attaccare al tram. In culo agli operai, in culo alle auto fatte in Italia, in culo alla ripresa economica. Ecco, forse non è il caso di metterla sul piano individuale (leggi del mercato vs. voglio guadagnare) ma sul piano sistemico. Il mercato del design e affini può funzionare come quello delle mail? (en passant, siamo sicuri che le mail oggi siano gratis perchè ci sono tanto fornitori? a me pare che ci siano alcuni grandi oligopolisti che avendo enormi fette di mercato guadagnano su altri fronti, pubblicità, social network etc) Il mercato del design e affini, e chi lo usa, si può permettere lavori fatti col culo perchè tanto li affidi a miocugino che gioca con Photoshop? O forse uno dei tanti motivi per cui stiamo smantellando il sistema produttivo in questo paese e che non si investe in design e affini come non si investe più in un cazzo di nulla?

  83. Tutto bello, tutto giusto.
    Salvo il fatto che ci sono milioni di persone che chiamano l’idraulico, il falegname, l’elettricista e poi non lo pagano.
    Però pensare di essere diversi dagli altri fa chic con noi stessi.

  84. Alberto scrive:

    Ciao a tutti,

    leggendo un po’ i commenti mi è sembrato che l’utenza non abbia gradito l’articolo e/o i video. E mi permetto di postare il mio pensiero poiché diverso. Non sono specificatamente un “creativo”, bensì un ingegnere, ma anche nel nostro settore le aziende iniziano a proporre dei salari che non ti permettono di pagare l’affitto. E francamente sono dovuto tornare a casa dai miei, rinunciando a lavori pagati troppo poco per questo motivo. La situazione non mi piace affatto inutile dirlo, ma forse neppure troppo, visto che oggi va di moda etichettare come choosy. Sicuramente la situazione del mercato italiano è generata non da un singolo fattore, come spesso accade nel mondo degli adulti, ma da una serie di fattori che per primi colpiscono i titolari d’azienda con tasse troppo elevate. Costi che si ripercuotono sui salari che questi sono disposti a pagare ai loro dipendenti, a noi. Ma mi sembra che l’approccio ragioneristico dell’articolo sia assolutamente corretto. Per mandare avanti una famiglia, un’azienda o uno Stato non ci si può far distrarre da mere considerazioni da esteta, ma bisogna fare i conti. E gli italiani, secondo me, sono molto carenti sulle capacità di calcolo. Non riescono infatti a darsi una mossa, ma non tanto sul lavoro, bensì sulla società, sulla politica. Non ci si rende conto che quello che stiamo passando adesso dipende per la massima parte dal fatto che abbiamo avuto una classe politica che non ha saputo promuovere progetti industriali. Siamo stati “al palo” a fare la guerra tra ideali politici obsoleti, quali la “destra” e la “sinistra”, rimpallando la responsabilità delle nuove tasse, perdendo così del tempo. E nascondendo il fatto che mentre si distoglieva l’attenzione del pubblico abbiamo avuto eminenti politici di immense capacità quali, a titolo d’esempio, Craxi (fuggito all’estero con i nostri soldi), Andreotti (condannato in via definitiva per mafia), eccetera. Siamo molto bravi a farci distrarre. Se parte un “flame” su: “colpa di destra o sinistra” subito diciamo la nostra, prendendo le parti dell’una o dell’altra parte politica, dimenticandoci che è quello che vogliono loro. Così mentre siamo impegnati a dare la colpa agli “altri”, loro continuano ad intascarsi i nostri soldi senza aver promosso progetti, fornito servizi, tagliato gli sprechi. E oramai di soldi non ce ne sono più. Tutto questo ovviamente si riflette sulle aziende che pagano tante tasse per non avere servizi. E se sei un imprenditore che deve mettere in piedi un’azienda lo fai in un paese dove paghi tanto per non avere servizi o dove paghi, magari la stessa cifra, ma per dei servizi efficienti? Badate bene: spesso si sente dire che la P.A. è inefficiente e si pensa all’impiegato della posta che è lento ad evadere la nostra pratica, ma in realtà la nostra P.A. è inefficiente per i soliti problemi. Il mio dirigente ha uno stipendio di centinaia di migliaia di euro al mese, mentre i sottoposti non arrivavano a fine mese, ma tutti gli stipendi vengono sommati poiché tutti afferiscono alla P.A. Peccato che mentre uno fa riunioni in cui si parla della fuffa gli altri si smazzino il lavoro, mentre il primo è stato messo lì per motivi politici gli altri abbiano delle competenze e abbiano dovuto superare dei concorsi pubblici. Poi sicuramente ci sarà anche quello che non lavora, ma almeno prende 1000 €/mese, non 100.000 parlando di niente. Tutto questo ha un costo che si fa sentire sulle tasse, tasse che vengono pagate da chi ci offre lavoro. I quali ovviamente cercano di sopravvivere rifacendosi su di noi. Fatta questa doverosa premessa: è giusto lavorare gratis? No! Punto. Nessuno lavora gratis. Perché dobbiamo farlo noi? Accettando di lavorare gratis, accettiamo e modifichiamo le condizioni salariali di tutti livellandole verso il basso. Su LinkedIn spesso ho proposte di lavoro che definisco “fuffa”. Esempio: “Siamo un’azienda giovane(perché è molto trendy dirlo), abbiamo un fatturato di giga-bilioni di €/anno(per non mostrarci dei pezzenti), abbiamo i top manager più fighi sul pianeta (perché come si dice nell’articolo: la normalità spaventa) e le offriamo un lavoro da 800 €/mese”. (Nota: a Bologna pagavo 600 €/mese per un bilocale, con fuori utenze e vitto). Non vi sembra ci sia qualcosa che non va? Siete tanto bravi, guadagnate tanto, e poi lesinate sui vostri dipendenti, offrendo degli stipendi che non permettono loro neppure di prendere in affitto casa? Morale: occhio alla fuffa! Sia politica, sia lavorativa. E visto che tutti si fanno pagare, perché non dovremmo farlo anche noi? Non ce la fai a pagarmi lo stipendio? Fallisci! Non è colpa mia se hai investito i tuoi soldi in un meraviglioso ufficio nello U.K. perché fa figo, o nell’Audi di rappresentanza e ora non hai i soldi per pagare il mio lavoro. Inizio ad aver paura che a forza di basare molta dell’attenzione mediatica sulla fuffa, status symbol e cagate in generale, poi si finisca per entrare in mondo parallelo distorto in cui la fuffa è importante, mentre chi ti permette di guadagnare concretamente diventa scontato. Repetita iuvant: occhio alla fuffa!

  85. CLB scrive:

    Sono perplesso.
    L’articolo parte dall’assunto che sia “consolatorio” (oltre che “falso”) il messaggio dei video di coglioneno.
    A me pare invece che “consolatorio” sia – in fondo – proprio il messaggio di questo articolo: non è colpa nostra, è il sistema che ce lo impone, sono le leggi di mercato. Rifiutarsi di lavorare gratis? Difficile, inutile, lasciate perdere. Cavolo, c’era il rischio che ci venisse l’idea di fare un gesto concreto (da fare TUTTI e COLLETTIVAMENTE: se non è politico questo!!!): corriamo a disinnescarlo, per carità. Tutti assolti e così sia. Boh.

  86. FunkyMarc scrive:

    La campagna ha un difetto: liquida una questione con troppa facilità. Il punto è l’attribuzione di responsabilità ai soli clienti: loro ci provano, indegnamente. Ma più che disprezzarne lo stile non possiamo fare.

    Chi, invece, ha responsabilità “sociali”? Secondo me le inutili associazioni di categoria come l’Art Director Club, che dovrebbe dare spazi di visibilità ai giovani professionisti piuttosto che agli stucchevoli annual, contenenti campagne mai uscite per pettinare le multinazionali in un gioco eterno di marchette. Allora sì che i creativi potrebbero rispondere “non ho bisogno della tua visibilità, cliente, ma di una firma sul preventivo”.

    Se avesse il coraggio di prendersela con chi dovrebbe farsi carico della qualità del lavoro creativo, #CoglioneNo sarebbe una campagna sociale. Così è solo una lamentatio.

  87. giorgia scrive:

    due cose e mi scuso se qualcuno avesse gia’ esposto gli stessi concetti. prima di tutto, evitare il piu’ possibile le generalizzazioni e le banalizzazioni. anche il coworking al pigneto e’ una banalizzazione, e’ calcare lo stereotipo del creativo hipster. per cento richardson-wannabe ci stanno altrettanti professionisti che affrontano difficolta’ reali nel vedere riconosciuto non solo il valore del proprio lavoro ma il lavoro in quanto tale. evitiamole perche’ non fanno altro che alimentare (e questo e’ il secondo punto) la visione distorta di quello che prima di tutto e’ un lavoro e non uno status sociale o – come ho letto in un irritante articolo che non trovo – una “posizione alla quale aspirare”. un lavoro creativo e’, prima di tutto, un lavoro. certe volte mi viene da pensare che la stragrande maggioranza di chi parla di “lavori creativi” non abbia la minima idea di quale sia la quotidianita’ in questo tipo di lavori.

  88. Elena scrive:

    caro niccolò, ti stimo moltissimo e mi piace come hai argomentato il tuo punto di vista. sono d’accordo su certi punti, ma c’è un dettaglio che queste risposte ai video di coglioneNo trascurano sempre.

    il mondo del lavoro è TUTTO saturo. ci sono troppi laureati, troppi avvocati, troppi insegnanti ecc. siamo troppi e basta. in più c’è la crisi e tutto il resto, e in questo panorama è chiaramente difficile trovare lavoro, sia che tu sia un medico sia che tu sia un designer. quindi bisogna adattarsi, mettere da parte i sogni di gloria o almeno accantonarli e nel frattempo guadagnarsi da vivere facendo il commesso all’esselunga. ammesso che all’esselunga cerchino personale. il mercato qui ed ora, come dici tu, è così e possiamo passare giorni e notti a discuterne e decidere se sia giusto o meno, ma non serve a niente perché la situazione per ora non cambia.

    il dettaglio trascurato è che anche quando la domanda c’è, anche quando un datore di lavoro viene a cercarti, a cercare proprio te, la retribuzione comunque non c’è. ti offre uno stage, un progetto, un’opportunità di formazione imperdibile e tutte le altre stronzate simili, ma non uno stipendio. in sostanza ti dice che gli servi, che ha bisogno di te ma non ti paga. questo capita soprattutto nel settore creativo, e non perché (o almeno non solo perché) i creativi sono troppi, ma perché la mentalità italiana stenta ancora ad accettare che la creatività possa essere un lavoro. i creativi sono quelli che passano la vita a cazzeggiare e giocare, mica fanno lavori seri, quindi perché dovrebbero pure essere pagati? il discorso poi si può estendere anche ad altri settori, per esempio i ricercatori, insomma a tutti quei lavori che si fa ancora fatica a considerare lavori.

    riassumendo: io rinuncio ai miei sogni e faccio un lavoro meno creativo ma che mi dà da mangiare, però se tu mi cerchi su linkedin perché ti piace il mio cv, mi inviti a un colloquio, mi dici che vado benissimo per la posizione e poi mi offri un contratto a progetto a 700 € al mese a milano, allora chiaro che ti rispondo coglione NO.

