Su Elisabeth di Paolo Sortino

di Christian Raimo

C’è una cosa che mi fa star male in questi giorni. Alcune tra le persone che stimo di più, e anche e soprattutto tra i critici e gli scrittori, tra i lettori forti e tra quelli atennti, dicono che questo libro, Elisabeth, di Paolo Sortino sia un libro bellissimo. Il romanzo che riesce a rendere mito la storia terribile di Elisabeth Fritzl, segregata per ventiquattr’anni dal padre, stuprata un’infinità di volte, costretta a ogni forma di violenza immaginabile. Io non riesco a crederci.
L’ho letto, anche se molte pagine non sono nemmeno riuscito a finirle. E sicuramente è innegabile che sia un libro scritto tecnicamente benissimo. Ma io penso sia un libro atroce. Un libro che si poteva evitare di scrivere in questo modo, se esistono delle regole che valgono cardinali per l’uomo nel mondo esterno e che non vengono ribaltate, sospese, semplicemente perché siamo in un libro.
Nella recensione di Aldo Nove uscita su Repubblica si dice: “E se la letteratura è lo specchio dei tempi, questa letteratura parla di un tempo che storia non ne ha più, si esaurisce tutto in se stesso, con una strana e perversa umanità residuale che pure tutti affolliamo alla ricerca di ricerca di risposte e interrogativi eterni”. In quella di Walter Siti uscita sulla Stampa si dice: “Non sapremo mai se avremo letto un abuso patologico, una favola ermetica o un apologo della post-modernità”. In quella di Chiara Valerio su nazioneindiana.com parlando anche di Rosetta Loy si dice: “La letteratura non teme definizioni, artifici, occasioni, attesa, ombre. Non teme neppure il capriccio. Non teme la realtà e i suoi bisogni. Rosetta Loy e Paolo Sortino, in forma di autentico artificio, lontani dal reportage narrativo, con il bistrattato strumento del racconto – quasi orale, interrotto dai respiri, dallo sguardo di chi ascolta e chiede attesa – hanno dimostrato che la realtà è complessa in maniera asimmetrica e che per raccontarla è necessario tornare ai miti, alle favole, all’indice dei tipi, all’ossimoro barocco della tenebra che è luce”. In quella di Giorgio Vasta sul manifesto si dice: “Esistono scritture che sono come graffiti. Nel senso che esistono scritture all’interno delle quali è percepibile un senso di trauma, qualcosa di originario, un rumore, uno spasmo, quello stesso senso di continua frizione che quando osserviamo un’incisione su una volta di pietra è ragione d’ammirazione e sconcerto. Perché la scrittura che è graffito contiene un senso di minaccia, una specie di esasperazione arcaica, la contorsione di una mano, l’aggrovigliarsi delle vene dentro a un polso, il reclutamento di zone muscolari periferiche, la resistenza di una superficie cornea, la roccia che si oppone, che prova a respingere il segno ideografico che pretende di corroderla”. Eccetera.

Io non sono d’accordo con nessuna di queste affermazioni perché sono tutte frasi che mettono fra parentesi alcune questioni ineludibili per un’operazione artistica come quella di Elisabeth e che vengono glissate in un nome di un’estetica completamente reinventata ad hoc (totalmente in-fondata, che prescinde dalla storia, dai temi, dal contesto linguistico, dalla questione centrale della verità…) e sembra farlo per non dover affrontare degli interrogativi più inquietanti rispetto a un’opera del genere. Non si può sorvolare su: quale statuto di verità ha questo libro? Il graffito, la quasi-oralità, l’ossimoro barocco della tenebra che è luce… sono tutti appunto dispositivi preletterari. E se a nessuno si chiede di prendersi la responsabilità di un gesto involontario, alla letteratura sì. C’è un dato che Paolo Sortino ha cercato di minimizzare in una nota all’inizio del libro. Qui si sta parlando di una persona viva, con un nome e con un cognome. Chi mi dà l’autorizzazione a scrivere questa discesa agli inferi della nostra surmodernità, epoca post-morale, etc…? Nella nota si dice: “Tra la possibilità e scelta si muove ondivaga la totale libertà della mia Elisabeth e degli altri personaggi, per i quali ho inventato una vita che non vuol essere né migliore né peggiore di quella reale, ma solo possibile”. E la mia domanda allora è: chi mi dà la possibilità di appropriarmi della vita di un’altra persona, viva, di un nome, di una storia, senza chiederle il consenso?

