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Su scrittori, soldi e privilegi

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(Fonte immagine)

di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

(Esempio: asta di beneficenza annuale di raccolta fondi per la scuola pubblica dove vanno i nostri figli. Idea divertente, c’è un sito su cui si vendono all’asta piccoli oggetti e servizi e il ricavato sarà devoluto alla scuola. Genitori mettono a disposizione una settimana nella loro villa in Costa Rica che verrà battuta per duemila dollari offerti da altri munifici genitori. Quei soldi avrebbero potuto darli anche in forma anonima, ovviamente, ma vuoi mettere il gusto dello show off?)

Qui in America guadagnare tanto è una cosa di cui ci si può vantare perché è un merito che evidentemente parla di quanto sei bravo o quanto ti sei impegnato a fare qualcosa, qualcosa che ha prodotto dei risultati economici, se sei ricco di famiglia c’è qualcuno dei tuoi antenati di cui essere proud. Ma cosa succede se sei molto bravo o ti impegni molto a fare qualcosa e quel qualcosa non ha come obiettivo principale un risultato economico e anzi, solo in casi eccezionali è un’attività che produce grosso reddito come per esempio scrivere?

Non che negli Stati Uniti non si consideri l’attività artistica come degna di essere supportata, qua esistono dei grant, delle borse di studio, come quella del National Endowment for the Art, che sembra il terzo premio della nostra lotteria di capodanno. L’anno scorso George Saunders ha meritatamente vinto la borsa del MacArthur Fellows Program che gli riconosce 625.000$ (seicientoventicinquemila dollari) in cinque anni. (Avevo scritto “meritatamente guadagnato” e poi ho sostituito “guadagnato” con “vinto”. Perché? Ci sarebbe da interrogarsi su questo, sul perché inconsciamente si fa fatica a pensare che quello di scrivere sia un mestiere come gli altri. Qualche giorno fa è partito un dibattito su Facebook perché una mia amica ha scritto una cosa tipo, “spero che Elena Ferrante sia veramente una sconosciuta, una poveraccia, che finalmente grazie ai libri ha guadagnato qualcosa, mi dispiacerebbe sapere che invece dietro questo pseudonimo c’è qualcuno che non aveva bisogno di quei soldi” anche qui bisognerebbe chiedersi perché forse una riflessione del genere non ci verrebbe in mente di farla per uno che fa un altro lavoro, come se vendere tanti libri fosse solo una botta di culo che è meglio capiti a uno nato povero).

Il fatto è che quello di scrivere è difficile da considerare un lavoro tout court, dato che come tutte le attività artistiche non ha come fine ultimo – in teoria – quello di guadagnare uno stipendio, e quindi i soldi attaccati a queste attività puzzano sempre un po’, stranamente pure per gli americani, per i quali la pecunia che deriva da qualsiasi attività lecita in genere olezza di fiori. Ma anche qua, se non vinci una borsa di studio – e i casi sono rari quanto quelli degli scrittori che mantengono la famiglia con le loro royalties – fai una fatica mostruosa a pensare di vivere facendo lo scrittore.

Nell’articolo che segue il discorso più che sui soldi “non guadagnati” scrivendo, si concentra sui privilegi di chi già ce li ha o chi nasce in contesti socioeconomici che gli facilitano notevolmente l’ingresso tra gli scaffali più visibili delle librerie. E ovviamente parte con un vantaggio significativo. Sembra un ragionamento lapalissiano ma non lo è così tanto. Pensiamo per esempio alle conseguenze che questo ha sul nostro immaginario collettivo.

(Esempio facile facile dall’ormai famoso TED della bravissima scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sui pericoli di una “storia unica”. Adichie racconta di essere stata lettrice precocissima e di aver letto tutti i libri per bambini che aveva trovato nella biblioteca locale, tutti romanzi americani e anglosassoni. Quando ha iniziato a scrivere, sempre prestissimo, verso i sette anni, le sue storie avevano come protagonisti solo personaggi bianchi, con gli occhi azzurri, bambini che giocavano nella neve, mangiavano mele e si rallegravano quando tornava il sole dopo la pioggia, quando nella vita di Chimamanda non c’erano né bianchi, né mele, né neve, né maltempo. Ma per lei quell’immaginario era l’unico che potesse stare nei romanzi. Anche se non siamo più bambini guardatevi il TED che lo spiega bene, non siamo per niente al riparo dai rischi della storia unica, del mondo raccontato solo da una prospettiva).

