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Facebook e l’ideologia positiva dei social network

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Nella foto: Jesse Einsenberg in una scena del film The Social Network)

Nel finale di The Social Network – il film di David Fincher del 2010 che racconta la genesi di Facebook – un giovane Mark Zuckerberg (interpretato da Jesse Eisenberg), risolta la disputa relativa alla proprietà della sua creatura si ritrova seduto da solo nella sala riunioni di un ufficio legale. Accende il portatile, si collega a quella che è ancora una versione embrionale di ciò che oggi raduna nel suo ventre oltre un miliardo di utenti, seleziona il nome di Erica (la ex fidanzata che nella prima scena del film lo ha mollato) e le chiede l’amicizia. L’espressione neutra, una mano che per un attimo si allunga a cliccare refresh, Zuckerberg-Eisenberg rende chiaro che Facebook è (anche) un nido di fantasmi; un luogo in cui le relazioni sociali si riconfigurano in termini del tutto inediti.

Su Facebook di Flavio Pintarelli, primo titolo della collana “nativo-digitale” deep di :duepunti edizioni (disponibile in formato epub e pdf), è uno studio che ha prima di tutto il merito di non incorrere nell’idea automatica per cui fb, e in generale tutto quello che emana dalla rete, è qualcosa che riscrive i legami in una declinazione aberrante. Ciò da cui il saggio di Pintarelli (che è digital strategist e studioso di cultura digitale) prende le mosse è semmai la consapevolezza che al cospetto di una moltiplicazione di variabili, e dunque di una complessità che cresce esponenziale, si deve reagire facendo proprie più diottrie possibili.

Facebook è allora un’occasione perfetta per ragionare sull’evoluzione di ciò che intendiamo per soggettività. Già a partire dalla costruzione del proprio profilo, chiedendo di scegliere due diverse immagini, fb suggerisce al suo utente una precisa idea di mondo distinguendo – e non è per nulla scontato – tra presentazione (il profilo) e rappresentazione (la copertina): «Così caratterizzato, lo spazio virtuale aperto dai social network si colloca in equilibrio sul confine che delimita lo spazio pubblico da quello privato e così ne determina un sostanziale ridimensionamento, aprendo a nuove, inedite dimensioni».

Un altro vincolo che la grammatica interna dei social network ci impone riguarda il set di azioni sociali consentite. Tra Facebook e Twitter è possibile reagire a un contenuto tramite like, share, comment, retweet, prefer, replay. Latita – o al limite si esprime, spesso brutalmente, nel commento – la possibilità del dissenso. L’assenza di questa azione «denuncia l’ideologia della positività che anima il dispositivo Facebook e costituisce uno dei pilastri più solidi della retorica della rete».

L’architettura dei social network è in grado persino di agire sulla nostra visualizzazione del tempo (per esempio attraverso la timeline), dunque sulla nostra memoria, generando un dilemma sintattico che nel prossimo futuro potrebbe risultare decisivo. Perché laddove la memoria in rete è uno spazio composto da particelle ognuna luminosa e irrelata dalle altre, il problema che si pone è quello di ripristinare o inventare ex novo connessioni tra questi frammenti.

La riflessione di Pintarelli chiarisce che senza una comprensione profonda delle implicazioni culturali e politiche di ciò che accade in internet accediamo solo a un moncherino di conoscenza: «Dal momento in cui si comprende e si accetta che la dimensione reale e quella virtuale della nostra esistenza sono coestensive e coalescenti, negli spazi della rete tendono a riprodursi i rapporti di forza che regolano il mondo reale».

Anche sui social network, a segnare la differenza è il passaggio da una fruizione inerte a qualcosa di più consapevole: al diritto, nonché alla responsabilità, di diventare autori (oltre che attori) di un’esperienza complessa.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
15 Commenti a “Facebook e l’ideologia positiva dei social network”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    La filosofia sulla percezione risale al 1700 (per quanto già l’Idea platonica…).

    “Facebook è allora un’occasione perfetta per ragionare sull’evoluzione di ciò che intendiamo per soggettività.”

    Ma certo, se si è degli ignoranti che non hanno frequentato il liceo o, come scriveva Bertrand Russell: “La maggior parte degli uomini preferirebbe morire piuttosto che riflettere. E in effetti è quello che fanno”.

