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Su “Muro di casse” di Vanni Santoni

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Una versione più breve di questo articolo è uscita su L’Indice dei libri del mese.

Il nuovo libro di Vanni Santoni non poteva trovare migliore collocazione della nuova collana Laterza “Solaris”, che si propone di offrire una serie di sguardi sul mondo attuale non condizionati dalle vecchie categorie novecentesche (contestualmente sono usciti i saggi I destini generali di Guido Mazzoni e Stato di minorità di Daniele Giglioli, e il racconto Sottofondo italiano di Giorgio Falco). Il tema stesso di Muro di casse — saggio narrativo o romanzo saggistico, a seconda di come si preferisca catalogarlo (l’autore lo chiama, più semplicemente, ‘romanzo’) — esorbita quasi totalmente dalla storia novecentesca, se diamo per buona la celebre periodizzazione che associa la fine del Secolo breve al crollo dei regimi comunisti.

Muro di casse è incentrato, infatti, sul fenomeno del free party, del teknival, impropriamente banalizzato nell’etichetta mediatica  rave (definizione inesatta, avverte l’autore, dal momento che «a voler essere precisi fino alla pedanteria, rave sono soltanto quelle feste svoltesi nel Regno Unito tra il 1986 e il 1993»). Il simbolico anno di nascita di questo fenomeno, che arriva fino ai nostri giorni, è già di per sé eloquente: il 1989, allorché crolla il muro ideologico-politico per eccellenza e inizia crescere il “muro” postmoderno alimentato dalle casse che trasmettono la musica techno. Nel libro questa cruciale mutazione ideologica non è quasi mai esplicitata, eppure rimane costantemente sullo sfondo: basta pensare al fatto che alcuni dei free party di cui si parla hanno come scenario città e territori dei Paesi ex-socialisti, dalla Repubblica Ceca alla ex-Jugoslavia.

Se nei libri di Mazzoni, Giglioli e Falco il collasso delle ideologie canoniche sembra lasciare ben poco spazio per altre forme di agibilità politica, quello di Santoni vede, al contrario, nella vicenda dei free party anche un terreno di sperimentazione politica, in senso lato, per nuove tipologie, seppure più o meno sgangherate, di autogestione di stampo anarchico-libertario.

Il materiale finora disponibile su queste feste era effettivamente scarso o insoddisfacente, forse perché, come leggiamo, «puoi fare sociologia, puoi fare storia della musica, del costume, puoi fare pure giornalismo, ma non puoi recensire le feste». L’autore di Muro di casse ha il merito di essersi accostato a questo difficile argomento in modo finalmente attendibile, prendendo le distanze sia dalle demonizzazioni giornalistiche, sia da certe pubblicazioni apologetiche o autocelebrative.

Efficace è anche l’idea di conferire alla narrazione un’impronta polifonica, incardinandola sulle testimonianze di tre personaggi, a cui corrispondono altrettante parti del libro: Jacopo – i sensi, Cleo – l’intelletto, Viridiana – lo spirito. Ognuno dei personaggi ha una propria modalità di sguardo sul fenomeno in questione: Jacopo è legato all’edonismo dei sensi; Viridiana ha cercato di ricavare dalle proprie esperienze un modello teorico, sviluppato nella sua tesi di laurea che metteva in luce le antiche radici dionisiache del free party; quanto a Viridiana, vive completamente immersa nello spirito delle feste, dedicandosi in maniera sistematica alla sperimentazione delle varie droghe che circolano in questi ambienti.

Piaccia o no, le droghe costituiscono una componente essenziale dei free party, e anche in questo caso Santoni, sgombrato il campo da aprioristici anatemi, evita di cadere in altrettanto vacue esaltazioni di stampo agiografico; molto divertente il racconto a tratti sarcastico di certi ambienti vagamente new age, che fanno esclamare a un personaggio, in schietto gergo toscano: «se questa è la nuova religione, sai cosa, noi si torna dal prete». Eppure è chiaro che la posizione personale di Santoni sul controverso tema delle droghe non è certo quella di un osservatore neutrale. Non che egli neghi che si possa accedere alle esperienze indotte dall’uso delle droghe attraverso altre vie, ma, come aveva fatto dire, con argomenti cogenti, a uno dei Personaggi precari, il suo esordio letterario del 2007 (ristampato da Voland nel 2013): «Ti rendi conto che c’è gente che non si è mai presa un trip? […]/ – Sì ma non gente che, sai dice non ho mai preso un trip ma a ventiquattro anni ho una cattedra al Politecnico, no no: dico gente che non ha fatto un cazzo mai eppure non si è mai presa un trip. Gente che poi viene e ti dice foah che viaggio il film di ieri sera. Gente che poi magari sputa sentenze sul mondo, sulle robe».

Al tema delle sostanze stupefacenti Santoni aveva già dedicato il romanzo Gli interessi in comune, pubblicato da Feltrinelli 2008 (che varrebbe la pena di ristampare, essendo ormai introvabile), a cui Muro di casse, per molti aspetti, si riallaccia. Come già in quel romanzo e in altre pagine felici dei suoi precedenti scritti, così anche in quest’ultimo libro Santoni tratteggia con grande inventiva stilistica e linguistica specialmente gli ambienti della microprovincia toscana in cui egli stesso, originario di Montevarchi, è cresciuto: del resto, con l’avvento del free party, luoghi apparentemente anonimi, quali Altopascio e Pratomagno, una volta scelti come punti di ritrovo per la festa di turno, vengono improvvisamente invasi dai giovani di tutta Europa, offrendo anche ai ragazzi locali un’inaspettata occasione per rompere la routine della vita provinciale.

In ogni caso la forza narrativa di Muro di casse non risiede soltanto nel fatto, sottolineato nella maggior parte delle recensioni uscite, di affrontare un argomento nuovo, ma anche e soprattutto nella forma con cui tale argomento è svolto, e in particolare nella vivacità e nella varietà dell’invenzione stilistica delle varie parti del libro. D’altronde, fin da Personaggi precari, Santoni ha sempre subordinato i contenuti alla stilizzazione delle forme, dimostrandosi fin da allora uno degli scrittori italiani di maggior talento della sua generazione. Muro di casse potrebbe essere letto come un’ulteriore tappa di approssimazione a un’opera narrativa più vasta e organica che Santoni ha tutti gli strumenti per portare a compimento.

Raoul Bruni è nato Firenze e vive a Varsavia, dove insegna lingua e letteratura italiana all’Università Cardinale S.Wyszyński. Ha pubblicato, tra l’altro, i volumi Il divino entusiasmo dei poeti. Storia di un topos (Aragno 2010) e Da un luogo alto. Su Leopardi e il leopardismo (Le Lettere 2014). Ultimamente ha curato La filosofia di Leopardi e altri scritti leopardiani di Adriano Tilgher e Su Leopardi di Giuseppe Rensi (entrambi pubblicati da Aragno nel 2018).
Collabora inoltre con “Alias”, “L’Indice” e altri periodici cartacei e on-line.
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