I privilegiati negano di essere privilegiati nascondendo così una verità che dà fastidio pure a loro: come in tutti gli altri mondi sporchi di soldi, anche la letteratura è dominata da uno squilibrio notevole tra chi detiene ricchezza e potere (che si traducono in possibilità di potersi concentrare totalmente sulla scrittura, sulla ricerca, sulla politura dello stile, con tutto il tempo che richiedono queste attività) e chi non ne ha per niente e quindi magari pur avendo qualcosa di importante da dire, ha per necessità una vita talmente assorbita da altro che, o fa una fatica improba e magari eccezionalmente riesce a scrivere e a farsi pubblicare e magari anche a avere successo, oppure molla il colpo, arrendendosi al fatto di essere un nano e che di qualunque argomento si parli, saranno sempre i più alti quelli che arrivano per primi (e meglio) a parlare al microfono. E diranno quello che vogliono loro, parleranno dal loro punto di vista, perpetuando perlopiù una visione del mondo che è quella, quella della classe dominante. Quella che guarda dall’alto verso il basso. Quindi speriamo che davvero Elena Ferrante, chiunque sia, venga dai quartieri di Napoli, dal più in basso possibile.

L’articolo comincia in un modo che più irritante non ce n’è, prosegue a tratti con un malcelato rosicamento, ma poi svela interessanti retroscena e un sacco di spunti di riflessione. (Perché in Italia forse siamo messi pure peggio).

“Sponsorizzata” da mio marito.

Perché è un problema che gli scrittori non parlino mai di dove arrivano i soldi

di Ann Bauer 

Ecco la mia vita. Io e mio marito ci svegliamo ogni mattina alle sette in punto, lui si fa la doccia e intanto io preparo il caffè. Nel tempo che lui ci mette per vestirsi io sono già seduta alla scrivania a scrivere. Mi dà un bacio per salutarmi e se ne va al lavoro. Lavoro con cui fa tanti soldi, ottiene eccellenti benefit e parecchi vantaggi, come viaggi, buoni pasto e il rimborso delle spese per la palestra dove io vado a fare yoga a mezzogiorno. La sua carriera mi ha permesso di lavorare solo sporadicamente – come consulente – in un settore che mi piace.

Questa rivelazione può sembrare volgare, lo so. Mi dispiace. Perché nel mondo in cui le donne si siedono a parlare dei diversi tipi di arte topiaria da applicare ai peli della zona bikini, le conversazioni sui soldi (o sui privilegi) sono quelle che non si affrontano mai. Perché? Credo che sia la sindrome di Maria Antonietta: i fortunati e i privilegiati non vogliono che la plebaglia venga a sapere i particolari. In effetti se “questa gente” conoscesse bene le differenze che ci sono tra le nostre e le loro vite si potrebbe ribellare. Oppure, Dio ci perdoni, non considerarci più come persone più speciali, più talentuose, più meritevoli di loro di questa bella vita.

Noi scrittori mettiamo in atto una versione speciale di questa pantomima. Due esempi.

Sono andata alla presentazione di un libro con molti partecipanti (sto parlando di più di 300 persone) circa un anno e mezzo fa. L’autore era un conosciutissimo meraviglioso saggista, che ha, meritatamente, vinto moltissimi premi. Gli è anche capitato in sorte di essere l’erede di una fortuna ciclopica. Stramiliardi. In altre parole è uno che non ha mai dovuto fare un lavoro, meno che mai due. Ha diversi figli; lo so perché erano alla presentazione con lui, in prima fila. Ho sentito qualcuno dire che viaggiavano tutti con lui, con due tate al seguito, per il suo tour promozionale mondiale.

Niente di tutto ciò intacca la sua grandezza. Comunque quando una del pubblico – giovane e un po’ ingenua, chiaramente non al corrente dei fatti – si è alzata per chiedere come ha fatto a dedicare dieci anni alla scrittura del suo ultimo capolavoro, come ha fatto per mantenersi e mantenere la sua famiglia in quel periodo, lui le ha risposto in maniera seria che era stata dura ma aveva anche scritto nel frattempo molti articoli per diverse riviste per tirare avanti. Ho sentito un mormorio attraversare metà della platea a conoscenza della verità. Ma l’autore, impassibile, è andato avanti e ha fatto credere a questa ragazza che ha mantenuto la sua vita a Manhattan grazie a una manciata di articoli scritti per the Nation o Salon.