  89. Fabrizio scrive:

    Vado un po’ off topic…
    Ho 40 anni e sono laureato. Con in miei ex colleghi di università naturalmente ci diciamo quanto guadagniamo e poi comunque, frequentandoci e parlando, sappiamo più o meno quanto prende uno o l’altro.
    La cosa devastante dal mio punto di vista è che lo stile di vita di quasi tutti è assolutamente svincolato dallo stipendio attuale (a 40 anni!!!) ma dipende ancora (come all’università) dalla condizione economica dei genitori, Per dire: basta che ti abbiano comprato la casa o che ti regalino la macchina (ma gli aiuti sono veramente tantissimi, per esempio con gli eventuali figli, seconda casa per le vacanza, ecc…) che in pratica cambiano la tua condizione sociale più di 600-700 euro in più o in meno di stipendio al mese.
    Che dire?
    PS Quello che è sottinteso in questo discorso – e me ne scuso e so che esistono eccezioni – è che in alcuni tipi di professione ciò è particolarmente vero: es. dottorandi e ricercatori (TUTTI quelli che ho conosciuto venivano da buone famiglie e il fatto che si lamentino dello stipendio basso non intacca assolutamente il loro stile di vita) e la maggior parte dei lavori scritti sopra (su questa categoria ho meno esperienza diretta però). E no, non è giusto lo stesso che non vengano pagati per il loro lavoro.

  90. Gio scrive:

    Concordo con praticamente tutto quello che è scritto. Personalmente però mi sembra manchi almeno un punto da considerare e da sviscerare più approfonditamente; cerco di descriverlo meglio, sperando di farmi capire il più possibile. Poi mi si potrà obiettare che non è vero, ma per adesso vorrei condividere questo pensiero: alla fine degli spot l’hipster coi baffi, l’Oronzo in canotta e il Rocco in vestaglia si rivolgono alla “classe operaia” (“scusami non ci siamo intesi”, “guarda in che posto ti faccio lavorare” etc.) in un ben determinato modo che lascia intendere c’era una sorta di accorto precedente all’esecuzione del lavoro, forse anche sottinteso o scontato, ma un accordo. Ovvio che l’accordo non poteva che essere di tipo economico visto la categoria del laovratore, e proprio su questa ambiguità giocano i 3 filmati. Ora il paragone che viene descritto nell’articolo sembra non tenere conto che se mi richiedi per un lavoro *e poi me lo fai fare*, allora forse me lo dovresti anche pagare secondo gli accordi (magari qui sbagliamo noi creativi ad esserlo –creativi n.d.a.– anche con i contratti). Fosse stato un bando di gara tra idraulici a chi ripara meglio avrebbe avuto più attinenza con il paragone, ma sarebbe stato assai improbabile nella realtà.

  91. camilla scrive:

    “in sostanza ti dice che gli servi, che ha bisogno di te ma non ti paga. questo capita soprattutto nel settore creativo”

    Questo è successo a me -e a moltissimi altri, moltissimi- da medico specialista in un policlinico universitario.
    E non è un esempio bislacco, una tantum. E’ la prassi.
    Serviamo ma non ci sono soldi.
    E allora? Stiamo comunque qui con forme contrattuali quelle si assolutamente bislacche e creative e facciamo assitenza, lezioni, esami. Quel che serve. Un sacco di rogne e responsabilità in cambio di un co.co.co di un assegno di ricerca, di una “promessa di”.

    In un paese di precariato cronico, dove non c’è spazio per i creativi mi permetto di sollevare il problema di un SSN e di un università che si reggono precariamente su contratti creativi.

    Voi sapete sollevare il problema molto meglio di noi, forse per vostra attitudine, ma il problema non è assolutamente isolato, laddove c’è gente che mette passione e risorse personali a esaurimento in quel che fa allora c’è un anello debole della catena, da sfruttare a esaurimento “mica vorrai anche i soldi?”

  92. Giacomo scrive:

    Lavorare gratis?
    http://uncinquantennequalunque.blogspot.it/2013/11/strage-degli-innocenti.html

    Per il resto l’associazione tra idraulici(elettricisti,antennisti,ecc)/creativi et similia è ben poco percorribile.
    Non lo diremmo mai ad un appartenente alla prima categoria per evidenti motivi che come minimo ci lascia il lavoro a metà e come massimo ci sfascia quanto già fatto. Le attività per cui spesso ci si sente negare il giusto compenso a metà strada od a cose fatte sono vittime di sé stesse e del modo di come ognuno dei professionisti considera molto individualisticamente soltanto sé stesso ben sapendo che rifiutando o protestando fuori avrebbe non una class-action ma la fila di persone che non vedono l’ora di prenderne il posto.

  93. asharedapilekur scrive:

    Minchia che palle

    Qualcuno (non ho idea di chi) ha fatto sti video carini, divertenti, che ora sono condivisi ovunque e da tutti – tranquilli, durerà 24 ore –

    Questi altri qui rosicano a bestia perché l’attenzione è su altri, e scrivono (male) inutili chiacchiere e pippe mentali tirando in ballo Marx

    SPARATEVE

    #ILSUCCESSOVOIMAI

  94. Ludovico Bessegato scrive:

    Caro Niccolò,
    applicando il tuo tatcheriano schema di mercato allora si dovrebbero liberalizzare gli stage e buttare via tutta la regolamentazione su salario minimo ecc.
    Stai sbagliando.
    Davvero.
    Non riesco a dirtelo in un commento ma ti risponderò sul Post.
    Ciao

  95. Ileanor scrive:

    Bo non condivido molto e non trovo molto produttivo ricamarci tante riflessioni sopra (meglio i video di rappettari tamarri o subrette nude?non penso). Hanno avuto un’idea geniale, punto! E sono stati più bravi di altri a comunicarlo. Io cerco lavoro proprio in quel settore lì (e nel frattempo mi arrangio con le ripetizioni) e ti posso assicurare che l’ambiente che ti circonda è costituito da molti babbei con tanto di moine come recita bene il ragazzo nel video dell’idraulico, e che sei richiesto sempre in veste di volontario, perché non c’è BUDGET appunto e che conta il NETWORKING. Non so che lavoro fai, ma se ne avessi avuto esperienza forse avresti condiviso e dato qualche suggerimento in più. L’unica cosa che posso dire a sfavore di #coglioneNO è che dovrebbe arrivare per tutti il punto di saturazione di rottura di palle di dipendere da istituzioni dove non potrai mai entrare, e pensare di creare giusto appunto qualcosa di tuo, sempre SE hai qualche spicciolo nelle tasche o SE sei bravo a vincere un bando o a prenderti un cazzo di fondo garanzia (il fondo perduto ciao!)… Un gatto che si morde la coda…hai qualche soluzione da suggerire?

  96. jessica scrive:

    Sinceramente mi trovo in totale disaccordo con l’articolo. punto uno: non è il fatto che serva o non serva lavorare gratis, ma è una questione di etica e scelta morale, il Lavoro in quanto tale Deve essere retribuito, altrimenti è sfruttamento. e su questo punto non credo si possa scendere a compromessi, nemmeno se è un modus vivendi degli ultimi tempi. e giustificarlo è veramente indegno.
    punto due: è molto facile criticare i giovani come disinteressati alla politica, appiattiti sui nuovi modelli di comunicazione, per poi dire che le cose vanno così perché è colpa nostra. io sinceramente la metà delle persone che conosco si interessano alla politica, sono impegnati, svegli e non sono dei mongoloidi solo perche usano i social. e sta campagna di demonizzazione dei giovani deve finire.
    punto tre: qual è la morale dell’articolo? che loro hanno fatto un lavoro gratis quindi bisogna lavorare gratis e non lamentarsi perchè se le cose non cambiano è colpa del nostro stile di vita? io trovo che questa campagna sia stata positiva perché finalmente denuncia quello che da Anni succede e che tutti fanno finta di non vedere. poi se si vuol vedere il marcio in tutto quello che si fa, allora questa è un’altra storia.

  97. daniele scrive:

    Il tuo ragionamento sull mercato fatto dalla domanda cade come un castello di carte con una semplice affermazione.
    Nei paesi evoluti non si sognano di non pagarti un lavoro. E’ la mentalità “italiota” che vuole arraffare senza pagare. Proporre offerte di lavoro gratuite (leggi tirocini) e nascondersi dietro la frase i soldi non ci sono.

    Il problema è l’Italia non il surplus di offerta

  98. Mario Robusti scrive:

    Ciao, mi è piaciuta molto la tua disamina del problema. Ma allo stesso tempo condivido e promuovo l’iniziativa di #coglioniNo. Per un semplice motivo. Vorrei educare chi è più giovane di me (ho 31 anni, 11 di lavoro alle spalle) a non commettere i miei stessi errori. Ho lavorato gratuitamente un anno, il primo della mia esperienza nel mondo editoriale e pubblicitario. Poi basta. Pagato poco, pagato male, ma sempre pagato. Pian piano sempre di più. Ma sempre pagato. E così vorrei che facessero tutti. E’ un ragionamento di destra il tuo, ma lo condivido. Il problema è che rischiamo di trovarci un mercato di offerta in cui possono permettersi di lavorare solo quelli che non hanno bisogno di portare a casa – almeno – 40 mila euro per il sostentamento della propria posizione. E ci troviamo tutti gli altri che, drammaticamente, non hanno modo di farsi esperienza nel mondo della lattoneria o dell’idraulica.

  99. mattiaKK scrive:

    La verità è che vince la qualità e la serietà, se sai fare il tuo mestiere bene e con professionalità vedi che verrai pagato bene.
    Devi saper vendere un servizio che altri non possono dare, altrimenti sei uno come tanti che ci provano e si riempiono la bocca di aria.

  100. martina scrive:

    Trovo letteralmente incredibile il numero di commentatori che fraintendono questo articolo, tanto che mi convinco che molti non l’abbiano neanche letto tutto: il punto di vista non è affatto thatcheriano o di destra. L’autore dice esattamente l’opposto: che finché i creativi continuano a ragionare nell’ottica puramente individualista e concorrenziale imposta dall’attuale forma liberista del mercato, finché non sapranno dare una forma collettiva al loro malcontento, e/o comunque inquadrarlo in una dimensione politica, difficilmente la situazione migliorerà.
    I traduttori o i redattori editoriali precari, per esempio, negli ultimi anni stanno cercando di dare una forma organizzata alle loro istanze; si muovono di più come categoria. Fra i “giovani creativi”, nel frattempo, sembra ci sia più voglia di emergere singolarmente che l’intento di modificare anche solo minimamente lo status quo.