E quando viene detto con un’excusatio petita “Ecco perché, nonostante sia diffusa all’interno del romanzo una certa aderenza al reale svolgimento dei fatti, la presenta opera non possiede alcun valore documentario”, la domanda che nuovamente mi faccio è: perché lasciare i nomi e i cognomi veri di gente tuttora in vita? perché ambientare gli avvenimenti nei veri luoghi dove sono accaduti? qual è il confine tra invenzione e ricostruzione di una verità storica?

La letteratura, ci ha insegnato Primo Levi nel più formidabile scritto di critica letteraria del Novecento, I sommersi e i salvati, sta proprio nel portare a significanza quello che l’esperienza umana da sé alle volte non fa. Se seguo semplicemente le tracce di quest’insignificanza e lo faccio a partire dalle parole di personaggi non di fantasia, non sto riproducendo semplicemente un’eco del male? Non li sto in un modo o nell’altro abbandonando a un mondo dove l’insignificanza regna? O forse – è questa l’intenzione di Sortino – è proprio questa riapparizione del trauma che renderà possibile una trasformazione dell’anima che al livello consapevole non è più possibile: se non c’è catarsi allora ci rimane solo l’intrapsichico? Una questione letteraria simile se pone in maniera elementare J.M.Coetzee in Elizabeth Costello, in un brano famoso che ha analizzato molto bene Antonio Pascale in Questo è il paese che non amo. La scrittrice-professoressa Elizabeth si trova turbata da un saggio romanzato di uno storico, tale Paul West, che racconta la sua versione in parte inventata di una vicenda vera degli ultimi momenti di sconfitta del nazismo. Per dare voce a questo turbamento, decide di parlare proprio in pubblico, a una conferenza. Elizabeth dice così: “Questa è la tesi che andrò a dimostrare oggi: che ci siano cose che non è bene leggere né scrivere. Per dirla in altre parole: io prendo molto sul serio l’affermazione secondo cui l’artista rischia molto avventurandosi in luoghi proibiti, rischia, in particolare, se stesso, rischia, forse, tutto. Io prendo sul serio questa affermazione perché prendo sul serio l’essere proibiti di certi luoghi. Lo scantinato in cui, nel luglio del 1944, i congiurati furono impiccati è uno di quei luoghi proibiti. Non credo che dovremmo entrare in quello scantinato, nessuno di noi. Non credo che il signor West debba entrarci, e se nondimeno dovesse decidere di farlo, noi non dovremmo seguirlo. Viceversa, credo che si debbano mettere le sbarre all’ingresso di quello scantinato, con una lapide di bronzo a memoria: qui sono morti, seguito dalla lista dei nomi dei morti, con le rispettive date, e basta […] che arroganza, appropriarsi della sofferenza e della morte di quei poveri uomini! Le loro ultime ore appartengono a loro soltanto, non sono nostre, non possiamo entrare e impadronircene […] Non credo di essere troppo fragile. Il signor West quando ha scritto quei capitoli è entrato in contatto con qualcosa di assoluto. Con il male assoluto. La sua benedizione e la sua maledizione, direi. Leggerlo mi ha contagiato, quel contatto col male si è trasmesso a me. Come una scossa”.

È per questo che ho evitato di leggere alcune pagine di Sortino, e mi sono pentito per certi versi di averlo cominciato: non voglio essere costretto a colludere con la violenza che qualcuno ha perpetrato nei confronti di una persona debole e indifesa.