Esempio due. Un reading in un’altra città, con una trentenne il cui romanzo d’esordio era appena comparso sulla copertina della New York Times Book Review. Non mi era piaciuto il libro (un romanzo di formazione tra adolescenti benestanti) ma molte persone che rispetto l’hanno trovato bello quindi sospendo il giudizio. L’autrice aveva frequentato una delle grandi scuole private per ricchi dell’East Coast, mentre i suoi genitori erano impegnati a consolidare le loro carriere sulla scena letteraria di New York. Gente – i genitori – che a Natale si scambiavano biglietti d’auguri con William Maxwell e invitavano a cena gli Styron. Lei, l’autrice, la loro unica figlia adorata. Dopo il liceo privato prestigioso aveva preso due lauree in scrittura creativa (Iowa e Ivy). Il suo primo libro era stato osannato in tutto il paese da editor e recensori, molti dei quali l’avevano vista crescere. Era un fenomeno ancora prima di arrivare sugli scaffali. È diventata immediatamente una star. E quando (di nuovo) una persona del pubblico, chiaramente una studentessa universitaria si è alzata per chiedere a questa affascinante scrittrice a cosa ascrivesse il suo successo, la donna ha fatto una pausa e poi ha detto che ha lavorato moltissimo e che ha avuto una buona formazione, ma guardandosi indietro ha capito che è stata la sua decisione di non avere mai figli che le ha permesso di diventare una vera artista. Se hai dei bambini, ha spiegato al gruppo di disperate scrittrici nubili, devi scegliere tra loro e la scrittura. “Mantenetela pura. Non fatevi distrarre dal pianto di un bambino”. Ero sconcertata. Volevo balzare in piedi e gridare “Ciao Alice Munro! Doris Lessing! Joan Didion!” Certo, ci sono migliaia di altre scrittrici che sono scrittrici straordinarie nonostante la maternità. Ma non è questo il punto, il punto era che, a parte le qualità intrinseche del libro, il vantaggio competitivo di questa autrice non aveva niente a che fare con le sue scelte riproduttive. Tutto dipendeva dalle sue relazioni. Semplice. Ce le aveva dalla nascita.

Secondo me con questo “lasciamogliela bere” facciamo un enorme disservizio alla nostra categoria, nascondendo le circostanze che ci aiutano a scrivere, pubblicare e in un certo senso ad avere successo. Non sono ricca come il primo autore (nemmeno mi ci avvicino) né ho la rete di relazioni della seconda. Non sono neanche famosa. Ma ho un grosso vantaggio rispetto allo scrittore che vive assegno dopo assegno, o solo e isolato o che combatte contro una malattia o che ha un lavoro a tempo pieno.

Come posso esserne così sicura? Perché sono stata povera, oberata di lavoro e schiacciata dagli eventi. E durante quel periodo non ho scritto neanche una riga. Ventenne, ero sposata con un drogato che tentava con tutte le forze di smettere (ma continuava a non riuscirci). Avevamo tre figli, di cui uno autistico e abbiamo vissuto in povertà per un periodo lungo e tremendo. A trent’anni ho divorziato perché era l’unico modo per uscire da quella situazione. Per i dieci anni successivi ho fatto due lavori e ho cresciuto i miei tre figli da sola, senza aiuti e senza nessun supporto dal padre.

Ho pubblicato il mio primo romanzo a 39 anni, ma solo dopo un lavoro serrato in una scuola di scrittura creativa dove ho incontrato alcuni scrittori influenti e dopo aver vissuto tre mesi a casa dei miei genitori dove ho potuto finire la prima bozza. Dopo aver consegnato il manoscritto, ho trovato un lavoro piuttosto piacevole come editor in una rivista. Un anno dopo ho incontrato il mio secondo marito. Per la prima volta avevo un vero compagno, qualcuno su cui poter contare e che c’era per me e i nostri bambini in ogni modo possibile. La vita è diventata più facile, ho scritto un saggio, un secondo romanzo e circa trenta lunghi articoli in un periodo relativamente breve.

Oggi sono fondamentalmente “sponsorizzata” da quest’uomo molto amorevole che arriva a casa a fine giornata, mi chiede com’è andata la scrittura, mi versa del vino e poi mi porta fuori a cena. Mi accompagna quando devo fare 500 miglia per fare un reading di 75 minuti, gestisce i miei soldi, e non si lamenta mai che i miei piccoli libri cupi e sfrontati hanno avuto anticipi bassi e vendite modeste.

Ho finito il mio terzo romanzo in otto mesi precisi. Ho iniziato il libro durante una bellissima vacanza. Poi ho scritto felice e abbastanza velocemente perché avevo tempo e soldi, e sono stata aiutata dal marito, dall’agente e da un amico editor molto talentuoso. Senza tutti questi privilegi, forse sarei a pagina 52. Ecco. Io sono questa. E voi come fate?