  101. Fabrizia scrive:

    Sinceramente non capisco dove voglia andare a parare questo post. Anzi, forse preferisco non capirlo.

    Da economista dico che e’ vero che nel mercado del compratore i prezzi si contraggono e capisco anche che nei lavori creativi la domanda superi l’offerta di gran lunga. Non credo pero’ che l’autore sia corretto nel dire che nelle fattispecie riprodotte nei video il mercato per assorbire il lavoro del creativo non c’e’.

    Se chi ha il progetto che poi si rivela senza budget ha chiamato un creativo per farsi realizzare qualcosa, in quel momento ha creato il mercato sufficiente ad assorbire quel lavoro. il Devoto Oli definisce lavoro come: “Attività materiale o intellettuale per mezzo della quale si producono beni o servizi, regolamentata legislativamente ed esplicata in cambio di una retribuzione”, quindi se il project manager ha commissionato un lavoro al creativo, il lavoro va pagato. Altrimenti poteva crearsi il tutto da se senza chiamare un altro oppure chiamava un amico suo e quello si chiamava “favore”

    Sarebbe buona norma per i creativi ma anche per idraulici, antennisti, giardinieri e chiunque svolga un lavoro freelance, contrattare con il cliente prima dello svolgimento del lavoro il corrispettivo, in modo da evitare sorprese alla fine, ma chi chiede una prestazione e dopo l’erogazione non la paga e’ nel torto.

  102. luca rossi scrive:

    Condivido l’articolo. Io credo che se un creativo propone un lavoro di qualità e unico come quello di un idraulico, io credo che questo creativo venga pagato eccome. Questi video sono veramente consolatori. Sono funzionali al problema in un certo senso.

  103. No Peanuts! scrive:

    Niccolò Contessa. Coglione sì.

  104. Dario scrive:

    Giusto! Quando un settore è zeppo, è zeppo! Basta, si chiude, nessuna speculazione. Altrimenti sarebbe come se una casa editrice organizzasse corsi di editoria a pagamento, sfornando a profusione “specialisti” in un mercato saturo come quello editoriale. Che diamine! :-)

  105. Fabio scrive:

    salve, da soggetto abbondantemente sopra i 30 non ho pensato che l’intervento fosse un intervento di destra. Ho pensato invece che fosse un articolo che fotografa, con rassegnazione, un fallimento.
    Ma questo avviene solo perché si parte, secondo me, da un presupposto sbagliato, cioè dall’ipotesi che i tre video vogliano dire che ” lavorare gratis, in certi casi, serve.”. Io non credo fosse questo l’obiettivo degli autori, che, anzi, stigmatizzano non il lavoratore ma il mancato pagamento del committente. È assimilabile alla protesta avanzata da molti gruppi musicali non famosi, ai quali viene offerto di suonare gratis nei locali per ottenere visibilità. Come se io domani invitassi un aspirante chef a cucinare per i miei amici e lo facessi ammirare all’opera da tutto il condominio…
    Chi commissiona un lavoro, in determinati settori, è portato a prendere per la gola il lavoratore, attua un vero e proprio ricatto strisciante. Infatti, nei video manca un aspetto: è così o tu rischi di non lavorare più!

  106. stefano scrive:

    Credo che una posizione equilibrata sia a metà tra quello che dice il pezzo di Niccolò, che chiude in modo abbastanza interessante, e quello che dice Fabrizia.
    Di sicuro è una posizione meno supponente di questa:

    http://www.inps.it/bussola/VisualizzaDoc.aspx?sVirtualURL=%2FCircolari%2FCircolare%20numero%2014%20del%2030-01-2013.htm

    Ciò non toglie che il video abbia colpito per prima cosa perchè è ben congegnato, è ben girato, e accattivante, diciamo simpatico, quindi forte, merito anche del protagonista ma anche dell’idea del colletivo di registi, buttatandola li sullo youtube hanno sicuramente dimostrato il loro valore, e quindi dimostrato che un’idea ( e un team) forte può vincere al di la dell’asfissia del mercato.

  107. Alfonso scrive:

    Trovatemi un idraulico che ACCETTA di fare un lavoro NON PAGATO. Sarebbe un COGLIONE Sì. Sono sempre stato circondato da colleghi che hanno ACCETTATO di essere sottopagati. Chi accetta di essere sottopagato rovina il mercato, non ha nessuna coscienza sociale, né un’etica del mestiere… Che invece forse hanno gli idraulici, più intelligenti e sapienti negoziatori di tanti creativi che forse tanto intelligenti – almeno riguardo alla realtà che li circonda – non sono… Quindi datevi una svegliata e smettetela di lamentarvi che c’è il papà-padrone cattivo che non vi paga e vi impedisce di diventare quello che non riuscite ad essere…

  108. kollettivoferramenta scrive:

    I veri creativi sono gli autori di kollettivoferramenta! #coglioniSi…è questa la visibilità che cerchiamo alla faccia di Travaglio e di Instagram!

  109. Clara scrive:

    Questo post – come molte delle critiche che sto leggendo in queste ore sull’iniziativa #coglioneNO – ignora un piccolo dettaglio: se la domanda è inferiore all’offerta tutti questi “creativi” non pagati e sottopagati per chi lavorano?
    In Italia c’è una grande confusione sulle professioni creative e sull’impiego della creatività, lo testimonia il modo in cui la parola viene declinata nelle critiche alla campagna @coglioneNO in questi giorni.

  110. Alessandro scrive:

    http://coordinamentouniversitario.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1121%3Adopo-la-manifestazione-dei-professionisti-della-cultura-500-no-al-mibact-per-la-buona-occupazione-nei-beni-culturali&catid=1%3Ain-scorrimento&Itemid=50
    chi cerca di opporsi allo stato di cose in questo paese c’è, ma mi sa che voi siete troppo persi in youtube anche solo per accorgervene. Tutti a lamentarsi dell’immobilità politica ma quando si tratta di fare qualcosa,

  111. Ale scrive:

    Leggendo questo articolo ho capito:
    -Siamo troppi a fare arte, perché l’arte viene vista come una semplice scappatoia universitaria per chi non sa che fare. Atteggiamento del tutto comprensibile in un paese come questo.
    -Le persone che vogliono avere arte la sfruttano.
    -Chi riesce nell’arte non fa nulla per gli altri.

  112. Alessandro scrive:

    Se un lavoro viene richiesto, non importa a chi, deve essere pagato punto e basta e chi accetta di lavorare gratis in cambio di favori e visibilità è un coglioneSi perché rema contro se stesso e contro tutti gli altri lavoratori di quel settore.

    A suon di giochi a ribasso, di svalutazione del mercato e di mancanza di coesione nel settore si è distrutto il già traballante mercato dell’archeologia privata italiana tanto per fare un esempio che esula dal campo dei “creativi” e oggi ci sono archeologi disposti a lavorare per 3 euro l’ora o gratis che tanto fa curriculum.

    Questa mentalità del ribasso e della svalutazione, alimentata un pò da tutti gli appartenenti al settore “Beni Culturali” che tanto si sa, lavorano perché hanno passione, mica perché vogliono mangiare, ha portato solo poche settimane fa il Ministero a proporre uno “stage” per “500 giovani fortunati” a 3 euro l’ora. La cosa che mi ha scioccato non è stato il bando in se, si sa che in Italia con la cultura i nostri politici ci si sono sempre puliti il #*!@ ma che molte persone si siano indignate perché non avevano i requisiti per partecipare al bando, un bando che, per come la vedo io, dovrebbe andare deserto per lo sdegno che dovrebbe suscitare.

    Cambia il settore ma il concetto di fondo è lo stesso, se si richiede un lavoro vuol dire che serve e se serve vuol dire che servono le professionalità specifiche che vanno pagate di conseguenza, tutto il resto è fumo negli occhi.

  113. Giovanni Gafà scrive:

    Contessa parte dai video di #coglioneno per una lunga tirata (a tratti con toni paternalistici che forse la sua biografia autorizza) in parte condivisibile, ma del tutto gratuita rispetto all’occasione che la susciterebbe: in che senso i tre corti “concepiscono l’intervento collettivo unicamente come somma di interventi individuali”?
    Esercitano una critica e, forse, si fermano prima della proposta; da quando in qua la critica non è politica? Tanto lo è, che Contessa ha usato lo spunto per scrivere il suo articolo (politico) e che in rete e sui giornali si è avviato un piccolo dibattito. Non sarà certo responsabilità dei video, se questo dibattito ha accenti individualisti e di destra piuttosto che collettivisti e di sinistra, se ha dato più la stura a chi non vedeva l’ora di alzare un coro lamentoso che a chi si domandava: la situazione è questa, cosa possiamo fare?
    #coglioneno del resto, forse non è solo una spiegazione alle persone meschine che hanno un progetto senza budget e lo chiariscono solo a metà del lavoro, ma anche un’esortazione a idraulici, antennisti e giardinieri a smetterla di essere coglioni e accettare di lavorare gratis per persone meschine. E come si fa, nel mercato del compratore? Non è la prima volta nella storia che c’è più manodopera che domanda di manodopera e la paga si abbassa. Arrivati al punto di rottura (se tutto va bene) inizia la lotta sindacale.

  114. Gatto di Schrodinger scrive:

    Video per creativi e per il popolo della rete commissionati da creativi che ricoprono anche il ruolo di popolo della rete che viene realizzato da creativi che sono anche il popolo della rete che viene condiviso da creativi e dal popolo della rete che viene distrutto innalzato discusso e commentato dai creativi e dal popolo della rete.
    Un cortocircuito in pratica.

    Ma chi da il lavoro questo post l’ha visto?
    Perchè a me risulta condiviso e soprattutto laikato solo da chi produce e non da chi commissiona.
    Boh.

  115. danton scrive:

    soprattutto si dimentica che si lavora per vivere. io da bambina sognavo di fare la giornalista, non ho potuto permettermi gavetta concorsi etc avevo bisogno di mantenermi, la giornalista la faccio per hobby. e non la considero una frustrazione delle mie aspirazioni. non conta il lavoro che fai ma come lo fai, quanto ci metti id tuo, qualunque lavoro. e non sono parole.