  2. Stefano scrive:

    L’autore del libro e dell’articolo hanno riflettuto sulla possibilità di togliere il “mi piace”? Sul fatto ad esempio che non esprimere consenso equivalga a indifferenza o dissenso, e che comunque c’è lo spazio commenti? E soprattutto su quale dannato senso avrebbe un tasto in più per dire “non mi piace” sulla pagina o sul diario di un’altra persona, quando uno può benissimo non visitare, non avere l’amicizia eccetera? C’è bisogno di tirare fuori l’ideologia, addirittura una denuncia? Banalmente anche di un libro che vende milioni di copie si tende a pensare che sia piaciuto a tutti, e pazienza.

  3. Mirko scrive:

    Si parla di fumo. Si parla di qualcosa che non esiste, che potrebbe essere eliminato con un errore del server, con un blackout, con un crollo dell’economia globale: facebook è questo. E col crollo di facebook crollerebbero le milioni di interazioni cibernetiche che si sono venute a creare. La socialità, la socializzazione, le interazioni su facebook sono troppo fragili e vulnerabili. Facebook pur nella sua avanzatissima e solidissima struttura è fragile.

  4. El_Pinta scrive:

    @Stefano direi che la risposta è si, ci ho pensato eccome al senso che avrebbe un pulsante “non mi piace”, su Facebook. Purtroppo è chiaro che commenti senza aver letto il libro – non che dovessi farlo, ma sarebbe stato utile farlo – perché se lo avessi fatto sapresti che non ho parlato del “mi piace” con cui ti colleghi ad una pagina per riceverne gli aggiornamenti, bensì del tasto “mi piace” con cui si esprime consenso rispetto a un contenuto postato da un utente. Che sono due azioni abbastanza diverse.

    Perciò, sapendo questo, il senso di una affordance per esprimere dissenso/critica/disapprovazione/dispiacere dovrebbe essere piuttosto autoevidente. Ma ti faccio un esempio per chiarire meglio: se un mio contatto posta uno status per dire che ha fatto un incidente o che gli è morto un parente o che ha le febbre, l’unico modo che ho per esprimere un sentimento negativo è verbalizzarlo con un commento.

    Facebook non mi permette di esprimere questo sentimento attraverso il meccanismo di risposta senso-motoria che è caratteristico di quell’ambiente. Quando ho iniziato a scrivere il libro, nell’autunno del 2012, erano molti gli utenti che chiedevano in vari modi l’introduzione del pulsante “non mi piace”, addirittura esisteva un add on per Firefox che permetteva di installarlo e usarlo con tutti gli utenti che condividevano l’applicazione (https://addons.mozilla.org/en-US/firefox/addon/facebook-dislike/).

    Perché, nonostante ci fosse una domanda e quindi una necessità, Facebook non introdotto questa possibilità (così come Twitter ha permesso il retweet mutuando e automatizzando una pratica introdotta dagli utenti)? Per il semplice motivo che chi ha progettato la piattaforma pensa e dice esplicitamente che questa debba essere utilizzata per promuovere “interazioni sociali positive” (http://www.huffingtonpost.com/2013/04/03/facebook-dislike-button-bob-baldwin_n_3006997.html).

    Affermare che un ambiente pensato e progettato per mimare le nostre relazioni sociali debba focalizzarsi solo sulle “interazioni sociali positive” è un discorso completamente ideologico e credo, visto che in quell’ambiente ci viviamo bene o male tutti, che sia interessante andare a fondo nella questione.

  5. Stefano scrive:

    @ Pintarelli

    Intanto grazie della risposta, per adesso ti dico che leggerò il libro e che nonostante non lo abbia fatto ho commentato presumendo (dunque il non aver letto il libro non mi ha impedito di presumere una cosa corretta ) che tu stessi parlando del tasto “mi piace” nel senso che tu dici. Poi mi fa piacere che ci hai pensato, e mi pare che la risposta dell’ingegnere sia condivisibile. Oltretutto, in una situazione del genere un “non mi piace” senza parole crea ambiguità. Inoltre non si possono condensare in un tasto due cose ben diverse come il dissenso e il dispiacere. Ma in ogni caso, se questo pulsante verrà messo o meno, e in che modo o meno, non cambia per me la sostanza della cosa, ovvero che le inferenze ideologiche che ne trai non esistono. Così come inferire che un’immagine per il profilo e una per la copertina stiano per presentazione e rappresentazione, anche fosse il volere di Zucker… in persona. Ognuno fa come gli pare. A me va benissimo andare a fondo delle questioni, ciò che non mi piace, e che soprattutto mi pare sbagliato, nel senso di errato, è il modo in cui si parla della questione. Allora se io leggo in un articolo una cosa come “l’assenza denuncia l’ideologia positiva” mi prudono le mani sulla tastiera, perché mi pare un tono e un linguaggio al limite della paranoia. Lo stesso ingengnere capisce in fondo che potrebbe anche avere senso un tasto “non mi piace”, ma non ne fa una questione metafisica, semplicemente non gli pare una buona idea. E semplicemente dice, “beh, fai un commento”. Tutto qua.