Commenti
15 Commenti a “Su scrittori, soldi e privilegi”
  1. E se sostituiamo “traduttori” per “scrittori,” ogni parola rimane vera.

  2. Arben scrive:

    E come la mettiamo per gli scrittori delle lingue minori? Uno scrittore di lingua inglese può “contare” su un pool di lettori che raggiunge il miliardo. A me già l’italiano mi sembra una lingua grande (dico “numericamente grande”), perché grande lo è già per aver “prodotto” due signori che si chiamano Alighieri e Leopardi.

  3. scrissi circa un anno or sono:

    Filantropia:
    disequilibrio equilibrante

    pagare il bene per espanderlo gratuitamente
    tassare il male per contrarlo gratuitamente

    les

  4. teodoro scrive:

    Io vorrei semplicemente capire che cosa c’entra la Citta’ di Napoli….sarebbe anche il caso di piantarla con questo atteggiamento sistematicamente denigratorio tanto per cambiare da persone del Nord…come scrittore sei bravo,,li ho letti i tuoi libri,come uomo lasci molto a desiderare

  5. giorgeliot scrive:

    @teodoro: LorenzA Pieri / Ann Bauer. Dov’è lo scrittore bravo?

    Comunque grazie per la riflessione, deprimente ma veritiera. A Lorenza Pieri e a Ann Bauer.

  6. Salomon Xeno scrive:

    L’aspetto amaro è che mentre la maggior parte degli autori scrivono le loro due pagine al giorno, ritagliandosi uno spazio tra lavoro e famiglia, spesso si ha l’idea che scrivere sia tipico dello sfaccendato. Piacerebbe a tutti avere uno sponsor, ma la verità spesso è un’altra. Mi è piaciuto molto l’intervento della Bauer, un po’ meno quello in apertura. Perché la scrittura-che-non-è-un-lavoro è un pregiudizio, così come l’indicazione di Napoli come luogo più “basso” d’Italia.

  7. Elena scrive:

    @teodoro @salomon @giorgeliot Avete frainteso il riferimento a Napoli: semplicemente, tutti i libri di Elena Ferrante (pseudonimo di una scrittrice di grande successo, di cui non si conosce l’identità) sono ambientati, in modo realistico, a Napoli, e in un contesto disagiato. Le ipotesi più accreditate sono che la scrittrice racconti una realtà che conosce da vicino (e che racconta meravigliosamente).

  8. circospetto scrive:

    L’opposto della «morte dell’autore» è il libro del v.i.p.; in mezzo, sociologismo mal digerito, biograficità pettegola, aneddoti da scolarette (non le autrici qui sopra, beninteso; dalle quali apprendo, fatto curioso, come le scuole di scrittura creativa siano diventate un must, non una grassazione)

  9. Salomon Xeno scrive:

    @Elena chiedo scusa, avevo in effetti frainteso. Per chi non ha letto la Ferrante, quell’affermazione è facilmente fraintendibile. Perché se scrive di Napoli, può aver senso che sia nata lì (o che vi abbia vissuto) e sarebbe anche auspicabile. Per come l’avevo intesa io, sarebbe stato l’equivalente di una vincita alla lotteria, che può far piacere per due secondi ma sarebbe stato un auspicio inutile.

  10. SoloUnaTraccia scrive:

    Sfizievolmente stuzzicante, come argomento da salotto. Nonostante tutto.
    Agli ammeregani piacciono le scuole di scrittura perchè sono convinti che la letteratura sia una versione d’élite del lavoro edilizio: ovvero basti un poco di mestiere imparato nella bottega corretta e qualunque stronzata (traduzione del termine tecnico “bullshit” possa assurgere a dignità narrativa). Come in tutti gli ambiti dell’esistenza, hanno creato un mercato che corrobori tale convinzione.
    Bravi, clap clap e passiamo ad altro.

    Ma Napule non era ‘na carta schporc’?

  11. SoloUnaTraccia scrive:

    Preso dalla fretta ho cannato a sistemare la parenthesis (va dopo bullshit).

  12. giuseppe scrive:

    C’è bisogno di scandalizzarsi tanto? In Italia per una cultura egemone ipocrita molti si fingono poveri(molti lo sono davvero) invece in privato spandono e spendono, come dire si fa ma non si dice. L’importante è che i soldi siano guadagnati onestamente come non sempre avviene da noi purtroppo. Ecco il guaio.

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