  116. Nathan scrive:

    Ho trovato questo tuo intervento talmente insensato che mi hai ispirato un post. Se ti interessa è qui. Buone future poverate.
    http://idoloridellagiovanelibraia.blogspot.it/2014/01/la-sindrome-del-titanic-e-la-campagna.html

  117. “Ti permetteresti mai di chiedere l’intervento di una di queste figure professionali e poi, a metà lavoro, o a lavoro terminato, buttare lì che non ci sono i soldi per pagarlo? No, ovvio. ”
    Invece non è vero. Parlate con un falegname, un fabbro, un muratore e poi vedrete che lo scenario è simile. La differenza la fa chi è il commitente. L’idraulico ripara il lavandino dell’operaio, dell’impiegato e dell’imprenditore. I primi due (spesso) non se lo sognano neanche di non pagare, di contestare il lavoro ad arte, di rimandare sine die. Il terzo che spesso lo fa per la propria azienda (piccola), lo fa anche con l’idraulico.
    Questo per l’idraulico è un problema tollerabile, perché rappresenta una frazione dei crediti da riscuotere. Essendo al 90% in nero, poco male.

    Non vale lo stesso per il “creativo” che ha come committente difficilmente l’operaio e l’impiegato. Deve rassegnarsi all’idea che la sua è un’azienda e come tale va gestita. Finché non mi firmi l’ordine non mi muovo, contratto, penali…Se a te committente non sta bene, amen. Certi clienti è meglio perderli che trovarli e se alla fine il business non sta in piedi, non è detto che si debba fare per forza un certo tipo di lavoro e/o per forza in Italia. Londra sta a 30€ di aereo.

  118. Fabio Masetti scrive:

    Conosco gli autori della campagna per averci lavorato insieme e l’articolo mi sembra incorra in alcuni problemi logici , di spostamento della questione diciamo.
    E’ ben strano affrontare il problema del lavoro creativo in termini di domanda e offerta per issarne il prezzo come se si trattasse di prodotti industriali. Il prodotto del lavoro creativo ed intellettuale presuppone un rapporto di agenzia che ne determina la discrezionalità del valore. La campagna non argomenta quanto dovrebbe essere pagato il lavoro ma la tendenza a non essere pagato per nulla. Che è un’altra cosa. Il valore di un prodotto creativo precipita a zero però non tanto dal lato dell’offerta che è satura, (per me è un falso) ma dal lato della domanda. Chi comminssiona un video non ha la più pallida idea del valore che ha ne dell’impatto che può avere sul proprio business’. In altri termini non si può calcolare il famigerato ROI, ritorno degli investimenti e per questo no si investe in comunicazione. Ci si prova lo stesso accettando anche prodotti scadenti ma a costo zero. E’ per questo che la campagna è rivolta a chi compone il lato dell’offerta. non buttate via il vostro talento.
    Si evidenzia inoltre il paradosso della visibilità. Fammi un video, non ti pago ma ti garantisco visibilità. In realtà si può ribaltare la logica. La tua visibilità e quella del tuo prodotto aumenta proprio perchè io faccio un video di qualità.
    Non regge nemmeno l’osservazione relativa all’ironia con cui i ragazzi denunciano la gratuità del lavoro svolto per la campagna cadendo vittime di loro stessi.
    In qeusto caso il lavoro se lo sono commissionati da soli e la visibilità se la sono conquistata da soli in pien alibertà. La cosa dimostra se ce ne fosse bisogno la mistificazione della ipotetica contropartita che i committenti ignoranti e sfruttatori cercano di carpire. Loro l’hanno offerta a loro stessi questa volta e non ad altri.

  119. Duke scrive:

    facendo parte del popolo dei “creativi” in qualità di illustratore, grafico e animatore freelance, ed essendomi estremamente divertito con i video di Zero, mi sento in dovere di precisare due cose all’autore dell’articolo:
    – il video è stato realizzato gratuitamente, si, ma mi sembra di capire che nessuno sia stato ingaggiato per questo. I ragazzi di Zero hanno realizzato un prodotto per promuoversi, lo hanno fatto internamente, chi doveva essere retribuito?
    – accusare di mancanza di interesse politico mi sembra quantomeno esagerato: il video non è una pubblicità progresso. E’ un video fatto da creativi, che parla di una condizione dei creativi e principalmente indirizzato ai creativi. Oltre che un intelligente strumento pubblicitario. Sono skit da 2 minuti che hanno il solo compito di sottolineare una situazione.
    I discorsi politici sono per chi sceglie di analizzare il fenomeno e visto che se ne sta parlando direi che i video di Zero hanno adempiuto al loro compito.
    Perché per quanto li abbia trovati divertenti l’unica cosa cui speravo è che questi video fossero visti non tanto da altri sfigati come me, che come me dicono queste cose da sempre, quanto dagli ALTRI: dai datori di lavoro, dai gestori dei locali, dai dentisti, dai panettieri, dai politici, dai giornalisti, dai blogger…

  120. Auro scrive:

    Se tutto questo non lo percepisci como lo scatenarsi di un dibattito collettivo mi sa che devi proprio cambiare mestiere. Nella speranza che ste 4 righe te le paghino, buona fortuna.

  121. Gabriele scrive:

    Ciao a tutti,

    discussione davvero interessante che merita riflessione, anche perché ho poco più di 30 e faccio un lavoro che oggi si chiama creativo. Sono molto d’accordo col discorso di Nicola e non mi sembra assolutamente ne’ di destra, ne’ tanto meno contro la classe dei creatici in genere.
    Il discorso dell’eccellenza è sacrosanto, come è vero che all’inizio tutti noi abbiamo fatto prezzi più bassi per avere visibilit. Naturalmente la campagna gioca proprio su questo e amplifica il disagio che esiste, ma che è anche da imputare a noi stessi, ad esempio amo fare qualunque cosa col pc, ma non per questo mi sogno di fare il grafico, non lo saprei mai fare! Invece troppi di noi, molto spesso giocano a fare cosine così, non ci rendiamo conto di questo perchè siamo individualisti spesso spiocchiosi, per capire che se ci sono molte persone più brave di noi, evidentemente sarà anche il caso di diversificare e ampliare le nostre prospettive lavorative.

    Altro spunto davvero interessante è la critica ai nuovi modelli, calciatore e velina, contro immagine stereotipata su istagram e tumblr! E’ tutto vero.

    Bisogna meditare su questo post, grazie mi hai dato tanti spunti di riflessione! Bravo!

  122. Fritz scrive:

    Martina, secondo me sei tu quella che non ha capito. Il punto di vista è chiaramente conservatore, del tipo: noi siamo arrivati prima perchè eccellenti, se non ci sei fottiti. Per non parlare delle banalità sugli hipster, che sa tanto di critica alla democrazia cristiana sui capelloni yeyè.
    Le categorie che dici tu non esistono, non c’è nessuna corporazione che salvaguardi i diritti di traduttori o redattori. Fare un blog non ha cambiato questa situazione di merda, con tutto il rispetto per la rerepre, che fa un ottimo lavoro.

  123. Serena scrive:

    Mi sa che non hai capito proprio un bel niente!

    1. “(…) l’analogia creativi/idraulici, forse, regge solo fino a un certo punto”

    Chi ti ha detto che era un’analogia? Il video è costruito su una precisa figura retorica che si chiama ironia.
    IRONIA = consiste nell’affermare il contrario di ciò che si pensa e si vuole far intendere, con un’intenzione scherzosa o polemica.

    2. “Il concetto di tutti e tre i video è semplice (…): ti permetteresti mai di chiedere l’intervento di una di queste figure professionali e poi, a metà lavoro, o a lavoro terminato, buttare lì che non ci sono i soldi per pagarlo? No, ovvio. Eppure ai freelance (…) questo capita di continuo. Quindi, ovviamente: è un’ingiustizia, non si può andare avanti così, creativi sì ma coglioni no, tutti i giovani freelance dovrebbero iniziare a chiedere soldi da subito. Fine del problema.

    Bravo hai capito il messaggio.
    Peccato, però, che tu non abbia capito qual è il target reale della campagna. Eppure la domanda iniziale si rivolge chiaramente a quel target!
    Non sono i creativi che hanno bisogno di essere “sensibilizzati” a farsi pagare, ma i datori di lavoro che devono essere sensibilizzati a considerare il lavoro creativo alla stregua di qualsiasi altra mansione!

    3. “Non credo che la categoria dei giovani creativi sia disposta a lavorare gratis perché antropologicamente più cretina di quella degli idraulici: trovo più probabile che siano le condizioni di mercato a essere diverse, e che effettivamente l’offerta di lavoro creativo non riesca a essere assorbita, se non in minima parte, dalla domanda”

    Chi ha detto che i giovani creativi sono dei creativi? I tre video, semmai, affermano che i datori di lavoro che non pagano sono degli stronzi!

    4. Gli autori della campagna #coglioneNO, intelligentemente, non mancano di rilevare quanto sia ironico che i video stessi siano stati realizzati a titolo gratuito: ora, io sono sinceramente convinto che la campagna sia stata ideata con le migliori intenzioni, ma viene anche spontaneo immaginare che, alla luce del successo che ha avuto, essa possa fruttare agli autori, in futuro, dei lavori retribuiti. Contraddicendo quindi il messaggio stesso della campagna: lavorare gratis, in certi casi, serve.)

    Se il collettivo che ha realizzato la campagna ne traesse vantaggio per lavori futuri, ciò non smentirebbe in alcun modo il contenuto della stessa! Non è in discussione, infatti, che ogni piccola esperienza nel mondo del lavoro faccia curriculum, ma che questa sia una buona ragione per non pagare un giovane professionista.

    5. “Nel lungo termine, di fronte a un mercato del lavoro creativo in cui la domanda è molto inferiore all’offerta, le strade che si aprono di fronte al giovane creativo sono due: una è quella dell’eccellenza, (…) e l’altra è quella della diversificazione (…). (…) mi sembra interessante notare il ruolo che ha avuto internet (e in particolare i social network) nell’indirizzare i progetti esistenziali e professionali di una certa parte della mia generazione, quella che ha, più o meno, tra i venti e i trent’anni.”

    Non so se mi dà più l’orticaria la teoria evoluzionista dell’ “uno su mille ce la fa” oppure il tentativo grottesco di improvvisare una teoria sociologica sugli effetti dei media!
    Chi te lo dice che sia stato Internet a provocare un crescente interesse per le professioni creative e non, ad esempio, l’inaugurazione a-programmatica di corsi di laurea rivolti ad un mercato ancora inesistente (per ragioni culturali e politiche prima che economiche)? E chi te lo dice che i vecchi e nuovi media, piuttosto che determinare un trend, non si siano limite ad assecondare tendenze già esistenti?

    6. Tra le caratteristiche della generazione di giovani creativi che si sono riconosciuti nei video di #coglioneNo, mi sembra che ci sia il totale disinteresse al discorso politico (…). In questo senso, un po’ di creatività in più, tutto sommato, non guasterebbe.”