Commenti
78 Commenti a “Su Elisabeth di Paolo Sortino”
  1. Giuseppe Genna scrive:

    “… Quinci si lievi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi ci legge che di sopra è scritto che lo saluto di questa donna, lo quale era de le operazioni de la bocca sua, fue fine de li miei desiderii mentre ch’io lo potei ricevere. Poscia quando dico: Canzone, io so che tu, aggiungo una stanza quasi come ancella de l’altre, ne la quale dico quello che di questa mia canzone desidero; e però che questa ultima parte è lieve a intendere, non mi travaglio di più divisioni. Dico bene che, a più aprire lo intendimento di questa canzone, si converrebbe usare di più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno che per queste che sono fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare, ché certo io temo d’avere a troppi comunicato lo suo intendimento pur per queste divisioni che fatte sono, s’elli avvenisse che molti le potessero audire.”

  2. maria (v) scrive:

    Scusi Genna, aggiungo solo una parola, poi lascio ad altri, lei scrive

    Non è poi però assolutamente vero che Paolo Sortino renda un mito la configurazione Elisabeth-Josef

    io sono andata a riprendere il libro di malavoglia stamattina perché desidero veramente cambiare discorso, però ho detto, no no Genna dice questa cosa, io invece ricordo di aver letto… però adesso non lo so… ribaltare il libro da capo, non so se ne ho più voglia… e mentre dicevo questo ho trovato il passo incriminato perché ci avevo annotato accanto tanto di ORRIBILE!!! in stampatello e il passo è questo:

    Ebbe la convinzione che le motivazioni di tenerla tutta per sé non erano maligne, ma antiche, appartenenti a un mondo che si credeva perduto e sul quale invece lui era riuscito a trovare un portale: Allora forse non avrebbe dovuto condurci Elisabeth, come credeva; forse quel mondo si sarebbe mosso verso loro due: un universo vivo che premeva per ricongiungersi agli umani, ai loro cuori, ai loro deisderi per tornare reale allora antiche sì come il nostro mondo rurale che è pieno zeppo di queste storie di violenze e incesti sepolti tra le mura domestiche e molto meno poetici, molto meno romanzati, tanto più rivoltanti e disgustosi, non può leggersi nessuna favoletta della principessa rinchiusa coi nanetti. Ricorda sul finale, la scena della poliziotta che è colta dalla nausea, appunto dov’è la nausea, il torcersi delle budella che dovrebbe afferrare alla gola il lettore qui dentro? ma davvero a me sembra che chiediate una visione edulcorata del male o forse sono io cui sembrano solo parole, parole, parole

  3. Giuseppe Genna scrive:

    Non è una configurazione mitica. Non hon intenzione di stendere un trattato sul mito nella mia prospettiva. La speranza di Josef di consolarsi con un’investitura (dico proprio la dinamica dell’essere investiti) da parte del mito inteso come metastoria – beh, è già consapevolezza di non stare nel livello metastorico, da parte dell’autore, e nemmeno nel mito. Se c’è un risucchio, nel libro di Paolo Sortino, è verso un buio principiale, prepsichico e quiondi pre-storico. Questo è un libro leopardiano, ma in un senso assai particolare, nel senso dell’impossibilità della forma del significato quando si sta nella cecità – e dico quanto a sento e penso io.

  4. matteoplatone scrive:

    @Giuseppe Genna: non capisco il senso della citazione da Dante. Non il significato in sé, dico nel contesto, in riferimento al post di Raimo e al romanzo di Sortino.
    Potresti per favore spiegarti meglio? Perché la citazione è contestuale alla canzone, e la canzone mi pare (mi pare) vada, non dico in senso opposto, ma quanto meno devi rispetto ad una semplice menzione del passo:

    vv. 1-18 (segno con un “>” i versi che pongo all’attenzione)

    Donne ch’avete intelletto d’amore, >
    i’ vo’ con voi de la mia donna dire, >
    non perch’io creda sua laude finire,
    ma ragionar per isfogar la mente.
    Io dico che pensando il suo valore, 5

