Su Elisabeth di Paolo Sortino

di Christian Raimo

C’è una cosa che mi fa star male in questi giorni. Alcune tra le persone che stimo di più, e anche e soprattutto tra i critici e gli scrittori, tra i lettori forti e tra quelli atennti, dicono che questo libro, Elisabeth, di Paolo Sortino sia un libro bellissimo. Il romanzo che riesce a rendere mito la storia terribile di Elisabeth Fritzl, segregata per ventiquattr’anni dal padre, stuprata un’infinità di volte, costretta a ogni forma di violenza immaginabile. Io non riesco a crederci.
L’ho letto, anche se molte pagine non sono nemmeno riuscito a finirle. E sicuramente è innegabile che sia un libro scritto tecnicamente benissimo. Ma io penso sia un libro atroce. Un libro che si poteva evitare di scrivere in questo modo, se esistono delle regole che valgono cardinali per l’uomo nel mondo esterno e che non vengono ribaltate, sospese, semplicemente perché siamo in un libro.
Nella recensione di Aldo Nove uscita su Repubblica si dice: “E se la letteratura è lo specchio dei tempi, questa letteratura parla di un tempo che storia non ne ha più, si esaurisce tutto in se stesso, con una strana e perversa umanità residuale che pure tutti affolliamo alla ricerca di ricerca di risposte e interrogativi eterni”. In quella di Walter Siti uscita sulla Stampa si dice: “Non sapremo mai se avremo letto un abuso patologico, una favola ermetica o un apologo della post-modernità”. In quella di Chiara Valerio su nazioneindiana.com parlando anche di Rosetta Loy si dice: “La letteratura non teme definizioni, artifici, occasioni, attesa, ombre. Non teme neppure il capriccio. Non teme la realtà e i suoi bisogni. Rosetta Loy e Paolo Sortino, in forma di autentico artificio, lontani dal reportage narrativo, con il bistrattato strumento del racconto – quasi orale, interrotto dai respiri, dallo sguardo di chi ascolta e chiede attesa – hanno dimostrato che la realtà è complessa in maniera asimmetrica e che per raccontarla è necessario tornare ai miti, alle favole, all’indice dei tipi, all’ossimoro barocco della tenebra che è luce”. In quella di Giorgio Vasta sul manifesto si dice: “Esistono scritture che sono come graffiti. Nel senso che esistono scritture all’interno delle quali è percepibile un senso di trauma, qualcosa di originario, un rumore, uno spasmo, quello stesso senso di continua frizione che quando osserviamo un’incisione su una volta di pietra è ragione d’ammirazione e sconcerto. Perché la scrittura che è graffito contiene un senso di minaccia, una specie di esasperazione arcaica, la contorsione di una mano, l’aggrovigliarsi delle vene dentro a un polso, il reclutamento di zone muscolari periferiche, la resistenza di una superficie cornea, la roccia che si oppone, che prova a respingere il segno ideografico che pretende di corroderla”. Eccetera.

Io non sono d’accordo con nessuna di queste affermazioni perché sono tutte frasi che mettono fra parentesi alcune questioni ineludibili per un’operazione artistica come quella di Elisabeth e che vengono glissate in un nome di un’estetica completamente reinventata ad hoc (totalmente in-fondata, che prescinde dalla storia, dai temi, dal contesto linguistico, dalla questione centrale della verità…) e sembra farlo per non dover affrontare degli interrogativi più inquietanti rispetto a un’opera del genere. Non si può sorvolare su: quale statuto di verità ha questo libro? Il graffito, la quasi-oralità, l’ossimoro barocco della tenebra che è luce… sono tutti appunto dispositivi preletterari. E se a nessuno si chiede di prendersi la responsabilità di un gesto involontario, alla letteratura sì. C’è un dato che Paolo Sortino ha cercato di minimizzare in una nota all’inizio del libro. Qui si sta parlando di una persona viva, con un nome e con un cognome. Chi mi dà l’autorizzazione a scrivere questa discesa agli inferi della nostra surmodernità, epoca post-morale, etc…? Nella nota si dice: “Tra la possibilità e scelta si muove ondivaga la totale libertà della mia Elisabeth e degli altri personaggi, per i quali ho inventato una vita che non vuol essere né migliore né peggiore di quella reale, ma solo possibile”. E la mia domanda allora è: chi mi dà la possibilità di appropriarmi della vita di un’altra persona, viva, di un nome, di una storia, senza chiederle il consenso?

E quando viene detto con un’excusatio petita “Ecco perché, nonostante sia diffusa all’interno del romanzo una certa aderenza al reale svolgimento dei fatti, la presenta opera non possiede alcun valore documentario”, la domanda che nuovamente mi faccio è: perché lasciare i nomi e i cognomi veri di gente tuttora in vita? perché ambientare gli avvenimenti nei veri luoghi dove sono accaduti? qual è il confine tra invenzione e ricostruzione di una verità storica?

La letteratura, ci ha insegnato Primo Levi nel più formidabile scritto di critica letteraria del Novecento, I sommersi e i salvati, sta proprio nel portare a significanza quello che l’esperienza umana da sé alle volte non fa. Se seguo semplicemente le tracce di quest’insignificanza e lo faccio a partire dalle parole di personaggi non di fantasia, non sto riproducendo semplicemente un’eco del male? Non li sto in un modo o nell’altro abbandonando a un mondo dove l’insignificanza regna? O forse – è questa l’intenzione di Sortino – è proprio questa riapparizione del trauma che renderà possibile una trasformazione dell’anima che al livello consapevole non è più possibile: se non c’è catarsi allora ci rimane solo l’intrapsichico? Una questione letteraria simile se pone in maniera elementare J.M.Coetzee in Elizabeth Costello, in un brano famoso che ha analizzato molto bene Antonio Pascale in Questo è il paese che non amo. La scrittrice-professoressa Elizabeth si trova turbata da un saggio romanzato di uno storico, tale Paul West, che racconta la sua versione in parte inventata di una vicenda vera degli ultimi momenti di sconfitta del nazismo. Per dare voce a questo turbamento, decide di parlare proprio in pubblico, a una conferenza. Elizabeth dice così: “Questa è la tesi che andrò a dimostrare oggi: che ci siano cose che non è bene leggere né scrivere. Per dirla in altre parole: io prendo molto sul serio l’affermazione secondo cui l’artista rischia molto avventurandosi in luoghi proibiti, rischia, in particolare, se stesso, rischia, forse, tutto. Io prendo sul serio questa affermazione perché prendo sul serio l’essere proibiti di certi luoghi. Lo scantinato in cui, nel luglio del 1944, i congiurati furono impiccati è uno di quei luoghi proibiti. Non credo che dovremmo entrare in quello scantinato, nessuno di noi. Non credo che il signor West debba entrarci, e se nondimeno dovesse decidere di farlo, noi non dovremmo seguirlo. Viceversa, credo che si debbano mettere le sbarre all’ingresso di quello scantinato, con una lapide di bronzo a memoria: qui sono morti, seguito dalla lista dei nomi dei morti, con le rispettive date, e basta […] che arroganza, appropriarsi della sofferenza e della morte di quei poveri uomini! Le loro ultime ore appartengono a loro soltanto, non sono nostre, non possiamo entrare e impadronircene […] Non credo di essere troppo fragile. Il signor West quando ha scritto quei capitoli è entrato in contatto con qualcosa di assoluto. Con il male assoluto. La sua benedizione e la sua maledizione, direi. Leggerlo mi ha contagiato, quel contatto col male si è trasmesso a me. Come una scossa”.

È per questo che ho evitato di leggere alcune pagine di Sortino, e mi sono pentito per certi versi di averlo cominciato: non voglio essere costretto a colludere con la violenza che qualcuno ha perpetrato nei confronti di una persona debole e indifesa.

Commenti
78 Commenti a “Su Elisabeth di Paolo Sortino”
  1. nick scrive:

    Mi trovo d’accordo con quanto scrive Raimo, anche se credo che prima di tutto vada sollevata una questione di letteratura, che in questo caso anticipa se non origina la questione più propriamente etica.
    La colpa di questo libro secondo me è quella di essere scritto male.
    Esiste per ogni libro un delicato rapporto tra lo scritto e il non scritto che decide della sua bellezza e delle sue possibilità. Questo rapporto è in sostanza il romanzo: ciò che è scritto, più è grande e più si fa piccolo, per lasciare la più ampia libertà di spazio e di respiro e di movimento possibile nella testa di chi legge.
    In Elisabeth è tutto ribaltato, c’è un libro invisibile dell’autore (magari bello chissà) e poi c’è il libro di Sortino, che sembra il lettore mediocre (e anche un pò voyeur) di quello invisibile.
    Però in libreria ci va Sortino, il lettore, il telespettatore di Chi l’ha visto che guarda la madre di Sara Scazzi e da quel momento viene accecato dal detto, dallo scritto, dal visto (soprattutto), e non può più scrivere, non ci insegna più niente.
    Forse da noi la televisione ha fatto peggio che in altri posti.

  2. Donato Frasca scrive:

    Mi trovo assolutamente d’accordo. La versione di Elisabeth è soffocata da paroloni che si rincorrono e fanno rumore per ovattarne l’essenza. No, e no.
    Un libro sopravvalutato.

  3. Rita scrive:

    Non l’ho letto, e quindi non posso esprimermi in merito.

    So però che esiste una differenza tra letteratura e operazione commerciale che vuol fare leva sulla morbosità di chi legge.
    Mi par di capire che questo romanzo (e nulla c’entra che sia scritto bene o male, ci sono operazioni commerciali stilisticamente valide), appartenga alla seconda ipotesi.