    Mio caro, una campagna di sensibilizzazione utilizza un linguaggio emotivo per far presa sui desideri e le motivazioni dei destinatari. In questo senso, è ovvio che nei tre video non può e non deve esserci un’analisi razionale sulla realtà.
    Ciò giustifica il collettivo.
    Tu invece? Che giustificazioni hai, tu che quando parli di “condizioni di mercato” pensi solo ai due assi cartesiani sul tuo libro di economia? è da lì che attingi la tua creatività? è da lì che vorresti attingessimo la nostra?

    No grazie!

  124. Serena scrive:

    “Ecco cos’è quest’intervento: una poverata. Un viaggio in un mondo di cui un “borghese” non sa niente.”

    http://idoloridellagiovanelibraia.blogspot.it/2014/01/la-sindrome-del-titanic-e-la-campagna.html

  125. ste scrive:

    Il messaggio dei video della campagna è molto semplice: Un lavoro creativo commissionato e svolto secondo le richieste del richiedente, va pagato. Punto. Pagato come un qualsiasi altro lavoro (idraulico, antennista, giardiniere ecc ecc).
    Tutto il discorrere di Contessa mi sembra fuori contesto, anche perché parte da un presupposto (a volte lavorare gratis serve) che forse può essere vero ma non è quello che che la campagna dei video vuole comunicare.

  126. coglioneTu scrive:

    Tutto sto tempo c’hai impiegato pe scrive ste cazzate madornali. Sei proprio un coglione arrognate bollito

  127. GIULIO SOMAZZI scrive:

    BRILLANTE la similitudine: QUALSIASI ATTIVITA’ CREATIVA / GLI ACCOUNT EMAIL.

    Magari i cani. Magari.

  128. Mattew Zarlingo scrive:

    Questo post è masturbazione.

  129. SoloUnaTraccia scrive:

    Pezzo interessante, correttamente controverso.
    Punti indiscutibili: -“creativo” e “artista” non sono sinonimi.
    Secondo: posto e assodato che in i-Taglia i datori di lavoro sono tendenzialmente degli sfruttatori, chi lavora e non si fa pagare è un coglione e merita di essere trattato da coglione, a prescindere dalla professione. Finchè non viene interiorizzato come un assioma la tendenza resterà cinese.
    Terzo: dal discorso esulano i prestatori d’opera volontari, i beneffattori, i mecenati e i filantropi. Grazie di esistere e massima stima.
    Buon lavoro a tutti e buono stipendio a chi pensa che se non c’è stipendio il lavoro non esiste per definizione (escludendo i santi del punto 3).

  130. Misshyla scrive:

    Forse tutto il discorso si può applicare sui giovani, sui neolaureati. Ma qui il problema è che la stessa mentalità la si trova anche nei clienti delle agenzie di comunicazione, quelli che sbigottiscono ogni volta che si spiega loro un preventivo per una qualsiasi modifica richiesta.
    I problemi in Italia sono tanti, tra questi l’ignoranza dei clienti, la presenza di non professionisti (il mitologico nipote di…) che operano nel settore a prezzi pari allo zero e la presenza di contratti che permettono lo sfruttamento anche a tarda età e comprovata esperienza di professionisti del settore. Non per ultimo certo, il fatto che la maggior parte dei veri professionisti spesso si sente costretta ad accettare soluzioni di lavoro poco gratificanti perché “c’è la crisi”.
    Detto questo mi permetto di suggerire a Contessa di ripassare l’utilizzo delle parentesi in un testo.

  131. Arianna scrive:

    Caro Niccolò,
    trovo molto interessante il tuo articolo, e poi anche divertente, ben scritto.
    La categoria di creativi è in effetti troppo fluida nella pubblicità, ma non lo è anche nel reale?
    (ormai si è stagiaire anche per far da commesse in profumeria, si è freelance anche per fa’ i terroristi o i diplomatici, sono categorie fluide del lavoro somministrato a cui si può abbinare qualsiasi contenuto)
    Siamo sicuri che il non essere pagati corrisponda quasi soltanto a un tentativo di svolgere mansioni alla moda per le quali c’è poca domanda?
    Se per freelance si intende programmatori, webdesigner, copywriter, operatori, seo, etc… tra loro c’è anche gente che magari, dopo anni di studi umanistici o quant’altro, si è messo a “imparare i codici” al puro scopo di sopravvivere… E certo, si è iniziato a correre ma si è arrivati troppo tardi, anche stavolta (sic!), perchè ormai il mondo ormai è pieno di grafici”, ma che ci possiamo fare?
    Una cosa che il video in questione ben suscita, a mio parere, tramite l’analogia antennista-freelance o idraulico-freelance è la consapevolezza poco nota che forse sti mestieri, per chi li fa, so mestieri come tanti altri. Proprio come spostà l’antenna o sturare un cesso. Non per forza un desiderio di successo sfegatato. Ne un’ardente voglia di passà la vita su fb solo perché devi rispondere ad 800 inutili post al giorno per 500e al mese. Na noia, n’agonia, na puzza di merda, due diottrie in meno al giorno, un gran mal di testa. Forse “non ce so boni tutti”, forse te se incaponito per imparà sti mestieri e allora ti rode al pensiero che attorno a te tutti o quasi, dalle aziende che ci speculano all’amico de famiglia, pensano che vivendo ormai tu attaccato al computer, “ci metti un attimo” e che qualsiasi cifra tu prenda è già troppo, pure fossero cinque lire. E allora la faccia naturale è quella del giardiniere, che rimane lì imbronciato e senza parole, ma allo stesso tempo non può andarsene, perché o gratis o niente. E, come facciamo tutti, accetta (e di fatto, nemmeno questi attori nella parte dei coglioniNo riescono a dire “no” alla fine della scenetta, o almeno non ci pare a noi d’udirlo. Possiamo solo leggerlo bianco sul nero, come monito ipotetico).
    Se si escludono i supersavi programmatori in Java, a quali mestieri con poca offerta corrisponde ormai il miraggio d’un normale salario minimo non ci è più molto chiaro. Scorro ogni giorno, per necessità, almeno una trent’ina di annunci di lavoro (alcuni vecchi d’un anno, perché come si sa il mercato italiano è molto aggiornato, per cui a cosa sarebbe valsa quella corsa verso il mestiere meno ambito e più fattibile?). Una parte di essi propone lavori volontari e gratuiti. Ma sono lavori d’ogni tipo, da traduzioni a fotografie, da montaggi video a ricerche di mercato. Le mentalità e le opinioni non si diffondono sempre come la peste, condite da un sempiterno “è la crisi, Signora (o Signorina) mia, si deve adattare”?
    E allora ben venga un video, pubblicitario certo, che invece d’un prodotto venda, con bravi attori e idee semplici e chiare, l’intenzione di non dover sempre lavorare gratis.
    Un ultimo punto. Siamo sicuri che basti eccellere per ottenere un salario? Tanto per dire, tu come scrittore, vieni pagato? Perchè ormai più che eccellenze, ci sono luoghi di eccellenza, avvolti da un’incredibile aura di mistero, che misteriosamente ti offriranno del danaro, e ci sono luoghi (e certo anche passioni) di eccellenza per i quali scriveremo sempre gratis perché “per questo mestiere non ci sono soldi”, mentre nella porta accanto accade è tutto un bottino. (di guerra, senz’altro).
    L’Italia è piena di persone che svolgono lo stesso mestiere, ma dove l’uno è pagato, l’altro no, e non è detto che al salario corrisponda l’eccellenza, o al luogo la qualità.
    Sarebbe giusto poi, se davvero fosse così, che a portare a casa la pagnotta fosse solo il primo della classe?

    ps: Ti prego vivamente di avvertirmi qualora tu scorgessi richieste di fotografi per Volantini.
    Supermercati e Grandi Firme non m’han risposto mai, ma la mansione non mi dispiacerebbe affatto… potrei finalmente mettere a frutto la decennale esperienza pregressa nel campo del volantinaggio (il vero mestiere dedicato al Compratore, su questo non ci piove!).

    saluti.
    Arianna

  132. johnny scrive:

    Contessa,
    1) di economia non capisci ‘na mazza
    2) hai scritto un pippone senza senso
    3) sei il prodotto di tutto quello che affermi nel pippone. Verità supposte radical hipster.

    ps
    Sarei davvero contento se ti pagassero due noccioline. Ma tra qualche anno lo proverai anche tu

  133. Nelli scrive:

    Ho letto solo metà dell’articolo perché era davvero troppo lungo. Ma posso dire una cosa: la gente non paga “i creativi” non perché ci sia troppa offerta (al contrario nel settore web marketing ce n’è troppo poca) ma semplicemente perché:
    1- ha pregiudizi del tipo “tanto su internet è tutto gratis”
    2- non capisce che lavoro viene fatto.
    se chiami 1 idraulico perché hai il bagno rotto, lo vedi cosa fa.
    se chiami il giardiniere lo vedi cosa fa
    se chiami il seo o il social media manager, non solo non capisci un tubo di quello che fa, ma fai fatica a vederne i ritorni.

  134. Paco scrive:

    Mi presento,
    volevo studiare filosofia ma ho fatto informatica, perchè? Perchè così avevo il lavoro sicuro.

    Mi è piaciuto molto l’articolo e aggiungerei una cosa, le differenze tra un creativo e un idraulico sono:
    – l’idraulico è necessario il creativo spesso no
    – l’idraulico al termine del suo lavoro fa funzionare qualcosa, il creativo invece svolge un lavoro che non si conclude con un chiaro successo o fallimento ma con l’opinabilità del risultato (che nel caso non piaccia al committente potrebbe anche portare al non pagamento)
    – l’idraulico è grande e grosso, il creativo spesso una mezzatacca (anche questo condiziona la riscossione)

    Bravo Contessa, bella riflessione dove si sottolinea ancora di più l’onanismo della rete…

  135. Aleph0 scrive:

    L’acredine, anzi spesso il franco odio verso chi ha scritto l’articolo è odio verso voi stessi per riflessione aberrante, in accordo con lo zeitgeist, prima ancora che con l’argomento trattato .

    Niccolò ci è riuscito laddove molti di voi hanno fallito, ha creduto in un progetto, si è esposto, ha superato la sua “confort zone” le sue paure, le sue ansie e si è messo e si mette in gioco con parole, canzoni, racconti. Si espone e spesso indispone proprio perché il suo è pensiero indipendente vero che non gliene frega un cazzo di piacere o compiacere, di essere indie o qualsiasi altra etichetta posticcia e velleitaria.

