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Su “Questi giorni” di Giuseppe Piccioni

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di Valerio Valentini

Un attimo dopo a quello in cui nell’animo di Adria il sospetto sul malessere di sua figlia Liliana matura in modo improvviso e feroce, dei volti di donne goffi e ridicoli, con in testa retine bigodini e messe in piega lasciate a metà, colorano il pathos con tinte di grottesco felliniano. La tensione che s’accumula nella scena in cui Liliana e Caterina litigano e piangono in una squallida stanza d’ospedale si scioglie in un sorriso di fronte alla tenerezza impacciata di una delle due ragazze («Mangia un po’ di crostata» «Non posso, se prima non mi lasci le mani»).

Nei momenti più tragici di Questi giorni, si ride. E già questo basterebbe a suggerire che quello di Giuseppe Piccioni è stato un buon lavoro. Ma che il regista ascolano avesse una notevole capacità di governare vari registri, toni diversi, modulandoli in maniera tutt’altro che scontata, in fondo lo si sapeva già: lo dimostravano le sue opere precedenti. Quanto a Questi giorni, presentato in concorso alla 73sima edizione del Festival di Venezia, come giudicarlo?

Innanzitutto, viene da essere grati a questo film per ciò che sarebbe facilmente potuto essere, e che invece non è. Sarebbe facilmente potuto essere una rappresentazione della gioventù-di-oggi, osservata con uno sguardo pietoso e sconsolato, moralistico e al tempo stesso assolutorio. La vicenda narrata rendeva questo rischio assai concreto, e viene da pensare che molti autori meno onesti, meno rigorosi di Piccioni, ci sarebbero cascati.

Piccioni sceglie invece l’altra strada. Sfrutta l’intreccio narrativo – tratto da un romanzo inedito di Marta Bertini riadattato dallo stesso Piccioni con Chiara Ridolfi e Pierpaolo Pirone –per parlare in senso più generale, assoluto, di quel momento esistenziale traumatico nella vita delle persone che si colloca più o meno intorno ai venti-venticinque, e che rappresenta – detta un po’ brutalmente – la fine della giovinezza. Un momento in cui, come dice la voce fuori campo all’inizio del film, si fanno i conti con quel che resta di quella «promessa di futuro» che sembrava contenuta negli anni dell’adolescenza.

Piccioni sceglie questa strada e la percorre con coerenza: senza rinunciare a recuperare i topoi classici di questo tema – le illusioni infrante, la confusione mentale, gli slanci emotivi e le fragilità, l’ingenuità che cerca un compromesso col cinismo – ma fermandosi sempre un attimo prima di sconfinare nella retorica, nel patetico. Tanto che, le poche volte in cui si cade nel cliché – a proposito: a quando una moratoria sulle scene in cui aitanti professori (stavolta il ruolo ingrato spetta a Filippo Timi) parlano di poeti disgraziati facendo i cazzoni e lasciando estasiati i volti delle studentesse che li ascoltano rapite ammiccandosi a vicenda, immancabilmente riprese con panoramiche lente lente lente e luce calda? – quelle poche volte, dicevo,ci si ritrova tutto sommato ben disposti a perdonare il regista, e ad andare oltre.

La storia in questione è quella di quattro ragazze in crisi, ognuna per vari motivi. Liliana (Maria Roveran, convincente almeno quanto lo era stata in Piccola patria), che è la protagonista, ha una malattia grave e una madre così strampalata (Adria, interpretata da Margherita Buy) da sembrare piuttosto lei, la figlia; Caterina (Marta Gastini, molto brava) soffre per qualcosa d’indefinito, che neppure lei s’azzarda a definire amore, e decide di cambiare vita in modo radicale e folle; Anna (Caterina Le Caselle) è una persona arresa alla realtà, che aspetta semplicemente che le cose le accadono, e infatti le accade di restare incinta di un suo coetaneo un po’ fesso; Angela (Laura Adriani), infine, non è che abbia proprio un problema preciso, se non, appunto, quello di avere venticinque anni. A mettere in moto il racconto è la decisione, presa da Caterina, di trasferirsi a Belgrado per fare la cameriera in un hotel, seguita poi da un’altra decisione, quella delle sue tre amiche, che scelgono di accompagnarla durante il viaggio d’andata (Anna no, in realtà: lei non lo sceglie, semplicemente s’adegua).

Da questo punto in poi, il film prende ritmo, anche se paradossalmente i tempi si dilatano, e Piccioni riesce a trovare quell’equilibrio tra vari generiche, come accennavo, è una delle sue cifre stilistiche principali. Questi giorni assomiglia – e non potrebbe non farlo, data la storia – a un ibrido tra un romanzo di formazione e un road-movie, con tanto di tappe impreviste, incursioni di personaggi inaspettati e improbabili, cedimenti delle protagoniste di fronte agli ostacoli che si presentano lungo la via. Quello di Liliana, Caterina, Anna e Angela è un viaggio non solo nello spazio: la frontiera che attraversano per arrivare in Serbia è chiaramente anche metafora della soglia esistenziale che si accingono a oltrepassare, e al di là della quale – davvero bella, quella scena – converrà smetterla con certe fantasie, col voler fingere di riuscire a vedere il futuro nella fiamma di candele colorate.