  6. Stefano scrive:

    Altre cose:
    “Un altro vincolo che la grammatica interna dei social network ci impone riguarda il set di azioni sociali consentite”. Ora, in un social in cui uno decide di stare o meno, si può parlare di vincolo e imposizione? Giocando a Resident Evil mi sono accorto che non è possibile abbracciare gli zombie…

    Questo invece mi sembra un passo che sarebbe meglio fosse spiegato ulteriormente, perché lasciato così almeno io non riesco a capirlo.
    “L’architettura dei social network è in grado persino di agire sulla nostra visualizzazione del tempo (per esempio attraverso la timeline), dunque sulla nostra memoria, generando un dilemma sintattico che nel prossimo futuro potrebbe risultare decisivo. Perché laddove la memoria in rete è uno spazio composto da particelle ognuna luminosa e irrelata dalle altre, il problema che si pone è quello di ripristinare o inventare ex novo connessioni tra questi frammenti.”

  7. Stefano scrive:

    Mi viene in mente ancora @ Flavio, visto il tuo esempio, che esprimere solidarietà non è proprio negativo. Nel mentre che un tuo contatto posta un fatto spiacevole ( e già questo è un modo per esprimere un lato negativo della vita ), tu provi dispiacere, però esprimi solidarietà, o almeno vorresti esprimerla. Eventualmente servirebbe un tasto “che peccato”, “mannaggia”, che esprimerebbe ancora positività, perché è un fatto positivo che le persone si facciano forza tra di loro. Qualcuno vorrebbe forse un tasto “esticazzi?”, “te ce sta bene”, “fottiti”? Quindi in realtà l’esempio che fa il product engineer stesso fa confusione. Mentre anche a me sembra più adatto un tasto ambiguo per esprimere piacere, invece che per esprimere un dispiacere da disambiguare. Quando ti chiedevo del senso di un tasto “non mi piace” pensavo appunto al dissenso puro, come sto facendo io adesso. Ovvio che è autoevidente, ma il senso profondo qual è? Io posto qualcosa, una foto o una poesia o un articolo. Chi vuole può farmi sapere se gli piace con un click, chi non apprezza può ignorarmi o scrivermi. Farebbe così tanta differenza anche un click per dirmi che non gli piace? A me più che all’ideologia positiva viene in mente il buonsenso.

  8. Stefano scrive:

    [nota ot chissà se di qualche interesse]

    già al mio primo commento ero un po’ incuriosito dal libro, anche per il suo prezzo abbordabile, ma probabilmente sarebbe rimasta solo curiosità. L’aver ricevuto una risposta dall’autore, e anche un po’ di senso del dovere rispetto all’aver commentato un libro non letto, mi hanno convinto ad acquistare il titolo.

  9. El_Pinta scrive:

    @Stefano: mi fa piacere di averti convinto ad acquistare (mi raccomando prendilo sul sito della casa editrice, ci piace il KM0) e leggere li libro, anche se magari non sarai d’accordo con quello che ho scritto :)

    Credo che sia necessario, per affrontare il grumo di osservazioni che fai, intenderci sul modo in cui ho usato il termine ideologia nel libro e in seconda battuta districare il discorso del libro da quello della recensione, perché nei tuoi commenti sono spesso intrecciati.

    Per me è ideologico qualsiasi generico sistema di idee più o meno coerente o organizzato. Perciò nello specifico Facebook è ideologico in quanto è un sistema organizzato e coerente in base a un sistema di idee. E queste idee riflettono una visione dei rapporti sociali (che sono un po’ il core della piattaforma), così come Residente Evil, per restare al tuo esempio, riflette una visione del prprio genere videoludico (il survival horror) che è diversa da Left for Dead o The Last of Us. Non c’è nessuna paranoia in questo.