    Espone sè stesso, quello che ha da dire e non è facile, perché si espone a voi giudicanti e l’intelligenza è anche il dono di soppesare parole e fonti, ma anche di introiettare. E allora le parole feriscono anche se sai con sono lì solo per ferire.
    N. è riuscito naturalmente in quello che tantissimi desiderano ferocemente: questo indispone. Riempie il circolo, o la casa del jazz, e non perché sia sicuro di sé stesso ma solo perché è sicuro di essere sè stesso quella spontaneità sciocca e bellissima che lo rende solo, coi suoi 27 anni, il suo carico di aspettative e non è facile, davanti a voi che giudicate da non so quale scranno che vi siete costruiti da soli e con quali basi.

  136. Luca scrive:

    Fabrizia, come molti sanno, su FashionJobs fino a pochi giorni fa c’era un annuncio – poi rimosso a seguito delle polemiche – in cui i promotori di un progetto di moda sul web cercavano la Direttrice responsabile del fashion magazine sul sito (quindi una giornalista professionista con tanto di Esame di Stato, responsabile civilmente e penalmente per ogni cosa scritta li sopra). Qualità richieste, oltre a 2-5 anni di esperienza pregressa, familiarità con i social e wordpress, entusiasmo e umiltà. Retribuzione ZERO. In un secondo momento valutavano EVENTUALI RIMBORSI. Come vedi, questa è l’aria che tira… Per quanto mi riguarda, non ho mai partecipato a gare in 20 anni di professione, perché non negozio minimamente i miei prezzi (se non ti va bene, trova qualcun’altro) ma mi rendo conto per le new entry sia tutto *molto* più difficile…

  137. Mario Moraro scrive:

    Bene, sì, è un bellissimo articolo, scritto con grande maestria e padronanza dialettica, e forse con un pizzico di snobismo.
    Inoltre la realtà è multiforme, e qui ci sono molti elementi di realtà (e di verità) su cui vale la pena riflettere. Io appartengo a una generazione (e una educazione) in cui fare un lavoro “creativo” era non solo disdicevole, ma anche assai rischioso, e non c’era papà che ti sosteneva, dovevi proprio dimostrare tutto con le tue sole forze. Vedo anch’io che molte cose sono mutate nel frattempo, e ne pago anch’io le conseguenze, ritrovandomi ora in un mercato “drogato”.
    Quando io, e molti come me, ricordano che la situazione è anche e soprattutto NOSTRA responsabilità, grosso modo diciamo le cose in parte contenute sostanzialmente nell’articolo.
    Tuttavia su un punto non ci piove (anche se oggi a Milano è una giornata molto piovosa): se un pirla lascia in parcheggio e in divieto di sosta la sua Porsche nera con le chiavi sul cruscotto e io – haha – dato che ci sono me la prendo, sarà poi assai difficile spiegare al poliziotto e poi al magistrato che il tizio era un cretino, ricco schifosamente e per di più antipatico, e che per di più ho “dato visibilità” a quel gioiello di macchina: ladro sono e ladro resto. Chi ruba lavoro – qualunque ne sia la motivazione e le modalità – è un ladro scarpato e vestito. Punto.

  138. ccc scrive:

    Mercato del consumatore? Legge della domanda e dell’offerta? Differenziazione dei mercati? Non avevo mai pensato a quale mostro potesse creare la frequenza obbligatoria a uno di quei corsi introduttivi alla microeconomia che soltamente infilano nel piano di studi di qualche facoltà creativa. E soprattuto stupisce quanto siano economicamente mainstream i riferimenti del modo indie. Stando alla logica dell’articolo, l’operaio massa dalle mani callose doveva ritenersi troppo low-skilled e il mercato dei venditori di braccia così in sovrannumero per potersi lontanamente accampare la pretesa di rivendicare un aumento salariale. Con i criteri proposti non si va molto oltre la semplice apoteosi dell’esistente.
    E’ intellettualmente poco onesto accreditare come indagine oggettiva e spassionata dei meccanismi che reggono il settore valutazioni che puzzano di livore personale lontano un miglio.

  139. Anna scrive:

    Articolo e commenti molto interessanti: mettono in luce varie sfaccettature del problema.
    Vorrei indicarne altre che – mi sembra – nessuno ha sottolineato.

    Premettendo che è sacrosanto che il lavoro venga retribuito (altrimenti è un hobby), ci sono casi in cui il “creativo” (parola che vuol dire tutto o niente e suona un po’ patetica) passa dalla parte che nei video è quella dello stronzo.
    Faccio qualche esempio: in ambito di fotografia fine art e artistico se si chiede a un autore di partecipare a una mostra pagando una quota di iscrizione, molto spesso questo grida allo scandalo, lesa maestà! ma si vergognino! e l’etica dove sta?! Quando invece gli si chiede di partecipare gratuitamente, nessuno si preoccupa minimamente che gli organizzatori, il grafico che fa la locandina, la persona che semplicemente tiene aperto lo spazio espositivo vengano pagati. Come dire: non mi hanno chiesto niente, fanculo l’etica.

    Poi ci sono sedicenti artisti, fotografi e quant’altro che ogni giorno mandano mail a chi più o meno di settore, chiedendo un parere sulle loro opere, ma così “proprio 2 parole quando hai tempo”, “in amicizia” (ma ci conosciamo???!!), “se non ci si dà una mano tra noi”. In soldoni, stanno chiedendo una consulenza professionale senza volerla pagare, perchè sai… tra noi del settore…

    Poi ancora vengono quelli che, spremuti da stage non retribuiti, ecc. cercano “la svolta”. Blogger e aspiranti giornalisti che cercano di creare una rivista online e naturalmente più persone scrivono più c’è possibilità di avere visibilità e sponsor, stessa cosa per aspiranti registi che hanno scritto un cortometraggio, ma ci sarebbero tanti altri esempi. Ora: va bene se questi progetti si fanno tra amici, ma non sempre uno tra gli amici ha chi sa scrivere/recitare/fare montaggio ecc. e soprattutto vuol farlo gratis. Quindi? Quindi ecco comparire annunci di ricerca di collaboratori ovviamente senza paga. E – guarda un po’ – ricomparire le mitiche frasi: “non c’è un budget”, “è una start up”, “quando (e se) ci saranno soldi, li divideremo”. La loro giustificazione è: noi non siamo come quegli stronzi là, noi i soldi non li abbiamo davvero!

    A fronte di tutto ciò, io credo che: se hai un progetto che avvantaggia innanzitutto te ed è un’idea tua, devi investire i tuoi soldi e le tue risorse, a prescindere da chi tu sia. Se ti viene proposto/ti proponi (ed è ovvio che all’inizio il lavoro si va a cercare, non scende dalle stelle) per fare un lavoro, chiarisci subito la retribuzione e i tempi; datti delle scadenze: se a un certo punto non trovi nessuno disposto a pagare, evidentemente ti sei posto in modo sbagliato o proponi qualcosa che non interessa.

    Il “piagnino” e l’invidia verso chi invece riesce a pagarsi le bollette non servono a niente, prima lo si capisce, meglio è.

  140. Dario scrive:

    Analisi interessantissima di un bellissimo spot.
    Per molti aspetti condivido le tesi esposte in questo articolo che, però, mi lascia comunque perplesso per un motivo semplice che proverò ad esporre.
    Esistono operai specializzati e operai “generici” (non so se si dica così). I primi sono rari da trovare e sono pagati tanto, i secondi si trovano a palate (ogni generazione ne sforna a migliaia) e sono pagati poco. Inoltre i primi sono talvolta insostituibili, perché contribuiscono in modo creativo alla soluzione di problemi tecnici, i secondi sono sostituibili e intercambiabili, sia per la loro quantità esorbitante, sia per la loro genericità, di cui sopra. Per questo – giusto o sbagliato che sia – lo stipendio dei secondi coincide solitamente col minimo stipendio concepibile, se non addirittura meno.
    Ma appunto: stipendio. Il fatto che gli operai generici siano innumerevoli e intercambiabili non autorizza a sfruttarli a titolo gratuito. Se io commissiono un lavoro al più opaco e anonimo dei creativi, è perché quel lavoro comunque non sono in grado di farlo da solo, quindi devo farlo fare a qualcuno. Il fatto che di questi “qualcuno” io possa trovarne a migliaia, non mi autorizza a regredire alla pratica dello schiavismo.

    Fatta questa precisazione allargo ancora un poco il ragionamento dicendo che, nel caso dei lavori cosiddetti creativi, la situazione è particolarmente tragica, perché non solo non viene pagato il creativo generico, ma neanche il creativo eccellente. E questa è un’anomalia molto grave. Certo, gli eccellentissimi, ovvero gli eccellenti tra gli eccellenti, vengono pagati, e profumatamente, ma questo ha a che fare con variabili allarmanti, ovvero la presenza negli eccellentissimi di alcune qualità. Le elenco:
    – la genialità (e ha diritto di vivere anche chi, pur professionale se non eccellente, genio non è);
    – la capacità imprenditoriale di autopromozione al limite dell’agonismo, e spesso oltre quel limite (sarebbe come dire che un creativo eccellente dovrebbe svolgere due lavori: il suo e quello di un manager eccellente; ma anche questo secondo lavoro richiede competenze altissime e non mi pare equo darlo per scontato; sarebbe come riconoscere a una donna il diritto di vivere solo se sa difendersi a mani nude da uno stupro di massa, altrimenti è colpa sua se viene stuprata e ammazzata);
    – la disonestà e la violenza (spesso chi emerge ci riesce in virtù di sotterfugi che distruggono altri soggetti meno agguerriti e soprattutto eticamente più integri).

    Inoltre c’è il problema della tendenza della società a trasformare i creativi di successo (fotografi, cantanti, artisti) in icone inamovibili. Una volta che il tuo nome è diventato un brand sei in una botte di ferro e domini il mercato. Bravo chi ce la fa, e bravissimo – anche eticamente – chi nel farcela ironizza perfino su questo stato di cose (un esempio meraviglioso è Maurizio Cattelan) e continua rimanere realmente creativo e nutrire il mercato, non solo a dominarlo. Ma, appunto, questo mercato va nutrito e va reso permeabile al valore del lavoro, dell’onestà, dell’eccellenza e dell’originalità. La situazione in Italia è purtroppo ben diversa e, come spesso si sente dire, vengono premiati ben altri valori.

    Prima di chiudere farei un’osservazione apparentemente provocatoria, ma in realtà ovvia, specialmente alla luce dell’efficace spot in questione: cosa intendiamo con il termine “creativo”? Ho sempre pensato che fosse abusato, e che questo abuso portasse alla svalutazione del termine, per inflazione. Quando emerge un vero “creativo” creativo è ancora più difficile che venga considerato per ciò che è: un professionista realmente creativo. Questa considerazione avvalora una tesi di questo articolo: i cosiddetti creativi danno troppo per scontato di essere unici e insostituibili. Ma allora ben venga la loro “declassazione” a lavoratori manuali (categoria nobile quanto quella dei lavoratori “digitali”) come il giardiniere, l’antennista o l’idraulico. E, conseguentemente, vengano pagati. D’altronde proprio questa mi sembra, in ultima analisi, l’intenzione esplicita ed evidente dello spot!