Ma si tratta di un road-movie atipico, sporco, contaminato soprattutto da toni e atmosfere caratteristici della commedia. Questo fa sì che a volte alcuni passaggi risultino un po’ sconnessi, con cesure troppo evidenti (il rallenty, i motivi musicali ricorrenti a segnare gli stacchi… ma la cosa potrebbe anche essere voluta, e tutto sommato non disturba più di tanto); e che altre volte, invece, risultino più digeribili – proprio in virtù di questa varietà di registri – certe scelte narrative che sanno un po’ di stantio, o che sembrano dettate da una eccessiva ansia didascalica.

L’incontro col fratello prete di Caterina, per dirne una, ha senz’altro, sulla carta, un valore non secondario nell’economia del film, perché dice di un certo modo di uscire dalla gioventù sforzandosi di abbandonare il meno possibile le confortanti certezze che la rendono un’età così serena («Perché ho preso i voti? Perché volevo continuare a vedere il mondo come lo vedevo da bambino, col bene e il male nettamente distinti tra loro»), ma all’interno del plot quella sequenza s’inserisce in modo un po’ macchinoso, come un’aggiunta messa a forza tra le righe.

Poco male, comunque, perché il film è nel complesso scritto bene, e anche quegli episodi che stanno a parte finiscono col rivelarsi gradevoli. Belli i dialoghi, lodevole la scelta di un lessico – quello usato delle quattro amiche – che è naturalistico senza essere sguaiatamente, eccessivamente giovanilistico (qui si parla del lessico: sulla lingua in generale, ci torno tra poco). Certo, l’uso continuo di cellulari e smartphone, certo il selfie irrinunciabile sul ponte di Belgrado: ma il tutto senza che si abbia l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di prestabilito, di trovarsi di fronte ad un autore che ti dica “ora ti ci metto il selfie per farti vedere quanto sono ragazzi, i nostri ragazzi” (cosa, di nuovo, non scontata: in questi ultimi anni abbiamo visto davvero un sacco di paccottiglia in cui gli adolescenti sembravano tutti immancabilmente più ignoranti, più vanesi, in una parola più cretini di quanto già non dovessero apparire agli occhi di chi li raccontava).

Poi, ovviamente, la mano di Piccioni si vede. Come nei suoi film migliori – come in Luce dei miei occhi, come soprattutto in Giulia non esce la sera – anche in Questi giorni la narrazione procede in modo sincopato, con ellissi e salti improvvisi. Frammenti di racconto i cui vuoti vengono riempiti – se vengono riempiti – solo nel prosieguo del film: che infatti sembra accelerare proprio laddove le sequenze si allungano, perché il non detto della prima ora si riversa sulla seconda.

Piccioni è bravo nel chiudere in pochi secondi, in uno scambio fulmineo di sguardi e di battute, scene su cui altri registi indugerebbero assai di più (una notte di sesso tra giovani sconosciuti in un campeggio, le tensioni tra mamma e figlia): questo alleggerisce il racconto e previene il rischio del patetico.

C’è infine un’ultima annotazione. Che vale senz’altro per Questi giorni ma che forse potrebbe applicarsi a molto cinema italiano – anche a quello di valore – degli ultimi anni. Ciò che si riscontra è un sostanziale disinteresse per i luoghi e le comunità – per la loro storia – in cui agiscono i protagonisti del racconto, per la nuda realtà in cui le vicende narrate s’inscrivono – o dovrebbero inscriversi. Va bene voler astrarre, va bene – nel caso specifico – fare il film sulla fine della giovinezza in senso lato: ma davvero non fa differenza vivere quel passaggio esistenziale a Bari o viverlo a Milano? Davvero non importa nulla l’esser cresciuti in una borgata degradata o in un quartiere esclusivo del centro?

In Questi giorni sembra di vedere più volte sullo sfondo Gaeta, ma un attimo dopo siamo in un giardino romano, poi in un angolo che potrebbe essere – che so? – Torino o Ancona o Castellammare di Stabia. Davvero non crea imbarazzo – in chi li scrive, i film, prima che in chi li guarda – il fatto che quattro amiche, teoricamente nate e cresciute una accanto all’altra, parlino con quattro accenti diversi (ché le accademie e i corsi di dizione possono molto, ma – per fortuna – ancora non tutto)?

Non che si debba fare sempre e comunque del sociologismo, non che si debba per forza tornare al neorealismo e ai suoi attori presi dalla strada. Ma se un film, nella fregola d’inseguire La Realtà, non è testimonianza innanzitutto di una realtà, se un film non esige che almeno un po’ di quella realtà si faccia esperienza, se da un film è sin troppo facile estrapolare formule generali o regole di vita più o meno vaghe, allora forse a quel film manca qualcosa.

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