    Allo stesso modo non inferisco che l’immagine profilo e l’immagine di copertina stiano per presentazione e rappresentazione, ma analizzo il modo in cui l’architettura della piattaforma ci consente di definire la nostra identità in base a quei concetti. Un sito internet, di qualsiasi tipo, è una costrutto pensato per orientare la navigazione e per progettare l’esperienza che l’utente avrà interagendoci (è quello che, in termini tecnici, si chiama design delle interfacce e dell’esperienza utente) e questo ha delle conseguenze sul modo in cui non viviamo (in) quel determinato sito web.

    Il discorso sulla memoria parte proprio dal modo in cui Facebook organizza l’idea stessa del ricordo, ma su questo punto ti rimando al libro consigliandoti di guardare con attenzione anche il video da cui prende le mosse il discorso. Stesso discorso per quanto riguarda la questione del “non mi piace”, che nel libro è inserita in un discorso più generale.

    Chiudo con una nota sull’idea che in un social si possa stare o meno a seconda della propria volontà, il che è vero ma è anche molto astratto. Perché sappiamo bene che oggi possiamo decidere di non stare su Facebook ma è altrettanto vero che c’è una pressione sociale che in un certo senso ci costringe a esserci per molte, diverse ragioni. In ogni caso, il fatto che possiamo scegliere di non esserci non cambia che una volta che entriamo ci siano dei vincoli e delle costrizioni. Possiamo decidere di sottrarci a esse ma non possiamo farlo a meno di notarle ed eventualmente criticarle per essere più consapevoli del nostro posto all’interno di questi ambienti.

  10. Stefano scrive:

    Sì, l’ho preso dal sito. La parte della recensione che mi interessa è quella che ho trascritto, e penso che Vasta dovrebbe spiegare cosa sta dicendo. Penso sia un dovere morale non lasciare in sospeso espressioni come “dilemma sintattico” e cercare di chiarire cosa vuol dire “agire sulla visualizzazione del tempo”. Questa comunque è la parte per me più oscura anche del libro. Per il resto sono in disaccordo con l’impianto generale, ma più che in disaccordo perplesso. Nello specifico per quanto riguarda la questione del “non mi piace”, secondo me mancano dei nessi causali. Quando affermi: “La mancanza di un’azione atta a esprimere dissenso
    (un pulsante “non mi piace”, che molti utenti vorrebbero veder
    implementato) fa sì che l’azione deputata a ogni espressione di
    negatività (sensazioni, opinioni ecc.) sia il commento. Apparentemente
    questa situazione è positiva, in quanto si chiede sempre di argomentare il proprio dissenso, ma purtroppo gli
    automatismi generati da questo dispositivo e dal suo carattere
    senso-motorio spesso non permettono lo sviluppo di argomentazioni,
    bensì conducono i ragionamenti e i pensieri in strettoie
    fatte di botta e risposta tanto rapidi quanto sterili e violenti.”