    Inoltre credo che il problema non sia nemmeno nella scelta di rappresentare o meno l’orrore, quanto anche nel fine, che può essere di denuncia o meno.
    Rappresentare l’orrore dei campi di concentramento nazisti è stato, ad esempio, per Primo Levi (visto che viene citato), una necessità; e non soltanto la sua, ma proprio storica, sociale, di tutti. Raccontare l’orrore ha un fine se è quello di capire perché è successo, comprenderne i meccanismi, ed evitare che possa ripetersi.
    Invece, mostrare solo per mostrare (come certi film horror inutilmente splatter), senza che vi sia indagine, comprensione, denuncia, è semplicemente osceno. E’ pornografia. Solo pornografia.
    Allora, come giustamente dice Raimo, se si voleva solo raccontare una storia morbosa, perchè doversi appropriare di una vicenda reale, riportando nome e cognome? E poi, come si fa a dire semplicemente “la storia è romanzata”, quando si tratta di un evento realmente accaduto? Cosa accade quando si decide di prendere una parte di falsità (l’invenzione letteraria) e mischiarla con la verità? Cosa ne viene fuori?
    Non si rischia forse di sminuire la verità, di ridurre anch’essa a finzione? Ed il fine qual è? Rendere sopportabile – sminuendolo – quello che non lo è?
    Ad ogni modo, romanzo bello o brutto che sia, utile od inutile, trovo ricco di spunti questo articolo.

  4. alessandra scrive:

    vedere non è mai un atto innocuo, leggere poi non ancora meno. Grazie a Christian per averlo ricordato a proposito di un libro che ha la sua molla infallibile nell’ effetto ipnotico che produce vedere il male. Che poi questo a sua volta produca contagio, e malattia, è un fatto noto e raccontato molto bene nell’ultimo volume della trilogia di Marìas, questo sì, un grande libro.

  5. Giordano Tedoldi scrive:

    Chris, la letteratura non fa paura, non diciamo balle, nessuno si spaventa a leggere Elisabeth, non è disturbante, anche se un disturbante oggi non si nega a nessuno. Né è vietato, né ci sono scantinati dove non si può scendere, anche se poni delle proibizioni etiche come fai a farle rispettare? Ci vorrebbe una multa di 5mila euro, allora sì che sarebbe disturbante. ma Elisabeth è in libreria e si può sfogliare, come ho fatto io, che non l’ho comprato perché con dialoghi del tipo
    “non hai uno straccio di amore” dice Elisabeth
    e allora Firtz arriva e gli tira uno straccio vecchio e gli risponde
    “ecco il tuo straccio d’amore e vedi di fartelo bastare”
    penso che i dialoghi di Centovetrine siano più profondi e disturbanti anche.

  6. Maurizio scrive:

    quello che poni sta diventando IL TEMA. Come giudichi, ad esempio, l’operazione di Mancassola (con il suo Non saremo confusi per sempre) rispetto a quella di Sortino?

  7. geronimo lattanzi scrive:

    Il commento che mi precede è desolante.

  8. Sofia scrive:

    E’ incredibile come il fior fiore della critica abbia recensito positivamente questo libro facendone un capolavoro, addirittura il miglior romanzo d’esordio degli ultimi venti anni! Concordo sul fatto che l’autore si sia appoggiato opportunisticamente al noto fatto di cronaca solo per mascherare una pochezza di contenuti e di scrittura!La nota programmatica secondo la quale i fatti narrati sono opera di fantasia è del tutto priva di senso se poi invece i personaggi hanno un nome e cognome ben noto e le vicende sono fin troppo tristemente famose. Ma queste osservazioni le metterei anche da parte se ci fosse quello scrittura tanto “potente” e “chirurgica” decantata dalla critica(che farebbe bene a pesare i suoi giudizi per non cadere nel ridicolo). Tanto per fare qualche esempio, oltre ad una panteggiatura usata a sproposito o del tutto assente (mancano virgole importanti per il buon funzionamento della frase) troviamo a pag 206 il termine “polipo” (?!?), a pag 50 “zampe delle sedie” (Zampe ?!?), per non parlare di espressioni definite “marzulliane” dallo stesso Siti (“la magia è realtà solo per chi sogna la vita che vive” (Eh?!?). La prosa è insopportabilmente barocca, retorica (“Le cataratte del cielo sbiancavano sul mondo. Il paesaggio si misurava in diottrie perdute”) come se il peso dei paroloni usati e il ricorso a metafore abusatissime ( come quella delle cataratte del cielo) potesse colmare una evidente inattitudine alla scrittura! E per piacere, lasciamo stare i paragoni con Capote e con altri grandi della letteratura. Qui siamo a ben altri livelli. Non scherziamo!!! Una cosa davvero “disturbante” è il prezzo: 19, 50 euro, che avrei potuto investire in letture migliori!!!

  9. christian raimo scrive:

    Rispondo qui a christian frascella e a maurizio cotrona.
    Io penso che Elisabeth sia diverso da L avversario di Carrére o da A sangue freddo proprio perché in questi casi gli autori si sono messi in gioco in prima persona di fronte a una tragedia che non era la loro. Hanno chiesto permesso, oltretutto. E quando hanno abusato di questa vicinanza, se ne sono prese le conseguenze giuridiche e morali oltre che artistiche.
    Mancassola fa proprio l operazione opposta a Sortino. Prende casi molto noti al pubblico italiano e li racconta nel modo elementare con cui si racconterebbero a un bambino. È ovviamente un libro di primo acchito meno suggestivo, ma poi con una voce che mette la sordina invece di essere virtuosa, riesce anche a tirare fuori un piccolo capolavoro che è il racconto su Alfredino Rampi. Mancassola non aggiunge niente a quelli che sapremmo da una puntata di Rai storia, poi quando decide di andare nel buco dove è precipitato Alfredino il piano su cui vira non è né quello mitico né quello della nudità più vera del vero. Sceglie il fiabesco che è diverso dal mito, come sa chi ha letto due righe di Levi Strauss. E soprattutto è chiaro in ogni riga lo statuto di verità di quello ce sta scrivendo.

  10. christian raimo scrive:

    A Giordano dico invece questo. Come in realtà un libro di cui abbiamo parlato, per fare un esempio e forse capirci, ossia Le benevole di Littell parta proprio dall infinitesima etica documentaria per poter pensaredi raccontare quell’orrore. Ilbfatto che esistano già narrazioni storiche fatte da altri aiuta noi che scriviamo a non perderci nella nostra fascinazione. Pensate altrimenti perché, per dire, Libra è un capopolavoro.

  11. Giordano tedoldi scrive:

    Poi questa cosa del mito. Ma cazzo, da piccoli tutti a leggere sofocle stavate?

  12. Giordano tedoldi scrive:

    Chris, il libro di littell è un capolavoro anche per la sua evidente sottomissione alla storia, alla ricostruzione documentaria, persino al plagio di vita e destino. Ma è un capolavoro soprattutto nelle parti arbitrarie, romanzesche, nei personaggi, nello stile flaubertiano, nel finale stupendo e completamente fantasioso. Se assolvi littell eticamente gli fai un onore minimo, devi ammirarlo per il genio creativo, per come ha formato e deformato individualisticamente la storia e i suoi echi sul presente.
    E soprattutto, tengo a precisarlo, littell non è intrapsichico.

  13. christian raimo scrive:

    Appunto Giordano, i crediti di un piano non possono essere usati come crediti sostitutivi su un altro piano perché risulterebbero moneta falsa. Littell non poteva sprigionare quella fantasia se non passava per la storia. Poi ne parliamo del talento artistico. Qui io mi esimo di dare un giudizio artistico su Sortino. È un’operazione che mi fa sentire violentato. E rispetto a una violenza io cerco difese, non valori. Non è il disturbante una categoria estetica. È disturbante pure vedere un bambino picchiato per strada e non fare niente.

  14. db scrive:

    non ho letto il libro, ma le recensioni espongono coram un dispositivo ben messo in luce da poe in filosofia della composizione: basta titillare il masochismo del lettore, e il gioco è fatto. per leggerlo attendo la recensione di una specialista, la policastro

  15. Sofia scrive:

    Come a dire che noi non capiremmo nulla?!? ma per piacere!