    Amor sì dolce mi si fa sentire, >
    che s’io allora non perdessi ardire, >
    farei parlando innamorar la gente. >
    E io non vo’ parlar sì altamente,
    ch’io divenisse per temenza vile; 10

    ma tratterò del suo stato gentile >
    a respetto di lei leggeramente, >
    donne e donzelle amorose, con voi,
    ché non è cosa da parlarne altrui.
    Angelo clama in divino intelletto 15 >

    e dice: “Sire, nel mondo si vede >
    maraviglia ne l’atto che procede >
    d’un’anima che ’nfin qua su risplende”. >

  5. domenico lombardini scrive:

    Penso che quella di Raimo sia un censura psicologica, una sua e particolare idiosincrasia un po’ maldestramente adombrata da critica letteraria, con tanto di citazioni e rimandi a Levi e ad altri. Penso che sia, mutatis mutandis, una forma di bacchettoneria traslata dal personale particolare al letterario. Cosa estremamente grave per un critico di professione

  6. minimaetmoralia scrive:

    Scusate, Genna in primis e ora Domenico Lombardini,
    io ovviamente non ho la capacità di riconoscere se è da parte mia questa disamina minima parta da una miopia di qualche tipo, un’idiosincrasia, un’ignoranza, etc…
    Però pongo di nuovo la mia elementare domanda: che statuto di verità ha questo libro?
    e aggiungo un corollario – molte delle parole che come vediamo qui vengono usate, da mitico, a pre-psichico a a-storico, etc… assumono significati talmente personali, idiolettici che probabilmente non finiscono per comunicare cose differenti, opposte o nulla. Sortino è interessato a raccontare questo crinale del significato – che ovviamente non si può ridurre a quello tra realtà e finzione (qui sono d’accordo con Genna, ma è un discorso da sociologia della letteratura) – ma purtroppo lo deve attraverso lo psichico, lo storico, il sintattico – come dire. Lo deve fare con i nomi di persone mortali – che per me vuol dire la loro storia, la loro psiche…
    Prendo per cogente l’obiezione Farinata. Ma per me lo statuto di verità di Dante è chiaro. Sarà che l’abbiamo studiato a scuola, all’università: il letterale, l’allegorico, etc…
    Qui non mi è chiaro, quasi mai. L’indagine che Sortino fa è un’indagine su di sé, su Elisabeth e Josef, su dei tipi sociali, su delle figure simboliche? Io ho questa difficoltà: leggo “Elisabeth” e non riesco a capire che mondo mi sta raccontando. Che grammatica c’è. Che gioco linguistico è.

  7. minimaetmoralia scrive:

    il precedente commento è ovviamente mio, di Christian Raimo

  8. Alessandro scrive:

    La domanda a me pare ovvia: ma che c’entra Dante? Siamo alle solite. Presunti-Intellettuali per dare un taglio raffinato alle loro “critiche” [senza peraltro avere gli strumenti utili a farle (le critiche) chiamo in causa Gilda Policastro, se ci legge] buttano dentro Dante, Leopardi e tutto l’ambaradan.
    Allora uso un po’ di latino anch’io, che fa sempre scena.
    La questio non cambia: se Elisabeth (quella vera) non fosse esistita e non avesse patito quel che ha patito, quanto varrebbe questo libro? Io dico nulla. Non ci sarebbe nessun motivo per pubblicarlo.
    Rinnovo la domanda: Cui prodest?