    Qui mi sembra che non spieghi cosa impedisce di argomentare il dissenso, e soprattutto fai un’affermazione non verificata, ovvero che ci siano automatismi in corso che indirizzano le discussioni. L’esempio che porti da Giap mi pare sbagliato. Su Vibrisse di Giulio mozzi non c’è un vincolo ad esprimersi in più di tre righe eppure il luogo è vivibile lo stesso, perché l’autore se ne cura. Dunque quest’idea che il vincolo o la grammatica o anche gli automatismi senso-motori che si sviluppano ( a me ad esempio imbarazza in una conversazione in chat o su whatsapp rispondere con un ahahaha, perché è ormai in differita con la risata che mi sono fatto, però faccio uno sforzo. In una conversazione con un’amica davo l’impressione di non ridere alle sue battute e lei un po’ se la prese ) siano così influenti non è affatto spiegata. E non si può certo affermare che tali forze in atto impediscano lo sviluppo di argomentazioni, né che latiti il dissenso, anche partendo da una considerazione ideologica. Da questo punto di vista la cosa che mi lascia perplesso è appunto l’uso di certi termini, ovvero vincolo, costrizione, forze eccetera. Per me un po’ fa la differenza. L’aspetto migliore del libro è quello che fa perno sulla consapevolezza e sulle descrizioni di come funzionano certi aspetti, dalla profilazione agli algoritmi. Ciò che non capisco, ma immagino sia una questione di attitudine, è il parlare di vie di fuga, di teoria critica e di resistenza. Per questo ho tirato in ballo la paranoia, e per questo la mia refrattarietà al tirare in ballo l’ideologia. Mi sembrano modi spropositati di interpretare fb. A un certo punto c’è la domanda retorica per cui alla luce dei tre punti che analizzi uno dovrebbe dedurne che fb sia deleterio, per poi spiegare che no. Ma nei punti che descrivi per me di partenza uno non dovrebbe dedurne lati negativi. I lati che ho visto negativi di fb dipendono dalla natura umana, non dal mezzo. Mi pare che Fb amplifichi, ma che non origini, che offra modi nuovi di farsi del bene e del male. Allora a me interessa capire che effetto mi abbia fatto averlo usato ( mi ci sono fatto del male io ) e che effetto fa alle altre persone, partendo però da esperienze reali. In questo, nel tuo lavoro, come anche in quello di Ippolita, e di altri articoli apparsi in rete, vedo una mancanza. E quando parli di vie di fuga mi pare di leggere un resoconto di lotta, e non ne vedo il senso. Anche parlando della vita a volte si usano metafore del genere, e lo capisco, perché è la vita. Trasferire queste metafore per fb il più delle volte non mi convince. Cioè, fb è essenzialmente una stronzata. Ci sono cmq alcuni testi che consigli che mi andrò a leggere.

  11. El_Pinta scrive:

    Mi fa piacere tu abbia preso il libro dal sito della CE, ci teniamo a quell’aspetto 😉
    Mi rituffo nel tuo commento per dirti che non sono d’accordo con la tua impressione che non esistano automatismi che “indirizzano le discussioni”. Il sistema di notifiche di FB è un sistema di segnalazione che si basa sul meccanismo di stimolo e risposta (ovvero sul legame senso-motorio analizzato da Deleuze in relazione alla grande forma dell’immagine azione).

    Se ci pensi il sistema delle notifiche di FB ha molte somiglianze con il semaforo come forma di segnaletica. C’è uno stimolo colorato e luminoso che io percepisco come un cambiamento nello stato delle cose sul mio profilo e di conseguenza reagisco per operare su quel cambiamento. Chi studia la dipendenza da social network nota come i soggetti che ne soffrono presentano sintomi ansiogeni quando non ricevono notifiche (apnee, sudorazione, irrequietezza) e come ci sia uno scarico di energia quando invece queste si presentano.

    Il soggetto non è del tutto consapevole di quei sintomi perché tutto il circuito di percezione e reazione avviene in tempi molto compressi. A me è successo, in particolari occasioni, di avere questi sintomi. Succedeva soprattutto nei miei primi anni di frequentazione del web, quando partecipavo a discussioni molto accese sui blog o sui social. Ho provato più volte una certa ansia mentre aspettavo le risposte ai miei commenti. Riflettendoci a posteriori mi sono accorto come in queste situazioni le mie reazioni fossero meno lucide e meditate e spesso improntate a una virulenza eccessiva.

    Per cambiare prospettiva su questo aspetto del ragionamento ti porto un altro esempio. Chi, come me, si occupa di comunicazione e marketing sui social network sa che intorno al 2009-2010 le foto hanno cominciato a essere il contenuto più popolare sui social network e su Facebook in particolare.

    Popolari non in termini di quantità quanto in termini di capacità di stimolare interazione da parte degli utenti. L’interazione sui social è un parametro che si misura in “like”, “share” e “comment”. Perché le foto sono più stimolanti di un video o di uno status di testo? La risposta è semplice, perché sono immediate e autoevidenti. Si spiegano da sole e si capiscono a prima vista e quindi il tempo necessario per decifrare l’informazione e reagire a essa (mi piace? non mi piace?) è molto più ridotto rispetto a quello necessario per decifrare uno status di 200 caratteri.

    Queste per me sono forme di automatismo percettivo e nella mia esperienza hanno un peso notevole nell’indirizzare la discussione. Certo ci sono le eccezioni, quella strutturale e meccanica di Giap e quella curatoriale di Vibrisse. Ma quanti thread su Facebook presentano la stessa attenzione e cura verso la discussione? Io ne conosco ben pochi.