  16. Riccardo Moma scrive:

    Raimo, innazitutto credo che una domanda che dovresti porti è: se molte tra le persone che stimi di più lo trovano un bel libro, forse, magari, per una volta, la tua prospettiva è sbagliata. Forse prima della critica serve un’autocritica. Forse non si tratta più di morale ma di moralismo. Io personalmente non ho paura di guardare l’abisso, è la sfida che mi piace di più nella lettura e nella letteratura. E poi: effettivamente dal tuo articolo (e qui mi duole quasi essere d’accordo con Frascella) non si evince chiaramente – come invece sai evidenziare di solito nei tuoi interventi, anche se spesso non sono d’accordo – cos’è che ti fa giudicare questo libro atroce: è il fatto che ci siano i nomi e i luoghi reali? O è l’atrocità della vicenda in sé a non dover essere scandagliata? Se fosse quest’ultima la ragione (il celeberrimo scantinato da non aprire) credo che dovremmo buttare nel cesso molti bellissimi romanzi che hanno fatto la storia della letteratura mondiale (da Sade a Ellis, ad esempio). Se invece sono nomi e luoghi a essere il nocciolo della questione morale, vorrei sapere: nel libro “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta, uno dei più bei romanzi che ho letto in questi anni, pubblicato dalla casa editrice per cui lavori e dal cui blog lanci anatemi contro l’immoralità (devo pensare che allora minima&moralia voglia dire anche questo?), ci sono alcune scene (e qui ovviamente tralasciamo il giudizio sulla scrittura strepitosa di Vasta perché non è questo il punto) che riescono a tirare dei portentosi calci allo stomaco – cosa che nel mio essere un lettore masochista riesce a darmi un gran piacere – e che riguardano anche lì un sequestro, messo in atto da tre ragazzetti nei confronti di un loro coetaneo disadattato. Nel loro delirio di emulazione terroristica, lo sequestrano, lo tengono prigioniero in uno scantinato come un animale, lo fanno morire di stenti e di “compressione” (cioè con metodo e disciplina lo comprimono contro la parete dello scantinato, gli montano sopra, giorno dopo giorno, in un lucido esercizio di mostruosità, fino alla morte del poveraccio). Mi chiedo allora: quello scantinato esplorato magistralmente da Vasta, andava aperto o no? Portare il lettore dentro quella prigione non dovrebbe essere altrettanto sbagliato? O è solo il fatto che il Morana de “Il tempo materiale” sia un personaggio di finzione (o quantomeno camuffato da tale) a cambiare le cose? Cosa c’è di più atroce di tre ragazzini che già nella preadolescenza perdono la loro umanità? Cosa c’è di più atroce nel raccontare con minuzia e tecnica narrativa e linguistica, un abuso di tale portata? non molto altro credo, ma è questa sorta di “mostra delle atrocità” – oltre al talento dell’autore – a fare de “Il tempo materiale” un libro di letteratura.
    E ancora, nella collana che tu curi per minimum fax è uscito qualche tempo fa un bel libro a fumetti sull’uccisione di Federico Aldrovandi, “Zona del silenzio”, disegnato da Alessio Spataro (tra l’altro autore del geniale “la ministronza” in cui, secondo il tuo ragionamento, si appropria del nome e della vita della Meloni senza avere il suo permesso, e facendogliene fare di tutti i colori, e qui addirittura si poteva gridare non solo allo scandalo di immoralità ma anche alla diffamazione, che trovo molto molto immorale) e scritto da Checchino Antonini. Anche lì c’è uno scantinato davvero oscuro, anche se lo spazio fisico in cui l’abuso e l’omicidio si consumano è un parco pubblico. Perché in quel caso non ti sei posto il problema di cambiare meno il nome e il luogo della vicenda? Il fumetto cala un velo pietoso (cioè di pietas) sugli avvenimenti e non c’è più atrocità, o il fatto che Antonini sia un giornalista cambia le carte in tavola? In quel libro (che è una storia romanzata di quella tragedia) qual è il confine tra invenzione letteraria e ricostruzione storica? Tu mi dirai: per quel libro c’era il consenso e la partecipazione della famiglia Aldrovandi. Ma la famiglia Aldrovandi è quella che ha voluto rendere pubbliche le foto del cadavere massacrato del figlio, immagini raccapriccianti, che alimentano il sentmento antiautoritario di chiunque le veda.
    Credo che la questione si ponga in altri termini, e che sia a monte: non esistono romanzi morali o immorali, esistono solo romanzi belli, eccezionali, inutili, atroci perché brutti davvero.
    Raccontare le atrocità dell’uomo non è mai immorale, e il libro di Sortino con i nomi e i luoghi reali ben in vista non fa altro che riportare la storia sul piano dell’esistente (poco importa quali particolari siano reali o meno) o del plausibile, e resta come monito, non come esercizio voyeristico.
    E qui concordo con Tedoldi: non raccontiamoci balle, la letteratura non fa paura.
    Mi fanno più paura gli inquisitori. Anche se stanno male per un senso di solitutidine intellettuale.

  17. Rita scrive:

    @ Riccardo Moma

    Non entro nel merito della discussione tra te e Raimo, però nel tuo commento ho visto citati i nomi di De Sade ed Ellis, e secondo me non li si può tirare in ballo in questo contesto, semplicemente perché le loro storie sono delle finzioni iperboliche per veicolare un preciso messaggio.

    De Sade sostanzialmente era un uomo sconvolto dall’orrore della Natura che grida contro un Dio che non interviene.
    Prendi la storia di Justine, una ragazza pia, buon ecc., che più fa del bene e più ne viene ripagata con il male. E’ una parabola. Gli orrori che commettono i suoi personaggi sono sostanzialmente una bestemmia rivolta a Dio: “guarda cosa sto facendo, posso fare ancora di peggio, e tu dove sei? Perché non intervieni?”

    In quanto invece a Ellis, la sua violenza è talmente sfacciata da risultare parodica. Semplicemente porta all’estremo la via dell’apparenza e del vuoto interiore. Il protagonista riempie questo vuoto con gli oggetti di marca, dedicandosi al consumismo sfrenato che però diventa una filosofia di vita, e, ovviamente, immagina solo, quello che descrive nelle pagine.
    Anche lui, come De Sade, esprime un suo urlo. L’urlo per l’orrore e l’angoscia esistenziale. Mi viene da pensare anche all’urlo per antonomasia, quello di Munch.

    So di essere andata fuori tema rispetto all’articolo, ma mi andava lo stesso di aggiungere questa riflessione in merito a De Sade e Ellis (da te menzionati).

    Riguardo invece a questo romanzo di Sortino, alla fine, a forza di leggere commenti contrastanti, mi avete fatto venire voglia di leggerlo per poter esprimere un commento personale. Magari in libreria ne sfoglierò qualche pagina a caso giusto per capire su quale livello di scrittura siamo.

  18. Sofia scrive:

    Anche io non entro nel merito della discussione ma concordo con Rita. E’ questo il punto: nella letteratura non conta cosa si narra ma “come” lo si espone, la progettualità che sottende ogni opera. Raimo nel suo intervento diceva proprio questo, facendo notare come il “disturbante” non sia una categoria estetica, capace di attribuire valore ad un romanzo morbosamente legato alla cronaca. Non si discute la legittimità di poter scrivere di eventi mostruosi, tutto sta nel come vengono trattati. E’ la differenza che passa tra la grande letteratura e la nuova categoria tanto in voga della “favola nera”( il paragone di Frascella con l’Iliade è a dir poco imbarazzante). Non capisco perchè Riccardo accusi Raimo di avere una prospettiva “sbagliata” solo perchè non è in linea con quanto pensano gli altri autorevoli critici. Mi domando perchè altri prima di leggere il libro aspettino la recensione di persone fidate. Dov’è andata a finire l’autonomia di giudizio???

  19. minimaetmoralia scrive:

    Riccardo, concordo con te nel cercare una sponda in altri sguardi per fare critica. Non ci tengo proprio a rimanere sulla mia posizione per il gusto di trovarla giusta. Ma anche qui le tue obiezioni non mi convincono.
    La questione che sollevo è questa:
    Elisabeth Fritzl è una persona viva che ha subito delle violenze indicibili. È in tutto e per tutto una vittima, siamo d’accordo? Non parlo neanche degli altri attori della vicenda su cui si potrebbe fare un discorso simile. Debbo chiedere il permesso a una persona viva se voglio raccontare la sua storia, inventarne parte, farci addirittura un romanzo, o no? Ma non per ragioni di etichetta o anche addirittura giuridiche. Ma, se m’interessa la verità sull’essere umano in generale.
    Sto al tuo esempio. Spataro e Antonini hanno fatto decine di colloqui con i genitori di Federico Aldrovandi, primo. Secondo, il fumetto di Spataro è chiaramente, visibilmente, inconfutabilmente un’opera tutta d’invenzione – i personaggi hanno la faccia di animali – che però si basa sui documenti processuali.
    Qui i documenti processuali non ci sono. Non si vuole ricostruire una verità documentaria. Si dice la MIA Elisabeth. Parti del libro sembrano un sogno, parti del libro sono del tutto verosimili a una ricostruzione realistica. Nella nota all’inizio Sortino parla di “una certa aderenza”: che vuol dire?
    La domanda che io continuo a porre è: quale statuto di verità ha questo libro?
    Qui non si tratta di una figurina iconica che cerco di riportare alla tridimensionalità – che è per esempio il lavoro artistico che fa Mancassola con le figure incastonate nella storia Alfredino, Eluana, il piccolo Di Matteo sciolto nell’acido, Aldrovandi, Dirk Hamer.
    Qui si tratta di una persona viva, innanzitutto. Che viene prima di tutte le NOSTRE Elisabeth. Se ne abbiamo a milioni che popolano il nostro immaginario, chiamiamole in un altro modo.

    qui si tratta di

  20. minimaetmoralia scrive:

    il commento era mio, l’ultimo.
    christian raimo

  21. Dalia scrive:

    Era l’ora. La questione sollevata da Christian Raimo è nodale, ed è strano che finora nessuno l’avesse ancora sollevata davvero.
    Le domande che ci siamo fatti in casa editrice quando il libro è arrivato sono le stesse che si fa Christian: “Come si può prendere una storia vera e terribile, dei dolori veri, delle persone vere e farne altro (qualunque cosa si intenda per altro)?” Questo libro, ci siamo detti, è da buttare dalla finestra a prescindere.
    Leggendolo, ogni domanda è sfarinata. O meglio, quello che abbiamo sentito e capito ci ha risposto.
    Parlando poi con lui, mitragliandolo di domande e accogliendo le sue risposte sempre calibratissime, pesate come se ne andasse della vita, abbiamo anche percepito il grado di consapevolezza che aveva. Nessuna volontà di provocare: un progetto scolpito in testa, piuttosto, un’ossessione vera.
    In riunione abbiamo discusso a lungo di questo libro e della liceità dell’operazione in sé, e naturalmente abbiamo parlato di Littell.
    Abbiamo citato, ricordo, persino il passo di Elizabeth Costello di cui parla Christian. Abbiamo detto tante cose che non è il caso di dire qui, perché quello che poi conta per un editore è il gesto che fa: pubblicare o non pubblicare. E sperare che delle intelligenze raccolgano quel gesto, com’è avvenuto con questo libro, che ha suscitato – prima di tutto tra gli scrittori, in un modo che non avevamo mai visto in tanti anni – entusiasmi e riflessioni.
    Sortino dice che tra letteratura e cronaca c’è lo stesso rapporto che c’è tra letteratura e tutto ciò che esiste: questa affermazione non è estetica, è vera, per lui, e questa verità si attacca alla pagina, semplicemente. Non c’è morbosità, non c’è voyeurismo: c’è umanità, c’è un libro che parla e ci fa parlare (e per favore, si dica tutto ma non che si tratta di un’operazione commerciale, perché può dirlo solo chi non sa quel che dice).