  9. Giuseppe Genna scrive:

    Io non sono un presunto intellettuale: lavoro da 23 anni nell’editoria e nel terziario culturale, ho pubblicato libri – io sono un intellettuale e basta. Questo è il mio lavoro. Poi si possono contestare le posizioni, ma quel qualunquismo grillino te lo tieni per te, Alessandro. Peraltro: il cui prodest sulla letteratura è una domanda da non umanisti (ogni lettore è un umanista).
    Se si legge letteralmente il passo della “Vita nuova”, che non ha da essere ricordato perché basta inserirne una frase in Google e salta fuori il testo integrale, e perciò non siamo qui a fare la gara nozionistica, si osserverà molto semplicemente quale frazionamento dello sguardo utilizza Dante per tentare di spiegare cosa intende alludendo alla Donna. E, anche, si osserverà una ritrazione dello scrittore: dice di avere detto troppo. Questa Donna dantesca è un mito? E’ un tipo sociale? E’ un personaggio? Muore giovanissima? E’ tutto morboso?

  10. domenico lombardini scrive:

    vedo che questo è un blog libero, Raimo il Censore

  11. domenico lombardini scrive:

    scusate, cancellate pure il commento…

  12. Alessandro scrive:

    Per quanto mi riguarda possiamo sostituire la parola “Presunti” con quella “Sedicenti”, il succo non cambia. 
    Non cambia per 2 motivi:
    1- perché per me “Presunto (o Sedicente) intellettuale” non è un’offesa, come fine intellettuale non è un complimento. Io, di Giuseppe Genna, ho letto tutti i libri, credo, e li trovo grandiosi per cui io lettore, giudico Genna un grande scrittore; se Genna si ritene un intellettuale – e basta – ne prendo atto come prenderei atto di chi all’affermazione “secondo me non  sei cattolico” (precisando che esserlo non è un valore aggiunto) replica “io sono un cattolico, perdio”.
    Spero la questione sia chiusa qui perché per me può sentirsi intellettuale o addirittura Dio, cambia poco.
    2 – questo romanzo, per quanto ci si sforzi di presentarlo come capolavoro dell’ultimo ventennio, non reca nessuna novità né stilistica né concettuale, e anzi, è carente in entrambe. Ribadisco, se Elisabeth non esistesse davvero, cosa sarebbe questo libro se non un noir di quart’ordine, un giallo da Odeon Tv in seconda serata?
    La Vita Nova? Era il 1300, e non c’era nemmeno l’ombra del voyeurismo che oggi permea i media. Media grazie ai quali (o per colpa dei) Elisabeth venderà moltissime copie.
    Questo romanzo è un plastico di Bruni Vespa edito (furbescamente) Einaudi.

  13. christian raimo scrive:

    Il problema rispetto a Dante o Leopardi sono le fonti. Per loro la storia orale, per noi la possibilità di trovare documenti. Per loro una società come dice Alessandro iporappresnentata, per noi una iperrappresentata. Creare una forma artistica varia a seconda dei contesti. Oggi rileggevo Underworld di DeLillo per dire e mi venivano in mente tutti gli epigoni di quello stile lì. Compreso Sortino che utilizza il meccanismo di DeLillo in Underworld e DeLillo. Non siamo figli forse di un’ideologia pseudoteologica che ci illude che usare degli strumenti della metafora ci esima da un’indagine reale?

  14. db scrive:

    ho letto l’estratto di elisabeth sul sito einaudi: è spazzatura. al muro tutti i marchettari (posto d’onore al bimarchettaro genna)! non venite a milano a leccare neh?

  15. Sue scrive:

    Il discorso è etico prima ancora che letterario: se si usano i veri nomi di persone e luoghi, o si sta facendo un’opera documentale, e c’è l’obbligo della precisione e della ricerca, o si sta sciacallando per ottenere facile visibilità mediatica.

    Non avendo letto il libro, non posso dire quale sia il caso.