  141. Non solo studio, non solo talento... scrive:

    Da una parte c’è il discorso domanda/offerta. Creativi richiesti/disponibili. Ma il discorso non vale solo per i creativi. Fino a 20 anni fa i laureati erano pochi, in ogni campo, ma ci chiediamo quanti laureati che sognano di fare il mestiere per il quale hanno studiato ci sono, rispetto ai posti di lavoro disponibili in quel settore? Vogliamo parlare delle miriadi di università, pubbliche o private che siano, spuntate come funghi per permettere a tutti di studiare, che non offrono una preparazione dello stesso livello in tutta Italia, permettendo di conseguire titoli di studio uguali a persone che hanno fatto percorsi di studio di livelli differenti? Lo sappiamo bene che funziona così. Non possiamo essere tutti psicologi, insegnanti, giornalisti, avvocati e quant’altro. Tralasciando poi i discorsi “raccomandazioni”, “corruzione”, “Italia allo scatafascio”.
    In ogni campo c’è chi ha il “sacro fuoco”, oltre che la preparazione. E chi si propone di fare un lavoro creativo spesso non si chiede se manca il talento piuttosto che la preparazione o l’occasione giusta per iniziare (o la “botta di culo” perché anche quella serve).
    Adesso chi tira fuori il discorso del lavoro sottopagato, forse non ha una famiglia da sfamare. O forse non sa che se non si muove lo Stato a fare controlli, quelli a cui non interessa niente della tua professionalità, se tu non accetti il lavoro prendono un altro che lo fa al prezzo che loro dicono.Qui non parlo di creativi, parlo dello scandalo del caporalato e dei lavoratori nei campi presi a giornata, accampati come bestie e pagati a nero. Per rendere il discorso più vicino ai nostri occhi, posso parlare dei lavoratori stagionali del turismo: se tu sai 3 o più lingue e sei professionale, se chiedi più di un tot prendono un altro che non parla neanche italiano e si accontenta di un terzo di quello che chiedi tu. Che fai? Hai una famiglia tua o a casa genitori che hanno perso il lavoro in fabbrica e che non potranno essere reinseriti nel mercato del lavoro per chissà quanto tempo… rifiuti per portare avanti una battaglia come Don Chisciotte contro i mulini a vento? Qui in Italia, prima ancora dei motti di Jobs, vale il “siamo concreti”.Forse oggi i sogni sembrano troppo vicini per rischiare che rimangano tali. Ma il rischio c’è ed è alto, ognuno deve crearsi il suo piano C – il piano concreto, da poter mettere in pratica se il piano A va a monte. Anche io ho un cassetto dei sogni, ma non tutto va secondo i piani, non tutto è automatico anche quando i piani vanno bene. Un laureato in scienze del turismo potrebbe aspirare al mio posto estivo, quello di receptionist “allargata” saltuariamente ad altri reparti, come anche un semplice diplomato della scuola alberghiera. Ma se io sto lì da anni è perché con me le cose funzionano, perché la mia preparazione personale, il mio impegno, il mio sacrificio e il mio talento fanno di me una persona efficiente e di fiducia. Ma se mi fossi fatta condizionare dal primo stipendio che mi hanno proposto, beh, avrei perso l’occasione di trovare il mio piano C che forse sarà parte del mio piano A, di entrare in un settore che mi piace, di lavorare per il posto in cui vivo. A meno che non fossero figli di famiglie benestanti, i nati negli anni 50 hanno tutti dovuto fare lavori per i quali all’inizio sono stati sfruttati, anche e soprattutto da minorenni. Adesso se hai 17 anni non puoi lavorare la domenica o dopo le 22 nei giorni feriali. Il che ti discrimina in pratica e se hai bisogno di lavorare o non vuoi pesare a casa, rischi di non poterlo fare. Molti dei miei coetanei facevano i camerieri in hotel d’estate. Molti ragazzi vedono il primo impiego a 25 anni e l’ultimo a 29, età limite per l’apprendistato. Non fraintendetemi, quello degli stage non retribuiti o retribuiti a “rimborso spese” è uno scandalo legittimato (e qui torniamo alla responsabilità dello stato). “Proteggere” i ragazzi dal conoscere quanto è duro il lavoro tanto da impedire loro di lavorare è comunque sbagliato, si finisce per crescere senza concretezza e con poco spirito di sacrificio.
    Diverso è il problema, gravissimo tra l’altro, del pagamento delle ditte “a mai più”, ci sono ditte costrette a chiudere pur vantando molti crediti. purtroppo questo è un problema molto comune in Italia adesso.
    Quanto all’argomento del post, io non disdegno comunque la campagna di sensibilizzazione e apprezzo il fatto che gli autori si siano fatti notare, è comunque una prova di talento e di saper essere efficaci. Ora sta a loro dimostrare che questo non è solo un “teaser” che si esaurisce senza un seguito o se da questa campagna riusciranno a dare inizio alla loro carriera da creativi retribuiti.

  142. Antonio scrive:

    La brillante riposta di un colega di Contessa, Fabio Cinti, scritta sul suo sito e sulla sua pagina Facebook, dove introduce così:
    “Il cantante de I Cani si accoda furbamente a una campagna virale, un po’ come quelli che seguono l’ambulanza nel traffico… Però, alla fine, finisce per perdersi per strada. In ogni caso raccolgo l’appello sul dibattito, giacché si lamenta che nelle bacheche non trova confronto.”

    Qui tutta la sua riflessione, che io condivido pienamente.
    http://www.fabiocinti.it

  143. MDT scrive:

    Secondo me l’esempio della mail:
    “(Un esempio di questi anni è rappresentato dagli indirizzi e-mail: vent’anni fa era un servizio che si pagava, ma chi è che, oggi, pagherebbe per avere una casella e-mail?)”

    Centra a pieno a suo malgrado il concetto e da ragione alla campagna.

    Nessuno che usa la mail per scopi personali è disposta a pagarla ma chi la usa per fare business ovvero ha la necessità di una serie di servizi affidabili e di qualità la paga eccome e Google Apps For Business o Office 360 ne sono un chiaro esempio.

  144. Andrea Jonny Capoccia scrive:

    Pienamente d’accordo con Niccolò aggiungerei anche con un pizzico di sano cinismo (non sò se sia possibile coniugare sano con cinismo) che questa orda di creativi nella vita poteva scegliere delle lenti a contatto migliori per guardare il mondo in cui viviamo, nel senso: in Italia la situazione è stata fotografata molto bene da Niccolò, ma all’estero cosa accade? Beh, probabilmente non molto di diverso. Per quanto il bel paese sia indietro di anni su alcuni concetti come l’arte, e i benefici che può dare in una società “organizzata” come la nostra, non mi sento di dire che altrove le cose stanno diversamente, anzi. Probabilmente se da noi, 1 su mille ce la fà, come cantava il caro Morandi, in USA o altrove sarà 1 su 10.000.000 ed è giusto che sia così. Eccellere , non è da tutti, e non è neanche qualcosa che s’impara, forse meglio dire qualcosa che s’affina dentro di noi col tempo, salvo contare casi geniali in cui tutto è spontaneamente a portata di mano. Con ciò cosa voglio dire: che questo esercito di creativi, se di creativi si tratta, invece d’immaginarsi una realtà in cui dopodomani avrebbe trovato lavoro come “creativo”, quindi immagino si intenda grafico, fotografo, e via dicendo, poteva anche farne a meno di scegliere una via così complicati per sbarcare il lunario, se poi di questo alla fine si tratta. Forse faccio un pò di confusione tra artista e creativo, ma l’ambito più o meno dovrebbe essere lo stesso. L’artista, per quanto “miserabile” come mestiere come suggeriva il mai sufficientemente osannato Carmelo Bene, che asseriva di poter sostituire tranquillamente il primo termine con il secondo, è più nobile come mestiere: un artista fà quel che deve per mera necessità, e spesso se ne infischia del ritorno economico (in questo insieme ci mettiamo tutti quegli “artisti” che con le spalle ampiamente coperte dall’eredità dei genitori hanno potuto sollazzare l’animo con “l’arte di..” invece che con la dura arte di vivere o meglio sopravvivere quindi sbarcare il lunario). Di contro, il creativo mi pare di capire proprio no, giustamente anche. Ma allora una società alimentata a “non è la rai” e Champions League come la nostra come ha fatto a trovarsi in questo pantano? Boh, a questa domanda non sò rispondere, anche se basta mettere su canale 5 e la cara Maria De Filippi potrà riempire il nostro pomeriggio di “creatività”. Allora il discorso qual’è? Che forse prima di sognare d’essere un creativo nella vita, era meglio aspirare al contrario, essere l’anti-creativo, per tentare di creare finalmente qualcosa davvero nel nostro paese, quel qualcosa che non c’è o non c’è abbastanza, quel qualcosa che ci rende difficile vedere oltre la punta del nostro naso ( ed io ce l’ho grosso) e che trasformerebbe in creativo qualunque lavoro, anche il più umile. D’altronde se in Italia le cose vanno così male non è proprio per una decennale crisi di creatività?

    Altro punto sta nel fatto che le nostre qualità creative non siamo noi a saggiarle, ma gli altri, per cui prima d’arrivare al punto d’avere il sacrosanto diritto d’essere pagati per quello che facciamo, in maniera assoluta, e per dirla spicciola, prima d’essere veramente indispensabili per il nostro committente quanto dobbiamo lavorare gratis? una botta!! (mi viene da pensare) Allora andiamo indietro nel tempo, pensiamo 2 minuti al garzone di bottega, che lavorava gratis solo per imparare il mestiere, quant’era nobile lui senza occhialini nerd, barbetta appena fatta e pantalone risvoltato, a non chiedere nulla e ad aspirare prima di tutto al rispetto dal suo maestro? Non sarebbe diventato poi anche lui un domani un Buccellati, un Ferragamo o chi sà chi altro??

  145. Gigi scrive:

    secondo me se avessi scritto questo articolo prima di essere uno che fa 5000 euro a data sarebbe stato più credibile. detto ciò dici un sacco di cose giuste, ma ciò non toglie che il lavoro si paga a tutti, altrimenti rinunci al servizio che cerchi. E’ proprio il lavoro creativo a essere spesso svilito, anche quello dell’architetto, giusto per non tirare in ballo pseudo-fotografi, pseudo-musicisti o pseudo-altro.