  22. Giovanni Cocco scrive:

    Applicare categorie morali (o, peggio ancora, moralistiche) ad un fatto squisitamente estetico è già di per sè una contraddizione. L’intervento di Raimo poi, è (a mio avviso) debolissimo. Per sollevare obiezioni riguardanti il libro di Sortino avrebbe potuto utilizzare altri argomenti (es. la vicinanza del “soggetto” di Elizabeth a quella del romanzo di Merico “Io non sono esterno” -Castelvecchi-).
    Ho già espresso il mio apprezzamento per il romanzo di Sortino e lo ribadisco QUI, anche se non lo inserirei MAI nella categoria “letteratura”: è grande narrativa, tecnicamente perfetta (e data l’età dell’autore c’è da sospettare che egli sia un genio o che vi sia, alle spalle, ANCHE un sapiente labor limae editoriale). Ma siamo sempre lì: nella linea, nel solco dei migliori romanzi di quest’anno (l’atipico Nisini, lo sfavillante Aloia, il notevolisimo Vaccari, il Geda internazionale dei coccodrilli, la mozziana Veladiano).
    E mi chiedo: la scrittura, però, dov’è andata a finire (salvo forse alcuni brani di Aloia)? L’esercizio di stile non fine a sè stesso, il salto di qualità che fa di un testo narrativo un’opera d’arte. Dov’è la scrittura capace di allontanarsi da un main stream controllato, codificato, buono per la massaia come per il “critico” glam?
    Rimango della mia: dopo Busi, Arbasino, Moresco, Siti; dopo alcuni racconti di Mozzi, dopo il Casadei de “Il suicidio di Angela B.”. Dopo di loro a fregiarsi della parola “letteratura” rimangono i testi di Vasta (“Il tempo materiale”), Tonon (“Il nemico”), Parente (“Contronatura”) e Pierantozzi (“L’uomo e il suo amore”).
    Tedoldi: è da un anno che ti cerco. Mi puoi fornire un indirizzo mail?

  23. Giovanni Cocco scrive:

    Intendiamoci: Sortino (che è un ’82 ed è bene sottolinearlo!) compie almeno cinque azioni decisive:
    1) appronta una ventina di pagine iniziali da manuale (adottando le tecniche del cosidetto “post-noir teorizzato da Raul Montanari, ossia “partire dal noir ed esplorare un’altra area narrativa -dando uno spazio molto ampio ai personaggi e alla loro introspezione- senza mai dimenticare la lezione fondamentale della suspense” -curioso che la stessa cosa accada anche con i già citati Nisini e Aloia): apparecchia, cioè, una tavola buona anche e soprattutto per il lettore medio;
    2) adotta il punto di vista della “vittima”;
    3) non risolve l'”enigma” nella parte finale del romanzo ma mette in gioco un finale “aperto” in grado di porre all’interlocutore (il lettore) una serie di interrogativi (anche etici e morali se vogliamo);
    4) è in grado di mantenere un ritmo alto per tutta la lunghezza del romanzo (Morozzi e Frascella insegnano) grazie ad una lingua che fa dell’icasticità paratattica il suo punto di forza;
    5) cede alla lusinga dell’utilizzo della prima persona (ormai diventato il marchio di fabbrica decisivo dei capolavori spinti dalla Rete) => dittaura della prima persona = garanzia di buon successo editoriale.

    L’interpretazione che ne ha dato Siti a me pare sinceramente eccessiva. Ma il ragazzo ha talento da vendere, senza dubbio.

  24. geronimo lattanzi scrive:

    Dalia, dato che mi sembra di capire che hai seguito l’aspetto editoriale del libro, ci puoi dire dal punto di vista di legale come è stata affrontata la pubblicazione? Davvero non è stato necessario alcun nulla osta?
    Sul serio sono rimasto molto deluso dalla lettura di questo libro, come anche dalla lettura dell’ultimo di Nove. L’aspetto mitopoietico del primo mi è tanto sfuggito quanto l’aspetto poetico del secondo. Le uniche profondità che ho riscontrato sono quelle penetrate dei protagonisti con inutile dettaglio (è davvero tanto letterario e necessario soffermarsi così gratuitamente sulle reazioni di culi e vagine?). Secondo me più si entra nel gusto dei particolari e più ci si allontana dal mito, e soprattutto: più si lascia defluire il sangue sotto la cintura e meno ne rimane in testa per pensare.
    Scusate le volgarità qua e là. Pur non del tutto d’accordo con lui, mi sento molto vicino a Cocco nel non riuscire più a trovare un romanzo nella mia lingua e sempre di più nel trovarla così sterile.

  25. minimaetmoralia scrive:

    Dalia sono contento che le questioni vengano prese per quello che sono: non un modo per liquidare, né un tentativo di ridurre a operazione commerciale il libro e il lavoro editoriale che è venuto fuori. La consapevolezza di un autore è sufficiente però? Il rischio che io vedo in quel MIA Elisabeth è lo stesso che Sortino ribadisce quando dice che per lui tra letteratura e cronaca c’è lo stesso rapporto che c’è tra letteratura e qualunque altra cosa. È un’affermazione di totale soggettivismo. E la letteratura è totale soggettivismo?
    O la verità di ciascuno ha il limite nella verità altrui?
    Altrimenti io posso andare da una ragazza che mi piace tantissimo e dire: “Ci amiamo perché io sento che quest’amore è vero”.
    Se domani mattina Elisabeth Fritzl, la vera vittima, dicesse: “Mi sono sentita violentata di nuovo a leggere questo libro”, cosa diremmo?
    E se dicesse: “Mi sono sentita violentata di nuovo, e mi è piaciuto”?
    E se dicesse: “Il libro non mi interessa ma voglio un sacco di soldi per lo sfruttamento del mio nome”?
    Quello che avete sentito, voi in casa editrice e altri, è evidentemente diverso da quello che ho sentito io. La mia domanda allora diventa: sono io che non ho capacità empatica rispetto ai personaggi o rispetto alle vere vittime? o siete voi che non avete capacità empatica rispetto ai personaggi o alle vere vittime?
    Lo statuto di verità di questo libro si basa sull’effetto di verità che produce, disincarnadosi il più possibile da una verità storica o di cronaca?

    Christian Raimo

  26. Dalia scrive:

    Non dice tra letteratura e qualsiasi altra cosa, ma tra letteratura e tutto ciò che esiste. La realtà, l’umano.
    E certamente la consapevolezza non basta, ma non è quello il punto.
    Il punto è che questo libro infrange un tabù, fa quello che molti, e a ragione, si sono impediti di fare, ma lo fa in un modo che convince proprio quelli che si sono sempre, e a ragione, impediti di farlo. Non dovremmo interrogarci su questo? Perché la maggior parte degli scrittori ha sentito il bisogno di scrivere a Sortino un sms, una mail, o di telefonargli e di dirgli tutto quello che ha pensato? Ha toccato una corda, ha sconvolto, ha frastornato. Gli dicono grazie. La comunità degli scrittori, così chiusa e centripeta, ha accolto un esordiente ventottenne con un calore assoluto. Dobbiamo prenderne atto. Adesso sto zitta, però.

  27. Andrea Caterini scrive:

    In tutta la stroncatura di Raimo è assente, a mio parere, un aspetto fondamentale, che è la pietà di chi è entrato negli occhi della storia, ovvero del narratore. Quella pietà è la radice sulla quale si regge tutto. Se fosse assente la pietà (che è pure la forma d’amore più grande, perché è una rinuncia assoluta del sé) allora forse avrebbe ragione lui. Ma Raimo ha più a cuore il rispetto che la pietà (me lo fa capire dal suo articolo, non è che lo conosca di persona). Il rispetto è qualcosa di assolutamente contemporaneo (che in sé ingloba buonismo, buon senso, buona educazione e molto altro ancora). Ma la pietà, mi spiace dirlo, viene da più lontano; meglio, riguarda qualcosa di più profondo del rispetto. La pietà è una forma (o la forma primigenia) di conoscenza, il rispetto invece, la forma della distanza. A voi scegliere da che parte stare….(Dostoevskij, ad esempio, scrisse in una lettera che se pure avesse scoperto che Cristo non era sinonimo di verità, lui avrebbe scelto comunque Cristo alla verità: questa è la pietà della quale parlo)

  28. christian raimo scrive:

    Può darsi sia vero Andrea quelli che dici. Con le persone vive però a me fa strano parlare di pietà senza conoscerle di persona e inventarne i pensieri.

  29. Enrico Macioci scrive:

    Non ho letto il libro di Sortino ma faccio al volo un paio di considerazioni generali.
    Il problema è sempre e soltanto quello della gratuità. Se un libro è gratuito è male, anche se parla di giardinaggio; ma se non è gratuito è bene, anche se parla di Auschwitz (per es. sulle Benevole di Littell io ho le mie riserve, perchè non sempre l’autore riesce a far fluire l’orrore della Storia in quello individuale e viceversa, cosicché alcuni brani sono artificiali, sembrano gli arti d’un manichino montato male e che si muove a scatti).
    Del resto il compito principale della narrativa è quello d’operare una decompressione antropologica: la condizione umana è intollerabile così com’è, bisogna dotarla d’un senso ulteriore, lavorarla, sfondarla addirittura, andare oltre ciò che essa pare essere nella sua povera limitatezza, trasfigurarla. E la si può trasfigurare anche, paradossalmente, narrandone l’orrore fino in fondo. Se ne parlo, sono pur sempre vivo, e finché vivo, sono.
    Io credo ad esempio che l’incessante parlottio mediatico che in questi giorni si è scatenato attorno alla povera Melania Rea (un vero delirio collettivo) risponda in parte a questi principi (per l’altra parte al sadismo, alla morbosità eccetera). E cioè alla domanda più banale e più profonda e più mostruosa del mondo: perchè?
    ps: il discorso di Caterini mi sembra giusto: la pietà – ma quella in senso rimbaudiano della Saison – è molto, molto più profonda ed essenziale del rispetto; è forse l’unica chiave per un’autentica vicinanza.