    Mi pare insomma che FB si configuro come un sistema di segnaletiche a cui siamo spinti a reagire riducendo il tempo tra la percezione e l’elaborazione del dato a cui reagiamo. E questo è un effetto dell’infrastruttura della piattaforma, del suo design delle interfacce e del modo in cui essa organizza la nostra fruizione e la nostra navigazione. Ovviamente questa non è una condizione tale da impedire la possibilità che si sviluppino argomentazioni e dissenso, resta però il fatto, per me, che l’architettura della piattaforma non favorisca questo sviluppo.

    È per questo che parlo di atteggiamento critico e di vie di fuga dal dispositivo. Vie di fuga da intendersi non soltanto come uscite di sicurezza, ma anche come effetti prospettici che permettano di vivere il dispositivo in un modo obliquo o trasversale o opaco rispetto alla condizione di base, che è la trasparenza assoluta dei suoi meccanismi (un po’ come la differenza tra il montaggio invisibile del cinema classico e quello visibile di autori come Eisenstein o Godard)

  12. Stefano scrive:

    Sì, riconosco l’esistenza degli automatismi, ma nello specifico non viene, almeno per quello che leggo, spiegato il come. Cioè: il poter mettere un “like” ha abituato le persone a non argomentare o ha avuto un qualunque effetto oltre a quello di mettere spesso e rapidamente “like”? E a questo punto, in che modo poter mettere un “dislike” dovrebbe invece favorire la discussione? E poi, cambierebbe le cose (potrebbe portare a argomentare ancora meno, ad esempio)? Per questo la mia obiezione è se si verifichi quanto dici e in che modo si può valutare l’influenza del dispositivo. Perché un conto è dire che fb non è fatto per discutere e un conto è dire che le discussioni non si sviluppano per proprio perché fb è fatto in un modo e non in un altro. Posto che non possiamo valutare statisticamente quante e quali discussioni ci sono state e quante non sono nate proprio, ancora non vedo spiegata la causalità degli automatismi di fb nei confronti delle discussioni. Su tanti blog le discussioni finiscono in vacca o sono fatte di botta e risposta. La maggior parte delle persone per sua natura non è abituata e capace di argomentare ( e soprattutto non ha voglia, né di farle né di starle a sentire ) e di discutere e discute con botta e risposta, si incazza eccetera, sul web come al bar. Mentre ci sono elementi per accorgersi, anche dalla propria esperienza, come la nostra vita viene influenzata, dal controllo compulsivo di mail e cellulare alle notifiche, mancano gli elementi per dire in che modo e se certe pratiche abbiano una qualche influenza sullo sviluppo della discussione. Riguardo invece al significato da dare al fatto che non c’è un tasto “dislike” e che non vuole essere inserito posso anche capire che si parli di ideologia positiva, ma rimane per me una lettura sproporzionata. Un paio di volte fai riferimento a quelli esaltati dalle possibilità della rete o dalla tecnologia, però quelli sono semplicemente fuori di testa ( così come coloro che dipingono distopie per ogni cosa ). Che poi probabilmente anche chi organizza fb stia un po’ fuori di testa, d’accordo, ma io posso capire un saggio sull’ideologia fascista, che ha bisogno di tempo spazio letture eccetera, perché il fascismo ha avuto degli effetti coercitivi, ma un saggio sull’ideologia di fb no. La pressione sociale che esercita è insignificante, a me a volte mi chiedono perché non ci sono su fb, qualche volta qualcuno mi ha detto “e fattelo! Eddai!”, ma finisce lì. L’ideologia di fb forse si riduce al “cerca di piacere”, ma questa è una parte fondamentale di noi, mica ce l’ha portata fb. Cmq nel tuo libro ho trovato piuttosto equilibrata la parte critica. Ma è come se nel tuo discorso, e in quello di altre letture critiche, ci sia l’idea che il fatto che ognuno lo viva a suo modo non basti, ma che ci sia bisogno di misure particolari date dallo svelamento dei meccanismi.

  13. eFFe scrive:

    @Stefano,

    sono il curatore della collana deep: a cui appartiene il libro di Flavio. In primis grazie per aver acquistato il libro sul sito dell’editore e per lo stimolo alla discussione. Vorrei evidenziare alcune cose, visto che ho avuto il piacere di discutere con Flavio di molti di questi argomenti prima dell’uscita del libro.