  146. Matt scrive:

    Io penso che ciascuno abbia i clienti che si merita.
    La situazione dei mancati pagamenti in Italia è endemica: che tu faccia il web-designer o l’ingegnere edile, il tuo problema saranno sempre i pagamenti in ritardo.
    Ora io non voglio spezzare una lancia a favore di CoglinoeNO, anche se tocca un argomento importante, ne voglio spezzarne una a favore dei suoi detrattori che vedono e notano una certa agrezza negli ideali illusori dei giovani (o meno) creativi.
    Avere dei sogni in Italia è un lusso: ben venga chi ce li ha. Imparerà presto a sue spese che la creatività per il free-lance è solo il 20%/30% della sua attività, se è fortunato (in altri paesi come la Svezia se fai il Free-lance ti fanno un corso di contabilità così impari subito che metà dei soldi che pigli non sono tuoi ma dello stato).
    Per il resto, per esempio io che da programmatore ho fatto per 10 anni il free-lance nel WEB, si tratta di: procacciarsi i clienti, fare un intervista preliminare per il progetto, contattare le terze parti (fotografi, copy, SEO, programmatori, registi e chi più ne ha più ne metta), formulare un preventivo e presentarlo, realizzare il progetto, rispettare le scadenze, gestire le modifiche in corso d’opera, testare e consegnare il prodotto, pubblicarlo, fatturare e incassare.
    Ora mi dispiace che tutto questo ai giovani imprenditori (eh si se sei un freelance sei un giovene imprenditore) non venga spiegato ma buona parte dell’incasso va allo stato (50%), più un fisso annuale al commercialista (dai 500 ai 2000 EUR).
    E’ ovvio perciò che a fronte di una commessa ci debba essere un accordo scritto con tanto di condizioni: io personalmente ne facevo firmare 2 pagine fitte; tali condizioni prevedevano i pagamenti (mediamente 30% in acconto), obblighi del professionista e del committente, proprietà intellettiva e altro.
    Ed è altrettantochiaro che se qualcuno si crede di poter ovviare a tutto questo con una stretta di mano o senza accordi scritti allora forse sta valutando un pagamento in nero: ma attenzione in quel caso se fosse furbo il nero dovrebbe incassarlo cash al 50% in acconto e 50% alla consegna. Ed esser pronto a mettere le mani al collo al mancato pagatore suppongo quindi (poi c’è la questione della concorrenza sleale: è chiaro che chi fa nero, a un fesso come me, che per 10 anni ha emesso fatture anche di 25 EUR + IVA lo distrugge).
    E di certo se ho chiuso una componente forte era dovuta all’esercito di ragazzetti disposti a vendersi per niente magari con una famiglia che li mantiene (pertanto con i bilanci al minimo sostenibile), magari ancora studenti e senza una minima idea della partita doppia, contabilità semplificata o F24.
    Ora mi domando cosa cazzo insegnano nelle scuole professionali italiane?
    Che bisogna essere disposti a tutto? Compreso caricare i trattori alla vendemmia per potesi pagare l’INPS al primo anno di attività come è capitato a me (queste sono cose che pochi creativi farebbero e che pochi genitori dei creativi farebbero fare ai loro figli).
    Quando iniziai mi resi dubito conto che buona parte del business del web design (come della fotografia, teatro, musica e altro) stia nei corsi: ovvero c’è più offerta che domanda, quindi tanto vale fare i soldi sui futuri creativi-freelance-professionisti.
    Pertanto per quanto uno possa illudersi che farà un’attività creativa deve essere ben disposto a tirare fuori le unghie al momento opportuno se vuole diventare un professionista.
    Ora, io ho la fortuna di avere anche un talento per la tecnologia pertanto faccio a meno della creatività (non è vero faccio lo sputa-fuoco e fotografo) e me ne torno a fare un lavoro più “serio”: il responsabile informatico per un SpA, ma al di la del mediocre, bravo o cane che sia, il mercato abbonda di aspiranti attori, registi, grafici, musicisti, creativi di ogni sorta ma purtroppo per citare Morandi: uno su mille ce la fa a sfondare. E non sempre per meriti di bravura, può darsi che sia solo bravo a pigliare per il culo il suo committente (d’altronde Ionesco stesso diceva che “il successo è la fortuna di essere FRAINTESI dalle persone che contano”).
    Ed ora entriamo nel nocciolo della questione: perché la gente non paga. Prima di tutto sono le istituzioni stesse a non pagare: se ci fosse una legge che tutela chi deve essere pagato in Italia molte aziende che lavorano con enti pubblici non starebbero fallendo (o i titolari suicidandosi). Invece lo Stato per primo non paga (o paga in ritardo i fornitori) mentre incassa in acconto le imposte dai medesimi (verso cui lui è insolvente). Pertanto non vedo perché i cittadini dovrebbero comportarsi meglio: è una tradizione diffusa che sfiora tutti i settori.
    C’è la tendenza a “far fare da banche ai più deboli”.
    Mi spiego: se un azienda di Videoclip (o fondazione lirica) deve 1000 EUR a 20 comparse, preferisce ritardare i pagamenti (dovuti) alle medesime comparse piuttosto che farsi dare 20.000 EUR dalla banca per assolvere i propri obblighi: d’altronde le comparse non chiedono mica gli interessi sui ritardi.
    Ma potrebbero farlo! Ci sono leggi Europee che tutelano in merito.
    Se “il pagare in ritardo” avesse la possibilità di essere multato subito con interessi superiori agli interessi bancari, di gente che non paga o paga in ritardo in Italia ce ne sarebbe molta meno. Ma perché mai, visto che uno dei principali complici sono lo Stato e gli Enti pubblici stessi?
    E poi, a parte questo sappiamo dove viviamo? Sappiamo che abbiamo tirato su una democrazia da un cultura della mezzadria? Del vassallaggio completo al padrone? Sappiamo o no, di aver contaminato l’Europa nel secolo scorso col fascismo, pur di continuare a trattare i lavoratori da servi? Marinetti (un creativo) tirava le bombe a mano contro gli operai che manifestano. Sappiamo o no di avere gli stipendi più bassi d’Europa?
    Perché stupirsi di un mancato rispetto del lavoro, dell’operato altrui e della retribuzione stessa, dal momento che in molte regioni bisogna ringraziare il proprio padrone e committente delle remunerazioni, come se il nostro tempo, il nostro ingegno, la nostra fatica fosse senza valore.
    Se uno decide di fare il free-lance sappia che le sue costanti battaglie saranno non solo di farsi pagare il giusto, ma anche di farsi pagare (può addirittura ingaggiare quella di fare rispettare il proprio operato se proprio vuol farsi del male…)
    Ma la prima cosa che è meglio che si chieda è se voglia fare il free-lance, se voglia fare il dipendente, se non gli serva un agente (che sappia venderlo al meglio), se non sia nato nel paese sbagliato (attenzione perché l’Italia non investe nella cultura da 20 anni!!) o se abbia qualche altro sogno nel cassetto.
    Ben venga pertanto alla campanga CoglioneNO: ricordare alla gente che non paga che sono dei fottuti sociopatici è sempre un bene! Con tutte le premesse giuste o sbagliate di fondo ci possano essere.

  147. Flo scrive:

    Capisco che forse sarà già stato inserito lo stesso commento, ma leggerli tutti sarebbe come leggere due volte questo già lungo testo.
    Io sono in disaccordo con questo articolo, credo che sia superficiale e con una tendenza fortissima verso una semplificazione delle questioni. La categoria è stereotipata in maniera imbarazzante e come è pratica di oggi l’autore se ne tira indietro come se lui fosse di un altro mondo.
    Domanda 1: chi sono i creativi di cui parli?
    Domanda 2: l’offerta supera la domanda: come lo dimostri? a naso?
    Domanda 3: tu cosa pensi di essere se non un creativo?
    Affermazione 1: è inutile scrivere testi di destra facendo finta di essere di sinistra. Stai dicendo: lavora gratis e accetta che il sistema ti sfrutti perché non hai alternative, oppure vai a lavorare la terra invece di fare cazzate (n.b. tu pure hai deciso di fare quello che scrive nella vita, zappare la terra no eh?)
    Affermazione 2: se vuoi fare un quadro di una situazione generale magari informati e porta a tuo sostegno dati e prove, altrimenti dichiara di cosa stai parlando nello specifico perché a livello nazionale questo testo non ha alcun senso;
    Affermazione 3: non si dovrebbe lavorare gratis, mai. È l’unico modo per combattere il sistema del lavoro non pagato: imporre delle condizioni altre.
    Grazie per aver contribuito a costruire un quadro desolante della contemporaneità.

  148. Massimo Rossi scrive:

    La domanda che mi pongo io però è: come mai nel campo degli idraulici (e professioni affini) da sempre la situazione che si presenta è esattamente all’opposto di quella dei “creativi” (e affini) ? Ossia perché con gli idraulici c’è sempre più domanda che offerta ?
    Perché non scatta un sano principio di concorrenza tale per cui eserciti di giovani (e magari anche meno giovani) si buttano in massa a fare gli idraulici, visto che è un lavoro che storicamente paga benissimo e che non risente della crisi, per il quale non si rimane mai a secco ? Quest’affluenza di risorse farebbe sì che il mercato torni in equilibrio, se non addirittura che arrivi alla saturazione, ma perché questo non succede ? Soltanto perché queste professioni sono considerate “di basso livello” dai genitori, che quindi le disincentivano nei figli ? Chi, oggi, vuole “studiare” da idraulico, piuttosto che da ingegnere ?

    Ad oggi però siamo arrivati al punto in cui anche professioni come l’ingegnere risultano inflazionate: non è più come qualche anno fa per cui si aveva il lavoro garantito, mentre idraulici, muratori, imbianchini e co. a quanto pare sì…

    Come mai allora in Italia conviene di più fare l’idraulico che l’ingegnere (o il creativo) ?

  149. Ilaria scrive:

    Ingegneri, idraulici, videomaker, creativi in genere, il problema è solo che tutti coloro che lavorano in proprio o che sono a collaborazione o che non fanno parte delle categorie superprotette dei sindacati, non hanno tutela nel mondo del lavoro. Artisti compresi.
    Lo dice bene anche Fabio CInti, un brillante cantautore che esprime anche un concetto relativo ad arte e mestiere che io condivido pienamente.

    http://www.fabiocinti.it/disco/24-madame-ugo/diario/101-coglioneno.html#.Ut0s9k1d4dU

  150. Massimo Rossi scrive:

    Sì, però come mai nel mondo degli idraulici la sproporzione tra domanda e offerta è così pesantemente a loro favore, mentre in quello dei “creativi”, al contrario, no ?

    Capisco che ci sia sempre bisogno, per ovvi motivi, di idraulici/imbianchini/muratori, ecc. ecc., ma perché la forza lavoro non arriva di conseguenza a tamponare in massa questo bisogno, riportando equilibrio ? E perché invece, di creatività non sembra esserci poi tutto questo bisogno ?

  151. rafeli scrive:

    Ho goduto molto.

    Grazie.

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