  30. maria (v) scrive:

    Apprezzo l’intervento di Christian Raimo che per primo ha espresso un dubbio sulla legittimità di questa operazione, sulla sincerità e la natura di questa pietas che scrive un romanzo abusando di una persona in carne ed ossa, del suo nome e della sua storia vera che romanzo non sono, e fosse pure per l’ingenuo tentativo di dare voce a chi voce non ha, senza voler intentare un processo a Sortino e farne un capro espiatorio, (che più che il dolo a spingerlo a me è sembrata pura incoscienza e scuso la giovane età) è venuto forse il momento di ricordare che la letteratura è qualcosa che con la nobiltà d’animo, di sentimenti quali pietas…ha veramente molto poco a che vedere.
    Dopo di che, l’opera in sé non mi convince del tutto e non è del tutto da liquidare: è una costruzione incerta, diseguale: alterna dialoghi per lo più inverosimili a particolareggiate descrizioni di ambienti, assertivo in maniera ingiustificabile e troppo tenero, a livelli intollerabili, nei confronti del carnefice ritratto in più punti come padre amorevole che sembrerebbe quasi commettere, nel procedere della storia, errori per troppo amore, un amore incomprensibile per noi, ma che diventa comprensibilissimo secondo parametri mitologici o arcaici o archetipici. “Una voce narrante che non esprime giudizi né attribuisce colpe” non è una voce che può stare dalla parte della vittima, nonostante tutta la tenerezza espressa nei suoi confronti. A questa voce semplicemente io mi ribello e chiederei al libro di scegliersi un altro nome, qualunque altro nome all’infuori di Elisabeth. Se non lo rigetto completamente è perché intuisce e trascrive a chiare lettere una verità troppo importante per essere taciuta: “il processo di smantellamento della coscienza di Elisabeth” “E se ciò che voleva era mutato rispetto a un tempo- tanto che la volontà di fuggire era diventata desiderio di restare rinchiusa- poco le importava” che l’autore del libro sia inciampato nello stesso punto avendo fornito un ritratto che risulta ad ogni pagina più umano del mostro che subirebbe un processo evolutivo al contrario di Elisabeth di cui, con tutta la buona volontà, a mio parere, non ha scalfito che un solo millimetro del suo abisso, non un millimetro più in là di quella citazione, e non mi riferisco solo alla prigionia, al tempo, alla quasi totalità della sua esistenza, ma nemmeno di un singolo istante di quell’inferno , nemmeno di uno solo di quello stupro continuato e incalcolabile, se scrive una cosa come
    “Questo era ogni volta lo stupro: lo stupore che la inchiodava a se stessa” cedendo senza la minima resistenza alle più velleitarie tra le lusinghe della letteratura, dei suoi insulsi giocattoli sonori, che senza il minimo scrupolo, di stupro ne fa un sinonimo di stupore!!

  31. Giordano Tedoldi scrive:

    Sì però secondo me una cosa va detta.

    Non si può prendere una frase ridicola come “lo stupro: lo stupore che la inchiodava a se stessa” e sdegnarsi. Cazzo è una frase di un ragazzino del 1982 che scrive un testo narrativo. Lo volete capire o no?

    Paolo Sortino non è il perito di parte della procura, non è un anatomopatologo – anche se ha la famigerata “scrittura chirurgica” (ci sono chirurghi infatti che operano come Sortino scrive).

    Voi fate l’errore di prendere sul serio Elisabeth, come fosse un documento minimamente complesso, minimamente immerso nella storia o perlomeno nella cronaca, e poi vi stupite che è scritto come un racconto di De Amicis (sì, er mito…)

    E’ un romanzo, tutto romanzo, prendete l’idea e il concetto di romanzo e stampatela bene in testa, poi dite: in questo romanzo, c’è una variante (nemmeno nuova, a naso), invece di Carlo e Alice, ci sono Josef e Elisabeth ispirati ai veri Josef e Elisabeth. Anche se i nomi sono IDENTICI, quale barbara teoria del significato vi fa assumere che Sortino sia moralmente responsabile con i veri Josef e Elisabeth? State con la testa NEL romanzo, perdio, ogni cosa è quel che è, non un’altra.

  32. Giordano Tedoldi scrive:

    Scusate la veemenza ma un conto è Christian, che argomenta dubitativamente e con passione non tecnicistica se è “leggibile” più che scrivile, un libro come Elisabeth. Un conto citare le frasi sullo stupro come se Sortino fosse un compare di merende di Josef Fritzl.

  33. maria (v) scrive:

    infatti ho detto che la sua mi è sembrata solo incoscienza e ne ho scusato la giovane età

  34. Andrea Caterini scrive:

    @Christian
    Ma sai Christian, se la pietà comprendesse solo coloro dei quali abbiamo già una seppur minima conoscenza, la complessità del mondo si ridurrebbe in tribù, in famiglie, in condomini (e la conoscenza dell’alterità che fine farebbe?).
    E poi uno scrittore ha un dovere fondamentale che riguarda una questione di giudizio (quindi una capacità d’affinamento del proprio sguardo e della propria sensibilità – ancora la pietà che ti dicevo). Lo chiedo a te, che scrivi (perché uno scrittore non può esimersi da questa domanda), ma qui a commentare sono in molti a scrivere libri (me compreso). Quello che tutti chiamano mostro (e così facendo sopprimono la loro capacità di giudizio), che oggi è Josef, domani un pedofilo, dopodomani chissà cos’altro ancora, è ancora un uomo? Credo che se non si parta da questo dubbio non si possa arrivare alla conoscenza di niente, dico ammettere che quel mostro che tutti istintivamente rifiutano potremmo essere noi (quella tragedia, ci fa capire Sortino, appartiene a noi tutti, non possiamo più escluderla dalla nostra esistenza una volta messa in evidenza). Allora forse capiremmo che un uomo non può per natura essere “solo male”, ma qualcosa di assai più complesso. Per questo scelgo la pietà al rispetto, Christian, perché può anche non esserti piaciuto il libro di Sortino (in questo non ci sarebbe nulla di male), ma bisogna ammettere che ha messo in gioco se stesso per intero là dentro (altro che ragazzino, per scrivere un libro così bisogna avere una grande consapevolezza). E questo rischio è il primo dovere della letteratura (o meglio ancora: è un dovere che appartiene alla nostra vita – che è sempre più grande e complessa di tutta la nostra e l’altrui letteratura).

  35. Giordano Tedoldi scrive:

    Caterini, l’argomento “quel mostro potremmo essere noi” è di una tale insufficienza teorica che faccio la cortesia di non trascriverlo agli atti. L’argomento “Josef è ancora un uomo?” invece lo attribuisco alla visione di un film di Ozpetek, ma forse lo dico senza una grande consapevolezza.

  36. christian raimo scrive:

    Scusami Andrea non capisco come la pietas rispetto a un essere in carne e ossa possa prescindere dal rispetto. Il rispetto è dovuto, per chiunque. Se ci mettiamo a sindacare appunto su chi è uomo e chi no, facciamo la fine di Bartolomé de Las Casas, che aveva tanta pietà per quegli esseri inferiori che abitavano le Indie.

  37. Andrea Caterini scrive:

    @Christian: Io non sto sindacando su chi sia un uomo e chi no. Sto dicendo che dare del mostro a qualcuno (e l’opinione pubblica lo fa sempre ma non dovrebbe farlo uno scrittore) è allontanare da sé la possibilità di conoscerlo. Ogni rifiuto di conoscenza dell’altro è un rifiuto di conoscenza di sé (e delle proprie paure).
    @Giordano: Tedoldi, ti sento molto carico, mi fa piacere. La rabbia è un sentimento che apprezzo con sincerità. Mi piacerebbe conoscerti di persona; dico davvero.

  38. Mariateresa scrive:

    Concordo molto con quello che ha scritto Raimo: ho sentito recensire il libro a Fahre e non m’interessa, come non m’interessano questi epigoni di Capote di cui, pur avendo il Meridiano, non riesco ancora a leggere A sangue freddo, tanto stride con l’idea poetica che ho di Capote. Se voglio sapere di cronaca nera e di vicende che superano la realtà (questa fra tutte: il padre che tiene la figlia segregata sotto casa e figlia con lei, adottandone i figli-nipoti, una trama con cui Genna aveva anche cominciato la sua tanto spaparazzata vita di hitler), basta che accenda la tv: questa sembra diventata l’Italia dei delitti e davvero basterebbe mettere insieme un canovaccio cominciando da Mattina sul 5, pomeriggio sul due, un porta a porta un chi l’ha visto e scrivere un bel romanzo, con un minimo di capacità narrativa: i tabulati di cosima e sabrina, l’allegra caserma del bosco, la palestra del mistero, non fosse che così facendo, forse forse si toglie il lavoro agli investigatori che dovrebbero essere sostituiti da spettatori e investigatori in erba dato che, di tutti questi delitti (e il caso di Avetrana è il più eclatante in quanto gli stessi mostruosi protagonisti erano accorsi in tv a raccontare la loro falsa verità), tanrto che non c’è un caso giudiziario che sia uno che arriva a compimento in tempi debiti, a meno che non arrivi la confessione…ma insomma di operazioni di questo tipo se ne fanno ogni giorno, fino a un gridare compiaciuti al nuovo Capote ogni volta che si tenti di estrapolare dalla cronaca, a cui pur volendo sfuggire è difficile perché per quanto possa essere ardita la fiction, la cronaca riesce a superarla…come per esempio una giornalista barese che ha creduto di vedere negli aguzzini di Erba un esempio di vero amore coniugale…rasentiamo davvero il ridicolo. Poi certo tutto è letteratura, tutto può diventare letteratura, a patto che ad aprire quella porta sia un vero scrittore. Quanto a Littell, non l’ho letto ma c’è un bellissimo racconto di Borges che sembra un suo riassunto.

  39. Rita scrive:

    @ Andrea Caterini

    A prescindere dal contesto, mi è piaciuto molto quello che hai scritto a proposito della pietà. In particolare la tua definizione di pietà come forma d’amore più grande perché rinuncia assoluta del sé.