    A me sembra in primo luogo che tu sia un navigatore abbastanza smaliziato, che non subisce la pressione sociale (come affermi) e che con una spazzata di buon senso risolve molte questioni (tipo quella degli esaltati del web: la storia recente insegna che bisogna stare molto attenti agli esaltati…). Credo però che tu appartenga a una minoranza di persone sufficientemente stabili da un punti di vista emotivo e cognitivo da “reggere” le interazioni sui social network; tuttavia hai detto che ti ci sei fatto male con FB, cioè hai avuto (se posso sintetizzare) un’esperienza emotivamente significativa. Ecco: non tutti sono in grado di elaborare esperienze simili, e quando lo fanno lo possono fare solo nei limiti architettonici della piattaforma. Per fare un esempio forte: se ti molli con la donna e ti va di prendere a testate il muro perchè t’accorgi d’esser stato un coglione, difficilmente otterrai il tuo scopo in una camera con le pareti imbottite. Ecco i limiti architettonici. Ed ecco l’ideologia.

    (Inciso: io insegno in un’università americana, e ti posso garantire che l’influenza di FB, e ora Snapchat, sulla vita emotiva dei miei studenti è talmente pervasiva da determinare il modo in cui definiscono le loro relazioni sentimentali. Parliamo di universitari ventenni di buona famiglia, discreta istruzione, che negano, o al contrario non contengono, le loro stesse pulsioni sessuali. Hai visto per esempio questo? http://www.fastcocreate.com/3017108/you-need-to-see-this-17-minute-film-set-entirely-on-a-teens-computer-screen )

    “Ideologia” si definisce come un sistema di pensiero e di valori con un duplice scopo: interpretare il mondo e agire in esso. Questa è la definizione che (forse implicitamente) Flavio usa nel libro (avrebbe potuto scriverne di più, ma poi sarebbe diventato un altro libro), e che, per darti un riferimento, hanno elaborato pensatori come il menzionato Deleuze, Agamben e in maniera più “pop” ma anche molto acuta Zizek. Ho il sospetto che per te la parola abbia un significato solo negativo, forse per l’uso deteriore che se ne fa di solito nei media. Ma in questo caso è una vox media: indica solo quei criteri che uno ha per capire il mondo e per determinare i propri comportamenti; mia nonna, per dire, era ideologica quando mi diceva che nella vita dovevo pensare solo ai cazzi miei. A partire da questo (da questa definizione, non da mia nonna…), risulta chiaro come l’intera architettura di FB, nonché il discorso pubblico dell’azienda di Zuckerberg, risultino impregnati di un’ideologia che espunge (o per lo meno rende difficoltoso) l’espressione senso-motoria (come ha spiegato sopra Flavio) di altri sentimenti che non siano il “mi-piace”.

    Ne abbiamo discusso molto io e lui, a partire anche da una prospettiva politica: che cosa sarebbe successo se davvero a Menlo Park avessero implementato un bottone “dislike”? E a entrambi, in questo esercizio di fantasia ma anche di deduzione, sono apparsi scenari profondamente totalitari, nella misura in cui una delle caratteristiche del totalitarismo è quella di ridurre l’espressione e la riflessione a coppie di opposti: bianco/nero vero/falso bello/brutto e, appunto, mi piace/non mi piace. Non mi sembra però che ci sia alcuna paranoia nel fare una riflessione del genere: nessuno afferma che questo sta accadendo o peggio accadrà, ma solo che grazie a questo genere di riflessioni possiamo acquisire maggiore consapevolezza dell’ambiente connesso in cui interagiamo.