  16. “Che diatriba antica quella che qui su minimaetmoralia riguarda il romanzo Elisabeth di Paolo Sortino. Del quale ho da poco iniziato la lettura, dunque mi esimerò da considerazioni di merito.
    Mi pare però il caso di spendere un paio di parole sul ragionamento critico imbastito da Christian Raimo. […]”

    http://francotirature.blogspot.com/2011/05/su-elisabeth-e-gli-statuti-di-verita-in.html

  17. raffaele scrive:

    Ho finito Elisabeth da qualche giorno. Sono di quelli che leggono un libro e poi stentano a rimetterlo tra gli altri. Di quelli che – quando un libro funziona – tornano a rileggere passi per ritrovarne la bellezza. Premetto che Elisabeth è un libro di innegabile valore stilistico, tuttavia, arrivato all’ultima pagina, ho avuto fretta di riporlo sullo scaffale. In questo gesto c’è qualcosa di personale e di emotivo che dovrebbe restare fuori da qualsiasi accenno o tentativo di critica. Ma io non sono un critico, e l’emotività al lettore è consentita. A mente fredda non ritengo sia stata inutile la lettura di questo romanzo, che è stata integrale nonostante in molti punti risultasse insopportabile. Ammetto che, se Elisabeth non fosse esistita, il libro mi sarebbe sembrato un tentativo di morbosità inutili, impossibili, ma la cronaca ci ha insegnato che il gesto dell’uomo e la sua ferinità, può superare il suo potenziale fantastico. Elisabeth, quindi, diventava man mano che andavo avanti la giustificazione morale del libro, nonostante esso poi la privasse di qualsiasi etica. L’insopportabilità del libro di cui parlavo non va infatti riferita alle innumerevoli descrizioni della copula padre-figlia (decidendo di leggere sapevo a cosa sarei andato in contro e lamentarmene adesso sarebbe come dolersi per un eccesso di fantasy dopo aver scelto di leggere Il signore degli anelli), bensì alla progressiva trasformazione della figlia in sposa: è insopportabile la normalizzazione di un rapporto forzato, indotto e vessatorio che nulla ha di normale, un rapporto contro cui la figlia si ribella in superficie, ma a cui soccombe – adeguandosi – bunker (come se il sottosuolo fosse latore di nuove leggi, non importa se più irragionevoli). Lo straniero di Camus diceva che alla fine “ci si abitua a tutto”, ma qualsiasi proposta di assolutezza va considerata con cautela, soprattutto in questo caso. E’ difficile, ammettiamolo, seguire quell’Elisabeth che aizza il desiderio erotico del padre-marito, quasi ridotto all’impotenza, o che gli chiede ripetutamente di ingravidarla. O quella che scherza con lui deridendo la madre e il suo presunto spasimante: una figlia violata giorno dopo giorno, per ventiquattro anni, non diventerà mai un’alleata, per quanto profonde e radicali e autonome dall’umano possano essere le leggi non scritte di un bunker. Allora mi sono chiesto se abbassare Elisabeth all’ irragionevole carnalità del suo carnefice non diventi una profanazione ulteriore. Se quella frase che compare alla fine (“ma che stanno dicendo, papà?, con cui la ragazza difende i suoi ultimi 24 anni di vita) non poteva esserle risparmiata. Io non so se l’autore sia riuscito o meno a mitizzare i due protagonisti, non so nemmeno se intendesse farlo. So che Edipo, Medea, Crono non erano carne e ossa ma Elisabeth sì. Elisabeth è viva, nonostante tutto e lo sono i suoi figli- fratelli. Se al mito vogliamo rifarci, possiamo dire che mitica, erculea è stata l’ impresa di Sortino che ha dovuto lavorare una materia certamente spigolosa e tagliente. Il libro è tecnicamente riuscito. Non so se diventerà un best-seller perché non è facile discutere con serenità della sua bellezza. Quello che “rimprovero” all’autore è di aver reso Elisabeth più viva e vitale nel bunker (solo la bellezza esteriore sfiorisce, ma il suo è un corpo fecondo, materno, quasi generoso nell’offrirsi) di quanto non fosse prima di entrarvi e dopo esserne uscita. Ecco cos’è insopportabile.

  18. christian raimo scrive:

    Raffaele dice molte delle cose che avevo provato a porre come interrogativi. Sono come dire contento che a partire da una sintonia emotova si possa ripensare una possibilità critica che non passi per moralismo.