    E poi questo tuo passaggio: “Sto dicendo che dare del mostro a qualcuno (e l’opinione pubblica lo fa sempre ma non dovrebbe farlo uno scrittore) è allontanare da sé la possibilità di conoscerlo. Ogni rifiuto di conoscenza dell’altro è un rifiuto di conoscenza di sé (e delle proprie paure).” – che condivido appieno – mi fa venire in mente un noto episodio della cronaca-storia-politica del nostro paese: quello relativo a Valpreda, additato da Enzo Tortora come “il mostro”, salvo poi trovarsi egli stesso (Tortora), anni dopo, a vivere la sua (di Valpreda) stessa esperienza di trovarsi imprigionato dentro una cella pur essendo innocente.
    Come a dire, è facile diventare “mostri”.
    In generale credo che l’opinione pubblica abbia spesso bisogno – di fronte all’incomprensibilità di alcune azioni – di sentirsi rassicurata sul fatto che certe cose possano essere commesse solo da persone “particolari” (i mostri) in casi particolari. Si ha timore di credere che tutti potremmo diventare potenzialmente assassini (ad esempio), che i cosiddetti “mostri” sono persone come noi (solo malate, disturbate, ma nessuno è immune dalla malattia) e quindi, circoscrivendo il campo di certi orrori solo entro il raggio d’azione di coloro che sono “altro da noi”, “alieni” rispetto a noi, ci si tranquillizza. E’ rassicurante pensare che l’agente di atti terribili abbia caratteristiche così diverse dalle nostre da essere addirittura un “mostro”, così almeno ci si illude di non dover/poter mai essere/diventare come lui.
    Come dici te, però, rifiutandolo, si rifiutano anche quegli aspetti della nostra anima che più ci fanno paura.

    Tutto questo lo scrivo in generale, cioè senza riferimento alcuno al romanzo della diatriba in questione, che non ho letto.

  40. Marco scrive:

    Nel testo di questo articolo c’e’ scritto:

    “Non si può sorvolare su: quale statuto di verità ha questo libro? Il graffito, la quasi-oralità, l’ossimoro barocco della tenebra che è luce… sono tutti appunto dispositivi preletterari. E se a nessuno si chiede di prendersi la responsabilità di un gesto involontario, alla letteratura sì.”

    Forse il romanzo di Sortino si puo’ considerare un esempio di “non-fiction”. In questi libri un fatto di cronaca viene romanzato attraverso “dispositivi preletterari”. Questi “dispositivi” possono essere piu’ evidenti (e forse questo non e’ bene) o meno evidenti (e forse questo e’ meglio). Sortino non ha fatto fiction, ma ha fatto letteratura ossia questi “dispositivi preletterari”, di cui Raimo parla, sono meno evidenti – e questo e’ forse meglio.
    Lo statuto di verita’ della non-fiction e’ ambiguo: perche’ c’e’ la parola “fiction” e c’e’ la parola “non”: mentre leggo quando sento di essere immerso in una fiction subito mi ricordo che e’ di realta’ che si sta parlando e quando sento di essere nella realta’ dei fatti, che appunto so riconoscere come “reali”, mi ricordo che questi fatti sono pur sempre in un contesto romanzato.
    L’etichetta “non-fiction” e’ una parola interessante.

    Nel post c’e’ ancora questo:

    “Qui si sta parlando di una persona viva, con un nome e con un cognome. Chi mi dà l’autorizzazione a scrivere questa discesa agli inferi della nostra surmodernità, epoca post-morale, etc…?”

    C’e’ l’articolo 21 della Costituzione e il diritto di cronaca che forse qui si puo’ ricordare.

  41. gemma scrive:

    bello Sortino. Non capisco i problemi di legittimità sollevati qui. Sono però d’accordo con Raimo quando parla dell’ultimo di Mancassola, che pure ho letto: lì siamo da un’altra parte, in un territorio di pietas e di reinvenzione radicale, molto consolatoria. è interessante che libri del genere escano nello stesso periodo, per lo stesso editore, mi sembra un segno forte del contemporaneo.

  42. Sofia scrive:

    Infatti. Sono pienamente d’accordo con Tedoldi: le argomentazioni di Raimo sono giustissime ma le questioni sollevate dagli altri utenti relative alla legittimità o meno di poter narrare la cronaca, sono fuori luogo. Se il turbamento generale delle coscienze fosse prodotto da un capolavoro vero (e non propagandato come tale) non vi sarebbe motivo di disquisire oltre. Il problema è che il capolavoro non c’è. Da questa mancanza ogni cosa si sgretola a cominciare dall’inverosimile impianto narrativo retto da una voce narrante onnisciente e intrapsichica, che pur non attribuendo giudizi e colpe, è appiattita e incapace di caratterizzare i personaggi. Per non parlare della lingua e dei dialoghi. Quindi cosa c’è da discutere oltre? Anche una ricca documentazione o l’assenso di Elisabeth Fritzl non avrebbero potuto far diventare il romanzo in questione diverso da quello che è.

  43. maria (v) scrive:

    SUI MOSTRI

    è logico che la mostruosità sia umana, e non è la mostruosità dell’uomo che allontano da me, precludendomi di conoscere fin dove possano spingersi tutte le possibilità dell’umano ma io NON chiederò mai ad una vittima di vedere il lato umano del suo carnefice condannandola a restare vittima, scegliendosi da sola il suo carnefice. Questa è una cosa che mi sono trovata a ripetere più volte: l’odio è un sentimento umanissimo e, in alcuni casi, necessario per sopravvivere, senza tramutarsi in nessun atto, è un sentimento che non si può negare a nessuna vittima. Il perdono appartiene ad una fase successiva. Qui contestavo l’evoluzione fittizia del colpevole, implicita, data per scontata, senza che ci sia stata una sola ammissione di responsabilità, una reale comprensione dell’infinito male inammissibile inflitto ad un altro essere umano, senza avere mosso nemmeno un passo, lungo tutto il romanzo, sulla strada del dolore o della sofferenza che comporterebbe inevitabilmente un sincero interrogarsi sul “che cosa ho mai fatto?” e la vittima stessa in questo romanzo mi è sembrata somigliare di più ad una bambola. Ma questo è solo il parere di un lettore qualunque che ha ricevuto un’idea un pochino più plausibile di cosa sia stupro e incesto da un film come Precious per esempio

  44. enpi scrive:

    bisognerebbe – credo – semplicemente, chiedere a Paolo perché non li ha chiamati Carlo e Alice, Josef e Elisabeth, e non ha ambientato la stessa storia a Chivasso. può darsi che la sua risposta sia ragionevole e condivisibile – io ho già una mia opinione, e secondo me sì: la risposta sarebbe ragionevole e condivisibile.

    enrico

  45. Giordano Tedoldi scrive:

    Enrico, abbiamo capito tutti il giochino “straniante” di prendere nomi, luoghi, fatti reali e poi farli pensare e parlare come quando ci masturbiamo in cameretta. Il problema che si tentava di discutere era se a forza di fare “gli stranianti” non stiamo riducendo lo scandaloso e l’osceno a una barzelletta. E per quanto mi riguarda sta pericolosamente arrivando il momento in cui saranno più stranianti Carlo e Alice di Josef e Elisabeth.

  46. Marco scrive:

    Tedoldi, non e’ detto che tutti sappiano e tutti capiscano. Tra l’altro forse si puo’ riflettere che lo scandaloso e l’osceno possono assomigliare molto a una barzelletta. Gemma, per quanto riguarda me ho voluto dare solo un contributo a una discussione.

  47. Alessandro scrive:

    Boh, io penso molto semplicemente che, al di là dell’aspetto macabro della vicenda (e perché no, anche legale, visto che “romanzato sì, ma quella sono io” potrebbe dire Elisabeth, penso, dicevo, che le recensioni di scrittori o presunti critici, lasciano il tempo che trovano e che Elisabeth va scandagliata prima per quel che è (un romanzo) e poi, magari si apre un dibattito sul “giusto/non giusto”. Ciò premesso, per me Elisabeth NON ANDAVA SCRITTO. O meglio: io non l’avrei scritto. Ma siamo in Italia, il paese dove su 103.3 mentre guidi senti “a Borgo Panigale c’è un incidente in corsia est, 2 km di coda. In corsia opposta 6 km di coda per curiosi”.

  48. matteoplatone scrive:

    Perfettamente d’accordo. Aggiungo che Levi era molto irritato, per esempio, da quei sopravvissuti ai campi di sterminio che parlavano di aneddoti, di cose non viste direttamente, e mischiavano dunque la testimonianza al verosimile.
    Credo si tenda a confondere oggi il sentimentale (ossia l’immaginazione di sentimenti, il desiderio di sentimenti) con il patetico (ossia il pathos, il sentimento autentico), l’artefatto e artificioso con l’autenticità del sentire.

  49. enpi scrive:

    Giordano, nel mio ultimo ordine su ibs, ho comprato Io odio John Updike. lo sto leggendo – sono al terzo racconto.
    che c’entra? nulla. ma volevo dirtelo ; )
    andando oltre: volevo solo dire che magari Sortino ha la sua da dire. potrebbe essere uno scambio interessante. la Rete lo permette. io, Elisabeth, non l’ho ancora letto [né comprato]. prima o poi, lo farò. e potrò dirne anch’io. al momento non ho molto da dire. posso aver fiducia nell’autore, e nei molti giudizi positivi.
    sulla questione fiction/no fiction, sull’opportunità di “romanzare” una vita: mi interessa. non ho un’idea esatta in merito. ma, appunto, mi interessa seguire la discussione.

    enrico

  50. Giuseppe Genna scrive:

    Pensa a Dante con i parenti di Farinata!
    Che è, colpa dell’epoca post-morale, Chris? Ma quale post-mortale?
    Dissento da qualunque parere tu esprima qui e intendo: la formulazione del parere, il modo in cui ci arrivi, l’oggettualità del medesimo. Mi sembra distante anni luce da te, il tutto.
    Non è poi però assolutamente vero che Paolo Sortino renda un mito la configurazione Elisabeth-Josef: è altro, secondo me, mea culpa non essere ancora intervenuto, poiché penso meriti e tanto l’intervenire, in casi simili.
    Quanto alla questione realtà-finzione, come dicevo l’altro giorno a Chiara Valerio: dovreste erigere un monumento a Filippo La Porta, magari in zona Pantheon, perché a Roma non discutete che di quello da anni, addirittura da due decenni, il che è assolutamente incomprensibile per il resto d’Italia, letteraria ma anche no, che mi è dato conoscere.