    Ultima cosa: giustamente t’interroghi su come la piattaforma influenzi la nostra esistenza, ma poi concludi che FB amplifica quello che già siamo. Se uno è stronzo nella vita, per farla breve, lo sarà pure su FB. No, non esattamente. Sia per quei meccanismi spesso inconsapevoli di auto-rappresentazione che menziona Flavio, sia perchè l’influenza non è univoca, ma ciclica, costante, “rimbalzante”. Mi spiego: Flavio apre il libro con una bella citazione della Mapelli, che ha ben studiato come FB funzioni da specchio: mentre le mie mani sono occupate a sistemare i miei capelli con il pettine (azione sul sé) i miei occhi vedono nello specchio un altro me stesso di fronte che fa la stessa cosa e lo giudicano, giudicano cioè come quell’altro che mi sta davanti si stia pettinando (rappresentazione); se lo giudicano male, saranno le mie mani ad agire di conseguenza sui miei capelli (riflessione). Questo per dire che la domanda non è se è venuta prima l’uovo o la gallina, ossia se Fb influenza o noi o siamo noi a venir da esso “amplificati”, ma in che modo questa relazione circolare funzioni, se ci sono meccanismi inconsci, se possono esser rivelati, se possono essercene degli altri (le vie di fuga) o se siamo obbligati a “giocare” in un campo sempre uguale. Quello che il libro di Flavio vuole fare non è costruire una genealogia, ma descrivere una dinamica a partire da certi riferimenti teorici e certi concetti-utensili.

    Peraltro Giorgio Vasta (che a modo suo, da scrittore, si è posto domande simili in “Spaesamento”) coglie subito due aspetti importanti del libro: l’articolazione tra sfera privata e sfera pubblica e l’importanza della consapevolezza nella gestione delle azioni sociali. Se di questo libro passassero solo questi due elementi, io come curatore mi direi già contento! :-)

  14. Stefano scrive:

    @ eFFe
    Per il lato personale: beh, stabile dal punto di vista emotivo non so, però avendo dovuto affrontare alcune cose almeno ci rifletto spesso sopra. Per questo so bene che fb come altre cose possono essere potenti e pericolosi dal punto di vista emotivo. Così come potenti e divertenti e piacevoli. Ma il grado di pericolosità riguarda in primo luogo il nostro rapporto con i mezzi, che in buona sostanza rimangono inerti. Anche se dietro fb c’è un’impalcatura e un’ideologia siamo sempre noi a definire il modo in cui ci comportiamo, meccanismi inconsci compresi. Le analisi sugli effetti vanno poi viste caso per caso, mentre spesso la tendenza delle analisi che ho letto è quella di immaginare profili psicologici generali. Le mie esperienze negative con fb riguardano stati d’animo che già avevo provato. Nello stare su fb si sono create situazioni che me le hanno fatte provare, ma nel mio caso il modo in cui fb è costruito e l’ideologia che vi è dietro non c’entrano nulla. Per cui non voglio negare a priori che la cosiddetta grammatica di fb non sia determinante, ma credo che vada dimostrato ogni volta in che modo lo è attraverso esempi reali. Anche se l’ideologia di fb è positiva e cerca di non assecondare il lato negativo o il dissenso, di fatto ciò non avviene, perché al momento il dispositivo fb non è in grado di intervenire in questo modo sulle persone.

    Per arrivare all’ideologia. Non la vedo in modo negativo, anche se vedo che nei discorsi pubblici fa venire l’orticaria solo a nominarla. È che la riservo per cose più serie e decisive. Però va bene lo stesso, accetto che se ne parli così. Ho tirato in ballo la paranoia, e in parte mi scuso, perché non capisco e non apprezzo i termini utilizzati in varie analisi. In un pezzo di Ornella Tajani su Nazione Indiana si parla di strategie punitive, si allude a Bentham, al sorvegliare e punire. Anche qua si parla di vincolo e imposizione. In un commento Andrea Inglese parla di gabbia. Fb non impone nulla, su questo non si può scherzare, e produrre discorsi che mettono in circolo quest’idea non è paranoico, ma cos’è? E la “via di fuga” rimanda ancora a una gabbia, una trappola eccetera. Anche l’’idea di uno scenario totalitario, scusami, ma che senso ha? Intanto è la nostra mente a funzionare di base con “mi piace/non mi piace”, ma poi il motivo per cui i regimi sono stati definiti totalitari è perché obbligavano le persone a fare e pensare in certi modi che riguardano varie fasi della vita quotidiana. Mentre l’effetto di un pulsante “dislike” varierebbe comunque da persona a persona e sarebbe limitato all’uso che se ne farebbe poi su fb. Questi termini e questo tono emotivo sono giustificati?

    Di Vasta Il tempo materiale mi aveva impressionato e invece Spaesamento mi aveva lasciato perplesso, lo andrò a riprendere in biblioteca.

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