  19. Daniela Marcheschi scrive:

    Gentile Christian Raimo,
    concordo con Lei, e apprezzo la Sua libertà di giudizio. è un brutto libro, in cui vi sono cadute di stile e si arriva addirittura a fraintendere in modom grossolano la natura stessa del mito.
    Non solo, ma vi si difende il punto di vista aberrante di colui che compie l’abuso. Uno dei momenti più ripugnanti è quando l’autore scrive che la giovanissima Elisabeth emana una sorta di potenza oscura, per la quale l’abuso è giustificato come una naturale conseguenza e, soprattutto, come una colpa di chi lo subisce. Ma Sortino è mai stato a contatto con dei bambini/giovanissimi abusati? Ne ha potuto constatare le condizioni tragiche che gridano vendetta? Se avesse visto anche una sola volta la faccia di Donatella Colasanti (Circeo), avrebbe potuto fare un bagno salutare in quella “cronaca” che tanto invoca e teorizza (ahimé come un vecchio naturalista ottocentesco).
    Cordialmente, Daniela Marcheschi

  20. Daniela Marcheschi scrive:

    Gentile Christian Raimo,
    concordo con Lei, e apprezzo la Sua libertà di giudizio. E’ un brutto libro, in cui vi sono cadute di stile e si arriva addirittura a fraintendere in modo grossolano la natura stessa del mito.
    Non solo, ma vi si difende il punto di vista aberrante di colui che compie l’abuso. Uno dei momenti più ripugnanti è quando l’autore scrive che la giovanissima Elisabeth emana una sorta di potenza oscura, per la quale l’abuso è giustificato come una naturale conseguenza e, soprattutto, come una colpa di chi lo subisce. Ma Sortino è mai stato a contatto con dei bambini/giovanissimi abusati? Ne ha potuto constatare le condizioni tragiche che gridano vendetta? Se avesse visto anche una sola volta la faccia di Donatella Colasanti (Circeo), avrebbe potuto fare un bagno salutare in quella “cronaca” che tanto invoca e teorizza (ahimé come un vecchio naturalista ottocentesco).
    Cordialmente, Daniela Marcheschi

  21. Between Blog scrive:

    […] La questione di un’etica del pudore, di fronte a una materia troppo atroce e vera per essere messa in racconto, è stata sollevata poco tempo fa anche a proposito di Elisabeth di Paolo Sortino, libro ispirato alla vicenda della figlia di Josef Fritzl, segregata e violentata dal padre per più di vent’anni (rimando, tra gli altri, agli opposti commenti di Christian Raimo su mimima & moralia e di Gianluigi Simonetti su Le parole e le cose). […]

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  1. […] blog di minimum fax c’è questo parere di Christian Raimo sul libro «Elisabeth» di Paolo Sortino. Raimo esordisce lamentandosi che […]

  2. […] Su Elisabeth di Paolo Sortino, di Christian […]

  3. […] dalla sovraesposizione mediatica. È un’operazione non scevra da rischi (si veda ad esempio le critiche mosse da Christian Raimo a un’altra operazione per certi versi simile, Elisabeth di Sortino). […]

  4. […] grida d’allarme sui limiti che la letteratura non dovrebbe oltrepassare (Christian Raimo su «Minima&moralia» e «Il Sole24ore»). Da un lato ha perfettamente ragione Sortino a sostenere che uno scrittore ha […]

  5. […] con grida d’allarme sui limiti che la letteratura non dovrebbe oltrepassare (Christian Raimo su «Minima&moralia» e «Il Sole24ore»). Da un lato ha perfettamente ragione Sortino a sostenere che uno scrittore ha […]

  6. SubliminalPop scrive:

    […] qui c’è una lunga discussione su questo libro che parte da un pezzo critico di Christian Raimo, […]

  7. […] dibattito sul romanzo italiano contemporaneo (un esempio potrebbe essere l’accoglienza riservata da alcuni ad Elisabeth di Paolo Sortino) sembra volersi accendere soprattutto attorno ad implicite questioni […]



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