  51. Giuseppe Genna scrive:

    “… Quinci si lievi ogni vizioso pensiero, ricordisi chi ci legge che di sopra è scritto che lo saluto di questa donna, lo quale era de le operazioni de la bocca sua, fue fine de li miei desiderii mentre ch’io lo potei ricevere. Poscia quando dico: Canzone, io so che tu, aggiungo una stanza quasi come ancella de l’altre, ne la quale dico quello che di questa mia canzone desidero; e però che questa ultima parte è lieve a intendere, non mi travaglio di più divisioni. Dico bene che, a più aprire lo intendimento di questa canzone, si converrebbe usare di più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto ingegno che per queste che sono fatte la possa intendere, a me non dispiace se la mi lascia stare, ché certo io temo d’avere a troppi comunicato lo suo intendimento pur per queste divisioni che fatte sono, s’elli avvenisse che molti le potessero audire.”

  52. maria (v) scrive:

    Scusi Genna, aggiungo solo una parola, poi lascio ad altri, lei scrive

    Non è poi però assolutamente vero che Paolo Sortino renda un mito la configurazione Elisabeth-Josef

    io sono andata a riprendere il libro di malavoglia stamattina perché desidero veramente cambiare discorso, però ho detto, no no Genna dice questa cosa, io invece ricordo di aver letto… però adesso non lo so… ribaltare il libro da capo, non so se ne ho più voglia… e mentre dicevo questo ho trovato il passo incriminato perché ci avevo annotato accanto tanto di ORRIBILE!!! in stampatello e il passo è questo:

    Ebbe la convinzione che le motivazioni di tenerla tutta per sé non erano maligne, ma antiche, appartenenti a un mondo che si credeva perduto e sul quale invece lui era riuscito a trovare un portale: Allora forse non avrebbe dovuto condurci Elisabeth, come credeva; forse quel mondo si sarebbe mosso verso loro due: un universo vivo che premeva per ricongiungersi agli umani, ai loro cuori, ai loro deisderi per tornare reale allora antiche sì come il nostro mondo rurale che è pieno zeppo di queste storie di violenze e incesti sepolti tra le mura domestiche e molto meno poetici, molto meno romanzati, tanto più rivoltanti e disgustosi, non può leggersi nessuna favoletta della principessa rinchiusa coi nanetti. Ricorda sul finale, la scena della poliziotta che è colta dalla nausea, appunto dov’è la nausea, il torcersi delle budella che dovrebbe afferrare alla gola il lettore qui dentro? ma davvero a me sembra che chiediate una visione edulcorata del male o forse sono io cui sembrano solo parole, parole, parole

  53. Giuseppe Genna scrive:

    Non è una configurazione mitica. Non hon intenzione di stendere un trattato sul mito nella mia prospettiva. La speranza di Josef di consolarsi con un’investitura (dico proprio la dinamica dell’essere investiti) da parte del mito inteso come metastoria – beh, è già consapevolezza di non stare nel livello metastorico, da parte dell’autore, e nemmeno nel mito. Se c’è un risucchio, nel libro di Paolo Sortino, è verso un buio principiale, prepsichico e quiondi pre-storico. Questo è un libro leopardiano, ma in un senso assai particolare, nel senso dell’impossibilità della forma del significato quando si sta nella cecità – e dico quanto a sento e penso io.

  54. matteoplatone scrive:

    @Giuseppe Genna: non capisco il senso della citazione da Dante. Non il significato in sé, dico nel contesto, in riferimento al post di Raimo e al romanzo di Sortino.
    Potresti per favore spiegarti meglio? Perché la citazione è contestuale alla canzone, e la canzone mi pare (mi pare) vada, non dico in senso opposto, ma quanto meno devi rispetto ad una semplice menzione del passo:

    vv. 1-18 (segno con un “>” i versi che pongo all’attenzione)

    Donne ch’avete intelletto d’amore, >
    i’ vo’ con voi de la mia donna dire, >
    non perch’io creda sua laude finire,
    ma ragionar per isfogar la mente.
    Io dico che pensando il suo valore, 5

    Amor sì dolce mi si fa sentire, >
    che s’io allora non perdessi ardire, >
    farei parlando innamorar la gente. >
    E io non vo’ parlar sì altamente,
    ch’io divenisse per temenza vile; 10

    ma tratterò del suo stato gentile >
    a respetto di lei leggeramente, >
    donne e donzelle amorose, con voi,
    ché non è cosa da parlarne altrui.
    Angelo clama in divino intelletto 15 >

    e dice: “Sire, nel mondo si vede >
    maraviglia ne l’atto che procede >
    d’un’anima che ’nfin qua su risplende”. >

  55. domenico lombardini scrive:

    Penso che quella di Raimo sia un censura psicologica, una sua e particolare idiosincrasia un po’ maldestramente adombrata da critica letteraria, con tanto di citazioni e rimandi a Levi e ad altri. Penso che sia, mutatis mutandis, una forma di bacchettoneria traslata dal personale particolare al letterario. Cosa estremamente grave per un critico di professione

  56. minimaetmoralia scrive:

    Scusate, Genna in primis e ora Domenico Lombardini,
    io ovviamente non ho la capacità di riconoscere se è da parte mia questa disamina minima parta da una miopia di qualche tipo, un’idiosincrasia, un’ignoranza, etc…
    Però pongo di nuovo la mia elementare domanda: che statuto di verità ha questo libro?
    e aggiungo un corollario – molte delle parole che come vediamo qui vengono usate, da mitico, a pre-psichico a a-storico, etc… assumono significati talmente personali, idiolettici che probabilmente non finiscono per comunicare cose differenti, opposte o nulla. Sortino è interessato a raccontare questo crinale del significato – che ovviamente non si può ridurre a quello tra realtà e finzione (qui sono d’accordo con Genna, ma è un discorso da sociologia della letteratura) – ma purtroppo lo deve attraverso lo psichico, lo storico, il sintattico – come dire. Lo deve fare con i nomi di persone mortali – che per me vuol dire la loro storia, la loro psiche…
    Prendo per cogente l’obiezione Farinata. Ma per me lo statuto di verità di Dante è chiaro. Sarà che l’abbiamo studiato a scuola, all’università: il letterale, l’allegorico, etc…
    Qui non mi è chiaro, quasi mai. L’indagine che Sortino fa è un’indagine su di sé, su Elisabeth e Josef, su dei tipi sociali, su delle figure simboliche? Io ho questa difficoltà: leggo “Elisabeth” e non riesco a capire che mondo mi sta raccontando. Che grammatica c’è. Che gioco linguistico è.

  57. minimaetmoralia scrive:

    il precedente commento è ovviamente mio, di Christian Raimo

  58. Alessandro scrive:

    La domanda a me pare ovvia: ma che c’entra Dante? Siamo alle solite. Presunti-Intellettuali per dare un taglio raffinato alle loro “critiche” [senza peraltro avere gli strumenti utili a farle (le critiche) chiamo in causa Gilda Policastro, se ci legge] buttano dentro Dante, Leopardi e tutto l’ambaradan.
    Allora uso un po’ di latino anch’io, che fa sempre scena.
    La questio non cambia: se Elisabeth (quella vera) non fosse esistita e non avesse patito quel che ha patito, quanto varrebbe questo libro? Io dico nulla. Non ci sarebbe nessun motivo per pubblicarlo.
    Rinnovo la domanda: Cui prodest?

  59. Giuseppe Genna scrive:

    Io non sono un presunto intellettuale: lavoro da 23 anni nell’editoria e nel terziario culturale, ho pubblicato libri – io sono un intellettuale e basta. Questo è il mio lavoro. Poi si possono contestare le posizioni, ma quel qualunquismo grillino te lo tieni per te, Alessandro. Peraltro: il cui prodest sulla letteratura è una domanda da non umanisti (ogni lettore è un umanista).
    Se si legge letteralmente il passo della “Vita nuova”, che non ha da essere ricordato perché basta inserirne una frase in Google e salta fuori il testo integrale, e perciò non siamo qui a fare la gara nozionistica, si osserverà molto semplicemente quale frazionamento dello sguardo utilizza Dante per tentare di spiegare cosa intende alludendo alla Donna. E, anche, si osserverà una ritrazione dello scrittore: dice di avere detto troppo. Questa Donna dantesca è un mito? E’ un tipo sociale? E’ un personaggio? Muore giovanissima? E’ tutto morboso?

  60. domenico lombardini scrive:

    vedo che questo è un blog libero, Raimo il Censore

  61. domenico lombardini scrive:

    scusate, cancellate pure il commento…

  62. Alessandro scrive:

    Per quanto mi riguarda possiamo sostituire la parola “Presunti” con quella “Sedicenti”, il succo non cambia. 
    Non cambia per 2 motivi:
    1- perché per me “Presunto (o Sedicente) intellettuale” non è un’offesa, come fine intellettuale non è un complimento. Io, di Giuseppe Genna, ho letto tutti i libri, credo, e li trovo grandiosi per cui io lettore, giudico Genna un grande scrittore; se Genna si ritene un intellettuale – e basta – ne prendo atto come prenderei atto di chi all’affermazione “secondo me non  sei cattolico” (precisando che esserlo non è un valore aggiunto) replica “io sono un cattolico, perdio”.
    Spero la questione sia chiusa qui perché per me può sentirsi intellettuale o addirittura Dio, cambia poco.
    2 – questo romanzo, per quanto ci si sforzi di presentarlo come capolavoro dell’ultimo ventennio, non reca nessuna novità né stilistica né concettuale, e anzi, è carente in entrambe. Ribadisco, se Elisabeth non esistesse davvero, cosa sarebbe questo libro se non un noir di quart’ordine, un giallo da Odeon Tv in seconda serata?
    La Vita Nova? Era il 1300, e non c’era nemmeno l’ombra del voyeurismo che oggi permea i media. Media grazie ai quali (o per colpa dei) Elisabeth venderà moltissime copie.
    Questo romanzo è un plastico di Bruni Vespa edito (furbescamente) Einaudi.

  63. christian raimo scrive:

    Il problema rispetto a Dante o Leopardi sono le fonti. Per loro la storia orale, per noi la possibilità di trovare documenti. Per loro una società come dice Alessandro iporappresnentata, per noi una iperrappresentata. Creare una forma artistica varia a seconda dei contesti. Oggi rileggevo Underworld di DeLillo per dire e mi venivano in mente tutti gli epigoni di quello stile lì. Compreso Sortino che utilizza il meccanismo di DeLillo in Underworld e DeLillo. Non siamo figli forse di un’ideologia pseudoteologica che ci illude che usare degli strumenti della metafora ci esima da un’indagine reale?

  64. db scrive:

    ho letto l’estratto di elisabeth sul sito einaudi: è spazzatura. al muro tutti i marchettari (posto d’onore al bimarchettaro genna)! non venite a milano a leccare neh?

  65. Sue scrive:

    Il discorso è etico prima ancora che letterario: se si usano i veri nomi di persone e luoghi, o si sta facendo un’opera documentale, e c’è l’obbligo della precisione e della ricerca, o si sta sciacallando per ottenere facile visibilità mediatica.

    Non avendo letto il libro, non posso dire quale sia il caso.

  66. “Che diatriba antica quella che qui su minimaetmoralia riguarda il romanzo Elisabeth di Paolo Sortino. Del quale ho da poco iniziato la lettura, dunque mi esimerò da considerazioni di merito.
    Mi pare però il caso di spendere un paio di parole sul ragionamento critico imbastito da Christian Raimo. […]”

    http://francotirature.blogspot.com/2011/05/su-elisabeth-e-gli-statuti-di-verita-in.html

  67. raffaele scrive:

    Ho finito Elisabeth da qualche giorno. Sono di quelli che leggono un libro e poi stentano a rimetterlo tra gli altri. Di quelli che – quando un libro funziona – tornano a rileggere passi per ritrovarne la bellezza. Premetto che Elisabeth è un libro di innegabile valore stilistico, tuttavia, arrivato all’ultima pagina, ho avuto fretta di riporlo sullo scaffale. In questo gesto c’è qualcosa di personale e di emotivo che dovrebbe restare fuori da qualsiasi accenno o tentativo di critica. Ma io non sono un critico, e l’emotività al lettore è consentita. A mente fredda non ritengo sia stata inutile la lettura di questo romanzo, che è stata integrale nonostante in molti punti risultasse insopportabile. Ammetto che, se Elisabeth non fosse esistita, il libro mi sarebbe sembrato un tentativo di morbosità inutili, impossibili, ma la cronaca ci ha insegnato che il gesto dell’uomo e la sua ferinità, può superare il suo potenziale fantastico. Elisabeth, quindi, diventava man mano che andavo avanti la giustificazione morale del libro, nonostante esso poi la privasse di qualsiasi etica. L’insopportabilità del libro di cui parlavo non va infatti riferita alle innumerevoli descrizioni della copula padre-figlia (decidendo di leggere sapevo a cosa sarei andato in contro e lamentarmene adesso sarebbe come dolersi per un eccesso di fantasy dopo aver scelto di leggere Il signore degli anelli), bensì alla progressiva trasformazione della figlia in sposa: è insopportabile la normalizzazione di un rapporto forzato, indotto e vessatorio che nulla ha di normale, un rapporto contro cui la figlia si ribella in superficie, ma a cui soccombe – adeguandosi – bunker (come se il sottosuolo fosse latore di nuove leggi, non importa se più irragionevoli). Lo straniero di Camus diceva che alla fine “ci si abitua a tutto”, ma qualsiasi proposta di assolutezza va considerata con cautela, soprattutto in questo caso. E’ difficile, ammettiamolo, seguire quell’Elisabeth che aizza il desiderio erotico del padre-marito, quasi ridotto all’impotenza, o che gli chiede ripetutamente di ingravidarla. O quella che scherza con lui deridendo la madre e il suo presunto spasimante: una figlia violata giorno dopo giorno, per ventiquattro anni, non diventerà mai un’alleata, per quanto profonde e radicali e autonome dall’umano possano essere le leggi non scritte di un bunker. Allora mi sono chiesto se abbassare Elisabeth all’ irragionevole carnalità del suo carnefice non diventi una profanazione ulteriore. Se quella frase che compare alla fine (“ma che stanno dicendo, papà?, con cui la ragazza difende i suoi ultimi 24 anni di vita) non poteva esserle risparmiata. Io non so se l’autore sia riuscito o meno a mitizzare i due protagonisti, non so nemmeno se intendesse farlo. So che Edipo, Medea, Crono non erano carne e ossa ma Elisabeth sì. Elisabeth è viva, nonostante tutto e lo sono i suoi figli- fratelli. Se al mito vogliamo rifarci, possiamo dire che mitica, erculea è stata l’ impresa di Sortino che ha dovuto lavorare una materia certamente spigolosa e tagliente. Il libro è tecnicamente riuscito. Non so se diventerà un best-seller perché non è facile discutere con serenità della sua bellezza. Quello che “rimprovero” all’autore è di aver reso Elisabeth più viva e vitale nel bunker (solo la bellezza esteriore sfiorisce, ma il suo è un corpo fecondo, materno, quasi generoso nell’offrirsi) di quanto non fosse prima di entrarvi e dopo esserne uscita. Ecco cos’è insopportabile.

  68. christian raimo scrive:

    Raffaele dice molte delle cose che avevo provato a porre come interrogativi. Sono come dire contento che a partire da una sintonia emotova si possa ripensare una possibilità critica che non passi per moralismo.

  69. Daniela Marcheschi scrive:

    Gentile Christian Raimo,
    concordo con Lei, e apprezzo la Sua libertà di giudizio. è un brutto libro, in cui vi sono cadute di stile e si arriva addirittura a fraintendere in modom grossolano la natura stessa del mito.
    Non solo, ma vi si difende il punto di vista aberrante di colui che compie l’abuso. Uno dei momenti più ripugnanti è quando l’autore scrive che la giovanissima Elisabeth emana una sorta di potenza oscura, per la quale l’abuso è giustificato come una naturale conseguenza e, soprattutto, come una colpa di chi lo subisce. Ma Sortino è mai stato a contatto con dei bambini/giovanissimi abusati? Ne ha potuto constatare le condizioni tragiche che gridano vendetta? Se avesse visto anche una sola volta la faccia di Donatella Colasanti (Circeo), avrebbe potuto fare un bagno salutare in quella “cronaca” che tanto invoca e teorizza (ahimé come un vecchio naturalista ottocentesco).
    Cordialmente, Daniela Marcheschi

  70. Daniela Marcheschi scrive:

    Gentile Christian Raimo,
    concordo con Lei, e apprezzo la Sua libertà di giudizio. E’ un brutto libro, in cui vi sono cadute di stile e si arriva addirittura a fraintendere in modo grossolano la natura stessa del mito.
    Non solo, ma vi si difende il punto di vista aberrante di colui che compie l’abuso. Uno dei momenti più ripugnanti è quando l’autore scrive che la giovanissima Elisabeth emana una sorta di potenza oscura, per la quale l’abuso è giustificato come una naturale conseguenza e, soprattutto, come una colpa di chi lo subisce. Ma Sortino è mai stato a contatto con dei bambini/giovanissimi abusati? Ne ha potuto constatare le condizioni tragiche che gridano vendetta? Se avesse visto anche una sola volta la faccia di Donatella Colasanti (Circeo), avrebbe potuto fare un bagno salutare in quella “cronaca” che tanto invoca e teorizza (ahimé come un vecchio naturalista ottocentesco).
    Cordialmente, Daniela Marcheschi

  71. Between Blog scrive:

    […] La questione di un’etica del pudore, di fronte a una materia troppo atroce e vera per essere messa in racconto, è stata sollevata poco tempo fa anche a proposito di Elisabeth di Paolo Sortino, libro ispirato alla vicenda della figlia di Josef Fritzl, segregata e violentata dal padre per più di vent’anni (rimando, tra gli altri, agli opposti commenti di Christian Raimo su mimima & moralia e di Gianluigi Simonetti su Le parole e le cose). […]

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  1. […] blog di minimum fax c’è questo parere di Christian Raimo sul libro «Elisabeth» di Paolo Sortino. Raimo esordisce lamentandosi che […]

  2. […] Su Elisabeth di Paolo Sortino, di Christian […]

  3. […] dalla sovraesposizione mediatica. È un’operazione non scevra da rischi (si veda ad esempio le critiche mosse da Christian Raimo a un’altra operazione per certi versi simile, Elisabeth di Sortino). […]

  4. […] grida d’allarme sui limiti che la letteratura non dovrebbe oltrepassare (Christian Raimo su «Minima&moralia» e «Il Sole24ore»). Da un lato ha perfettamente ragione Sortino a sostenere che uno scrittore ha […]

  5. […] con grida d’allarme sui limiti che la letteratura non dovrebbe oltrepassare (Christian Raimo su «Minima&moralia» e «Il Sole24ore»). Da un lato ha perfettamente ragione Sortino a sostenere che uno scrittore ha […]

  6. SubliminalPop scrive:

    […] qui c’è una lunga discussione su questo libro che parte da un pezzo critico di Christian Raimo, […]

  7. […] dibattito sul romanzo italiano contemporaneo (un esempio potrebbe essere l’accoglienza riservata da alcuni ad Elisabeth di Paolo Sortino) sembra volersi accendere soprattutto attorno ad implicite questioni […]



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